Il Vangelo del giorno (Bose)

Due sguardi, due parole

Fratel Matteo - Bose


7 novembre 2019

In quel tempo1 si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 3Ed egli disse loro questa parabola: 4«Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? 5Quando l'ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, 6va a casa, chiama gli amici e i vicini, e dice loro: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta». 7Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. 8Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? 9E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: «Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto». 10Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte»
Lc 15,1-10

Come già nelle pagine evangeliche meditate nei giorni scorsi, anche nel vangelo di oggi si tratta di sguardi a confronto e di parole che li rivelano, secondo due prospettive diametralmente opposte: la prospettiva del Regno, propria di Gesù, e quella del mondo religioso, propria di coloro che gli stanno di fronte, farisei e scribi. Due prospettive, e quindi due sguardi, due parole.
Due sguardi. Quello dei farisei, che sa vedere bene ciò che ha davanti agli occhi. Vede un uomo che – dicono – accoglie e mangia insieme ad altri, cioè condivide il pane e dunque la vita (cf. v. 2). Accoglienza e condivisione: prassi lodata da tante pagine della Scrittura ebraica. Non è questo dunque a fare problema. Il problema sono i destinatari di tale accoglienza e condivisione: i peccatori. Il problema è lo stile, la modalità di questa accoglienza di Gesù: è un’accoglienza incondizionata. Più in radice, a fare problema è lo sguardo che guida, che orienta tale accoglienza: lo sguardo che vede nel peccatore un perduto che “ha bisogno di conversione” (cf. v. 7), un invitato alla festa, alla pari degli altri, anzi più degli altri. Ma ancora più in profondità, a fare problema è che questo sguardo porta Gesù a una prassi diversa: Gesù si fa avvicinare (cf. v. 1), si lascia “toccare”, e poi lui stesso si fa prossimo. Come i protagonisti delle due parabole raccontate dal vangelo di oggi: “lascia … e va in cerca” (v. 5), “accende … e spazza” (v. 9). E questo movimento non è un’azione singola, bensì continuata, perseverante, ostinata: “Finché non la trova” (vv. 4.8).
Questi due sguardi si traducono in due parole, tra loro opposte. I farisei hanno parole di mormorazione, Gesù ha parole di benedizione, che aprono orizzonti di speranza e di gioia. La prospettiva di Gesù è, ancora una volta, quella del Regno, in cui “vi è gioia … per un solo peccatore che si converte” (v. 10), in cui “vi sarà gioia per un solo peccatore che si converte” (v. 7). Significativa questa ripetizione della stessa attestazione di gioia, una volta al presente e una volta al futuro. A dire che la gioia di Dio è sempre, oggi e domani, là dove un uomo si lascia raggiungere dalla ricerca di Dio per lui: nella fatica del suo deserto, in cui si può perdere, come la pecora della prima parabola; o nella quotidianità della sua casa, in cui allo stesso modo – o forse anche più facilmente – si può perdere, come la moneta della seconda parabola.
Una consapevolezza profonda avrebbe dovuto animare anche scribi e farisei in quanto figli del Dio dell’alleanza e delle benedizioni, ed è questa che Gesù con il suo sguardo e con le sue parole vuole ri-animare in loro: come quella pecora e quella moneta sono proprietà preziose del pastore e della donna, e restano tali anche nel tempo dello smarrimento, così l’uomo, ogni uomo è “proprietà preziosa” di Dio, e resta tale anche nel momento dello smarrimento. Siamo sempre dentro un’appartenenza. Siamo sempre dei “cercati”, “finché non ci trova” (cf. vv. 4.8).