Dagli spalti di Atene

Romano Penna

La catechesi di Papa Francesco sull’intervento di san Paolo all’Areopago di Atene (raccontato in Atti 17) ha toccato un tema tipicamente paolino. In effetti, quella presenza dell’apostolo fa parte della tipica operazione culturale propria di Paolo, cioè di proporre a tutti la semplice fede in Gesù Cristo.
Per questo si è sempre battuto: per avvicinare i lontani (cfr. Efesini 2, 13), accogliere «gli altri» e superare i molti recinti del sacro, della cultura, della razza, e persino del sesso (cfr. Galati 3, 28).
Il discorso all’Areopago rappresenta un momento tipico di questa impostazione e propone due istanze esemplari. La prima riguarda il contatto diretto con «gli altri», cercati là dove essi vivono, senza temere di incontrare la diversità altrui, superando la tentazione di affermare soltanto la propria diversità. La seconda è che «gli altri» si incontrano non con la pretesa di strapparli alla loro cultura per imporgliene una nuova, bensì adottando alcuni loro punti di vista come praeparatio evangelica. La parola magica in questo senso è inculturazione, che è un risvolto dell’incarnazione.
Nonostante la volontà ecumenica di Paolo, all’Areopago annunziò il messaggio cristiano in alcuni elementi tipici. Non parlò della croce di Cristo, ma propose la prospettiva del giudizio escatologico e, come corollario, la risurrezione di Cristo. Ciò poteva bastare per motivare un rifiuto, come di fatto avvenne. Si potrebbe discutere sulla necessità di cominciare il confronto non direttamente con lo specifico kerygma cristiano, ma con dei prolegomeni che ne preparino l’accettazione. Paolo non premise dibattiti filosofici, se non condividendo irenicamente alcuni punti fermi della cultura greca, quelli tradizionalmente etichettati come elementi della teologia naturale, di cui è un esempio la citazione del poeta Arato: «Di lui infatti anche noi siamo stirpe» (v. 28).
Certo è che, al di là di ogni buona volontà di dialogo, non si può evitare l’esigenza di proporre ciò che più propriamente definisce la fede cristiana. E bisogna rendersi conto che essa ha qualcosa di irriducibile alle culture, considerato «scandalo e stoltezza», di fronte a cui la sapienza del mondo viene messa in scacco (cfr. 1Corinzi 1, 17-25) da un «Dio ignoto» alla ragione come quello di Gesù Cristo. Anche una forte pre-comprensione religiosa non basta ad accogliere il vangelo. Gli ateniesi erano «molto timorati degli dèi» (v. 22), ma proprio questo fu di ostacolo alla fede. Il vangelo infatti è sempre anche una critica della religione, cioè di inveterate categorie, individuali e sociali, secondo le quali sembrerebbe che l’accesso a Dio sia ormai fissato irrevocabilmente in figure, istituzioni e ritualità tradizionali.
All’Areopago di Atene Paolo giunse solo su invito (cfr. v. 19), ma non sempre e non a tutti è possibile accedervi. Prima egli predicava non solo nella sinagoga ma soprattutto nell’agorà, cioè nella piazza, la stessa frequentata da Socrate. Ebbene, sono le agorà che stanno sempre a disposizione, poiché sono di tutti, aperte per definizione. Se l’Areopago richiama l’idea di un ambito riservato e in definitiva aristocratico, l’agorà propone l’idea di un ambito popolare, democratico, in cui chiunque può incontrare tutti. Del resto è dall’agorà che si comincia: ciò che fa audience nell’agorà finisce prima o poi per approdare anche in un areopago. Forse non è senza significato che Paolo, mentre tace il nome di Gesù nel discorso all’Areopago, lo pronuncia invece apertamente nelle conversazioni dell’agorà (cfr. vv. 17b-18).
L’agorà appare più evangelica: essa ha una destinazione universale, è per le folle. A ben vedere, la Galilea profonda era stata l’agorà di Gesù, e il sinedrio di Gerusalemme il suo areopago che lo mise a morte. Si deve quindi riconoscere che il cristianesimo non appartiene alle élites del potere, non solo di quello politico, ma neanche di quello religioso o culturale.
La menzione finale di Dionigi e Damaris (v. 34), che invece di irridere Paolo ne accolsero il messaggio, dice almeno che l’impegno apostolico non è senza un qualche risultato. E questo ottimismo incoraggia il lettore cristiano, il quale sa che l’odierna società così frammentata in specializzazioni non manca di offrire nuovi areopaghi. L’importante è di non fruire privatisticamente della propria fede, ma di esporla e confrontarla senza prevaricazioni, aprirla ad apporti altrui al di là di presunzioni autonomistiche.
Questo compito per il cristiano non è secondario, ma nativo. In fondo, la comparsa di Paolo sia nell’agorà che all’Areopago era già segnata fin dalla vocazione sulla strada di Damasco, quando il Signore disse: «Egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli... e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome» (Atti 9, 15- 16). Secondarie sono solo le modalità. Per questo a tutt’oggi gli Atti degli Apostoli non sono terminati. Continuano nella storia della Chiesa e di ogni battezzato.

(L'Osservatore Romano - 7 novembre 2019)