Incontro con

Antonio Prete

su Giacomo Leopardi

[Il 26 novembre 2004, alle ore 11.00, nell’Auditorium-Biblioteca del Liceo Scientifico Statale “Antonio Vallone” di Galatina, il prof. Antonio Prete, ordinario di Letterature comparate presso l’Università di Siena, ha tenuto una lezione su Giacomo Leopardi davanti ad una affollata platea di studenti del Liceo, presente una folta delegazione di studenti del Liceo classico e dell’Istituto psico-pedagogico, accompagnata dal Dirigente scolastico e dagli Insegnanti. Ha presieduto i lavori la Dirigente scolastica del Liceo Scientifico, professoressa Licia Ciliberti. Il testo integrale dell’ incontro è stato sbobinato diligentemente da Roberta Marra, studentessa del Liceo Scientifico “Antonio Vallone” (classe IV D) e pubblicato nei "Quaderni della Biblioteca" del Liceo Scientifico Statale "Antonio Vallone" di Galatina, n. 1, a cura di Gianluca Virgilio. Tutti i testi sono stati rivisti dagli autori].

Licia Ciliberti (Dirigente scolastico)
Ringrazio tutti i partecipanti a questo incontro e in particolare il professore Antonio Prete che ci onora oggi qui della sua presenza.
Su “Il Galatino” del 12 novembre scorso è stato pubblicato un bellissimo articolo di Gianluca Virgilio dal titolo Una lunga fedeltà, dedicato all’opera leopardiana di Antonio Prete: attraverso tale articolo, che sarà messo a disposizione di tutti voi, è possibile ricostruire in parte la biografia umana e culturale del professore Prete ed, in particolare, quanto in essa sia frutto dei suoi studi su Leopardi. Ho sottolineato di tale articolo alcuni passaggi che mi hanno colpito particolarmente: “Leopardi è presenza costante negli studi e nella mia vita” afferma il prof. Prete. È un concetto bellissimo, la cui profondità sento impossibile esprimere adeguatamente. Anche il professore Virgilio afferma nel suo scritto lo stesso assioma: Leopardi e il professore Prete sono diventati una presenza costante nella sua vita. Tutto ciò a testimonianza di quanto un amore fedele ad un autore non solo permei la vita dello stesso critico letterario, ma diventi a sua volta “veicolo” di rinnovata scoperta e fedeltà per chi, attraverso quest’ultimo, impara ad aggirarsi nelle profondità del sentire leopardiano.
Ho finito di leggere in questi giorni un libro, che è diventato un best seller, di Paola Mastrocola, La scuola raccontata al mio cane. È la rilettura personale che un’ insegnante di letteratura italiana di un Liceo di Torino fa della “scuola dell’autonomia” e, in particolare, di come un docente innamorato della letteratura vive la scuola di oggi.
Questo libro, la cui lettura consiglio vivamente ai giovani, rappresenta un approccio narrativo, dallo stile agile e piacevole, per arrivare a capire il perché ancora oggi ha un senso lo studiare la letteratura. L’autrice indica il senso ultimo del suo insegnamento nell’amore della letteratura, che è qualcosa di diverso dalla comunicazione, perché ad essa arriviamo attraverso un lungo cammino sorretti dal nostro sentire e dal nostro pensiero. Amare la letteratura significa, in ogni approccio ad un autore, intraprendere “un viaggio della mente”, concetto quest’ultimo che ritroviamo anche nell’articolo del professore Virgilio quando parla dell’opera di Antonio Prete. Per comprendere a fondo un “grande” noi in qualità di lettori dobbiamo lasciare i fantasmi dell’immediato ed incamminarci lungo un viaggio nel tempo e nella conoscenza. E quando pensiamo - ed è un concetto presente in molte opere del professore Prete - di essere arrivati a possedere tutta un’opera di un autore, compare all’improvviso dinanzi a noi un altro scenario che ci pone dei dubbi e degli interrogativi e che ci fa riprendere la ricerca del suo senso ultimo. Tutto questo per che cosa? Perché c’è, come afferma la Mastrocola, una koiné culturale alla quale l’uomo non può rinunciare. Perdere la conoscenza dei grandi della letteratura significa perdere qualcosa della identità culturale dell’umanità che non ritroveremo più alla fine del nostro cammino quando inesorabilmente siamo chiamati a fare i conti ultimi con il senso del nostro “passaggio”.
La lettura di autori come Leopardi rappresenta, quindi, in ogni tempo una guida che accende nell’uomo l’interrogativo incessante sul suo essere e sul senso ultimo dell’esistenza.
Io non voglio rubare altro tempo, ma sono convinta che oggi noi tenteremo di fare un piccolo tratto di questo “viaggio della mente” e che il professore Prete accenderà nelle vostre menti quell’entusiasmo che solo voi giovani avete.
Grazie di nuovo a tutti per essere qui.

Gianluca Virgilio (Docente)
Vi ringrazio anch’io per essere venuti così numerosi. È per me veramente un piacere vedere tutte queste persone che sono riunite per sentir parlare di Leopardi: è una cosa molto strana al giorno d’oggi. Il mio compito è quello di presentarvi Antonio Prete che è venuto qui a parlare con noi di Leopardi. Chi è Antonio Prete? Antonio Prete è innanzitutto uno studioso di Leopardi: studia Leopardi da almeno un trentennio. Ma non è soltanto questo. È un narratore - e voglio citarvi tra tutti l’ultimo libro, Trenta gradi all’ombra, edito da Nottetempo - ed è un critico letterario che spazia nelle varie letterature europee. Oltre a questo è un traduttore - ricordo a questo proposito la recente traduzione integrale di Le fleurs du mal di Baudelaire, per Feltrinelli, che non è ancora presente nella nostra biblioteca, ma lo sarà presto. Naturalmente adesso non parleremo di tutta la produzione di Antonio Prete, ma restringeremo il campo a Leopardi. Vorrei parlarvi proprio della trilogia leopardiana di Prete.
Antonio Prete pubblica il primo libro su Leopardi nel 1980, Il pensiero poetante, edito da Feltrinelli, un titolo dal significato profondo, che cercherò adesso di spiegare. In questo libro Prete segue la riflessione leopardiana sul rapporto tra poesia e filosofia, che si sviluppa per tutto lo Zibaldone sin dalle prime pagine. Dice Prete che “la poesia e la filosofia si muovono sulla stessa scena dell’immaginazione” (p. 80). “Il poeta e il filosofo” egli scrive “si possono scambiare i ruoli, e l’immagine apparire propria della filosofia, come l’analisi della poesia” (p. 81). Tutto ciò è detto contro una tradizione classicistica e scolastica che “riporta la poesia nello spazio dello “stile” – tecnica, retorica, modelli – relegando a un fuori della poesia la ‘novità de’ pensieri’” e “separando stile e pensiero” (p. 81). Che cosa vuol dire con queste parole? Noi non dobbiamo separare la poesia dalla filosofia; dobbiamo intenderle come un unico campo del sapere; nella filosofia agisce la poesia e nella poesia agisce il pensiero, il pensiero che diventa poetante. L’errore più grave, anche della nostra esperienza scolastica, l’errore che commettiamo ancora oggi, è quello di separare questi due campi e di studiare la poesia in maniera formalistica, quando invece la poesia è pensiero, pensiero poetante, dice Prete. È un gravissimo errore, dunque, separare la filosofia dalla poesia. Scrive Leopardi: “Chi… non ha mai letto o sentito i poeti, non può assolutamente essere un grande, vero e perfetto filosofo, anzi non sarà mai se non un filosofo dimezzato, di corta vista, di colpo d’occhio assai debole…” (Zib. 1833, 4 ottobre 1821).
Giungiamo alla seconda tappa di questa trilogia: Finitudine e Infinito. Da questo libro, che è del 1998, isolo solo la nozione di indefinito, è di questo che vi voglio parlare. Che cosa è l’indefinito? Per rispondere a questa domanda, parto da Leopardi. Dice Leopardi: “L’anima s’immagina quello che non vede, che quell’albero, quella siepe, quella torre gli nasconde, e va errando in uno spazio immaginario, e si figura cose che non potrebbe se la sua vista si estendesse da per tutto, perché il reale escluderebbe l’imaginario.” (Zib. 171). (luglio 1820) Dunque, perché ci sia l’ indefinito occorre un ostacolo, occorre una siepe, come recita L’Infinito. “Io nel pensier mi fingo” scrive Leopardi, cioè immagino tutto quello che vi è al di là della siepe, ma stando al di qua della siepe, avendo davanti a me un ostacolo, perché altrimenti il reale escluderebbe l’immaginario. Leopardi scrive ancora: “Circa le sensazioni che piacciono pel solo indefinito puoi vedere il mio idillio sull’infinito, e richiamar l’idea di una campagna arditamente decliva in guisa che la vista in certa lontananza non arrivi alla valle; e quella di un filare d’alberi, la cui fine si perda di vista, o per la lunghezza del filare, o perch’esso pure sia posto in declivo ec. ec. Una fabbrica, una torre ec. veduta in modo che ella paia innalzarsi sola sopra l’orizzonte, e questo non si veda, produce un contrasto efficacissimo e sublimissimo tra il finito e l’indefinito ec. ec. ec. (1 agosto 1821)”. (Zib 1430-1431). Se noi vediamo questo filare di alberi, lo vediamo dall’inizio alla fine in modo preciso, non si crea in noi l’idea dell’indefinito. Ma se noi perdiamo di vista il luogo dove ha termine questo filare di alberi, allora nella nostra mente subentra l’immaginazione e scatta in noi l’idea dell’indefinito, non dell’infinito, perché per infinito si intende qualcosa d’altro, cioè la possibilità di intuirlo, di immaginarlo attraverso il senso dell’indefinito che solo noi possiamo attingere, essendo mortali e limitati, sottoposti come siamo alle leggi di natura. Ora sentiamo come Prete dice questa cosa: “L’indefinito ha una funzione vicaria nei confronti dell’infinito, è in un certo senso il suo illusorio addomesticamento, la sua terrestre pronunciabilità. Figura di una prossimità visibile-invisibile, laddove l’infinito è figura dell’assoluta lontananza e dell’immaginabile”. (pp. 38-39). Prete vuol dire che l’indefinito rende a noi familiare l’idea di infinito, che noi ci illudiamo di attingere attraverso di esso. In realtà, l’infinito rimane sempre lontano, irraggiungibile o attingibile soltanto nella misura in cui noi riusciamo a provare la sensazione del vago e dell’indefinito. L’indefinito è la sua terrestre pronunciabilità, ciò che noi possiamo dire di esso, figura ovvero metafora del confine tra visibile e invisibile, laddove l’infinito è la figura dell’assoluta lontananza dell’immaginabile. Questa è la spiegazione della differenza, fondamentale in Leopardi, tra indefinito e infinito, che noi dobbiamo a Prete.
Vengo all’ultima raccolta, il terzo titolo della trilogia leopardiana di Prete: Il fiore e il deserto. Leggendo Leopardi. In questo libro, edito da Donzelli pochi mesi fa (marzo 2004) sono raccolti i saggi degli ultimi sei anni. Il pensiero di Prete su Leopardi si approfondisce, si precisa. Il fiore e il deserto è il binomio di tutta la filosofia leopardiana colta nel suo momento culminante. Penso in particolare alla Ginestra. Il deserto evoca l’aridità, il nulla del mondo, la caducità dell’uomo. In un paesaggio lunare, spettrale, dove non c’è ombra umana, dove le eruzioni del Vesuvio hanno prodotto il deserto tutto intorno, proprio in questo paesaggio nasce il fiore della ginestra, cioè nasce la possibilità di fare poesia, la possibilità che la poesia riviva nel mondo contemporaneo; perché io credo che il pensiero leopardiano sia un pensiero che riguarda noi uomini del presente. Prete parla a questo proposito di “dolce e tragica alleanza tra il deserto e il fiore”. Sono queste definizioni molto belle che rimangono impresse nella memoria. Un’alleanza tra il nulla del mondo, semplice parvenza, e la poesia che cresce rigogliosa su questo nulla. Tutto questo è piuttosto difficile da accettare nella società delle false certezze, dell’ottimismo portato agli estremi limiti, la società della pubblicità. Ricordo che a Frascati Gianni Celati ci diceva a questo proposito che dobbiamo leggere il pensiero e la poesia leopardiani su questo sfondo, quello della società di oggi che ci mette davanti a dei miti in cui un ottimismo spensierato regna sovrano. Proviamo a leggere in questo modo Leopardi, e proviamo a capire che senso ha. Nella negatività del mondo noi possiamo ancora trovare la poesia. Dice Prete: “La poesia, come la ginestra, cresce nel deserto” (p. 25). E ancora: “Tutta la poesia leopardiana è un fiore del nulla” (p. 25).
Ma io la smetto ora di citare Prete e lascio a lui la parola.

Antonio Prete

Grazie per questo invito, grazie anche alla preside per le parole che ha detto e grazie al professore Virgilio per questa presentazione perché già ha proposto alcune possibili riflessioni intorno a Leopardi. Mi piacerebbe che venissero fuori delle domande da parte vostra, che facessimo un dialogo, perché l’aspetto più interessante della scuola è il dialogo, la possibilità di conversare insieme e conversando conoscere, approfondire, scoprire.
Già il professore Virgilio ha accennato a una serie di cose interessanti su Leopardi, alcuni punti che potrei riprendere.
Partirei anzitutto da un discorso personale e autobiografico dato che mi trovo in una scuola e in un paese non lontani dal paese dove io sono nato, dove ho passato l’infanzia e l’adolescenza, cioè Copertino. Tante volte ho fatto in bicicletta, da ragazzo, Copertino–Galatina o paesi vicini, quando andare in bicicletta era più consueto di oggi perché c’erano poche macchine in circolazione.
Da adolescente ho cominciato, proprio mentre studiavo come voi, sui banchi di scuola, a conoscere Leopardi. Mi ha colpito soprattutto un fatto, da ragazzo: la presenza assidua della luna. La luna, anche nel nostro paesaggio salentino, è una presenza forte perché in pianura, soprattutto certe notti, la luna piena dà una presenza alle cose, cioè rende tutte le cose (le piante le persone gli oggetti) più presenti, pur nascondendoli; la luce lunare ha questa doppia capacità: da una parte nasconde le cose nell’ombra, dall’altra, proprio perché c’è la luce nell’ombra, le rivela; insieme vela e rivela le cose, le nasconde e le mostra. Nella luce lunare le cose sono indefinite, i contorni non li vediamo bene, però vediamo che c’è un albero, un muro, una siepe, una strada, ecc.. Credo, quindi, che questa esperienza della luce lunare e del rapporto tra luce ed ombra che la luna crea, della luna che appare solennemente, nella sua quasi sacralità come fosse una divinità che si leva nello spazio notturno e sorge e tramonta, ciascuno di voi l’abbia vissuta e la viva e la può vivere con un certo incantamento. Io, da ragazzo, avevo percepito questa particolare magia della presenza lunare. Quando lessi Leopardi per la prima volta, scoprii che è il poeta della luna, il poeta che ha dato alla luna versi bellissimi, che ha fatto apparire la luna nei suoi versi in tante situazioni, in tanti modi, in tante forme e che ha riflettuto con la sua poesia sulla natura di questa luce lunare. E quando, sempre nell’adolescenza, durante il primo viaggio dal Sud, andai a vedere l’Appennino dell’Italia centrale, attorno ad Assisi e poi a Recanati, mi accadde che nella notte, dalla vetrata dell’albergo, scorsi una luna splendida, straordinaria; non riuscivo ad andare a dormire perché quella luna mi affascinava e ritrovavo lì la luna leopardiana, appenninica, non più la luna del Salento, che è una luna che sorge sulla pianura e tramonta magari nel mare o dietro un mantello di ulivi; eppure questa luna aveva le stesse caratteristiche, dal punto di vista della luce, di quella che avevo visto da ragazzo nel Salento. Allora nacque il rapporto con Leopardi, a quell’epoca risale l’inizio di un amore, di una passione per Leopardi e per la sua scrittura; e in questa nascita di un amore letterario, come spesso accade anche per altri tipi di amore, la luna è stata complice, la luna del Salento e l’esperienza della luna appenninica, che ha sempre un rapporto diretto con la linea oscura del monte e il cui tramonto è totale: come dice Leopardi in un verso del Tramonto della luna: “Scende la luna; e si scolora il mondo"; “scende la luna”, e vi è una cesura, un intervallo, una pausa, “e si scolora il mondo”, seconda parte del verso che chiamiamo emistichio, che ha quasi un’intonazione barocca, dice una dilatazione assoluta. È questa l’esperienza della luna appenninica che tramontando dietro il monte in realtà non è ancora tramontata perché dietro quel monte c’è una valle, e la luna è ancora su quella valle, ma non la si vede più; e quindi devo immaginare una luna che c’è ma che allo stesso tempo non c’è davanti ai miei occhi: ecco il discorso leopardiano sulle cose che io vedo sapendo che dietro c’è un’altra cosa; ma è quell’altra cosa che c’è dietro che è importante, perché risveglia l’immaginazione, attiva la rappresentazione mentale. Quando sorge la luna nei componimenti di Leopardi, il poeta non solo la guarda, ma comincia, attraverso la luce lunare, a rivolgersi verso di sé, alla propria interiorità. Pensiamo al libro dei Canti, magari nell’edizione di Firenze del 1831: quando appare la luna, notiamo l’apertura di un teatro interiore, cioè il poeta mette in scena un “io” lirico, che non va identificato con l’ “io” biografico, ma che sta ad indicare anche l’ “io“ di un qualunque lettore. Dobbiamo leggere la poesia non come pura rappresentazione di un “io” dell’ autore, ma come rappresentazione di un teatro in cui siamo noi e il “tu” convocati accanto a quell’”io”. Quando appare la luna, lo sguardo del poeta si muove verso la propria interiorità, verso la coscienza, le ombre della coscienza; è come se con la sua luce la luna volesse scoprire qualcosa che è nascosto dietro le ombre, rivelasse ciò che è nascosto nella coscienza, qualcosa che abbiamo dimenticato. Il poeta con questa luce fa muovere verso la lingua qualcosa che era perduto, nascosto: ecco l’infanzia, il ricordo che viene dall’infanzia, quello che Leopardi chiama ricordanza. Questa luce lunare non solo rivela il paesaggio e lo vela allo stesso tempo, ma rivela qualcosa che è nascosto nel paesaggio interiore, dentro la coscienza, nelle ombre della coscienza, e che possiamo chiamare oblio, qualcosa di dimenticato, un ricordo dell’infanzia, un’immagine che sale da lontano, che era perduta e che il poeta coglie nel linguaggio e fa vivere nel linguaggio. Perché la poesia ha questo compito: come dice Foscolo, “vince di mille secoli il silenzio”, cioè la poesia trapassa il tempo della dimenticanza. Noi viviamo esperienze che rimangono chiuse in una prigione che è l’oblio: esperienze, incontri, voci e tutto quello che viviamo, allontanandoci noi nel tempo, vengono ovattate, imprigionate nell’oblio, come se l’oblio fosse una scatola, uno scrigno che chiude il nostro vissuto. Le cose vissute sono ancora nel nostro corpo, nella nostra mente, ma sono chiuse, sigillate, e ci sono delle occasioni esterne - per Leopardi è il sorgere della luna, per Proust un raggio di luce, il volo di un uccello radente sul ramo di un albero, il campanile percepito in lontananza a una curva della strada- insomma c’è una cosa inattesa che all’improvviso rivela ciò che abbiamo dimenticato. La poesia è il linguaggio che accoglie quello che è dimenticato, è in relazione con il tempo. Il tempo è irreversibile, una volta che è passato non torna, è passato, diventa cenere, diventa qualcosa di vissuto e basta. Leopardi è angosciato da questa percezione del tempo. Nello Zibaldone ci sono delle frasi molto intense su questo argomento, sul tempo che è finito, che non torna più. Leopardi ci racconta che quando era bambino si svegliava all’improvviso angosciato quando sentiva qualche suono che dava il segnale della partenza di una persona, per esempio di quella cugina che aveva fatto visita in casa Leopardi, e pensava all’idea che quella persona non l’avrebbe mai più vista, che non sarebbe più tornata, e non poteva pronunciare quel “mai più” se non con una grande angoscia. Leopardi aveva il senso forte dell’irreversibile, cioè che il tempo arriva e si allontana. Mentre nello spazio c’è la possibilità di tornare indietro, nel tempo questo non è possibile.
La poesia è quell’insieme di ritmi, di tecniche, di regole che accoglie dal tempo finito qualcosa che di per sé non potrebbe tornare; la poesia trafora l’irreversibilità del tempo e fa apparire qualcosa che era sparito. Leopardi nelle Ricordanze fa apparire le immagini della sua infanzia, della sua adolescenza. Quando è a Pisa, nel ’27, comincia a pensare improvvisamente ad una figura, ad una voce che non sente più e che torna nella sua mente: è il canto di una ragazza che aveva ascoltato nella prima giovinezza: il canto della tessitrice, di Silvia. E così nasce la poesia A Silvia, e Silvia diventa presente: “Silvia, rimembri ancora” – il poeta si rivolge a Silvia come se fosse lì, accanto a lui – “quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”. Ecco il miracolo della poesia: un verso bellissimo a cui ho dedicato nel libro che il professore Virgilio citava, Il deserto e il fiore, un saggio; questo verso recitato così sembrerebbe uno dei tanti versi, ma questi due aggettivi – ridenti e fuggitivi - non sono mai stati usati nella poesia italiana in questo modo. È stata usata la parola ridente per descrivere gli occhi di Beatrice, anche da Petrarca per Laura e dagli stilnovisti, oppure l’aggettivo fuggitivo è usato da Tasso, ma ridenti e fuggitivi insieme viene usato da Leopardi come un hapax, come una cosa insolita, causando un effetto straordinario. Così nasce A Silvia, così nascono altri versi leopardiani: attraverso questo tempo irreversibile - che è oblio, prigione, perdita, mancanza, fine - torna qualcosa; la poesia rende vivo quel che non c’è, ravviva, permette che una cosa che non c’è più torni ad essere nel linguaggio, diventi una presenza. Questa è la forza della poesia: portare alla presenza qualcosa che non c’è più. Quando dico portare alla presenza, dico rappresentare: la funzione vera dell’arte è quella di portare alla presenza, rappresentare: i Greci usavano una parola per dire questo, usavano la parola poiesis e il verbo poiein. La poiesis per i Greci, come Platone fa dire a Socrate nel Simposio, era questo portare alla presenza qualcosa che non esisteva. Far sì che quel che non è sia. Il poeta era colui che creava, infatti la parola poiesis in italiano è tradotta “creazione”, ma se vogliamo approfondire questa parola dobbiamo tradurla con “rappresentare”, cioè portare alla presenza. La poesia di Leopardi è questo continuo portare alla presenza qualcosa che era sommerso, che era perduto; e per questo Leopardi coinvolge anche i giovani, la sua è una poesia giovanile; dovete pensare che la poesia più famosa della letteratura italiana e tradotta in più lingue è L’infinito”: è la poesia che ha più traduzioni in lingue europee, africane, ispano-americane, asiatiche, in arabo e in tante varianti del dialetto arabo. Questa poesia è stata scritta a ventuno anni, quando Leopardi è un giovane quasi della vostra età. Ma già a sedici, diciassette, diciotto anni Leopardi ha scritto dei versi e dei testi anche di riflessione che sono straordinari: La storia dell’astronomia, per esempio, e il Saggio sopra gli errori popolari degli antichi sono due opere in prosa filologiche, di grande erudizione che Leopardi ha scritto da adolescente, alla vostra età o anche qualche anno prima, perché aveva una formazione classica estesissima e una passione particolare per il mondo antico, per le lingue antiche. Dopo aver appreso benissimo il latino ed il greco (si adoperava già da adolescente a scrivere in greco e a leggere direttamente i greci) era passato a studiare l’ebraico, scriveva scorrevolmente in francese, leggeva l’inglese e lo spagnolo. Passioni di un adolescente che viveva a Recanati in un palazzo nobiliare, totalmente immerso in questa grande biblioteca paterna della quale sarebbe interessante raccontare tutta la storia – di come Leopardi ragazzo si trovò in casa sedicimila volumi e come il padre aveva raccolto tutti questi volumi. Leopardi è un poeta, un filosofo, uno scrittore che già nell’adolescenza comincia a pensare con profondità e a scrivere, e quindi voi ragazzi dovete sentirlo come prossimo, perché alla vostra età ha scritto grandi cose.
Dicevo delle Ricordanze: Leopardi definisce la ricordanza anche sul piano teorico. Leopardi infatti non è solo un poeta. È anzitutto uno che pensa: la sua poesia è il punto di filtro, è l’esperienza affinata, quasi distillata di un pensiero. Leopardi è un pensatore, un filosofo: lo Zibaldone - quella serie di quaderni che comincia a scrivere nel ‘17-‘18 e chiude nel ‘32, quindi dai 19-20 anni fino ai 34 anni, che si porterà dietro in tutti gli spostamenti chiusi in alcune casse - è lo smisurato manoscritto che rappresenta il deposito di un pensiero filosofico straordinario, il più grande momento della filosofia italiana dell’ 800, ed è di un’intensità, di una ricchezza che si può definire una selva di saperi. Vi troviamo riflessioni di carattere metafisico, teorie letterarie, delle riflessioni sul gusto, sul piacere, sulla vita quotidiana, parti autobiografiche, riflessioni sulla politica, sul dispotismo, sull’eguaglianza, sul rapporto tra eguaglianza e potere, sulla scienza, sulla lingua e le lingue, sulle guerre, sull’antropologia, sugli animali: lo Zibaldone è davvero una miniera su cui dovreste ogni tanto sporgervi per prendere qualche passaggio, qualche elemento, qualche frammento. È un insieme di frammenti che si muovono verso tanti campi tematici più unitari.
Leopardi è un poeta che pensa. L’espressione è di Nietzsche, riferita appunto a Leopardi. Non dobbiamo separare, dunque, la poesia dalla filosofia di Leopardi. Quello di Leopardi è un Pensiero poetante (così intitolai il mio primo libro leopardiano, che proponeva appunto una lettura di Leopardi che non separasse la poesia dal pensiero filosofico). Nella filosofia leopardiana troviamo un’idea di filosofia diversa da quella tradizionale, e da quella moderna, ma una filosofia che si apre alla vita, come la poesia, una filosofia che diventa interrogativa, che non si chiude nel sistema, che attraversa il mondo della perplessità, del dubbio ed anche una filosofia che si pone come scrittura, così come nella poesia troviamo un movimento filosofico, interrogativo, aperto sulle domande ultime, sulle domande che più importano. Finalmente, dopo una serie di ristampe, Il pensiero poetante verrà stampato da Feltrinelli riversato in edizione economica (così potrà forse circolare tra i più giovani).
Voglio chiudere questa chiacchierata, cominciata dall’esperienza adolescenziale della luna ritrovata in Leopardi, se avete ancora qualche minuto di pazienza, ricordando la poesia L’Infinito che prima il professore Virgilio menzionava, perché è la poesia italiana, come ho già detto, più tradotta; è una poesia sulla quale anche degli scienziati e dei filosofi stranieri hanno detto che c’è un’idea di infinito che uno scienziato può condividere; quindi non è solo una poesia, ma è anche una meditazione, una riflessione scientifica sull’infinito. Adesso passo a leggerla mentre voi la ripasserete nella vostra mente. Se qualcuno non l’ha presente, la ascolti, anche se suppongo che tutti almeno una volta l’abbiate sentita, e poi cercherò di fare qualche osservazione su questa poesia:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovviene l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Ora dedichiamo qualche minuto alla riflessione intorno a questa grande poesia che, tra l’altro, per quelli che fanno l’ultimo anno del liceo, credo che sia una poesia da tener presente perché è proprio una specie di viatico che uno si porta con sé dopo il liceo. Qui potremmo sostare quanto vogliamo, ma vi assicuro che cercherò di essere il più breve possibile.
Una poesia di questo tipo ci fa pensare ad una voce nascosta: non è la mia voce che voi avete ascoltato prima, ma è la voce del poeta che ognuno di noi, leggendo una poesia, riesce a ricomporre. Per questo, L’ infinito può essere letto in tanti modi; per esempio c’è una lettura de L’infinito di un grande salentino come Carmelo Bene che sottolinea volutamente, nell’ultimo verso, il movimento di dilatazione assoluta. La voce va naufragando nel mare, e quindi c’è una specie di sospensione prolungata del finale. Carmelo Bene, se voi avrete l’occasione di ascoltare l’incisione della sua lettura de L’infinito, ha dato una sua interpretazione, perché ogni lettura è un’interpretazione, e ha voluto interpretare l’ultimo verso come veramente un perdersi della voce nel mare, perché Carmelo Bene dava molto rilievo a quello che lui chiamava phoné, appunto alla voce.
Il primo verso e l’ultimo verso hanno qualcosa in comune: Sempre caro mi fu quest’ermo colle e l’ultimo verso e il naufragar m’è dolce in questo mare: cosa c’ è in comune? Al centro del primo e dell’ultimo verso c’è “mi”, c’è l’io, c’è il corpo. Il corpo compare proprio nella poesia de L’infinito, una poesia dedicata all’infinito: ebbene, questa è la forza di Leopardi, parlare del corpo, rendere presente il corpo, i sensi, in una poesia che rappresenta un’odissea della mente, dell’immaginazione che tenta di rappresentare l’infinito. Sempre caro mi fu, quindi un movimento affettivo, il sempre, questo ermo colle, il colle solitario, e quella siepe; ma vedete subito, e questo l’avrete notato tutti, che la poesia de L’infinito non solo è la poesia della presenza del corpo, ma è una poesia della presenza forte del questo e del quello, la presenza di quegli elementi che i linguisti chiamano deittici, cioè gli aggettivi dimostrativi; questo e quello sono presenti quasi a voler tenersi attaccati a qualcosa di concreto; ma la poesia in realtà è come un tema musicale, ha due grandi movimenti: un primo movimento che è un adagio musicale vero e proprio, ed è un movimento molto aperto, per cui il poeta, quello che dice “io”, cerca di rappresentare, di rendere presente alla mente, nella mente, l’infinito, cerca di raccogliere, fingere, nella mente l’infinito. Ma questa esperienza, questa avventura porta a nulla, è un’esperienza che porta allo smarrimento, perché voler rappresentare l’infinito a partire dal limite, da quello che impedisce di vedere oltre, cioè dal colle, dalla siepe, dall’ultimo orizzonte, vuol dire immaginare, stare fermi, seduti – sedendo e mirando - in una posizione meditativa e contemplativa quasi orientale. È la contemplazione, analoga alla contemplazione dell’infinito rappresentata dal pittore romantico Friedrich (anche se lì il personaggio è in piedi). Per Leopardi questo vuol dire tentare di rappresentare l’infinito attraverso l’estremo, cioè gli interminati spazi, cioè spazi senza fine, non terminati, senza termine, i sovrumani silenzi, cioè silenzi al di là dell’umano, la profondissima quiete, cioè quiete più profonda del profondo: quindi la mente tenta di avere esperienza dell’eccesso, dell’oltre-limite e però si accorge che non riesce, nonostante questa grande odissea nell’estremo, a rappresentare l’infinito: il pensiero mostra il suo limite, la sua incapacità, e anzi il corpo ha un tremito, il cuore si spaura. E comincia un secondo movimento. Il secondo movimento comincia da un senso, l’udito: prima era la mente che immaginava, adesso è l’udire posto al centro dell’attenzione. È come l’ascolto dello stormire, tema romantico che ritroviamo nella poesia di Keats e d’altri poeti.
Il poeta, il soggetto poetante, ode il vento tra le piante: questa presenza così concreta, così definita, del vento tra le piante porta il poeta ad una comparazione con quella forma dell’infinito spaziale e temporale che è l’eterno. Ma la comparazione non riesce perché il poeta che vuole comparare questa voce con quell’infinito silenzio, vuole, in questo momento, in questo istante, comparare la stagione che freme, che è viva e dall’altra parte invece, le morte stagioni, il tempo perduto, irreversibile, vuole mettere insieme, accostare il suono di questo tempo con il suono dell’oltre-tempo che è l’eterno; questa comparazione il poeta non la regge, non riesce a mettere insieme questa presenza vocale del vento con la cancellazione di questa presenza, questo tempo con l’altro tempo che non c’è più e quindi non può apparire di nuovo. Questo secondo tentativo di rappresentare l’infinito naufraga in quella immensità che il poeta cerca di evocare. Ed è l’esperienza di un naufragio dei sensi, della mente: l’impossibilità di dire l’infinito. Ma in questa odissea, in questa avventura della mente la poesia fa esperienza di un passaggio delle cose, dei sensi, dell’ascolto, della natura; si conosce, avverte che c’è un insondabile, un oltre-limite, un infinito di cui non possiamo mai appropriarci. La poesia de L’infinito è la poesia dell’esperienza forte dei sensi, del naufragio dei sensi, ma che ci dà la consapevolezza che al di là dei sensi vi è un oltre-limite; e dunque l’ultimo verso, il naufragar m’è dolce in questo mare, fa apparire il corpo come una zattera. In questo naufragio c’è un io, un corpo che è la zattera a cui mi attacco per sopravvivere. Un richiamo dei sensi, della loro dolcezza, proprio in questa impossibilità di dire l’infinito. Il pensiero mostra la sua impotenza: L’infinito è una poesia che dice come il pensiero dell’uomo sia impotente nel rappresentare l’infinito. La filosofia, d’altra parte, non può dire l’infinito perché l’infinito coincide col nulla (lo dirà Leopardi nello Zibaldone) e l’infinito e il nulla non si possono dire se non nel linguaggio. In quanto linguaggio non sono più infinito, ma parole, figure, approssimazioni. In questo naufragio, dicevo, c’è il corpo dell’uomo che resiste, c’è il piacere (il naufragar m’è dolce) di questa avventura dell’immaginazione, di questa esperienza che attraversa il limite e guarda verso un infinito di per sé irrappresentabile, indicibile. Questa, in Leopardi, e concludo davvero, è l’esperienza della poesia: cioè L’infinito è una poesia sulla poesia, ci racconta quale è l’esperienza vera, profonda, della poesia: voler dire l’infinito e riconoscere l’impotenza del pensiero, e della lingua poetica, a dire l’infinito. E questa è una grande esperienza del linguaggio, che coincide con un’esperienza di sé, del corpo.
Questo direi che è in poche parole, riassuntivamente, ciò che possiamo pensare intorno a questa poesia, per tornare poi a rileggerla con un’attenzione che si depositi tra verso e verso, tra parola e parola e tra i silenzi, perché in ogni poesia sono importanti i silenzi ed in particolare L’infinito è costruito da tanti silenzi che sono come il vero infinito: sono quei silenzi che si depositano tra le parole, che la parola non riesce ad accogliere ma che stanno lì, tra le parole, ed è importante che stiano lì; quella è la vera presenza dell’infinito, che non può diventare parola, non può diventare linguaggio. Grazie. (Molti e calorosi applausi)

Gianluca Virgilio
Stavo considerando la tua definizione della poesia L’infinito come negazione dell’infinito; ciò vuol dire che la poesia sull’infinito non è altro, non può essere altro che la poesia dell’indefinito, secondo l’accezione leopardiana?

Antonio Prete
Sì, perché in realtà quello che poi entra nel linguaggio non è l’infinito, che non può essere compreso nel pensiero, nella filosofia o nella poesia: dell’infinito non possiamo dire niente perché non lo conosciamo, come il nulla, perché, come diceva l’antico filosofo, quando diciamo nulla, il nulla non c’è più, perché c’è la parola nulla; come il nulla non si può dire in quanto nulla, così l’ infinito non si può dire in quanto infinito. Ma allora cosa diciamo invece dell’infinito? Diciamo quello che è l’ombra dell’infinito, quello che è la figurabilità, la prossimità dell’infinito. L’infinito, tuttavia, si presenta, si rappresenta a noi. Come sul piano teologico alcuni teologi dicono che Dio si presenta nelle cose oppure si presenta nelle immagini, ma noi non lo possiamo conoscere, così è anche dell’ infinito. Voglio dire che l’infinito è un concetto indagato sia filosoficamente sia scientificamente (anche tutta la scienza che studia l’infinito arriva a dare dell’infinito delle rappresentazioni, diciamo, secondarie). Quel che entra nel linguaggio è una delle forme con cui si rappresenta l’infinito, cioè l’indefinito. C’è un passaggio -lo cito spesso- di Baudelaire che è stato anche, verso la fine della sua vita, un lettore di Leopardi, in cui egli dice che l’infinito non si può dire e che il mare è un come un infinito diminutivo. Vuole dire che il mare ci mostra alcuni aspetti dell’infinito che noi possiamo immaginare, ma non è l’infinito. Sarà per questo che la poesia dell’infinito ricorre spesso all’immagine del mare; non a caso la poesia leopardiana termina con la parola mare, in questo mare, questo mare è quello che per noi umani resta dell’infinito, è l’infinito come lo possiamo dire, è una figura prossima, visibile, immaginabile dell’infinito. Quindi, noi abbiamo figure dell’infinito, ma non abbiamo la possibilità di dire l’infinito. C’è uno scrittore egiziano che viveva a Parigi, che io ho conosciuto e tradotto in italiano - grandissimo scrittore morto nel gennaio del ‘91, Edmond Jabès -ha scritto bellissimi libri di riflessioni, di pensieri, di “interrogazioni”- il quale diceva in un suo frammento: “non possiamo dire la morte, il nulla, il vuoto, l’assenza ma possiamo dire le loro infinite metafore”. Voleva dire appunto che ci sono dei concetti che non possiamo dire, però ci sono delle metafore attraverso le quali questi concetti diventano figurabili. Il linguaggio è questo: è la rappresentazione sostitutiva, per così dire, di qualcosa che non possiamo toccare, dire, percepire fino in fondo.
Leopardi riflette spesso sull’indefinito. Nello Zibaldone ci sono delle pagine in cui cerca di definire l’indefinito anche se a sua volta, proprio perché indefinito, non è fino in fondo definibile. Cosa è l’indefinito per Leopardi? È l’assenza di contorno, il confine tra visibile ed invisibile, tra nascosto e manifesto, tra ombra e luce. (Nel recente mio libro sull’ombra - lo presenterò domani alla Città del libro a Campi - che si intitola Trenta gradi all’ombra, ho inserito un dialogo della luce e dell’ombra che è di ispirazione leopardiana: pensavo alle Operette morali di Leopardi). L’ombra e la luce dialogano tra di loro mostrando la loro relazione profonda, cioè la loro quasi inscindibilità. È dall’ombra che io osservo la luce e che definisco la luce ed è attraverso la luce che definisco l’ombra o passo nell’ombra. Per Leopardi il concetto di indefinito è questo. Perciò Leopardi ama le prospettive interrotte, incerte, ombreggiate, gli scorci, gli elementi visivi non dispiegati ma gli elementi visivi che sono di confine. L’indefinito è questo.
Un altro elemento di indefinito per Leopardi è il notturno. Per questo il notturno è poetico, la stessa parola notturno per Leopardi ha una risonanza poetica perché evoca qualcosa in cui non è visibile il confine. Un altro elemento è il vago.

Gianluca Virgilio
Se spostiamo il discorso sul tema religioso, che cosa possiamo dire circa la non conoscibilità dell’infinito? Possiamo per esempio dire che Leopardi prende una posizione agnostica per quanto riguarda la religione? O atea addirittura?

Antonio Prete
Leopardi su questo piano ha diverse posizioni perché non dovete pensare ad un grande poeta, filosofo, pensatore, come ad uno che ha un suo sistema; sarebbe qualcosa di meccanico. Leopardi, per esempio, anche sul tema della natura ha tante posizioni diversificate via via nel tempo. Quando nei manuali si legge che Leopardi fino al ‘24 rappresenta la natura come benigna e poi come matrigna – nel ‘24 c’è una cesura, una specie di conversione verso la natura matrigna - bisogna avvertire che questa è una schematizzazione forzata, perché così forse, a livello scolastico, il discorso è più comprensibile. Ma non corrisponde in pieno all’idea leopardiana di Natura. Su questo ho discusso spesso con amici, ricordo, tra gli altri, l’amico Luigi Blasucci, che insegna alla Normale di Pisa, e con altri studiosi di Leopardi: leggendo lo Zibaldone, fino al ’32 (dunque, anche dopo il ‘24) noi vediamo che la natura è rappresentata come qualcosa che comprende il bene ed il male, il negativo ed il positivo, che ha a che fare col destino, col caso, con la necessità, rappresenta il dispiegarsi degli eventi con la loro sofferenza, ma con la loro vita. Certo, l’operetta morale Dialogo della natura e dell’islandese, e le pagine coeve dello Zibaldone sono forse uno dei momenti in cui la natura è osservata frontalmente, come l’immagine della negazione dell’uomo. Ma ci sono, prima e dopo il ’24, pagine in cui la natura è osservata come enigma, come physis intesa in senso greco, cioè energia, sorgente della vita e della morte, ciclo dei viventi ecc., oppure è rappresentata in alcune figure: la luna, ad esempio, figura della natura, per il poeta è una confidente, ma fino all’ultimo, fino addirittura al Tramonto della luna, che è l’ ultimo canto scritto dal Leopardi.
Certe schematizzazioni non sono da fare, perché Leopardi è un grande poeta, un grande pensatore, ha un pensiero mobile, che si costruisce via via, abbandona delle cose, le riprende, le fa tornare, le corregge, le ripensa: è un procedere a spirale che, man mano che va avanti, costruisce; e così anche sul piano religioso, Leopardi fa ad un certo punto una critica forte del cristianesimo, che annuncia quella di Nietzsche, il cristianesimo come una civiltà che ha dimenticato il corpo, lo ha mortificato e abolito, ha spiritualizzato, s’è fatto promotore di una civiltà della “spiritualizzazione delle cose umane e dell’uomo”. Però per altri versi Leopardi ha un’attenzione al tema religioso inteso sia come elemento interrogativo, aperto sull’enigma, sia come elemento interiore, elemento che salva la dimensione della sensibilità, della percezione dell’altro. Quindi sono questioni diverse. Ad un certo punto Leopardi fa dichiarazione di ateismo, però in un altro punto dello Zibaldone parla di Dio come possibilità; filosoficamente si può dire che Dio entra nel campo delle possibilità, Dio è la possibilità. Dobbiamo vedere di volta in volta il pensiero leopardiano come si posa su una questione, poi su un’altra: esso non è mai un pensiero definito, raccolto in una proposizione. Non è un sistema, ma un pensiero in movimento.

Licia Ciliberti
Con il suo discorso il professore Prete ha spaziato in Leopardi ma anche al di là del Leopardi; ci ha aperto scenari che sono comuni alla nostra vita ed alla grande poesia; quindi la domanda, la curiosità da parte di voi giovani può trascendere l’argomento letterario specifico. È un’occasione unica che vi è data: siete voi gli interlocutori privilegiati dell’incontro.

Matteo Stifanelli (Studente)
Come possiamo inquadrare Leopardi sotto un punto di vista etico e morale? Le sue riflessioni in che cosa possono essere utili nell’adottare una certa linea di comportamento etica?

Antonio Prete
È una domanda molto interessante perché è una domanda che dobbiamo porci sempre davanti alla cultura; qual è la relazione vera che posso avere con questo scrittore, poeta, filosofo, cioè che cosa dice a me oggi per il mio orientamento su grandi questioni? In che misura la letteratura può essere fonte di comportamento?
Leopardi non pensa alla letteratura come divagazione, come distrazione, come gioco. La letteratura è un impegno forte dell’uomo che riflette, e già questo è un elemento utile; cioè Leopardi non è uno scrittore che gioca con le parole, ma fa pesare le parole e medita e riflette su quello che dice. Inoltre, Leopardi ama moltissimo i filosofi antichi, gli stoici, tra gli altri, traduce addirittura un filosofo come Epittèto, che è un filosofo morale, che dà dei consigli per la vita quotidiana. E Leopardi traducendo Epittèto premette un’introduzione nella quale dice (lo riassumo con parole mie): auguro al lettore di questo libro che i pensieri di Epittèto servano alla sua vita, alla sua condotta, così come a me, traducendoli, sono serviti. Leopardi fa una traduzione invitando il lettore ad usare quel libro per la sua vita. Quali sono le considerazioni che trae da Epittèto? Anzitutto, e lo dice nell’introduzione, Epittèto insegna ad avere il senso del limite, la consapevolezza che noi siamo dentro un orizzonte in cui c’è un limite e quindi non bisogna immaginarsi immortali, al di sopra del tempo. E poi il senso dell’accettazione della condizione umana che è una condizione di vivente tra viventi, e questo è un insegnamento molto importante perché Leopardi considera gli altri viventi intorno a sé e se stesso come un vivente, e quindi ha sia il desiderio di felicità come essere vivente, sia la consapevolezza che purtroppo la sofferenza appartiene al vivente. Leopardi va al di là di queste considerazioni legate ai filosofi antichi. Considera la sua relazione con il linguaggio. Leopardi insegna, per esempio, che il linguaggio ha tante forme: c’è la poesia, c’è la filosofia, c’è l’erudizione, c’è la filologia: è importante fare esperienza di vari linguaggi. Un altro insegnamento è l’importanza del ricordare, la ricordanza. Il ricordare vuol dire portare dentro di noi, nella vita, il tempo vissuto, e questo vuol dire essere più ricchi, sentirsi veramente proprietari di qualcosa che è inalienabile, che nessuno ci può togliere, ed è la vera ricchezza, quella interiore. A proposito di ricchezza, Leopardi ha scritto negli ultimi anni della sua vita i Pensieri, i 111 pensieri. A me è accaduto di curare un’edizione dei Pensieri per Feltrinelli. I Pensieri sono molto importanti dal punto di vista etico. Leopardi dice che la modernità ha messo al centro l’egoismo dell’uomo e questo è negativo. Per Leopardi tutta la vita sociale si struttura intorno all’egoismo individuale. Questa è secondo Leopardi la radice dei mali della modernità. Questo discorso possiamo applicarlo alla vita di oggi. Leopardi dice ancora che la società contemporanea ha legato all’egoismo il danaro: uno crede di affermare se stesso attraverso il danaro, per cui l’uomo è tanto più importante quanto più ha e non quanto meglio è. Nella società moderna, aggiunge, ha molta importanza l’opinione: il danaro e l’opinione, dice Leopardi, sono i veri motori dell’età moderna. Per opinione intende l’immagine, la rappresentazione di sé, l’opinione che uno cerca di far crescere attorno a sé. Queste considerazioni dell’ ‘800 sono attualissime. Nella nostra società ci troviamo dinanzi ad una rappresentazione di una società consumistica, costruita intorno al denaro e alla rilevanza dell’immagine. Il danaro e l’opinione sono due elementi che non favoriscono di certo l’esistenza di un essere vivente tra viventi, la comprensione dell’altro, l’approfondimento, la cultura, lo studio, la relazione umana, il desiderio, la scoperta, cioè tutte quelle cose di cui parla la letteratura e la filosofia. Quindi Leopardi già prevedeva che la società avrebbe preso una brutta piega. Ecco perché è un filosofo, un pensatore che può dirci delle cose che riguardano l’oggi.

Giuseppe Taurino (Docente)
Io ripropongo sotto forma di domanda due concetti che lei ha già espresso. Leopardi è il fustigatore del costume degli italiani e la sua critica dei difetti dell’italianità o del peggio delle tradizioni e dei costumi degli italiani sono di straordinaria attualità. Il secondo punto che volevo sottolineare è invece una linea di ricerca, forse non definita, perché indefinibile, che è la precisazione dell’infinito come nulla. Il nulla leopardiano non è il niente, il vuoto, la negazione dei valori, ma il nulla in relazione col tempo, considerazione centrale del Novecento, irrisolta perché probabilmente non poteva essere risolta. Nello stesso tempo la scienza ha tentato di dare una risposta con la categoria del tempo, con la ricerca del più grande scienziato del ventesimo secolo, Einstein. La seconda risposta che a me sembra interessante è la soluzione data da Heidegger: laddove c’è il nulla c’è la coscienza. Può essere la coscienza di un essere finito, che è la coscienza dell’impotenza dell’essere, che vive nel presente e in una dimensione finita, però è aperto moralmente verso l’infinito, verso il mistero?

Antonio Prete
Sono due precisazioni molto utili perché in effetti il Discorso sul costume degli italiani del ‘24 è un altro prezioso libro dove possiamo leggere il suo pensiero politico sugli italiani, sui costumi degli italiani, ed è inoltre di grande attualità. Sull’altro punto, in effetti, il discorso, come la filosofia lo affronta nel ‘900, lo troviamo già impostato in Leopardi non in termini filosofici, ma in termini poetici. Leopardi non ha mai una trattazione filosofica chiusa e sistematica e per quanto riguarda il rapporto infinito-nulla in Heidegger e Leopardi c’è un’equivalenza nel fatto che sia l’infinito che il nulla sono percepibili solo nel linguaggio, sono solo linguaggio, esistono solo nel linguaggio. Questo è un pensiero importante perché vuol dire che l’equivalenza tra infinito e nulla non è un’equivalenza tra due elementi disparati tra di loro ma l’equivalenza tra concetti che appartengono alla storia della filosofia, concetti che sono filosofici in quanto linguisticamente espressi. L’altro punto è che il nulla e l’infinito per Leopardi sono come una specie di sorgente del pensiero; non sono comprensibili fino in fondo, però sono sorgente di pensiero perché l’ombra del nulla dispiega il senso della finitudine: abbiamo un limite, c’è il vuoto, c’è il nulla e quindi l’essere è gettato in questa finitudine. In Leopardi c’è qualcosa che annuncia il pensiero novecentesco, quella linea che lei diceva del pensiero novecentesco. L’infinito e il nulla sono sorgente di un pensiero perché si manifestano, non essendo dicibili e comprensibili, con le metafore, cioè con tutta una raggiera di espressioni che costituiscono la ricchezza del linguaggio. Allora noi per dire vuoto diciamo deserto ma il deserto è una figura viva e che entra nella poesia; per dire morte diciamo assenza, sparizione, mancanza, cioè dei concetti che hanno a che fare, in negativo, con la presenza, che evocano la presenza, e quindi ci portiamo sulla dimensione della temporalità: c’era quel che non c’è più. Possiamo dire che infinito e nulla sono dei fondamenti del pensiero e animano quello che chiamiamo poesia, letteratura, filosofia.

Gabriele Beccarisi (Studente)
Siamo abituati a considerare in Leopardi soprattutto la sua visione pessimistica della vita, però ho notato in alcuni scritti e nella sua poetica qualcosa che evoca l’ottimismo, sia nella Ginestra che nella ricerca nell’infinito di un piacere da opporre alla realtà che Leopardi vede estremamente negativa. Non possiamo dire quindi che la sua visione fu piuttosto ottimista anziché pessimistica?

Antonio Prete
Ci sono dei punti sui quali polemizzo anche con altri studiosi di Leopardi, tra cui anche questo qui; come sul tema della natura nei manuali scolastici precipita un elemento schematico – il passaggio dalla natura benigna a quella maligna, senza osservare il complesso rapporto che Leopardi ha con la physis greca, che è costituito da un ventaglio di posizioni (la physis è vita, è il vivente, è male e bene insieme) - così anche è immancabile il tema del pessimismo. La parola pessimismo è una parola troppo debole per dire il pensiero leopardiano. È una parola che ci impedisce di trovare la ricchezza del pensiero leopardiano. Il pessimismo - Leopardi non usa mai per sé la parola pessimista, la usa solo una volta per indicare il pensiero degli antichi filosofi -, non fa parte della sua filosofia. Quindi non saremmo autorizzati ad usare la parola pessimismo per la poesia di Leopardi. C’è una storia molto interessante nella critica letteraria italiana: Francesco De Sanctis, uno dei primi grandi studiosi di Leopardi, scrisse un dialogo tra due personaggi in cui si discute delle differenze tra Schopenhauer e Leopardi. Il tema è: che rapporto c’è tra l’uno e l’altro? Ci sono due giovani: uno napoletano che viene cacciato nel ‘48 dalla polizia borbonica e va a trovare un suo amico in Germania, un amico che legge e segue Schopenhauer. De Sanctis in questo dialogo mette in scena l’idea che se possiamo parlare di pessimismo per Schopenhauer, non possiamo fare altrettanto per Leopardi. Ora mi chiedo, come mai con un esempio così nitido nella storia della letteratura italiana come il De Sanctis, che sin dall’inizio della critica leopardiana mette le mani avanti e dice di stare attenti nel valutare Leopardi come pessimista, la critica leopardiana fa ancora questo errore?
Dobbiamo stare attenti a liberare Leopardi da questa cappa del pessimismo che ci impedisce di cogliere la complessità e la vitalità del pensiero. La poesia non può mai essere pessimista in quanto poesia, perché mette in scena qualcosa di vivente, non soltanto perché è suono, è ritmo, è voce, è musica e in quanto musica non possiamo dire che è pessimista perché è qualcosa che riguarda i sensi, la percezione viva, attiva. Io non parlerei né di pessimismo né di ottimismo a proposito di Leopardi: sono due categorie che ci distraggono: direi piuttosto che c’è una costante meditazione sulla finitudine, sull’esistenza, sulla sofferenza umana, sul dolore degli individui e del mondo; ma questo non lo chiamerei pessimismo, è solo una connaturale consapevolezza del limite dell’uomo, della fisicità dell’uomo. E però, c’è da aggiungere, dentro questa meditazione c’è un piacere molto forte del linguaggio, dell’invenzione, della scrittura, della comunicazione.
Leopardi stesso non è stato pessimista nella sua vita, ma è stato uno che ha avuto incontri, relazioni, comunicazioni (l’epistolario di Leopardi dimostra questa ricchezza di relazioni umane, da quelle familiari a quelle amicali, quelle intellettuali); dove c’è passione, non può esserci pessimismo.

Stefano Toma (Studente)
Se l’infanzia di Leopardi non fosse stata turbata da una famiglia oppressiva ora non avremmo un genio letterario. Secondo lei, come mai Leopardi, nonostante la sua infanzia sia stata turbata dalla famiglia, vede l’infanzia come un’età felice?

Antonio Prete
Anche questo lo si legge spesso. C’è l’idea che un’esperienza dolorosa, particolare, possa condurre o alla disperazione o anche ad una diversa reazione. Fino a che punto la poesia di Leopardi deriva dalla sua esperienza di vita?
Certamente c’è una relazione tra una qualsiasi scrittura e la vita, però non c’è mai una via diretta tra poesia e vita, perché la poesia è linguaggio e ci sono mille passaggi e mediazioni tra la vita e il linguaggio; comunque, per il discorso specifico, Leopardi stesso in una lettera ha messo in guardia coloro che lo volessero leggere i suoi scritti puntando sulla sua biografia, sulla sua malattia. C’è tutta una storia sulla lettura di Leopardi in chiave patologica: genio perché malato, genio perché gobbo. Queste sono tutte cose oggi per fortuna dissipate, superate, e possiamo dire in conclusione che noi dobbiamo considerare la letteratura, la poesia in sé; e poi qualunque esperienza della vita può giocare all’interno della letteratura, però non è mai determinante e non può essere mai presa come elemento attraverso il quale giudico la poesia. Che è lingua, forma, ritmo, suono, costruzione, musica, pensiero. La poesia e la filosofia vanno osservate per quello che dicono. Questo è un principio importante: è rilevante, certo, conoscere la biografia degli scrittori, però non possiamo creare delle versioni deterministiche della letteratura. La letteratura va osservata come linguaggio; le vie che vanno dalla biografia al linguaggio sono tante e sono spesso nascoste, invisibili.

Alessio Polimeno (Studente)
Lei ha detto che nello Zibaldone Leopardi ammette l’esistenza di un dio, almeno come possibilità. A quanto io ho capito, Leopardi sembra essere ateo. Lei che cosa ne pensa?

Antonio Prete
Leopardi critica il cristianesimo come storia di civiltà che ha intorpidito i sensi dell’uomo e ha privilegiato lo spirito. Quindi, accusa il cristianesimo, come farà Nietzsche, di un eccesso di spiritualismo: ha dimenticato il corpo e i sensi dell’uomo, ma questo per lui è una critica alla civiltà, alla civiltà occidentale alla cui formazione ha contribuito il cristianesimo. Inoltre Leopardi, dopo un’educazione cattolica, attraverso le sue letture, si è allontanato dalla pratica del cristianesimo. Però aveva una formazione molto forte nel campo teologico, o meglio storico-teologico. Leopardi è stato un lettore dei Padri della chiesa, cioè di Origene, Filone, Clemente Alessandrino, i primi studiosi del Nuovo Testamento. Aveva una formazione religiosa, non era estraneo al discorso religioso, anche perché nella biblioteca di casa Leopardi la maggior parte dei libri erano libri di teologia. La biblioteca in grandissima parte veniva da un convento dove erano stati raccolti i libri che i soldati napoleonici avevano preso via via requisito e depositati in questo unico convento, con l’idea di riprenderli poi. Nello Zibaldone Leopardi, parlando di Leibniz, un filosofo tedesco del ‘600, riflette sul tema della possibilità. Cosa è la possibilità? Ad un certo punto dice che la possibilità è il campo dispiegato di qualcosa che non c’è ma potrebbe esserci e se noi consideriamo la possibilità come il tutto possibile, anche l’esistenza di Dio può appartenere a questa possibilità. Quindi non è un’affermazione di fede nell’esistenza di Dio; è una riflessione sulla possibilità, nella quale anche l’idea di Dio può entrarci. Molta gente ritiene che questa possibilità sia importante e dà un volto, una figura a questa possibilità, e crede in questa possibilità. Leopardi dice che se si accetta il campo del possibile fino in fondo, tutto è possibile, e in questo tutto possiamo comprendere anche Dio.

Gianluca Virgilio
Direi, a questo punto, di concludere. Nella speranza di non stancare l’amico Antonio, gli chiederei cortesemente di leggere qualche passaggio del suo ultimo libro Trenta gradi all’ombra, e in particolare quel passaggio nel quale allude a Leopardi.

Antonio Prete
Penso che in questo libro la cosa più leopardiana sia il Dialogo dell’ombra e della luce, ma, trattandosi di un dialogo, dovrebbe come essere in certo senso messo in scena, letto almeno a due voci, per cui lascerei da parte questo. Vi leggo l’ultima pagina, anche perché più breve, che si intitola Epilogo. La luce, dall’ombra, per indicare quel confine leopardiano di cui dicevo prima.
Il libro ha trenta riflessioni e variazioni sull’ombra, trenta gradi all’ombra nel senso di trenta movimenti verso l’ombra. Il titolo può quindi essere inteso in due modi: trenta gradi all’ombra d’estate, la luce che esplode, ma anche trenta pezzi narrativi sull’ombra. L’ultimo, non il trentesimo, ma il trentunesimo, è un Epilogo che è proprio salentino, l’ombra osservata da ragazzo, qui nel Salento.
“In un paese di luce è dall’ombra che si scorge il mondo. Dall’ombra si vedono guizzare le faville di luce nella chioma degli ulivi. Dall’ombra si osserva il cielo che lungo il giorno svaria di profondità e di umore e dialoga con il mare in una lingua di lampi e di riflessi.
All’ombra ascoltavo, ragazzo, i racconti delle donne che infilavano le foglie del tabacco. In quei racconti, e nella voce di vetro e di trina che d’improvviso intonava una canzone d’amore ondeggiando sopra volute arabe, seguita subito da altre voci terse e malinconiche, la povertà aveva una sosta, una piccola remissione. E le facce, non più orlate da scialli scuri, si facevano di perla e di arancia. Il riso – fosse di ammiccamento o di dimenticanza - lampeggiava negli occhi.
Leggevo all’ombra, nella campagna assordata dalle cicale. All’ ombra di un muro di pietra viva, di un eucalipto o di un ulivo, di un colombaio, di una scala di tufo che portava sulle altane e sulle liame che nell’inverno avrebbero raccolto la pioggia per le cisterne. Le parole nell’aria si disfano, le lettere vanno a ricomporsi in chissà quali sensi, ma lasciano, prima di perdersi, un sapore forte, e una voglia di nuove frasi. La lingua en plein air è invasa dalla luce: l’ombra è il suo ritmo.
Per anni il senso della quiete, della saggezza nella quiete, mi veniva da un vecchio contadino che nell’ombra fumava la sua pipa appoggiato al tronco di un alto pino solitario: intorno i bagliori del meriggio. Sapevo che dalla crudeltà del mondo anche in lui erano venute molte ferite. Ma quella sospensione, per un poco, era in accordo con il canto degli uccelli che esplodeva nella chioma dell’albero.
Osservare il mare, le sue scaglie di luce e le gradazioni del suo verde e del suo blu, dall’ombra di un cespuglio, dove la macchia di lentisco e di mirto è più folta ma già cede alla sabbia delle dune: di qua il profumo di una terra aspra e pietrosa, di là il suono dello sconfinato, il rumore della lontananza. Lu rusciu ti lu mare, il suono del mare, è voce che poi ti accompagna. Anche nell’atonia, o nel deserto del sentire.
Un porticciolo la luce del giorno si ritrae, indugiando sulle alberature, e lasciando che il popolo delle ombre conquisti la riva, il molo, gli scafi, la superficie dell’acqua: via via che lo scuro sale a impastare l’aria e a spegnere i fuochi, il passaggio della luce nella zona d’ombra del già stato inaugura la forma del ricordo, della presenza nel ricordo. Una presenza dolce nel cuore della sera.
In un paese di luce è dall’ombra che si scorge il mondo.”
(Applausi calorosi)

Licia Ciliberti
È da sottolineare l’importanza di quello che oggi abbiamo vissuto. Il nostro grazie esprime veramente una consonanza oltre che culturale anche spirituale con il professore Antonio Prete. Lui oggi ci ha fornito un viatico; abbiamo bisogno di questi momenti, di queste persone, come viatico per la nostra esistenza. Tutti abbiamo bisogno di letteratura; in un mondo di frastuoni e in cui vale solo l’apparire, abbiamo bisogno di questo viatico. Quindi ringraziamo chi ci aiuta ad intravedere una strada, ci aiuta a riflettere e a ritornare a casa più ricchi. Non deve, però, questa essere una ricchezza transitoria, ma una ricchezza che ci deve condurre a nuovi interessi e a porci sempre nuovi interrogativi sull’uomo e sul senso del vivere.
Ringrazio tutti voi anche per aver contribuito a creare la suggestione di questo momento; ringrazio anche il preside del Liceo Classico e la delegazione di studenti del Liceo classico e del Liceo psico-pedagogico intervenuta. Infine, non per strappare una promessa formale, dico al professor Prete, che tanto predilige i momenti di incontro con i giovani, che noi saremo sempre onoratissimi di averlo tra noi, quando vorrà venirci a trovare nella sua terra. La sua lettura leopardiana mi ha profondamente commossa.
A conclusione di questa giornata Le consegno a nome di tutto il Liceo Vallone di Galatina una targa perché Lei possa conservare memoria di questo incontro.
(Applauso finale prolungato e caloroso)

(Resoconto di Gianluca Virgilio)

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