Nuova educazione

Egidio Viganò

Introduzione: emergenza del fatto educativo. - Urgenza di «nuova educazione». - L’interpellanza dei giovani. - Distinzione tra «educazione» ed «evangelizzazione», in quanto tali. - Prima educare e poi evangelizzare? - La scelta di campo di Don Bosco e l’esemplarità della sua prassi. - Educare evangelizzando. - Rileggendo il «Sistema Preventivo»: la creatività dell’«artista»; in solidarietà con i giovani; con lo sguardo fisso sull’Uomo nuovo; per un’opera di preventività; unendo in un unico faro di luce «ragione» e «religione»; con attenzione inventiva per il tempo libero; verso il realismo della vita. - Santificarsi educando. - Stimolati dalla maternità ecclesiale di Maria.

Roma, 19 maggio 1991
Solennità della Pentecoste

Cari confratelli,

ho potuto constatare, nelle varie Ispettorie che visitai in questi mesi, che si sta procedendo con impegno nel mettere in pratica gli orientamenti e le direttive del Capitolo Generale. Si tratta di incarnare operativamente le ricchezze accumulate in Congregazione in tutti gli anni del postconcilio.
È un compito che per noi fa parte di quella «nuova evangelizzazione», esigita dai tempi, a cui ci invitano insistentemente il Papa, i Vescovi e il CG23.
I giovani stessi stanno, in differenti modi, chiedendo di essere illuminati e accompagnati nell’intricato percorso della loro esistenza. I genitori e tanti responsabili civili ed ecclesiali si rivolgono ai membri della Famiglia di Don Bosco come ad esperti di educazione.
Anche vari confratelli mi hanno chiesto ultimamente di proporre alcune riflessioni sulla modalità educativa della nostra missione.
Oggi si avverte un’emergenza dell’«educare», sia nella società civile sia nella Chiesa; d’altro lato, vengono avanzate delle obiezioni a cui è conveniente dare una risposta.
In una lunga conversazione con un ministro del governo di Fidel Castro a La Habana, ascoltavo impressionato la sua affermazione circa la «gioventù della rivoluzione»: l’immoralità e la mancanza di mistica tra i giovani costituisce una delle preoccupazioni più gravi del regime.
In un altro contesto a Praga, nell’incontro con il vice-primo ministro dell’attuale governo, sentivo valutare la situazione ecclesiale così: la Chiesa è stata obbligata a vivere per 40 anni in un angolo, ed ora se non esce in campo aperto non potrà incidere su una gioventù non legata alla parrocchia né ad altre istituzioni ecclesiali, totalmente ignara del Vangelo, deviata da una ideologia atea e cresciuta con una mentalità carente di etica personale.
In quasi tutte le società l’educazione non è ormai ritenuta un’attività orientata alla formazione del cristiano; il suo ambiente culturale è laicista o di antiche religioni.
La Chiesa con il Concilio Vaticano II ha preso atto della chiusura — se così si può dire — di un’epoca di «cristianità» per proporre un’altra modalità di relazioni con il mondo; parla perció di nuova evangelizzazione e di ripensamento pastorale. Tutto ciò tocca appunto profondamente l’ambito dell’educazione.
Se guardiamo, in particolare, ai numerosi popoli di altre religioni, troviamo modelli pedagogici differenziati, permeati da una concreta religiosità con specifici valori positivi, ma aventi in comune il fatto — non indifferente per noi — di prescindere nella loro antropologia dal mistero di Cristo e, quindi, da una visione integrale dell’uomo e da un insieme di mediazioni concrete e misteriosamente efficaci che concorrono alla maturazione piena della persona.
L’obiezione di fondo che procede da queste svariate e complesse situazioni è che l’educazione della gioventù, tanto fondamentale e indispensabile in ogni società, non solo non è di fatto vincolata con l’evangelizzazione, ma ne viene separata perché considerata un settore culturale con un campo di sviluppo autonomo.
Questa emergenza del fatto educativo è da rapportarsi soprattutto all’affermazione della centralità dell’uomo nel cosmo e nella storia: una massiccia svolta antropologica.
Si riferisce all’uomo in se stesso, nella sua soggettività aperta a mille possibilità. È una delle espressioni di quel grande segno dei tempi che si chiama «processo di personalizzazione».
Sorge, dunque, una problematica inedita che investe direttamente e mette in discussione il significato e le modalità della nostra azione educativa. Il CG23 ci invita a saper assumere i valori proposti dai segni dei tempi, discernendoli alla luce della fede. Entrando, perciò, nell’attuale grande svolta antropologica, dovremo evitare con chiarezza di cadere nell’antropocentrismo riduttivo che la caratterizza culturalmente.
Nelle riflessioni che seguiranno non pretendiamo di affrontare i vasti aspetti dell’attuale fatto educativo, approfondito dalle scienze dell’uomo. Neppure è possibile un esame delle molteplici esigenze delle situazioni concrete e delle differenze culturali. A noi, qui, interessa riflettere sul problema del mutuo rapportarsi della nostra attività educativa con quella evangelizzatrice. L’illuminazione che ne derivi esigerà ulteriori sforzi di discernimento e di studio. Avrà, infatti, una sua modalità di applicazione nelle società secolarizzate; un’altra nei popoli impegnati nel faticoso processo di liberazione; un’altra ancora nelle culture legate alle grandi religioni dell’oriente; ecc.
La riflessione sul mutuo rapporto tra maturazione umana e crescita cristiana deve essere considerata da noi basilare e indispensabile in tutte le situazioni. Dalla sua retta interpretazione dipende la giusta ed efficace applicazione delle stesse nostre Costituzioni (articoli dal 31 al 43).
Dunque: svolta antropologica, sì; ma con al vertice Cristo, l’Uomo nuovo!

Urgenza di una «nuova educazione»

Già nella lettera Iuvenum patris Giovanni Paolo II affermava che «S. Giovanni Bosco è attuale... perché insegna ad integrare i valori permanenti della Tradizione con le “nuove soluzioni”, per affrontare creativamente le istanze e i problemi emergenti: in questi nostri tempi difficili egli continua ad essere maestro, proponendo una nuova educazione che è insieme creativa e fedele».1
E nel discorso ai Capitolari (1 maggio 1990) ci ha esortato in questo stesso senso: «Avete scelto bene: quella dell’educazione dei giovani è una delle grandi istanze della nuova evangelizzazione».2
Giustamente il CG23 ha ricordato che le persone e la società vengono trasformate da una cultura emergente,3 e ciò comporta necessariamente una «nuova educazione»: infatti, l’educazione è il settore fondamentale di ogni cultura.
Per questo io stesso affermavo, nel discorso conclusivo del Capitolo, che «la formazione dei giovani alla fede» presenta oggi tanti aspetti peculiari da esigere una nuova educazione».4
Viviamo un mutamento epocale e siamo invitati, come discepoli di Cristo, a fermentare l’attuale cultura con una fede viva. Ciò richiede attento discernimento, capacità di cogliere in profondità i problemi posti dai mutamenti in corso.
Diamo uno sguardo sommario ai principali aspetti che emergono dai segni dei tempi: secolarizzazione e progresso delle scienze e della tecnica; democratizzazione e sviluppo del senso sociale; liberazione e ricerca della giustizia; personalizzazione e consapevolezza della dignità di ogni soggetto umano; promozione della donna e valorizzazione della femminilità; protagonismo e corresponsabilità in una società sempre più complessa; gerarchia dei valori e pluralismo di valutazioni; educazione alla «cittadinanza» e presenza formativa di molte agenzie parallele e discordanti; circolazione di nuovi temi generatori: pace, ecologia, solidarietà, diritti umani, ecc.
È un vasto ambito di orizzonti in espansione, ricchi di valori e, di fatto, anche di disvalori, che incidono profondamente sul modo di pensare e di agire e che intaccano le modalità di vita delle persone, delle famiglie e delle istituzioni sociali.
Purtroppo, a prima vista, sembrerebbero più invadenti i disvalori. Il sofisticato sistema della comunicazione, con la sua enfasi su ciò che è piacevole ed effimero più che su ciò che è importante e vero, rischia di stimolare al culto dell’apparenza, emarginando le frontiere dell’interiorità e dei veri ideali. Nella testa e nel cuore delle persone, soprattutto giovani, c’è il pericolo non immaginario che entri sempre più prepotentemente una venatura di materialismo e di edonismo per tanti messaggi occulti indotti dai mass-media. I ritmi psicologici del tempo privilegiano l’accentuazione del presente, in contrasto o senza troppa memoria del passato e con impaziente fretta di futuro. Il divenire è incalzante: avanza con moto veloce. Urge averne consapevolezza.
L’emergenza del fatto educativo porta con sé almeno due tipi di novità che incidono nel nostro impegno. Da una parte, i valori positivi dei segni dei tempi: rappresentano una vera crescita in umanità. Affermano la centralità dell’uomo, sottolineandone la soggettività (l’autocoscienza, la libertà, il protagonismo). Il giovane si presenta, da questo punto di vista, come il primo attore della sua crescita in quanto è persona cosciente e libera, e quindi capace non solo di assimilare e di ricevere, ma anche di creare e di modificare, formandosi delle proprie convinzioni e credenze.
Da un’altra parte, però, questa svolta antropologica è oggi pensata e presentata come una realtà che non ha bisogno di essere rapportata a Cristo perché l’uomo avrebbe in se stesso — prescindendo dal mistero del Verbo incarnato — tutte le ragioni della sua dignità e tutte le capacità per dare senso alla storia.
Questa duplice novità (valori positivi e prescindenza da Cristo), che nell’attualità incide fortemente sul fatto educativo, ci interpella direttamente, esigendoci una «nuova educazione».
La nostra missione di evangelizzatori passa attraverso la scelta educativa: corriamo il rischio di perdere la nostra identità se non evangelizziamo educando. Urge, per noi, essere esperti nella conoscenza dei nuovi valori culturali per promuoverli superando con saggezza la tragedia del dissidio tra Vangelo e cultura, ristabilendo un ponte valido ed ampio tra fatto educativo e fatto pastorale. L’insistenza del Papa per una «nuova evangelizzazione» significa per noi dover dedicarci a capire e ad approfondire l’attuale svolta antropologica: assumere i valori della crescita in umanità e del processo di personalizzazione, alla luce di una centralità dell’uomo che è vera e integrale solo se rapportata oggettivamente all’evento storico di Cristo.5
In tale senso parliamo di «nuova educazione». Senza di essa noi non parteciperemo validamente alla «nuova evangelizzazione».

L’interpellanza dei giovani

Il CG23 ci ha presentato una visione sintetica della situazione della gioventù oggi,6 i suoi atteggiamenti di fronte alla fede,7 e le sfide più urgenti che ci interpellano.8
«Ma c’è una sfida — dice il Capitolo — che è sintesi e matrice di tutte le altre e tutte le attraversa: la sfida della “vita”».9
Tale sfida inglobante non riguarda solo questo o quell’aspetto dell’esistenza, poiché sono le basi profonde del vivere personale (e collettivo) che non vengono tenute in conto o sono mutilate e immiserite; sono dimenticati o travisati i valori formativi portanti. La sfida della vita esige una chiara ricerca di senso e di identità per la ricomprensione dei fondamenti stessi dell’essere e dell’agire umano.
Il Capitolo ha concentrato l’attenzione su tre obiettivi qualificanti: la formazione della coscienza personale fino al vertice della sua dimensione religiosa;10 l’autenticità dell’amore come suprema espressione umana nelle relazioni interpersonali;11 la dimensione sociale della persona per una cultura della solidarietà.12 Ossia, ci invita a promuovere il processo di personalizzazione, considerando i giovani come veri attori della propria formazione.
È quindi più che evidente che la «nuova educazione» non può ridursi a semplice metodo di istruzione, di erudizione e di indottrinamento, o a solo sapere scientifico tecnico, ma deve mirare alla crescita e maturazione della persona nei criteri di giudizio, nel senso etico dell’esistenza, negli orizzonti della trascendenza, nei modelli di comportamento concreto, insieme a una positiva valutazione del progresso delle scienze e delle tecniche per una umanizzazione della convivenza sociale.
Nella cultura odierna si parla volentieri dell’avvento di un «uomo nuovo»; e c’è davvero un insieme di espressioni culturali che testimoniano una non indifferente originalità. Ma se si osservano gli indirizzi concreti che vanno assumendo tali novità, ci si accorge che sono carenti di una visione superiore e facilmente inducono al soggettivismo. L’accelerazione dei mutamenti fa intuire, insieme al superamento di un determinato modello culturale del cittadino di ieri, che l’«uomo nuovo» di questa cultura ha veramente bisogno di valori che vadano oltre il benessere, oltre una visione antropocentrica ed efficientista, oltre l’indefinita capacità creativa della libertà del singolo, per assicurare le fonti ispiratrici di più genuina personalità umana. La fede ci fa scoprire che i mutamenti in corso e la trascendenza della persona richiamano in causa Cristo, nella sua condizione storica di unico vero «Uomo nuovo».
Si comprende, in questo orizzonte contestuale, l’attualità di quanto ripete spesso il Santo Padre: «L’uomo è la via della Chiesa. Suo unico scopo è stata la cura e responsabilità per l’uomo, a lei affidato da Cristo stesso, per questo uomo che è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa e per cui Dio ha il suo progetto. Non si tratta dell’uomo “astratto”, ma dell’uomo reale, “concreto” e “storico”: si tratta di ciascun uomo, perché ciascuno è stato compreso nel mistero della redenzione e con ciascuno Cristo si è unito per sempre attraverso questo mistero».13
Si fa evidente per noi l’urgenza di entrare nella svolta antropologica con la stessa preoccupazione pastorale con cui la Chiesa si è rivolta all’uomo nel Concilio Ecumenico Vaticano II.
«Non dobbiamo partire — osserva il Card. Ballestrero — dall’idea che l’uomo è come è, ma dal principio che l’uomo dev’essere come Dio lo ha fatto. Questo principio è importantissimo... Io credo nell’uomo non perché lo conosco nella sua cronaca, nel suo itinerario quotidiano, nei suoi capricci, nelle sue fantasie, nelle sue ribellioni. Quando vedo una persona, mi dico: questa, nonostante tutto, è una creatura di Dio, e questo fonda in me la fiducia in lei... L’irrimediabilità di essere creatura di Dio la devo valorizzare sul piano educativo. Direi che l’educazione diventa un’arte, perché l’applicazione di questo principio è collegata al rispetto dell’identità storica di ciascuno».14
La «sfida della vita» ci obbliga a individuare le aree di intervento e a cercare e tracciare nuovi itinerari, ridefinendo con attualità i grandi criteri del nostro impegno educativo.

Distinzione tra «educazione» ed «evangelizzazione», in quanto tali

Oggi, dunque, si tende a presentare il fatto educativo, prevalentemente, in forma laicista.
D’altra parte: chi non ha visto più di un confratello «insegnante» dimenticarsi di essere evangelizzatore? oppure, al contrario, qualche altro che, facendo «catechesi, liturgia e religione», tralascia le opportune dimensioni pedagogiche perché inesperto delle scienze e tecniche dell’educazione e, quindi, incapace di rispondere alle interpellanze culturali? Purtroppo il pericolo della frattura tra compito culturale e impegno pastorale — anche tra noi — non è immaginario.
«Educare» ed «evangelizzare» sono due azioni, di per sé, differenti, che si possono sconnettere fra loro. Ma l’unità stessa della persona del giovane richiede di non separarle. Non basta neppure una semplice giustapposizione, come se fosse normale che si ignorassero mutuamente.
Vale la pena soffermarci con qualche chiarimento sulla specifica distinzione di questi due poli.
Certamente l’intenzionalità dell’«azione educativa» si distingue, in se stessa, da quella dell’«azione evangelizzatrice»; ognuna ha una sua finalità propria e vie e contenuti peculiari. Dobbiamo saperle distinguere; non, però, per separarle, bensì per unirle armonicamente in una complementarità di prassi organica.
— L’educazione, in se stessa, in quanto attività educante, è situata nell’ambito della cultura e fa parte delle realtà terrene; si riferisce al processo di assimilazione di un insieme di valori umani in evoluzione, con un loro traguardo specifico. In tal senso si può parlare anche di una sua «laicità» in vista dei contenuti creaturali universalmente condivisibili con tutti gli uomini di buona volontà. Ricordiamo, al riguardo, quanto abbiamo meditato nella circolare sulla «nuova evangelizzazione» in riferimento alla necessità di conoscere e approfondire oggi la «teologia della creazione».15
L’attività educante ha una sua intrinseca legittimazione che non va strumentalizzata né manipolata. La sua intenzionalità è quella di promuovere l’uomo: ossia, di far imparare al giovane il «mestiere di essere persona». Si tratta di un processo che si snoda in un lungo e graduale cammino di crescita. Più che tendere a imporre delle norme, si preoccupa di rendere sempre più responsabile la libertà, di sviluppare i dinamismi della persona, facendo riferimento alla sua coscienza, all’autenticità del suo amore, alla sua dimensione sociale. È un vero processo di personalizzazione da far maturare in ogni soggetto.
L’attività educante comporta due presupposti da prendere in attenta considerazione. Il primo si riferisce, appunto, alla sua natura di «processo», ossia a quel lungo divenire di crescita che porta necessariamente con sé una ben calibrata gradualità. Il secondo ci ricorda che l’educazione non può ridursi a semplice metodologia. L’attività educante è vitalmente legata all’evolversi del soggetto. È una specie di paternità e maternità, quasi fosse una cogenerazione umana per lo sviluppo di valori fondanti, quali: la coscienza, la verità, la libertà, l’amore, il lavoro, la giustizia, la solidarietà, la partecipazione, la dignità della vita, il bene comune, i diritti della persona. E appunto per questo è preoccupata anche di far evitare ciò che è degrado e deviazione, le idolatrie (ricchezza, potere, sesso), l’emarginazione, la violenza, gli egoismi, ecc. È dedicata a far crescere il giovane dal di dentro perché divenga uomo responsabile e si comporti da onesto cittadino.
Educare vuol dire, quindi, partecipare con amore paterno e materno alla crescita del soggetto, mentre si cura anche, a questo scopo, la collaborazione con altri: il rapporto educativo, infatti, suppone varie agenzie collettive.
— L’evangelizzazione, invece — nella sua accezione ampia —, è ordinata per se stessa a trasmettere e coltivare la fede cristiana; appartiene all’ordine di quegli eventi di salvezza che provengono dalla presenza di Dio nella storia; si dedica a farli conoscere e comunicarli e a farli vivere nella liturgia e nella testimonianza. Non si identifica semplicemente con una normativa etica, perché è rivelazione trascendente; non parte dalla natura o dalla cultura, ma da Dio e dal suo Cristo.
Pur trascendendo l’ambito delle realtà terrene, essa tende oggettivamente ad incarnarsi nelle persone e nelle culture. È un’attività propria del’ordine dell’incarnazione; si appoggia sulla presenza operante dello Spirito Santo; comporta un di più che sta oltre l’umano; si rifà, in definitiva, al mistero stesso del Verbo fatto uomo. Consapevole che in questo mistero Cristo non si è presentato come alternativa, bensì come assunzione, promozione e salvezza di tutta la realtà umana. È da notare, poi, che il punto di riferimento ultimo dell’evangelizzazione non è costituito da un insieme di valori, ma da una Persona vivente, Cristo alfa ed omega dell’universo.
L’intenzionalità dell’azione evangelizzatrice non è semplicemente quella di un’istruzione religiosa circa determinate verità cristiane; essa consiste propriamente nella formazione del «credente», ossia di una persona che vive di fede nel Cristo e che s’impegna con Lui nei travagli della vita. Così l’attività evangelizzatrice non è solo «annuncio», ma comporta anche «testimonianza», dedizione (anche qui) paterna e materna, servizio graduale e adattato, che esige sensibilità educativa, radicata in una prospettiva antropologica; quindi un’azione in se stessa aperta e rivolta all’educazione.
Così la Chiesa, «esperta in umanità», diviene anche «esperta in educazione», perché tutto in essa è ordinato alla crescita dell’uomo.
— Dunque: le due azioni sono in se stesse distinte, ma operano entrambe sull’unità organica della persona del giovane: sono due modi complementari di preoccuparsi dell’uomo; nascono da sorgenti diverse, ma confluiscono nell’intento di «generare» l’uomo nuovo; sono fatte per collaborare in pienezza nella crescita unitaria del giovane.
Non dimentichiamo una considerazione che va ancora più a monte. Tra educazione ed evangelizzazione c’è, per la loro stessa natura, un nesso organico assai più profondo. Il Papa lo ha fatto rilevare nella famosa enciclica Redemptor hominis. Si scopre questo nesso mettendo in relazione il mistero della creazione con quello della redenzione. La redenzione — afferma il Papa — è una creazione rinnovata.16
Il Verbo non si è incarnato in una realtà estranea a Dio, ma nell’«immagine» di Se stesso progettata nell’uomo creato. Il Verbo, quindi, non si è incarnato per aggiungere parziali valori nuovi, ma per purificare, pienificare ed elevare i valori umani della creazione («mirabilius reformasti»!). Cristo è il «secondo Adamo», l’«Uomo nuovo»; Egli è più «uomo» di tutti appunto perché Dio; non è alternativa — come dicevamo — ma pienezza: è il Signore della storia. Lo ha detto chiaramente il Concilio: «In realtà, solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo. Adamo, infatti, il primo uomo, era figura di quello futuro — Rm 5, 14 —, e cioè di Cristo Signore. Cristo, che è il nuovo Adamo, proprio rivelando il mistero del Padre e del suo Amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione».17
La fede è fatta per vivere nell’uomo; e l’uomo è fatto per vivere di fede: fede e vita sono il binomio del futuro. «Una fede che si ponesse ai margini di ciò che è cultura, sarebbe una fede che non rispecchia la pienezza di ciò che la Parola di Dio manifesta e rivela, una fede decapitata, peggio ancora, una fede in processo di auto-annullamento».18
Quando il CG23 parla di «educare i giovani alla fede» non intende, certo, promuovere una qualche forma antropocentrica di educazione. L’espressione del Capitolo «educare alla fede» significa propriamente «educare evangelizzando». Il Verbo «educare», qui, non è a sé stante; il suo significato è tutto rapportato alla parola «fede». Se il verbo «educare» fosse a sé stante, indicherebbe solo un impegno di livello culturale; invece l’espressione capitolare vuole significare un impegno di livello pastorale: non ha, quindi, lo stesso significato dire «educare» nella sua accezione solo culturale, che dire «educare alla fede» nel senso capitolare.
Per incidere sulla realtà viva del soggetto dobbiamo far compenetrare, in reciprocità di influsso, gli apporti dell’educazione e le ricchezze dell’evangelizzazione, in mutua circolarità, senza che si risolvano concettualmente uno nell’altro, ma facendoli convergere armonicamente nell’attività pedagogico-pastorale rivolta all’unità della persona che cresce.
In fin dei conti, il vero fine ultimo dell’uomo nuovo è uno solo e ad esso tendono operativamente le due preoccupazioni: si tratta di prendere sul serio la storia.

Prima educare e poi evangelizzare?

Pur supponendo una mutua reciprocità tra educazione ed evangelizzazione, ci si può chiedere ancora se, nel nostro impegno, viene prima l’una o l’altra, per sapere così da dove incominciare a camminare.
In realtà la domanda è artificiosa; il Capitolo esige simultaneamente l’interazione delle due.
Potremmo ricordare che ci sono alcune realtà che vengono prima dell’attività educante. Innanzitutto il giovane, così com’è, nella integrità organica della sua persona e del senso totale della sua vita: «Imitando la pazienza di Dio — dicono le Costituzioni —, incontriamo i giovani al punto in cui si trova la loro libertà».19
Poi c’è l’apporto degli attuali valori della cultura emergente con il loro contesto esistenziale, che esige senso critico e intelligenza creativa.
Infine, l’altra realtà, che dovrà necessariamente antecedere, è l’abilità pedagogico-pastorale dell’educatore, mosso da una fervente spiritualità pedagogica: è qui che sta il vero segreto dell’inseparabilità dei due poli.
Supposti questi antecedenti, dobbiamo convincerci che l’educazione dev’essere evangelicamente ispirata fin dall’inizio; e che l’evangelizzazione richiede già dal primo momento di essere opportunamente adattata alla condizione evolutiva dei giovani. L’educazione trova il suo significato integrale e una ragione di forza in più nel messaggio del Vangelo; e l’evangelizzazione è tutta orientata verso l’uomo vivente e trova la sua efficacia in approcci pedagogici.
Da sempre, poi, il Vangelo, che di per sé trascende l’evoluzione umana, si è incarnato nelle diverse culture assumendone i valori, purificandole e perfezionandole con l’offerta di orizzonti più ampi, influendo anche nelle diverse forme delle loro espressioni (arte, letteratura, scienza, diritto, politica, economia, ecc.).
C’è urgenza di confrontare oggi la promozione dell’uomo con le ricchezze del mistero di Cristo.
Così la prassi educativa suggerita dal Capitolo appare simultaneamente come una partecipazione e una prosecuzione sia dell’opera creatrice del Padre che di quella redentrice del Figlio.
È vero che in un cambio così profondo come quello che viviamo alle soglie del terzomillennio, l’evangelizzazione non può più contare — come nel passato — su un contesto sociale di religiosità cristiana. Ma appunto per questo dovrà ascoltare le interpellanze dei tempi, considerare con attenzione profetica i presupposti della risposta umana a Dio e far ricorso alle disposizioni naturali e culturali, che mostrano un’apertura alla trascendenza personale (ricerca di religiosità), alla trascendenza sociale (ricerca di solidarietà), alla trascendenza di senso dell’esistenza (ricerca di valori), alla trascendenza di spiritualità (ricerca profonda anche se non sempre esplicita del mistero di Cristo).
Si intuisce qui la inseparabilità, la reciproca attrazione e il bisogno di mutua e simultanea interazione dei due poli.

La scelta di campo di Don Bosco e l’esemplarità della sua prassi

Un dato che illumina per noi il significato dell’espressione capitolare «educare i giovani alla fede» è il pensare che il nostro Fondatore è stato suscitato dal Signore per i giovani, quali destinatari privilegiati della sua attività evangelizzatrice; appunto per questo egli ha scelto, come campo d’impegno, quello dell’educazione. Ha collocato così la sua missione apostolica nell’area della cultura umana. Ha tradotto la sua ardente carità pastorale in concrete e fattive forme di intervento educativo, diventando «padre, maestro ed amico» dei giovani.
Egli ha dato, con la sua originale esperienza, un’impronta propria alla prassi educativa; le ha infuso un’anima di permanente vitalità; ha sentito l’esigenza di dare ordine ed organicità agli interventi pedagogici; si è impegnato per un concreto rinnovamento della società a partire da un rinnovato e globale impegno formativo tra la gioventù dei ceti popolari. La sua prassi pedagogica appare come un intervento operativo convergente, a vari livelli: culturalmente, muovendosi fra tradizione e modernità; socialmente, operando tra società civile e convinta appartenenza ecclesiale; pedagogicamente, coniugando istruzione, addestramento, educazione ed evangelizzazione; metodologicamente, intervenendo simultaneamente sui singoli, sui gruppi, sulle masse. Steccati troppo rigidi mal si adattano alla sua prassi viva.
A noi qui interessa, in particolare, una riflessione sulla armonica integrazione e il mutuo interscambio tra educazione ed evangelizzazione.
La prassi educativa è un’«arte»; ed è realizzata da un «artista». Nell’arte e nell’artista non si dissociano i distinti aspetti che intervengono nell’azione, ma si compenetrano in una energia di sintesi viva che sa far convergere armonicamente gli apporti dei vari aspetti nella espressività dell’opera da produrre.
Evidentemente nel fatto educativo non si tratta di scolpire un pezzo di marmo, ma di saper accompagnare un soggetto libero lungo il processo della sua maturazione. Il concetto di «arte» applicato all’educazione va interpretato analogicamente, come nell’ordine spirituale e ascetico, dove è descritto quale «arte delle arti».
In anatomia si distingue e si separa; nelle scienze l’ottica della distinzione fonda l’identità e l’autonomia delle singole discipline. Nella vita, invece, prevale l’organicità che unisce molteplici differenze; e così nell’arte trionfa la genialità di chi sa concentrare più aspetti arricchenti nella elaborazione del capolavoro.
Non solo l’impegno educativo è un’arte; ma anche l’attività evangelizzatrice, nella sua intrinseca spinta d’inculturazione, comporta di fatto anche una dimensione di arte, sebbene supponga vitalmente l’intervento diretto dello Spirito del Signore che trascende, di per sé, ogni metodologia umana. Essa, infatti, è un’attività che non suole prescindere da una collaborazione umana; non per nulla Cristo ha inviato gli Apostoli alle differenti culture e popoli: «Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato».20
La prassi pedagogica di Don Bosco unisce inseparabilmente tra loro educazione ed evangelizzazione, non in qualunque modo, ma con una peculiare compenetrazione armonica. Il capolavoro a cui perviene è «l’onesto cittadino perché buon cristiano».
Per poter scoprire il segreto della compenetrazione tra i due poli, dobbiamo entrare all’interno della personalità dell’«artista» per cercar di capire in che cosa sia consistita la sua abilità.
Dopo il CG21 abbiamo già fatto una riflessione su questo tema, tanto vitale per noi, nella circolare «Il progetto educativo salesiano» dell’agosto 1978.21 Ora ne riprendiamo il filo, convinti che il CG23 ci spinge a una sua miglior realizzazione.
Il nostro impegno operativo è simultaneamente pedagogico e pastorale: la nostra pastorale respira e agisce nell’area educativa; e la nostra attività educante si apre con costante e competente intelligenza al Vangelo di Cristo.
Don Bosco ha escluso sempre, nella sua attività pedagogico-pastorale, una qualsiasi dissociazione tra i due poli. Il CG21 ha affermato chiaramente che noi «siamo coscienti che educazione ed evangelizzazione sono attività distinte nel loro ordine. Sono però strettamente connesse sul piano pratico dell’esistenza».22
Qual è, dunque, la caratteristica pedagogico-pastorale di Don Bosco? Essa è situata nell’inesausta tradizione cristiana che sempre, ma soprattutto dall’umanesimo in poi, ha trovato nell’educazione la via maestra della pastorale giovanile: non si può estrapolare Don Bosco da questa tradizione della Chiesa. Egli, però, ha certamente agito con un’impronta propria, lasciataci in eredità quale componente concreta del suo carisma.
Le Costituzioni parlano dell’eredità del «Sistema Preventivo» in due articoli — 20 e 38 — collocati a livelli distinti anche se, evidentemente, complementari: il primo è espressione dello «spirito salesiano» che permea tutta la persona dell’educatore; il secondo indica il «criterio metodologico» della nostra missione per accompagnare i giovani nel delicato processo di crescita della loro umanità nella fede.
Possiamo dire che questi due articoli ci svelano il segreto che cerchiamo. Nel santuario più intimo della personalità di Don Bosco, quale suo primo e fecondo dinamismo ispiratore, c’è la carità pastorale (il «da mihi animas» vissuto secondo l’indole propria originale e inconfondibile dell’Oratorio di Valdocco), essa è «il centro e la sintesi» dello spirito salesiano.23 E nella perspicacia e praticità creativa di Don Bosco, in ordine all’azione, c’è anche l’intelligenza pedagogica che incarna la sua carità pastorale nell’area culturale dell’educazione, con tutte le esigenze proprie di una adeguata pedagogia.
La «carità pastorale» spinge e anima continuamente verso il traguardo; l’«intelligenza pedagogica» guida nel metodo, nella determinazione delle aree, nell’elaborazione degli itinerari e nella prassi circostanziata. «Tra “spinta pastorale” e “metodo pedagogico” — scrivevo nella circolare del ’78 — si può percepire una delicata distinzione utile alla riflessione e all’approfondimento di aspetti settoriali, ma sarebbe illusorio e pericoloso giungere a dimenticare l’intimo legame che li unisce così radicalmente tra loro da renderne impossibile la separazione. Voler dissociare il metodo pedagogico di Don Bosco dalla sua anima pastorale sarebbe distruggere entrambi».24
Poter affermare che l’arte educativa di Don Bosco comporta nella sua persona l’unione profonda tra «carità pastorale» ed «intelligenza pedagogica» è assicurare per noi la chiarezza e le priorità degli impegni da affrontare per realizzare le deliberazioni capitolari e, in particolare, per indicarci che cosa presuppone necessariamente in noi una «nuova educazione».
Ma cerchiamo di procedere oltre.

Educare evangelizzando

Nei nostri discernimenti postconciliari abbiamo espresso la scelta di campo di Don Bosco con lo slogan: evangelizzare educando ed educare evangelizzando.25 È una formula che considero felice e carica di espressività. Tuttavia richiede di essere ben intesa, per non dar adito a forme di scollamento che esaltano un aspetto e dimenticano di fatto l’altro, o che riducono uno all’altro, non badando alla dinamica che intercorre tra i due e il loro reciproco rapportarsi.
Se viene a mancare questo approfondimento, si rischia di cadere in forme di naturalismo — dimentico dell’azione interiore della grazia e dell’intervento dello Spirito Santo —, o si cade in forme di soprannaturalismo — dimentico della fatica umana e della necessaria competenza pedagogica che richiede l’arte di educare alla fede —.
E qui vale la pena di citare una considerazione dell’Esortazione apostolica Catechesi tradendae, dove si invita a riflettere sulla pedagogia originale della fede: «Tra le numerose e prestigiose scienze umane — ha scritto il Papa —, che registrano ai nostri giorni un immenso progresso, la pedagogia è senza dubbio una delle più importanti. Le conquiste delle altre scienze — biologia, psicologia, sociologia — le offrono elementi preziosi. La scienza dell’educazione e l’arte dell’insegnare sono oggetto di continue rimesse in discussione, in vista di un miglior adattamento e di una più grande efficacia, con risultati peraltro diversi.
Ora vi è anche una pedagogia della fede, e non si parlerà mai abbastanza di quel che una tale pedagogia della fede può arrecare alla catechesi. È normale, infatti, adattare in favore dell’educazione della fede le tecniche sperimentate e perfezionate dell’educazione in quanto tale. Occorre, tuttavia, tener conto in ogni istante della fondamentale originalità della fede».26
Penso che questa citazione di Giovanni Paolo II sia senz’altro utile per illuminare la nostra prassi pastorale e pedagogica e che ci debba accompagnare nel rileggere alcune esigenze del «Sistema Preventivo».
Abbiamo già visto che l’educazione non deve essere mai statica, perché è chiamata ad adeguarsi continuamente al divenire, sia del soggetto che della cultura. Essa deve poter offrire all’evangelizzazione una lettura esistenziale dei valori umani da permeare; approfondirne la natura specifica voluta dal Creatore con propria consistenza e finalità; far percepire il senso realista della gradualità del cammino ed aiutare a programmarne gli itinerari. Deve saper svolgere anche una funzione critica positiva riguardo a certe modalità di evangelizzazione che possono peccare di ingenuità e di astrazione; saper stimolare, nella progettazione pastorale, una indispensabile coscienza pedagogica per non prescindere mai dalla fondamentale positività dei valori umani, anche se feriti dal peccato.
Ma «educare evangelizzando» significa soprattutto non dimenticare mai l’unità sostanziale della persona del giovane. L’attività educativa dovrà, quindi, mantenersi intelligentemente aperta a chi le indica con chiarezza e oggettività la finalità suprema dell’esistenza umana ed essere fondata su una antropologia che non escluda l’evento storico di Cristo.
Sappiamo, poi, che l’attività evangelizzatrice è ordinata alla formazione del credente, ossia a curare la fede di questo uomo redento da Cristo, nella consapevolezza che la rivelazione «non è propriamente maturazione umana o risposta di esplicitazione a una situazione problematica; è, invece, iniziativa di Dio, dono, interpellanza, vocazione, domanda. Il Vangelo, prima ancora di rispondere, interroga».27
L’evangelizzatore non può rinunciare ad essere, anzitutto, «profeta» della Parola di Dio. Però il Vangelo è fatto per essere inculturato; non è mai esistito in astratto; la Parola di Dio è pioggia che feconda la terra; la fede non esiste come un qualcosa a sé stante; il credente è un uomo vivente che include nel «mestiere di essere persona», quale dimensione-vertice della sua esistenza, quella di rapportarsi al fratello Cristo, nuovo Adamo.
Oggi si insiste nel promuovere la crescita di una fede operativa caratterizzata dalla dimensione sociale della carità per l’avvento di una cultura della solidarietà; si cura il consolidamento, in ognuno dei credenti, della comunione e partecipazione ecclesiale con particolare riferimento alla Chiesa locale e a una convinta adesione al ministero di Pietro; si dà priorità al coinvolgimento attivo del laicato privilegiando i giovani perché siano davvero «protagonisti dell’evangelizzazione e artefici del rinnovamento sociale»;28 si stimola un aumento della sensibilità verso gli ultimi (poveri, emarginati, emigranti e i più bisognosi in genere); e si ravviva una maggiore conoscenza e corresponsabilità nell’azione missionaria. Sono tutti aspetti che immettono nella pastorale una vivissima urgenza di incarnarsi concretamente nell’attuale condizione umana; in definitiva, si tratta di saper «evangelizzare educando».
L’attività educante, a sua volta, trova nel Vangelo un aiuto formativo per la maturazione della libertà e della responsabilità, un sostegno nella ricerca di identità e di senso, una guida illuminante per la formazione della coscienza, un modello sublime per l’autenticità dell’amore, un orizzonte più chiaro e impegnativo per la dimensione sociale della persona, una più vasta modalità di intervento e di servizio nel comune cammino verso il Regno. La dignità della persona viene elevata, nell’interazione con la fede, al vertice del suo carattere creaturale di «immagine di Dio» con un destino trascendente che dà nuovo volto a tutti i diritti umani.
Inoltre l’educatore, al di dentro del processo di maturazione del soggetto, rende più cosciente l’attività pastorale — anzi si potrebbe dire che la «educa» — ad offrire opportunamente alla crescita personale «un supplemento di anima». Così gli specifici apporti dell’evangelizzazione (ascolto della Parola di Dio, preghiera e liturgia, condivisione della comunione ecclesiale, partecipazione attiva agli impegni della carità) possono essere vissuti, senza venir snaturati, anche come «mediazioni educative» che stimolano, promuovono e sorreggono l’autentica crescita della persona.
L’esperienza pedagogica di Don Bosco, che gli ha meritato il titolo di «Educator princeps», ha potuto dimostrare nella prassi che tanti elementi ecclesiali della fede (frequenza dei sacramenti, devozione a Maria, impegni apostolici) oltre che modi di vivere cristianamente sono anche mediazioni squisitamente educative, che possono condurre a «gustare» le ricchezze della libertà e della responsabilità. Essi rispondono magnificamente alla ricerca di senso e di identità e aiutano a discernere i veri valori nello sconcerto del pluralismo.
La preoccupazione evangelizzatrice di Don Bosco, ci ha scritto il Papa, «non si riduce alla sola catechesi, o alla sola liturgia, o a quegli atti religiosi che domandano un esplicito esercizio della fede e ad essa conducono, ma spazia in tutto il vasto settore della condizione giovanile. Si situa, dunque, all’interno del processo di formazione umana, consapevole delle deficienze, ma anche ottimista circa la progressiva maturazione, nella convinzione che la parola del Vangelo deve essere seminata nella realtà del vivere quotidiano per portare i giovani ad impegnarsi generosamente nella vita. Perché essi vivono un’età peculiare per la loro educazione, il messaggio salvifico del Vangelo li dovrà sostenere lungo il processo educativo, e la fede divenire elemento unificante e illuminante della loro personalità».29
Il nostro Fondatore era convinto che l’educazione dell’«onesto cittadino» è radicata nella formazione del «buon cristiano»; anzi affermava che «solo la religione (ossia la fede cristiana) è capace di cominciare e compiere la grande opera di una vera educazione».30
«Certamente il suo messaggio pedagogico — ci ha scritto il Papa — richiede di essere ancora approfondito, adattato, rinnovato con intelligenza e coraggio, in ragione dei mutati contesti socioculturali, ecclesiali e pastorali... Tuttavia la sostanza del suo insegnamento rimane, le peculiarità del suo spirito, le sue intuizioni, il suo stile, il suo carisma non vengono meno, perché ispirati alla trascendente pedagogia di Dio».31

Rileggendo il «Sistema Preventivo»

Il CG23 è, nella sua globalità, un pressante invito ad approfondire la criteriologia pedagogico-pastorale del «Sistema Preventivo», concentrando l’attenzione su alcuni elementi-chiave nella ricerca di ciò che dovrà essere per noi la «nuova educazione». Il Papa ci ha ricordato che la prassi di Don Bosco «rappresenta, in un certo modo, il condensato della sua saggezza pedagogica e costituisce quel messaggio profetico, che egli ha lasciato ai suoi e a tutta la Chiesa».32
Educazione ed evangelizzazione interagiscono, nel «Sistema Preventivo», in intima e armoniosa reciprocità. La spiegazione la troviamo nell’intuizione che la prassi operativa di Don Bosco è un’arte pedagogico-pastorale. Egli ha tradotto l’ardente carità del suo ministero sacerdotale in un progetto concreto di educazione dei giovani alla fede.
L’arte, come dicevamo, ha bisogno di toccare direttamente la realtà oggettiva per incidere su di essa nella ricerca di senso, di bellezza, di sublimazione. È una forma di attività dell’uomo geniale; ne esalta il talento inventivo e la creatività espressiva; per essa l’artista modifica anche se stesso mentre realizza il suo impegno. Ciò che lo spinge ad operare è un fuoco interiore, un’ispirazione ideale, una passione del suo cuore, illuminato dall’estro della genialità. Giustamente Giovanni Paolo II ha chiamato Don Bosco-Educatore «genio del cuore».
Abbiamo visto che questo fuoco interiore si chiama «carità pastorale»: un amore apostolico segnato dalla predilezione per i giovani; un amore che stimola l’«intelligenza pedagogica» a tradursi concretamente in itinerari educativi.
Da questo stimolo interiore e da questo intuito pedagogico è nato il «Sistema Preventivo». Non si tratta di una formula statica e quasi magica, ma di un insieme di condizioni che abilitano alla fraternità e maternità educativa. Vediamone alcune delle più significative, radicate nella fedeltà al Fondatore, il cui carisma è per natura permanente e dinamico, quindi in vitale crescita. Uno degli importanti principi-guida di Don Bosco, infatti, suona: «bisogna che cerchiamo di conoscere i nostri tempi e di adattarvisi».33
Oggi ci sentiamo coinvolti nella svolta antropologica, ma non ci anneghiamo in un atropocentrismo riduttivo.
a. La creatività dell’«artista». Il compito di «educare evangelizzando» suppone in chi lo realizza una condizione di base assolutamente indispensabile. L’abbiamo percepita chiaramente in Don Bosco: essa è simultaneamente «spinta pastorale» e «intelligenza pedagogica», intimamente unite tra loro dalla «grazia di unità». Si tratta di una specie di passione apostolica, una genialità pastorale, in vista della fede dei giovani. L’attuale clima di secolarizzazione, in cui anche lo sviluppo delle scienze dell’educazione segue più di una volta un percorso inficiato da incrostazioni ideologiche, è una provocazione di fondo per la nostra consacrazione apostolica.
Siccome nell’arte hanno straordinaria importanza i principi metodologici, l’intelligenza pedagogica è chiamata a dare un tono speciale, a imprimere una fisionomia propria alla carità pastorale. In Don Bosco il principio metodologico di base per agire da «artista» dell’educazione è stato «l’amorevolezza»: costruire fiducia, confidenza e amicizia attraverso l’esigente ascesi del «farsi amare». Il «Sistema Preventivo» comporta la «mistica» della carità pastorale e l’«ascesi» dell’amorevolezza.
Di qui procede quel senso di “paternità spirituale” che, pur dirigendosi a molti, si preoccupa dell’un per uno con tatto e orientamento personali in clima di famiglia.
Il Capitolo ci ricorda che questa carità pedagogica non è solo individuale di ogni confratello, ma deve anche essere caratteristica della comunità locale, perché essa è in definitiva il soggetto primo della nostra missione. Perciò è condizione fondamentale per la riuscita della «nuova educazione» che ogni comunità sia davvero «segno di fede» e «ambiente di famiglia» per divenire «centro di comunione e partecipazione».34
La creatività dell’«artista» è, dunque, radicata in una vissuta spiritualità salesiana!
b. In solidarietà con i giovani. L’appello di «andare ai giovani» è la «prima e fondamentale urgenza educativa»,35 realizzata in una convivenza che è espressione di solidarietà operativa. Il giovane — lo abbiamo ripetuto spesso —, è «soggetto attivo» nella prassi educativa e deve sentirsi veramente coinvolto da protagonista nell’opera d’arte da realizzare.
L’esperienza di Don Bosco con Domenico Savio (il capolavoro), o con Michele Magone e Francesco Besucco, è anche per noi suggestiva e stimolante. Egli non agiva con loro per scopi di «seduzione educativa», ma per condivisione di responsabilità. In questo lo guidava la convinzione del primato della persona dei giovani; quindi, del valore essenziale della loro libertà e dell’importanza del loro protagonismo. Nell’integrità armonica della persona vedeva l’indispensabile interazione tra educazione ed evangelizzazione; e nella libertà fondava la convinzione che l’opera dell’educatore non può sostituire quella dell’educando, ma piuttosto suscitarla e irrobustirla.
È in questa specie di condiviso patto educativo che si formava quell’ambiente sereno e gioioso che rendeva feconda tutta l’attività. Oggi, più che mai, si rende necessaria questa solidarietà educativa, quando l’ambiente della famiglia, della scuola, della società e della parrocchia non è sufficientemente in consonanza con le esigenze formative della crescita giovanile.
c. Con lo sguardo fisso sull’Uomo nuovo. L’arte educativa, come ogni arte, tende per propria natura alla piena realizzazione del fine per cui agisce. Non si fa arte senza finalità; il suo dinamismo vivo è concentrato nell’energia con cui si tende al fine, senza stancarsi e desistere nelle tappe intermedie. La dimenticanza del fine ultimo, o la deviazione nella sua scelta, toglie senso a tutta l’opera d’arte. Nell’ordine pratico il fine ultimo ha tanta importanza come quella di un principio assoluto ed evidente nell’ordine speculativo.
Ora, oggettivamente — per convinzione di fede — il fine o il traguardo a cui tende l’opera educativa è Cristo, l’«Uomo nuovo»; ogni giovane è chiamato a maturare in Lui e a sua immagine. Il CG23 indica con chiarezza qual è la «meta globale», ossia «il tipo di uomo e di credente che deve essere promosso nelle concrete circostanze della nostra vita e della nostra società... La meta è quella di costruire la propria personalità avendo Cristo come riferimento sul piano della mentalità e della vita».36
Non comprenderà mai Don Bosco educatore né la sua pedagogia — soleva affermare don Alberto Caviglia — chi non parta da questo principio metodologico della coscienza chiara del fine ultimo e della sua costante presenza lungo tutto il cammino da percorrere.
Oggi sorgono da differenti posizioni delle rinnovate contestazioni a questa finalità ultima; dall’ambito laicista è facile ascoltare che l’educazione umana non ha bisogno di nessun aggettivo che la qualifichi, neppure di quello «cristiano»; oppure, dall’ambito delle grandi religioni si obietta che ognuna di esse ha una sua parola da dire sulla finalità suprema dell’uomo.
Non si tratta di entrare in polemica, ma di essere convinti che l’evento-Cristo non è semplicemente l’espressione di una formulazione «religiosa», bensì un fatto oggettivo della storia umana che si riferisce in concreto ad ogni individuo della specie e che dà un senso definitivo alla stessa storia. Ogni persona ha bisogno di Cristo e tende a Lui, anche se non lo sa. È diritto esistenziale di ognuno poter arrivare a Lui; impedirlo è, di fatto, conculcare un diritto umano. La tendenza verso Cristo — conscia o inconscia, assopita o meno — è intrinseca alla natura dell’uomo, creato oggettivamente nell’ordine soprannaturale, nel quale il progetto-uomo è stato pensato in vista del mistero di Cristo, e non viceversa.
Questa considerazione deve essere una convinzione irremovibile nel cuore e nella mente di ogni educatore che si ispira al “Sistema Preventivo”; lo sorreggerà e lo illuminerà anche nelle situazioni di contesto avverso.
L’efficientismo di oggi e il relativismo religioso sogliono concentrarsi più sui mezzi che sui fini, e ciò va a detrimento della personalità dei giovani.
d. Per un’opera di preventività. Giovanni Paolo II ci ha ricordato che la «preventività» di Don Bosco è «l’arte di educare in positivo, proponendo il bene in esperienze adeguate e coinvolgenti, capaci di attrarre per la loro nobiltà e bellezza; l’arte di far crescere i giovani “dall’interno”, facendo leva sulla libertà interiore, contrastando i condizionamenti e i formalismi esteriori; l’arte di conquistare il cuore dei giovani per invogliarli con gioia e con soddisfazione verso il bene, correggendo le deviazioni e preparandoli al domani attraverso una solida formazione del carattere».37
Si tratta di arrivare là dove nascono e si radicano i comportamenti per sviluppare una personalità capace di decisioni proprie e di discernimento del male per non lasciarsi irretire dalle deviazioni ambientali e dalle inclinazioni delle passioni. In quest’opera preventiva, accompagnata da una cordiale e costante convivenza con i giovani, intervengono simultaneamente la pedagogia e la fede in modo concreto e operativo, non retorico e parolaio; con insistenza graduale, con revisioni e incoraggiamenti, con umiltà e realismo, con aiuti dell’ordine naturale e di quello sacramentale, considerando con pazienza pedagogica che «l’ottimo è nemico del bene».
e. Unendo in un unico faro di luce «ragione» e «religione». Spinto dalla carità pastorale e guidato dalla metodologia dell’amorevolezza, l’educatore-pastore coordina pedagogicamente le grandi luci formative che provengono sia dalla ragione che dalla fede. Esse devono convergere insieme a far crescere la personalità del giovane, assicurando luci alla mente e mezzi di aiuto concreto alla volontà: «illuminare la mente per rendere buono il cuore».38
Qui disimpegna un ruolo speciale l’interazione tra educazione ed evangelizzazione, la convergenza tra natura e grazia, tra cultura e Vangelo, tra vita e fede. E qui si innesta anche la peculiare efficacia educativa della conoscenza e frequenza dei Sacramenti. È bene spendere una breve riflessione al riguardo.
In nessun modo si declassano i Sacramenti dall’ordine del mistero a quello di mezzo pedagogico; si pensa piuttosto che l’efficacia divina dell’evento-Cristo ha una sua proiezione anche nella prassi educativa. Cristo non è solo la meta globale e il vertice dell’uomo nuovo, ne è anche «la via e la vita», la cui intrinseca efficacia entra anche nel livello metodologico delle mediazioni di crescita della persona.
E infatti, il «Sistema Preventivo» è tutto permeato dalla cura di mettere in consonanza l’attività del soggetto («opus operantis») con l’efficacia intrinseca del sacramento («opus operatum»). Appunto perché l’educatore-pastore è convinto per fede dell’efficacia della liturgia cristiana, cura pedagogicamente le qualità e i comportamenti umani che dispongono adeguatamente a partecipare in essa.
Don Bosco ha considerato sempre l’Eucaristia e la Penitenza come le due colonne della sua prassi pedagogico-pastorale.
f. Con attenzione inventiva per il tempo libero. Il Capitolo afferma che «l’esperienza di gruppo è elemento fondamentale della tradizione pedagogica salesiana».39 L’opera educativa di Don Bosco è contrassegnata dall’iniziativa oratoriana; essa comporta di sentirsi solidali con i giovani incominciando a dar spessore educativo al loro tempo libero. È una tipica esperienza formativa che non va contro l’educazione formale e le sue istituzioni, ma le precede, spesso le richiede, e in tal caso le permea infondendo in esse un peculiare carattere di coinvolgimento giovanile. L’inventiva oratoriana rimane anche oggi per noi «criterio permanente di discernimento e rinnovamento di ogni attività e opera».40
In questa prassi oratoriana occupano uno spazio privilegiato i gruppi giovanili con la loro varietà di espressioni; in essi si favorisce la comunicazione interpersonale e il protagonismo; di fatto essi costituiscono non poche volte l’unico elemento strutturale per accedere ai valori della educazione e della evangelizzazione.
Il Capitolo ci ha parlato del «Movimento giovanile salesiano», formato da gruppi e da associazioni che, «pur mantenendo la loro autonomia organizzativa, si riconoscono nella spiritualità e nella pedagogia salesiana».41
Anche il Papa aveva lanciato a noi un caldo appello, nel 1979, ricordandoci l’urgente bisogno di rinascita di validi modelli di associazioni giovanili cattoliche.42
Ecco un modo assai concreto di rileggere il «Sistema Preventivo» alla luce del criterio oratoriano. L’esperienza ci sta dimostrando che la cura dei gruppi e delle associazioni è una iniziativa da incrementare e da coordinare, «aperta, a centri concentrici, che unisce molti giovani: dai più lontani, per i quali la spiritualità è un riferimento appena percepito attraverso un ambiente in cui si sentono accolti, a quelli che in modo consapevole ed esplicito fanno propria la proposta salesiana. Questi ultimi costituiscono il nucleo animatore di tutto il movimento».43
Evidentemente, soprattutto con il «nucleo animatore», occorrerà approfondire ed esplicitare i valori della spiritualità giovanile tanto cara a Don Bosco.
g. Verso il realismo della vita. Una delle caratteristiche dell’attività pedagogica di Don Bosco è la sua praticità, ossia il voler abilitare i giovani alla concretezza della vita, sia sociale che ecclesiale. Nella prassi educativa la teoria non basta. Occorre accoppiare alla formazione della mente e del cuore l’acquisizione di abilità operative e relazionali, spirito d’iniziativa, sincera capacità di sacrifici piccoli e grandi, inclinazione personale al lavoro con senso di responsabilità, apprendimento di servizi e di mestieri, insomma, un addestramento al realismo dell’esistenza con crescente senso di serietà e di collaborazione.
Tutto questo per la formazione dell’«onesto cittadino», accompagnato anche dalla cura degli atteggiamenti di comunione e partecipazione in impegni della comunità ecclesiale (associazioni, gruppi, servizi apostolici).
La praticità, quindi, s’interessa di esercitare i giovani in concreti atteggiamenti sociali ed ecclesiali, aprendo la maturazione della persona, con modalità vissute, verso il bene comune e verso l’esperienza di Chiesa.
— In tutte queste esigenze e condizioni pedagogiche che abbiamo indicato, rimane centrale la forza della «grazia di unità» che fa convergere armonicamente in mutua interazione l’educare e l’evangelizzare.
Per cercare di capirne sempre meglio i dinamismi, la fede ci spinge a scrutare il mistero di Cristo, vero uomo e vero Dio; in Lui vibra una misteriosa unità tra l’ordine creaturale (con il dinamismo proprio dei suoi valori umani) e l’incarnazione del Verbo con le ricchezze proprie della sua essenza divina. C’è in Gesù Cristo una armoniosa organicità esistenziale che s’appoggia su una dualità di nature inseparabili. S. Tommaso d’Aquino ha saputo analizzare acutamente questa ineffabile convergenza unitaria: ha approfondito il principio dell’unità della persona distinguendo i dinamismi qualificanti delle due nature.44
Non è che nel caso nostro si applichi univocamente ciò che è proprio ed esclusivo di Gesù Cristo; però lo stesso Concilio Vaticano II paragona, secondo «una non debole analogia», la realtà ecclesiale dei fedeli al mistero sublime del Verbo incarnato.45

Santificarsi educando

Abbiamo riflettuto in un’altra circolare sulla spiritualità salesiana per la «nuova evangelizzazione».46 Quel «nuovo ardore», di cui ha parlato il Papa, significa un forte rilancio di quella «interiorità apostolica» che è la radice della nostra indole propria nella Chiesa.47 Qui dobbiamo aggiungere che la spiritualità salesiana rappresenta per noi anche la forza di sintesi santificatrice nella «nuova educazione».
Il CG23 ci assicura che l’educazione è «il luogo privilegiato del nostro incontro con Dio».48 Comporta una speciale spiritualità apostolica, che è simultaneamente pastorale ed educativa, «sempre attenta al contesto del mondo e alle sfide della gioventù: esige flessibilità, creatività ed equilibrio, e cerca con serietà le competenze pedagogiche appropriate. Alla radice c’è quella “consacrazione apostolica”49 che, dall’interno del suo “respiro per le anime”, assume i valori pedagogici e li vive come espressione concreta di spiritualità».50 È non solo spiritualità per l’educazione in genere, ma vera spiritualità dell’educazione alla fede!
Ricordiamo quanto ci ha scritto S.S. Giovanni Paolo II: «Mi piace considerare di Don Bosco soprattutto il fatto che egli realizza la sua personale santità mediante l’impegno educativo vissuto con zelo e cuore apostolico, e che sa proporre, al tempo stesso, la santità quale meta concreta della sua pedagogia. Proprio un tale interscambio tra “educazione” e “santità” è l’aspetto caratteristico della sua figura: egli è un “educatore santo”, si ispira a un “modello santo” — Francesco di Sales —, è discepolo di un “maestro spirituale santo” — Giuseppe Cafasso —, e sa formare tra i suoi giovani un “educando santo” — Domenico Savio».51
Giustamente le Costituzioni parlano del «Sistema Preventivo» come di «un’esperienza spirituale ed educativa», trasmessaci da Don Bosco «come modo di vivere e di lavorare per comunicare il Vangelo e salvare i giovani con loro e per mezzo di loro. Esso permea le nostre relazioni con Dio, i rapporti personali e la vita di comunità, nell’esercizio di una carità che sa farsi amare».52
Il Fondatore ci insegna che dobbiamo santificarci educando!
L’impegno educativo salesiano chiede di dedicare ampi spazi e tempi adeguati alla convivenza con i giovani, soprattutto oggi per la complessità e problematicità del loro contesto. Il richiamo a questa convivenza — la più continua e intensa possibile — è elemento cardine nel nostro impegno di santificazione e anche la ragione principale della nascita e crescita di vocazioni. Don Auffray, autore della nota biografia di Don Bosco (che meritò il plauso della prestigiosa Accademia francese), sintetizzava questa modalità pedagogica con la frase: «esser là (con i giovani) tutti e sempre: tous et toujours!».
Ciò esige un cuore ripieno di «carità pastorale» e una mente ricca di «intelligenza pedagogica», una solidarietà spirituale ed educativa vissuta nei momenti feriali, quotidiani, come nei momenti difficili, critici o in quelli esaltanti. L’amore educativo esige che si abbiano valide competenze professionali e relazionali per fare opera di promozione umana e cristiana. Si comprende qui, tutto il senso ascetico-mistico di quanto Don Bosco diceva di se stesso: «Io per voi (giovani) studio, per voi lavoro, per voi vivo, per voi sono disposto anche a dare la vita»; «basta che siate giovani, perché io vi ami assai».53 Egli «non diede passo, non pronunciò parola, non mise mano ad impresa che non avesse di mira la salvezza della gioventù».54
Nella mente del Fondatore i suoi figli non dovrebbero essere persone dedicate solo «professionalmente» ai giovani, ma dovrebbero fare del loro impegno educativo lo «spazio spirituale» e il «centro pastorale» della propria vita, della propria preghiera, della propria professionalità, del vissuto quotidiano. Sono invitati a formarsi una spiritualità che non distacchi il proprio essere dal proprio agire, che non separi mai l’intento evangelizzatore da quello educativo e viceversa, e vincoli la crescita nella propria santità con una qualificata attività pedagogica. È qui che sta il segreto della genialità dell’«artista» educatore cristiano. La carità pastorale dello spirito salesiano porta con sé quella più volte citata e preziosa «grazia di unità», di cui ci ha detto il Santo Padre che «è frutto della potenza dello Spirito Santo che assicura l’inseparabilità vitale tra unione con Dio e dedizione al prossimo, tra interiorità evangelica e azione apostolica, tra cuore orante e mani operanti... L’incrinatura di essa apre un pericoloso spazio a quegli ‘attivismi’ o ‘intimismi’ che costituiscono una tentazione insidiosa per gli Istituti di vita apostolica. Invece, le segrete ricchezze, che questa “grazia di unità” porta con sé, sono la conferma esplicita...che l’unione con Dio è la vera sorgente dell’amore operoso del prossimo».55
In questa prospettiva di spiritualità, non solo si arriva alla fondamentale fiducia del «niente ti turbi», ma anche si vive quotidianamente di quella speranza che «crede nelle risorse naturali e soprannaturali» dei giovani e che sa cogliere «i valori del mondo» e sa rifiutare «di gemere sul proprio tempo».56 Una spiritualità fatta di ottimismo e di gioia, vissuta nel lavoro e nella temperanza, che traccia una fisionomia di «gente di festa», molto laboriosa ed attiva, creativa e flessibile, radicata sì in una tradizione ma dinamicamente moderna, fedele alla suprema novità del Cristo e aperta ai valori culturali emergenti.57
Senza dubbio una tale spiritualità è frutto d’impegno, di dedizione, di riflessione, di studio, di ricerca, di cura continua e vigile; ma è radicata in una costante unione con Dio, che si traduce in preghiera ed azione, che è mistica ed ascesi. Così serve a santificare non solo la propria persona, ma anche quella dei giovani. Le Costituzioni ci dicono che la testimonianza della nostra spiritualità «rivela il valore unico delle beatitudini, ed è il dono più prezioso che possiamo offrire ai giovani».58
E tuttavia la nostra santificazione è anche dono che ci viene dai giovani, perché «noi crediamo che Dio ama i giovani; ...che Gesù vuole condividere la “sua vita” con i giovani; ...che lo Spirito si fa presente nei giovani e che per mezzo loro vuole edificare una più autentica comunità umana e cristiana... Noi crediamo che Dio ci sta attendendo nei giovani per offrirci la grazia dell’incontro con Lui e per disporci a servirLo in loro, riconoscendone la dignità ed educandoli alla pienezza della vita».59
Insieme con loro si potrà percorrere il cammino della fede con una spiritualità educativa comune a educatori e a giovani, anche se a livelli e gradi differenti; essa si tradurrà in «una pedagogia realista della santità... L’originalità e l’audacia della proposta di una “santità giovanile” è intrinseca all’arte educativa di Don Bosco, che può essere giustamente definito “maestro di spiritualità giovanile”».60
È su questa spiritualità che il Capitolo concentra l’attenzione di tutti, Salesiani e giovani, per divenire insieme artefici della sintesi vitale tra cultura e Vangelo, tra vita e fede, tra promozione umana e testimonianza cristiana. Dovremo saperci santificare prendendo in conto le novità dei tempi, dedicandoci con cura alla «nuova evangelizzazione» appunto perché esperti di «nuova educazione», con l’arte di Don Bosco che ha saputo coordinare felicemente la loro mutua interazione.
Don Bosco ci invita a fare dell’educazione dei giovani alla fede la nostra propria ragion d’essere nella Chiesa, ossia il nostro modo di partecipare alla Sua santità e azione: in essa diverremo santi se saremo «missionari dei giovani»!

Stimolati dalla maternità ecclesiale di Maria

Cari confratelli, quando ognuno di noi pensa alla nascita e crescita della propria fede personale, constata che essa è storicamente legata a concrete mediazioni pedagogiche: la famiglia, qualche persona amica, la comunità cristiana del suo paese. Certo la fede è un dono dello Spirito del Signore; senza l’iniziativa divina non sarebbe sorta in noi la fede. Ma se ripensiamo al nostro battesimo e, in generale, a quello dei bambini lungo tutta la tradizione della Chiesa, allora rimaniamo subito convinti che il dono della fede è accompagnato normalmente dall’attività educativa e dalla testimonianza vissuta di babbo e mamma, di tale prete, di tali fedeli, di tali religiosi e religiose.
È un dono che passa attraverso una collaborazione umana per assicurare la nascita e lo sviluppo di una linfa vitale così preziosa.
Una simile riflessione ci fa percepire, da una parte, l’interazione tra sollecitudine umana e dono della fede e, da un’altra, mette in rilievo l’importanza della presenza di una opportuna e valida cura pedagogico-pastorale che potremmo qualificare soprattutto «materna».
Nella conclusione della più volte citata lettera che ci ha scritto nell’88, il Papa afferma: «Con la vostra opera, carissimi educatori, voi state compiendo uno squisito esercizio di maternità ecclesiale».61
Ecco una felice espressione che esprime plasticamente in che cosa consiste l’«arte» di educare alla fede: un esercizio di «maternità ecclesiale»!
Nell’incarnazione del Verbo Maria non è la causa dell’unione ipostatica del Cristo, ma è davvero la Madre di Gesù; lo genera, lo aiuta a crescere come uomo nella storia e lo educa secondo la cultura del paese. Ci sono in Gesù, e nell’azione materna di Maria, da distinguere aspetti assai differenti tra loro, ma c’è un’unità organica di vita che fa proclamare alla Chiesa che Maria è «Madre di Dio».
C’è molto da meditare su tale verità.
Noi ci siamo affidati a Maria e ora ci rivolgiamo a Lei per impetrare il suo solerte aiuto negli impegni dell’arte educativa. Ella ha suggerito a Don Bosco il «Sistema Preventivo».
«Il cammino di fede — ci ha detto il Capitolo —, incomincia sotto la guida materna di Maria».62 Afferma inoltre che «la presenza materna di Maria ispira intensamente tutto il percorso (del lungo cammino) nel suo insieme: in ciascuna area... In Lei le strade dell’uomo si incrociano con quelle di Dio»;63 e ricorda anche che la spiritualità salesiana «dà un posto privilegiato alla persona di Maria... Al termine della sua fatica Don Bosco poté affermare con verità: “Tutto ha fatto Maria”».64
Ebbene: se viviamo con sincerità il nostro affidamente a Lei accadrà lo stesso a ognuno di noi, a ogni comunità locale, a ogni Ispettoria. L’importante è saper vivere con sincerità l’aspetto mariano della nostra spiritualità.
Il Santo Padre ce lo augura: «Invoco su tutti voi la continua protezione di Maria Ausiliatrice, Madre della Chiesa; Ella sia per voi, come lo fu per S. Giovanni Bosco, la Maestra e la Guida, la Stella della nuova evangelizzazione!».65
È Maria che invita tutti noi ad impegnarci a vivere e a testimoniare quell’interiorità apostolica che caratterizza il salesiano nella Chiesa; dalla forza unitiva di questa spiritualità scaturiranno tante iniziative felici e feconde per «educare i giovani alla fede».
Fraterni saluti a tutti e a ognuno, nella gioia di sentirci uniti in un comune grande impegno. Don Bosco interceda!
Cordialmente nel Signore,
D. Egidio Viganò

NOTE

1 IP 13
2 CG23 332
3 cf. CG23 4
4 cf. CG23 348
5 cf. Cost 31
06 cf. CG23 45-63
07 cf. CG23 64-74
08 cf. CG23 75-88
09 CG23 87
10 cf. CG23 182-191
11 cf. CG23 192-202
12 cf. CG23 203-314
13 Centesimus annus 53
14 A. BALLESTRERO, Dio, l'uomo e la preghiera, SEI, Torino, 1991, pag. 14-15
15 cf. ACG 331 pag. 14-15
16 RH 8
17 GS 22
18 GIOVANNI PAOLO II, Costituzione apostolica sulle università cattoliche: ECE 44
19 Cost 38
20 Mt 28,19-20
21 ACS n. 290
22 CG21 14
23 cf. Cost 10
24 ACS 290, pag. 12
25 cf. CGS 274-341; CG21 80-104
26 CT 58
27 ACS 290, pag. 35
28 ChL 46
29 IP 15
30 MB III, 605; cf. VII, 762
31 IP 13
32 ib.
33 MB XVI, 416
34 cf. CG23 215-218
35 IP 14
36 cf. CG23 112-115
37 IP 8
38 GIOVANNI BOSCO, Storia Sacra per uso nelle scuole, Prefazione - Torino, Speirano e Ferrero, 1847 - Opere Edite, v. III, pag. 7
39 CG23 274
40 Cost 40
41 cf. CG23 274-275
42 cf. ACS n. 294
43 CG23 276
44 cf. Summa theologica IIIa, qq. 18 e 19
45 cf. LG 8
46 cf. ACG n. 334
47 cf. ACG n. 331, La “Nuova Evangelizzazione”, pag. 27-32
48 CG23 95
49 Cost 3
50 ACG 334, pag. 35
51 IP 5
52 Cost 20
53 cf. Cost 14
54 cf. Cost 21
55 CG23 332
56 cf. Cost 17
57 cf. Cost Cap. 2°
58 Cost 25
59 CG23 95
60 IP 16
61 IP 20
62 CG23 121
63 CG23 157
64 CG23 177
65 CG23 335

(FONTE: Lettera pubblicata in ACG n. 337)