Il Regno di Dio

tra già e non ancora

XXXIII Domenica (C)

a cura di Franco Galeone *

Covone

1. La domenica “della fede perseverante”. L’anno liturgico volge al termine e questo ci richiama la fine dei tempi. La fine del mondo è una realtà certa, ma la preoccupazione non deve riguardare il tempo (quando accadrà?) e le modalità (come sarà?). Cristo non ha indicato alcuna scadenza. Avere fiducia in Dio: è questa la chiave di lettura giusta della storia e della vita. Lo scenario delle letture di questa domenica è quello della fine, delle ultime realtà. Ma una fine che non è distruzione, catastrofe, come quello di Hiroshima dopo l’esplosione atomica. Attesa fiduciosa: è quanto esprime il brano del Vangelo, pur intriso di immagini apocalittiche. Nell’involucro delle immagini, occorre scoprire il contenuto di salvezza: il Signore che viene non può che riempire di gioia. La fine non è nostalgia di un bene posseduto che declina, ma speranza di una promessa che avanza in pienezza.

 

2. Occorre avere le idee chiare circa l’apocalisse, che, come dice la stessa parola (ἀποκάλυψις) non è catastrofe ma “rivelazione”. Il tempo della mietitura o della vendemmia sembra una catastrofe, perché è falciare le spighe, è schiacciare i grappoli, ma è alla fine è la festa del raccolto, del pane profumato, del vino saporito. Anche la nascita di un bambino, ricamato per nove mesi nel ventre della madre, è apocalisse, ma dopo i dolori del parto è la festa della vita. La fine del mondo non è l’agonia che introduce nella morte, ma il parto che inaugura la nascita; è la rivelazione di quanto abbiamo amato, creato, chiesto nella preghiera, e che un giorno splenderà, malgrado l’apparente attuale trionfo del male. Dio non distruggerà questo mondo che ha tanto amato, e il nuovo mondo non scenderà dal cielo come un paradiso prefabbricato: Dio sta costruendo un mondo “diverso” in sinergia con l’uomo. Certo, vi saranno momenti di prova; il cammino verso cieli nuovi e nuove terre non è una comoda passeggiata. Per questo, occorre coraggio e pazienza.

3. Prima lettura. Il profeta Malachia vive in tempi difficili. Gli esuli deportati a Babel nel 587 erano ritornati a Gerusalemme nel 537, dopo 50 anni di schiavitù. Avevano creduto ai profeti che promettevano latte e miele in Gerusalemme, un regno di pace e di benessere, e invece vivono in una società ingiusta. Alcuni si scoraggiano: “È inutile servire Dio” (Ml 3,14). Il profeta sente queste lamentele e interviene con parole di speranza. A questo punto inizia la nostra lettura. Malachia, quando annuncia che gli empi saranno distrutti, non sta affermando che il Signore punirà i cattivi ma elimnerà il male che è in ogni uomo: il suo fuoco annienta non gli uomini ma il male nell’uomo.

4. Terza lettura. Luca (o chi per lui) scrive il vangelo verso l’anno 85 d.C. e nei 50 anni trascorsi dalla morte di Gesù erano avvenuti fatti terribili: guerre, rivoluzioni. catastrofi, il Tempio di Gerusalemme distrutto dal generale Tito, le persecuzioni contro i cristiani … Come spiegare tutto questo? Alcune persone avvicinano Gesù nel Tempio e lo invitano ad ammirarne la bellezza, le enormi pietre di calcare bianco, le decorazioni, gli ex-voto, la vite d’oro che pende dalle pareti del vestibolo, la facciata ricoperta da placche d‘oro dello spessore di una moneta… Giustamente i rabbini sostenevano che “Chi non ha visto il Tempio di Gerusalemme non ha ammirato la più bella meraviglia del mondo”. Perché Luca introduce questo episodio? Lo fa per una preoccupazione pastorale: vuole mettere in guardia la sua comunità di Antiochia a non confondere le paure con la realtà, a non fondare i “sogni di un visionario” (Kant) sulla parola di Dio. Alcuni esaltati attribuivano a Gesù predizioni che erano solo frutto di speculazioni stravaganti. “Non lasciatevi ingannare… Non seguiteli” (Lc 21, 8).

5. Si può ragionevolmente dubitare se Gesù abbia annunciato la distruzione del Tempio o se piuttosto sia capitato che, dopo l’anno 70 (quando le legioni dell’imperatore Tito saccheggiarono Gerusalemme e distrussero il Tempio), il redattore del Vangelo di Luca abbia posto in bocca a Gesù questa profezia. Comunque sia, è indiscutibile che Gesù si sia scontrato con i sacerdoti del Tempio che lo avevano trasformato in un covo di banditi (Mc 11, 15). Anche la denuncia del Tempio è stata l’accusa portata contro Gesù nel processo religioso (Mt 26,61). E per questo si sono burlati di Gesù quando stava sulla croce (Mc 15,29). I sacerdoti e gli scribi del Tempio hanno capito che l’attacco di Gesù era pericoloso per la religione e per loro stessi (cf. A. Vanhoye). Il Tempio è il centro della religione. Ecco perché parlare della distruzione del Tempio è parlare della distruzione della religione. In realtà, l’annuncio di Gesù non è stata la “distruzione” della religione, ma la “trasformazione” della religione. A partire da Gesù la “mediazione” per incontrare Dio non è la buona relazione con il Tempio, ma la buona relazione con gli altri esseri umani. Una nuova impostazione che le religioni non tollerano, perché questo significa la loro liquidazione. Per questo ci sarà sempre persecuzione e morte contro chi annuncia un cambiamento nella religione. Certo, i dirigenti religiosi elogiano sempre le buone relazioni con gli altri, ma a patto che la relazione con il Tempio sia l’elemento più importante. Questione di soldi e di prestigio. Questo Gesù non ha potuto tollerare.

6. Questo Vangelo è un invito alla speranza, all’ottimismo. Si apre una finestra sul futuro: siamo invitati a guardare. Dobbiamo guardare in alto e in avanti, perché questa nostra esistenza si fa sempre più fragile: dominata dalla solitudine, sconvolta da vuoti familiari, ricca solo di povertà affettiva. L’uomo non sa cosa dovrebbe fare, in fondo non sa neppure cosa vuole, e allora desidera solo ciò che gli altri fanno (conformismo) o fa quello che altri vogliono (totalitarismo). Sballottato tra bisogno e noia (forse più noia che bisogno), l’uomo cerca una risposta, e le risposte sono tante: il Vangelo di Mao, il Vangelo del marxismo, il Vangelo del consumismo, il Vangelo dello scientismo, il Vangelo di Cristo… Noi dobbiamo riappropriarci di questo Vangelo, riflettere sulle certezze entusiasmanti e cosmiche del Vangelo di Cristo. Pacifici nelle nostre case, indifferenti davanti al televisore, vediamo scorrerci sotto gli occhi immagini di sangue e di morte, che si proiettano da ogni parte del nostro villaggio globale, divenuto sempre più stretto e più violento.

7. Sentiamo le scottanti profezie di Cristo eppure nulla cambia nella nostra vita. Le immagini dell’apocalisse non ci scuotono, viviamo nell’illusione che terrore e violenza facciano parte di un brutto film, un film dell’horror, dal quale ci difendiamo grazie al nostro egoismo apatico. Dopo secoli di guerre e violenze, non crediamo più al ritorno di Cristo, ma neppure all’avvento di nuovi profeti. L’uomo si è stancato di attendere la salvezza dall’uomo, ma si è anche stancato di attendere la salvezza da Cristo. Non c’è sciagura che ci rattristi, né miracolo che ci convinca. Tutto ha fatto fallimento, ognuno per sé e neppure Dio è per tutti, ma ciascuno adora il suo dio, del quale non osa mai parlare. Noi cristiani abbiamo fatto della nostra fede un fatto privato; tolleranti, ridiamo di fronte a chi pubblicamente deride la nostra fede. Non siamo più buoni né per il Cristo né per l’Anticristo. Dante ci metterebbe tutti nel girone degli ignavi, di quegli che “che visser sanza 'nfamia e sanza lodo […] sciagurati che mai fur vivi” (Inferno, III).
Buona vita!

* Gruppo biblico ebraico-cristiano