Tenere viva l’attesa

Marco Bernardoni - Marcello Neri

Ci sono giorni che indulgono ad un tono depressivo. È autunno, una pioggia fastidiosa infittisce l’aria, il cielo è grigio, e grigi sembrano anche i pensieri. Il cambio dell’ora non aiuta più di tanto, viene buio prima, le giornate si sono accorciate da un pezzo, si ha l’impressione di avere meno tempo, meno forze, meno opportunità. Non accade nulla di nuovo, le cose di sempre si ripetono: il lavoro, i fastidi, e un certo senso di inutilità.

Decadenza e sfiducia

Capita a tutti, ritorna ciclicamente l’aria depressa di momenti carichi di mestizia. Non è solo una questione fisiologica, è l’aria che si respira ad essere inquinata. Viviamo tempi grigi, il nostro è un tempo di decadenza, epoca delle “passioni tristi”, che indulge al senso della fine: sono terminati i tempi della passione politica, il crollo delle ideologie ha portato ad un generale ripiegamento individualista; siamo tutti e ci sentiamo più soli.
La crisi economica ha cancellato in fretta l’euforia del boom del dopo guerra, il futuro sembra incerto, il nostro e soprattutto quello delle generazioni che si affacciano alla vita.
I giovani fuggono all’estero e la denatalità è segno evidente di un deficit di speranza. I centri delle città sono sempre pieni, i locali brulicano di gente, ma viene il sospetto che anche questo faccia parte della decadenza: «mangiavano e bevevano allegramente anche prima del diluvio e non si accorsero di nulla!».
E le Chiese? Dovrebbero essere un argine alla sfiducia, delle oasi di speranza, ma “l’aria che tira” nel mondo entra anche dalle finestre e dalle porte delle nostre chiese.
Dobbiamo fare i conti con una lenta ma inesorabile erosione della partecipazione: alle nostre celebrazioni della domenica, alle iniziative, alla partecipazione attiva, alla cura della comunità. Diventare minoranza, dimagrire ed essere più poveri, non è un esercizio senza sofferenza. Sono più le cose che finiscono che quelle che iniziano.
Anche nelle pratiche pastorali sembra che spendiamo più risorse a tenere faticosamente in vita quello che rimane piuttosto che avere le energie per creare qualcosa di nuovo.
Papa Francesco ha portato certamente un vento di freschezza e di energia che viene “dall’altro mondo”, ma la sua riforma sembra incontrare una forte opposizione proprio dentro la Chiesa, che così appare divisa e scomposta da tensioni anche sfrontate e distruttive.
Mi hanno colpito le parole di due giovani amici che mi raccontavano il loro allontanamento dalla pratica religiosa; davanti alla gioia di un matrimonio non sapevano se avesse senso celebrarlo in una Chiesa dalla quale avevano preso distanza (dalla Chiesa non dalla fede!).
«Mancava l’aria, si sentiva nella parrocchia un senso di soffocamento, la mancanza di vita. Abbiamo trovato più vita nel mondo».
Una Chiesa che si scopre minoritaria rischia il ripiegamento su sé stessa, diventa spesso autoreferenziale – come denuncia continuamente papa Francesco –, preoccupata della propria integrità, assillata da problemi di funzionamento (che incrementa la burocratizzazione), concentrata su questioni che non sono quelle della vita reale. Forse anche per questo viene da ricordare i tempi che ci precedono come tempi dove la profezia era più chiara: i tempi del Concilio, i tempi di Martini… ma oggi? Chi potremmo guardare per avere una visione che serve per guardare avanti? Papa Francesco, certo, ma di lui colpisce anche e proprio la fatica e la stanchezza che a volte trapela dal suo volto e il senso di solitudine che lo circonda.
Direte che parole come queste eccedono nel tono pessimista. Ma la mia domanda è un’altra: come si combatte il clima depressivo, come si resiste alla percezione che “manca l’aria”? Provo a raccogliere qualche esercizio di resilienza, che tento – con risultati incerti – di tenere in vita anzitutto nella mia vita di prete.

Un combattimento e un’ascesi personale

Ci sono giorni in cui è difficile iniziare, ricominciare, ripartire: all’inizio di un anno pastorale, nel riprendere le pratiche pastorali normali, nei giorni feriali, nel lavoro di sempre. I monaci parlavano del demone del mezzogiorno, dell’accidia, come di un nemico contro cui esercitare il combattimento spirituale. Occorre mantenere un ritmo di vita che non lascia spazio alla malinconia, onorare il proprio dovere con fedeltà. Mi tornano alla mente le parole di Bonhoeffer dal carcere, in Resistenza e resa: «La prima conseguenza che simili periodi di nostalgia producono è che si vorrebbe trascurare in qualche modo la scansione normale della giornata, per cui un certo disordine minaccia di penetrare nella nostra vita. Qualche volta ho avuto la tentazione di non alzarmi la mattina alle 6 come al solito – il che sarebbe stato certamente possibile – e dormire più a lungo. Finora mi è sempre riuscito di costringermi a non farlo; mi era chiaro che ciò sarebbe stato l’inizio della capitolazione, e che probabilmente ne sarebbe seguito il peggio; l’ordine esteriore e puramente personale (fare ginnastica la mattina, lavarsi con l’acqua fredda) fornisce sicuramente un certo sostegno all’ordine interiore».
Chiedo la grazia della perseveranza, di restare fedele all’opera alla quale Dio mi ha chiamato, senza guardare ai risultati immediati, senza cedere al disordine interiore ed esteriore. Rimetto a posto la scrivania, metto in ordine i pensieri e riprendo il lavoro di sempre.

Tenere viva l’attesa

Tra le cose che non si deve tralasciare è la cura della vita spirituale, i tempi della preghiera, i momenti in cui fermarsi in ascolto della Parola. Iniziare ogni giorno con la lode e l’ascolto libera dal ripiegamento su di sé. Non che questo sia senza una lotta: la Parola di Dio a volte sembra oscura, non si lascia facilmente decifrare, ingaggia con noi una lotta. Occorre attendere, semplicemente attendere, che il Signore torni a parlare al cuore, che la sua Parola porti ancora un po’ di luce, quella che basta per il prossimo passo. Solo ciò che è maturato interiormente, frutto di una lenta e sofferta macerazione, diventa poi stimolo e nutrimento per avere la forza che serve, per fendere la coltre che rende tutto più grigio.
Questi sono tempi in cui occorre maturare, nel segreto e nel silenzio, intuizioni e pensieri, sentimenti e forze, che poi potranno essere spese non per conseguire risultati immediati e gratificanti, ma per costruire qualcosa che regga il passare del tempo.
La Parola di Dio, certo, ma non solo. Ho scoperto come siano preziose le parole di chi ha lasciato una traccia e un pensiero degni di rimanere.
Servono buone letture, libri amici che seminano pensieri profondi. Qualche buon romanzo, qualche libro di filosofia e teologia, spesso una poesia hanno tenuto viva la mia vita spirituale.

Una questione di stile: l’ironia

Un amico mi ha dato questo buon consiglio: «Se ci sentiamo o ci vediamo, non lasciamo che tra noi prevalgano le parole di lamentazioni e non perdiamo l’occasione di prenderci in giro». L’ironia e soprattutto l’autoironia sono quel tocco che alleggerisce il peso dei giorni, che permette di non prendersi troppo sul serio, che relativizza le proprie fatiche, contrasta il risentimento.
L’ironia è propria di chi coltiva uno sguardo diverso, altro, contemplativo, come ci richiama con grande saggezza una monaca: «Non siamo l’ombelico del mondo, siamo in un margine, che però si scopre essere margine benedetto e amato. Chi non ha nulla da difendere, in quanto sa di essere difeso e ospitato dalle mani affidabili del Signore, non ha la preoccupazione della propria faccia, non cerca nell’altro la conferma di sé: questi sa ridere davvero, a cuore largo. I santi sono dotati di grande umorismo: penso ad esempio a Filippo Neri o a Teresa d’Ávila. E non posso dimenticare Scolastica: il suo incontro con Benedetto è tutto nel segno dell’ironia» (M.G. Angelini).

L’aderenza alla vita reale, l’immersione nell’umano comune

Oltre all’ascolto della Parola, mi sostiene l’ascolto della vita reale, la compagnia con gli uomini e le donne che la vita mi mette accanto, nell’esistenza ordinaria. Mi sembra che proprio lì, nella vita comune, Dio continui a parlare. Credo sia la grazia dell’essere pastore, ovvero del vivere “in mezzo” alla gente, di avere l’odore delle pecore – come dice papa Francesco. Senza poter contare su risposte pronte ogni volta, piuttosto in ascolto, per imparare la grammatica della vita, per riconoscere dove la vita “pulsa”, come il sangue che irrora il corpo e lo tiene in vita.
Questi frammenti di vita sono a volte nascosti e minimi, ma sono luoghi dove l’umano fronteggia la morte in nome della speranza. Una vita che nasce, la lotta contro una malattia, gli affetti familiari con i loro drammi, il lavoro fatto con onesta professionalità, l’amicizia che sostiene nei frangenti della vita, una cena condivisa con gli amici, il gesto di chi si offre per un aiuto gratuito… e ti accorgi che la speranza serpeggia nascosta nelle trame della vita e, malgrado il cinismo e l’egoismo che trionfano, sotto la cenere le braci dell’umano sono ancora calde.
Chiedo l’umiltà di imparare a vivere dagli uomini che la vita mi fa incontrare, vicini e lontani, credenti e non, ma che trovano il coraggio di vivere, la fede elementare che serve per ogni giorno.

Restare aperti alle sorprese di Dio

Infine, occorre lasciare che la vita offra dei margini di novità. Non tutto è deciso, non tutto è finito, non tutto è scontato. Ci sono cose che accadono impreviste e indeducibili, ci sono momenti inattesi e squarci di luce che come un fulmine rischiarano improvvisamente il panorama, anche solo per un attimo. Ma se cedessimo al clima depressivo non saremmo in grado neppure di accorgerci del bene che appare, dei germogli che nutrono la speranza.
Questo chiede di accettare momenti nei quali non ci è dato di fare e dire nulla, di accettare di non poter – da noi stessi – cambiare qualcosa, trovare le soluzioni a situazioni difficili. Siamo impotenti, ma senza cedere. Si tratta di resistere in una inoperosità che lascia aperto uno spazio all’imprevedibile.
Non è forse questa l’attesa?

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November 28, 2019