Si commosse per loro (Mc 6, 34)

Nuove povertà,

missione salesiana

e significatività

Don Juan E. Vecchi

Il capitolo quarto delle Costituzioni si apre con una citazione del Vangelo di Marco: "Vide molta folla e si commosse per loro perché erano come pecore senza pastore e si mise a insegnare loro molte cose" (Mc 6,34).
Nel vangelo è preludio e motivazione per la moltiplicazione dei pani. Nelle Costituzioni introduce il discorso sui destinatari della nostra missione.
L’evocazione biblica offre un'icona eloquente: la folla affamata e smarrita, la commozione di Gesù nel vederla, la sfida agli apostoli di risolvere il problema, la dichiarazione di impossibilità da parte loro, il moltiplicarsi miracoloso del cibo dapprima insufficiente.
Per noi è una chiave di lettura pastorale della attuale realtà giovanile e della missione da realizzare in essa.
Collegata all'immagine di Dio, Buon Pastore, tratta dal profeta Ezechiele e preposta al capitolo primo delle Costituzioni, ci ricorda che "nella lettura del Vangelo siamo più sensibili a certi lineamenti della figura del Signore: la predilezione per i piccoli e i poveri; la sollecitudine nel predicare, guarire, salvare sotto l’urgenza del Regno che viene; l’atteggiamento del Buon Pastore che conquista con la mitezza e il dono di sé"[1] .
Le singole pennellate acquistano allora un significato estremamente reale. C’è oggi una moltitudine di adulti e di giovani carente dei beni fondamentali per la vita, che si muove disorientata e attende un segnale di solidarietà. Ad essa si rivolge la compassione di Gesù che va oltre il sentimento umano. Esprime il cuore misericordioso di Dio, la sua decisione per la felicità e la vita di ogni uomo.
Per questo affida il problema ai suoi discepoli. Essi devono pensarci, superando il senso di inadeguatezza di fronte alle dimensioni del fenomeno, cercando le risorse disponibili e consegnandole alla capacità moltiplicatrice dell'amore.
La narrazione evangelica ha indicazioni interessanti sugli atteggiamenti che i discepoli di Cristo devono avere di fronte alle necessità umane, spirituali o materiali e sulle vie per farvi fronte: illuminare la coscienza con la Parola e costruire solidarietà.
C’è pure una logica originale nel calcolo e nell’impiego delle risorse. Esse si moltiplicano all’infinito dove i rapporti tra le persone e con le cose vengono ricostruiti alla luce del gesto eucaristico.

Il nuovo scenario del nostro impegno educativo

I contesti dove lavoriamo si vanno modificando sotto i nostri occhi. I fattori economici, sociali e culturali stanno determinando una nuova configurazione delle società. Variano dunque, almeno parzialmente, le urgenze della nostra missione: i soggetti da preferire, i messaggi evangelici da diffondere e i programmi educativi da mettere in atto.
Lo scenario è segnato da un fenomeno: la povertà. Non è solo la condizione di alcuni, è il dramma dell’umanità, un dramma spirituale prima ancora che materiale. A livello mondiale essa presenta dimensioni tragiche ed i suoi effetti sulle persone e popoli sono devastanti. A ragione le più alte autorità scientifiche e religiose li hanno ripetutamente denunciati.
Le immagini di tale povertà entrano, di tanto in tanto, nelle nostre case attraverso la televisione, suscitando sentimenti di compassione e sollevando interrogativi salutari. Basta pensare alla fame, "uno scandalo durato troppo a lungo" "che compromette il presente e il futuro di un popolo" e "distrugge la vita" secondo l'ultimo documento in merito offerto dal Pontificio Consiglio "Cor unum"[2]. Oppure all'esodo di migliaia di profughi, vittime di contrapposizioni razziali, discriminazione religiosa e rivalità aizzate ad arte. O ancora all’urbanizzazione precaria senza condizioni minime di lavoro, casa, servizi e partecipazione civile, che costituisce il fenomeno della emarginazione cittadina.
Se aggiungiamo l'immigrazione o il lavoro minorile, le servitù di vario genere, la situazione delle donne in molti contesti, lo sfruttamento dei più deboli, avremo un quadro a tinte nere, ma ancora incompleto delle sofferenze umane.
La povertà appare oggi sotto forme molteplici, più numerose che nel passato. A ragione si parla di povertà al plurale, classificandole in vecchie e nuove. Si evidenzia così che alcune sono sorte e si sono estese di recente. Sono infatti legate alle attuali condizioni di vita: appaiono dunque meno conosciute nelle loro cause e più esposte a giudizi moralistici e facili colpevolizzazioni.
Alla carenza dei mezzi economici indispensabili per la vita, che da sempre viene ritenuta la principale forma di indigenza, si aggiungono oggi altre manifestazioni in cui questo fattore non è principale o generante: le deficienze in ambito familiare, il fallimento scolastico, la disoccupazione, le dipendenze varie, la delinquenza, la vita sulla strada. Non vanno inoltre sottovalutate la mancanza di ragioni per vivere, l'assenza di prospettive umane e spirituali, che sfocia in fenomeni conosciuti di compensazione e di evasione.
Nelle società più avanzate e complesse si contano tra i poveri anche coloro che rimangono al margine delle crescenti esigenze di preparazione culturale e tecnica o che si trovano nell’impossibilità di soddisfare bisogni molto sentiti: l’identità, un normale inserimento sociale, la comunicazione personale significativa, il tempo libero, il bisogno di formazione, la partecipazione in progetti di largo respiro.
Questa molteplicità di forme rende la povertà un fatto universale. Anche le società opulente e tecnologicamente progredite le covano e sviluppano nel loro seno, non solo a causa dell’immigrazione, ma anche come risultato residuo del loro stesso sistema. Basta percorrere le strade di una città per essere colpiti dalle sue manifestazioni.
Esiste un’interrelazione fra alcune forme di povertà e il nostro stile di vita. Il mondo è diventato interdipendente nel bene e nel male. Da un sistema economico e di produzione che ha molti pregi, ma non certamente quello di mettere al centro la persona né di pensare al benessere minimo indispensabile per tutti, dipende l’attuale disoccupazione, l’impoverimento di molti e la conseguente riduzione delle possibilità educative. Nelle politiche economiche e culturali di una parte del mondo hanno origine nuove tragedie che colpiscono grandi gruppi, in maniera quasi anonima, in altre zone del pianeta. Si pensi al fenomeno del debito estero di alcuni paesi, sul quale ha voluto dire la sua parola anche la Chiesa.
Ci sono quantità di esempi, alla portata di mano, che confermano tale interdipendenza. Il prolungarsi di situazioni limite si deve senza dubbio alla mancanza di solidarietà sociale, alle lentezze nel definire e adempiere i vicendevoli doveri e diritti tra i popoli in un mondo unificato, al ritardo nel concepire piani possibili di sviluppo con risorse che certamente esistono e si sprecano.
A parere di tutti gli osservatori e secondo quanto confermano le statistiche, le povertà nel mondo non sono in diminuzione, ma in aumento soprattutto nelle zone depresse. Il 1996 è stato l’anno dedicato allo sradicamento della miseria. Ebbene, si è concluso con una amara constatazione. La miseria si riproduce nella stessa misura in cui si cerca di risolverla mediante interventi settoriali di soldi e assistenza.
Lo rilevava la Centesimus Annus: "... nel mondo nonostante il progresso tecnico-economico, la povertà minaccia di assumere forme gigantesche. Nei paesi occidentali c’è la povertà multiforme dei gruppi emarginati, degli anziani e malati, delle vittime del consumismo e più ancora quella dei tanti profughi e immigrati; nei paesi in via di sviluppo si profilano all’orizzonte crisi drammatiche, se non si prenderanno in tempo misure internazionalmente coordinate"[3].
Tutte le forme di miseria bloccano e possono arrivare a distruggere le riserve educative della persona. A noi colpiscono in forma particolare quelle che compromettono le possibilità di crescita dei giovani, pur riconoscendo che non sono e non si possono trattare come fenomeni isolati e autonomi.
Le povertà giovanili, in cui giornalmente ci imbattiamo, hanno come causa l'indigenza economica, le carenze educative e culturali, la precarietà familiare, lo sfruttamento ignobile da parte di terzi, la discriminazione razziale, l'impiego abusivo come mano d'opera, l’impreparazione al lavoro, le dipendenze varie, la chiusura di orizzonti che soffoca la vita, la devianza, la solitudine affettiva. A essa rivolgiamo uno sguardo attento come il campo del nostro impegno indicatoci dal Signore.
Quello che impressiona di più è la diffusione di un disagio di fondo che serpeggia tra i giovani e va spingendo a forme di marginalità e rinuncia alla crescita. Il rischio incombe su tutti, a tal punto che il CG23 ha indicato la povertà come una delle principali sfide alla nostra missione proprio in rapporto all’educazione dei giovani alla fede. "La condizione sociale di povertà interpella e sfida ogni uomo di buona volontà. L’impossibilità o la grande difficoltà pratica di realizzarsi come persone, non potendo usufruire delle condizioni minime per uno sviluppo adeguato, pongono domande serie"[4]. "Chi, come discepolo di Cristo, vede questa realtà con i suoi occhi e la sente col suo cuore è chiamato a compatire queste situazioni e a rendersi solidale con chi le soffre"[5]. "Osservando questa condizione sociale di povertà con gli occhi di don Bosco e constatando come essa distrugga tanti giovani, il cui orizzonte di vita si limita alla ricerca dell’immediato per sopravvivere o ad un ideale svuotato di senso, ci sentiamo sfidati a fare più consistente e qualificata la presenza salesiana tra i poveri"[6].

L'opzione della Chiesa

L’amore della Chiesa per i poveri appartiene alla sua costante tradizione[7]. Figure di santi e sante, opere e istituti religiosi stanno a dimostrarlo. Anche numerosi laici ne hanno fatto un impegno di vita nell'ambito del privato o pubblico.
Nei contesti di maggiore miseria, nella comunità cristiana sono sorte persone carismatiche che hanno affrontato le piaghe sociali più diffuse con opportune iniziative. Insieme riuscirono ad accudire quasi tutte le categorie di poveri proprie del loro tempo: indigenti, illetterati, abbandonati, ridotti a servitù, carcerati.
Non pochi di essi hanno fondato comunità attrezzate sul versante spirituale ed operativo per venire incontro al bisogno dei poveri con progetti di vasta portata. Sono passati alla storia come grandi testimoni del Vangelo e tra i suoi più eloquenti annunciatori.
All’emergere della questione sociale, una visione più critica della società mise in luce i meccanismi generatori di miseria. La Chiesa denunciò allora i modelli di organizzazione economica, sociale e politica che sottovalutano il valore della persona, la spogliano del diritto ai beni necessari per una vita pienamente umana ed espandono la miseria e l’emarginazione.
Il magistero sociale si rese più costante dopo il Concilio, non solo per le dimensioni che andava prendendo la povertà e per una percezione ormai indiscussa delle sue cause, ma anche per la nuova consapevolezza che maturava nella Chiesa riguardo alla sua testimonianza e missione.
Cinque sono le lettere encicliche che affrontano, in collegamento con i problemi del lavoro e dei rapporti tra le nazioni, le questioni più gravi del sottosviluppo: Populorum progressio (1967), Octogesima adveniens (1971), Laborem exercens (1981), Sollicitudo rei socialis (1987), Centesimus annus (1991). Ad esse bisogna aggiungere il Sinodo dei Vescovi sulla giustizia (1971) e le dichiarazioni di importanti assise continentali.
Nel contesto di questa sensibilizzazione generale è venuta guadagnando terreno l’espressione "scelta preferenziale" dei poveri. Non è tanto una raccomandazione di carità individuale, ma un criterio per impostare la pastorale della Chiesa.
Il Concilio l’aveva proposta con numerose indicazioni rivolte ai cristiani, ai Vescovi ed ai presbiteri. Ne riporto un saggio che ha abbondanti riscontri. Leggiamo nel decreto che riguarda il ministero sacerdotale: "Anche se sono tenuti a servire tutti, ai presbiteri sono affidati in modo speciale i poveri e i più deboli, ai quali lo stesso Signore volle dimostrarsi particolarmente unito e la cui evangelizzazione è mostrata come segno dell'opera messianica"[8].
È stata la Terza Conferenza Latino-americana di Puebla a coniare l’espressione "opzione fondamentale", esplicitandone il significato e le applicazioni pastorali. Dopo una lettura evangelica della realtà del continente ed un discernimento sul ruolo che in tale situazione corrispondeva alla Chiesa come portatrice della buona novella, dichiarava: "Affermiamo la necessità di conversione di tutta la Chiesa ad una opzione preferenziale per i poveri, in vista della loro liberazione integrale"[9].
Da allora l'opzione per i poveri e le parole che la esprimono si sono diffuse a tutti i contesti. In uno degli ultimi documenti della Conferenza Episcopale Italiana, in linea con i precedenti, leggiamo: "L'amore preferenziale per i poveri si rivela come una dimensione necessaria della nostra spiritualità. Con gli ultimi e con gli emarginati potremo tutti recuperare un genere diverso di vita"[10].
La troviamo pure in molti scritti recenti della Chiesa universale. Valga per tutti il n. 42 della Sollicitudo rei socialis: "L’opzione o amore preferenziale per i poveri è una opzione o una forma speciale di primato nell’esercizio della carità cristiana, testimoniata da tutta la tradizione della Chiesa (....). Oggi, attesa la dimensione mondiale che la questione sociale ha assunto, questo amore preferenziale, con le decisioni che esso ci ispira, non può non abbracciare le immense moltitudini di affamati, mendicanti, di senzatetto, senza assistenza medica e soprattutto senza speranza di un futuro migliore"[11].
Viene particolarmente raccomandata ai religiosi. Essi infatti, per la radicalità della sequela, rappresentano in maniera più immediata, l'amore della Chiesa e del Cristo per i poveri e hanno in merito una tradizione ricca di iniziative: "L'opzione per i poveri è insita nella dinamica stessa dell’amore vissuto secondo Cristo. Ciò comporta per ogni istituto, secondo lo specifico carisma, l’adozione di uno stile di vita sia personale che comunitario, umile ed austero. Forti di questa testimonianza vissuta, le persone consacrate potranno, nel modo consono alla loro scelta di vita e rimanendo liberi nei confronti delle ideologie politiche, denunciare le ingiustizie che vengono compiute verso tanti figli e figlie di Dio, ed impegnarsi per la promozione della giustizia nell’ambiente sociale in cui operano"[12].
All'aprirsi della fase della nuova evangelizzazione, l’opzione per gli ultimi venne ribadita con molteplici modulazioni. Si è sottolineato che essa apre la strada all'annuncio, ne concretizza il senso e da esso viene illuminata.
Il cuore della nuova evangelizzazione è il Vangelo della carità che assume i problemi e le situazioni umane che hanno bisogno della forza trasformante dell’amore. E una carità che si esprime nell’immediato, ma soprattutto si impegna in un progetto sociale e culturale di vasta e lunga portata in cui la persona è sempre considerata secondo la sua vocazione e dignità, alla luce di quanto ci è stato rivelato in Cristo.
Anche a rischio di sovrabbondare, non voglio tralasciare di ricordare come l'opzione per i poveri integra il programma ecclesiale per il giubileo del 2000. "In questa prospettiva, ricordando che Gesù è venuto ad evangelizzare i poveri (MT 11, 5; Lc 7, 22), come non sottolineare più decisamente l'opzione preferenziale della Chiesa per i poveri e gli emarginati? Si deve anzi dire che l'impegno per la giustizia e per la pace in un mondo come il nostro segnato da tanti conflitti e da intollerabili disuguaglianze sociali ed economiche, è un aspetto qualificante della preparazione e della celebrazione del Giubileo. Così, nello spirito del Libro del Levitico (Lv 25, 8-28) i cristiani dovranno farsi voce di tutti i poveri del mondo"[13].
Il lungo processo di riflessione ha avuto anche l'effetto di chiarificare il senso dell'opzione preferenziale per i poveri. Essa non comporta esclusione alcuna, né disattenzione verso chiunque, ma esprime il coinvolgimento di tutta la Chiesa nel momento storico per il quale sta passando il mondo. Non è parallela né giustapposta all'evangelizzazione, che sarà sempre il primo e più originale compito della Chiesa; ma la si intende all'interno dell'annuncio di Cristo conforme alla delucidazione di Paolo VI nella Evangelii nuntiandi[14].
Non appartiene soltanto ad alcuni, ma è assunta dalla Chiesa. Non va realizzata con polarizzazioni, ma nella comunione; non va strumentalizzata al protagonismo di persone e di gruppi, ma portata avanti attraverso la complementarità di doni, prestazioni e progetti.

Il nostro cammino di riflessione

La Congregazione non è rimasta indifferente di fronte alle nuove manifestazioni della povertà in generale ed in particolare di fronte ai segni del disagio giovanile. È sempre viva nella sua memoria l’immagine di don Bosco capace pure lui, come Gesù, di commuoversi profondamente di fronte alle miserie dei giovani.
Risuonano nella sua coscienza le espressioni con cui don Bosco consegna le sue reazioni di fronte ai ragazzi del carcere: "Vedere turbe di giovanetti sull’età da 12 a 18 anni; tutti sani, robusti, di ingegno svegliato; ma vederli là inoperosi, rosicchiati dagli insetti, stentare di pane spirituale e temporale, fu cosa che mi fece inorridire"[15].
Da quella esperienza cominciò a profilarsi una nuova figura di sacerdote per i giovani, ebbe origine un nuovo tipo di opera educativa, venne a crearsi un nuovo ambiente di educazione, si immaginarono percorsi di crescita sulla misura dei giovani, al punto che il nome di don Bosco oggi è unito ad alcuni modelli di opere ed a uno stile di educazione anche se non sempre sia stato lui il primo a concepirli[16].
È quanto sembra affermare Egli stesso quando commenta: "Fu in quella occasione che mi accorsi come parecchi erano ricondotti in quel sito perché abbandonati a se stessi. Chi sa, diceva tra di me, se questi giovani avessero fuori un amico, che si prendesse cura di loro, li assistesse e li istruisse nella religione nei giorni festivi, chi sa che non possano tenersi lontani dalla rovina o almeno diminuire il numero di coloro che ritornano in carcere? Comunicai questo pensiero a don Cafasso e col suo consiglio e coi suoi lumi mi sono messo a studiare il modo di effettuarlo"[17].
È netta da allora la scelta della prevenzione e, come sua forma completa, la scelta dell’educazione ispirata al criterio preventivo, cioè attenta a sviluppare le energie che abilitano la persona a emergere dai condizionamenti che la vita può portare, capace di anticipare esperienze gravemente negative in cui verrebbero compromesse le risorse del soggetto o comunque l'uscirne comporterebbe per lui un dispendio inutile e doloroso di energie.
Il problema dei giovani, in seguito da lui cercati e avvicinati, è stato tramandato nella tradizione orale e istituzionale della Congregazione e ultimamente pure studiato con rigore storico. Le conclusioni convergenti possono aiutare a illuminare situazioni umane odierne e le scelte che esse richiedono[18].
Il campo giovanile ampio, resta sempre l’opzione fondamentale per don Bosco. La preferenza per i poveri, abbandonati, derelitti, bisognosi, pericolanti va assumendo un senso variegato a mano a mano che don Bosco deve confrontarsi con nuove necessità.
Al momento del maggiore sviluppo la sua opera si rivolge ad una frangia di gioventù comune, con risorse umane intatte, bisognosa piuttosto dal punto di vista economico, per una sua conveniente promozione umana e cristiana; a un frangia di giovani anche di classe media e popolare "di particolare buona indole" e con pietà, candidati "alla carriera ecclesiastica" o base esemplare per le sue istituzioni; a un piccolo margine di discoli di diverse tipologie, per i quali si pensa sempre preferibile l’intervento preventivo.
In un ambiente educativo giovanile e propositivo permeato dalla ragione, dalla fede e dalla amorevolezza, si può fare in una certa misura anche opera di ricupero e di rieducazione. Si è rifiutato di accettare case di corrigendi, così come erano pensate e gestite nel suo tempo. Ha invece sempre pensato che l'opera di ricupero e di rieducazione dovesse avvenire attraverso l’insieme degli elementi che compongono nella sua totalità il Sistema Preventivo nella triplice valenza razionale, religiosa, affettiva[19].
Don Bosco presenta il suo sistema educativo come il più adeguato alla rieducazione dei ragazzi toccati dalla delinquenza o comunque gravemente emarginati. Ciò si riflette nelle sue parole e nei suoi scritti ai cooperatori, alle pubbliche autorità, agli ex allievi quando li invita a collaborare all’educazione della gioventù, specialmente di quella più povera e abbandonata; per liberare tanti fanciulli dalla rovina materiale e morale dalle carceri, dalla corruzione dei costumi e dalla perdita della fede [20].
Ultimamente poi sono stati rilevati la dimensione e il valore ampiamente sociale dell’intervento di don Bosco che non va rinchiuso in ambienti educativi troppo esclusivi o specifici. E non solo perché nelle sue intenzioni ci sono la rigenerazione e il "benessere della civile società", e perché nell’opera di educazione-promozione della gioventù vengono interessate le più svariate istanze che hanno a che vedere col sociale e col politico; ma anche perché gli stessi programmi educativi non si restringono ai profili abituali e si svolgono liberamente con novità in ampi ambiti sociali. Si pensi al rapporto col mondo del lavoro, ai contratti, al tempo libero, alla promozione dell'istruzione e cultura popolare.
Don Bosco si fa promotore o per lo meno sognatore di vasti progetti sociali di prevenzione e di assistenza[21].
Le Costituzioni, che guidano il nostro comportamento come singoli ma più ancora lo sviluppo del progetto comunitario, hanno riprodotto queste convinzioni di don Bosco nel capitolo sui destinatari della nostra missione. Ne presentano in successione: i giovani specialmente i più poveri, i giovani che si avviano al lavoro, quelli che danno speranza di vocazione. Dei giovani più poveri si dice che sono i primi e principali destinatari della nostra missione per cui noi "lavoriamo specialmente nei luoghi di più gravi povertà"[22].
È chiaro che i giovani poveri, indicati come primi e principali destinatari della missione salesiana, non stanno nel testo costituzionale semplicemente accanto alle altre categorie elencate, ma al loro centro, irradiando un significato alla cui luce si capiscono le altre specificazioni del campo a cui ci sentiamo chiamati. Così come l'accenno ai giovani non si pone allo stesso livello, ma come riferimento motivante del nostro impegno verso gli adulti del ceto popolare.
La missione salesiana ha così una definizione unitaria, non una lista indifferenziata di possibilità. Muove da una scelta che dà ragione del tipo e dell'intensità della carità pastorale, che si richiede da noi e si estende ad altri cerchi più ampi con lo stesso spirito.
Più tardi, e in vista della nuova realtà, nei Regolamenti generali si elencarono i diversi tipi di povertà ai quali vogliamo rispondere col nostro servizio educativo: "dei giovani anzitutto che, a causa della povertà economica, sociale e culturale, a volte estrema, non hanno possibilità di riuscita; dei giovani poveri sul piano affettivo, morale e spirituale e perciò esposti alla indifferenza, all’ateismo e alla delinquenza; dei giovani che vivono al margine della società e della Chiesa"[23]. Si prende atto così dell’allargamento delle povertà nelle società complesse, in cui spesso le diverse forme si accumulano e condizionano mutuamente, creando situazioni fortemente disumanizzanti.
Viene pure suggerita una duttilità di approcci e di strutture educative secondo le necessità di coloro a cui ci dedichiamo. Rimane quale riferimento permanente il modello "oratoriano"[24] come ambiente di accoglienza , attento al rapporto personale, aperto a tutte le attività e forme di espressione adeguate alla situazione del giovane, organizzato "secondo un progetto di promozione integrale dell’uomo orientato a Cristo, uomo perfetto"[25].

Le iniziative concrete

L’ultimo tempo ha comportato per noi una lenta ma costante evoluzione in molti sensi riguardo alla scelta dei più poveri. L’emarginazione e il disagio giovanile sono più conosciuti e vengono seguiti con maggiore attenzione; le loro manifestazioni sono meglio comprese e si è più attenti alle cause.
Alla diffusione di tale conoscenza hanno contribuito le raccomandazioni dei Capitoli Generali, l'abitudine della progettazione, la divulgazione di ricerche specifiche e alcune iniziative, come l’osservatorio della condizione giovanile, i corsi di pedagogia sociale, i convegni sul tema del disagio, le ricerche varie fatte da noi a raggio immediato o ampio.
Si sono chiariti la valenza, i gradi e le forme complementari della prevenzione e così pure il senso salesiano della preventività, che non esclude il recupero dei soggetti già raggiunti dalle conseguenze della marginalità e del disagio, ma anzi si propone come forma ottimale per risvegliare le loro risorse ancora sane e arginare il deterioramento definitivo.
Lo volle confermare il Rettore Maggiore alla fine del CG22: "La carità pastorale vissuta da don Bosco ci stimola ad andare verso i giovani più bisognosi, verso quelli che sono in particolari pericoli, sia nel terzo mondo come anche nelle società di consumo. Don Bosco ci insegna che la forza educativa del Sistema Preventivo si mostra anche nella capacità di ricupero dei ragazzi sbandati che conservano delle risorse di bontà e nel prevenire sviluppi peggiori quando si stanno incamminando già sulla strada della devianza"[26].
I Capitoli Generali hanno stimolato continuamente una maggiore intraprendenza e audacia di iniziativa che esprimesse la nostra solidarietà con le diverse forme di povertà. Dopo la proposta delle nuove presenze negli ambienti di emarginazione enunciate dal CGS20[27] e ribadita nel CG21[28], un orientamento operativo del CG22[29] chiede alle ispettorie di "ritornare ai giovani, al loro mondo, ai loro bisogni, alla loro povertà. Diano ad essi una vera priorità, manifestata in una rinnovata presenza educativa, spirituale e affettiva. Cerchino di fare la scelta coraggiosa di andare verso i più poveri ricollocando eventualmente le nostre presenze dove è maggiore la povertà"[30].
L'invito ad un inserimento più deciso tra i più poveri è ricalcato dal CG23. Dopo aver presentato la povertà come una delle sfide che per la sua gravità, urgenza e ampiezza interpella più direttamente le comunità, chiede ad ogni ispettoria di individuare nuovi e urgenti fronti di impegno, principalmente tra i giovani che hanno maggiori difficoltà, istituendo per loro qualche presenza come "segno" del nostro andare verso i giovani più lontani [31].
Al chiarimento dei concetti di prevenzione e preventività, alla maggiore conoscenza del disagio giovanile, all'orientamento insistente dei Capitoli Generali, bisogna aggiungere un altro fatto. Nelle ispettorie si sta avverando un certo movimento verso i più poveri. Dappertutto si sono date risposte creative come parte di un progetto possibile di ricollocazione. A seconda del contesto esse hanno mirato a raggiungere i ragazzi che vivono nella strada, a collocarsi in zone urbane di miseria generalizzata, a risolvere il problema dell’abbandono scolastico con percorsi educativi alternativi, ad assistere i giovani carcerati, ad operare nell’ambito della tossicodipendenza con forme di prevenzione, accoglienza e accompagnamento per il ricupero.
Il numero complessivo di queste iniziative è decisamente consistente. Sono pure aumentate nel sessennio scorso.
Alcune presentano un modello nuovo dal punto di vista pedagogico e salesiano, sostenuto da competenze professionali e portato avanti con tenacia. Così, pur con un volume modesto di iniziative, abbiamo dato anche noi il nostro contributo di riflessione pedagogica e sociale ispirata al Sistema Preventivo su alcune forme di devianza.
Vanno rilevati l’influsso che queste iniziative hanno sugli altri ambienti di educazione dell’ispettoria e la maggiore conoscenza del disagio giovanile che vi portano così come l’incidenza che hanno sul contesto sociale e sull’opinione pubblica.
Il CG24 ha rilevato la loro capacità di convocazione e coinvolgimento di laici. "La riflessione comune, - dice - il progetto condiviso e il rapporto con i laici sono esperienze positive soprattutto nelle cosiddette nuove presenze, sorte come risposta agile e immediata ai problemi posti dal disagio giovanile, dall’emarginazione, ecc. In queste sedi si stanno sviluppando anche le forme migliori di partecipazione laicale e di volontariato"[32].
Bisogna aggiungere che alle varie forme di emarginazione e di disagio si danno risposte parziali anche nelle altre presenze educative. Basta visitare alcuni dei nostri centri di formazione professionale e oratori per convincersene. In essi non solo si fa un'efficace prima prevenzione, ma trovano accoglienza, interlocutori e proposte ragazzi e giovani che sono già a rischio di disorientamento.
Rientrata quasi dappertutto la polemica che opponeva i diversi tipi di presenza e superata quella forma eccessivamente individuale per cui alcune di queste opere venivano considerate come retaggio di confratelli singoli, che forse avevano avuto il merito di desiderarle e iniziarle, si va notando ovunque un'assunzione più decisa da parte delle ispettorie e quindi una maggiore integrazione delle iniziative e dei confratelli che operano nel progetto ispettoriale.

GUARDANDO IL FUTURO

Una rilettura cristiana della realtà

Vedendo la folla, i discepoli si avvicinano a Gesù e gli dicono: "Il luogo è isolato e ormai è già tardi. Lascia andare tutta questa gente in modo che possa comprarsi qualche cosa da mangiare nelle campagne e nei villaggi qui intorno". Era una osservazione di buon senso, di gente comune e nello stesso tempo un modo di trarsi fuori dal problema, di non farsene carico.
Gesù risponde: "Voi stessi date loro da mangiare"[33]. Con ciò afferma che il problema li riguarda. Sorprende i discepoli con tale ordine. Essi prendono in considerazione l’indicazione di Gesù ma concludono subito che è loro impossibile adempierla. La folla è troppo numerosa e i mezzi non esistono. Questo è sovente anche il nostro sentimento e la nostra conclusione.
Essi non comprendono l'intenzione di Gesù. Pensano al molto di cui avrebbero bisogno e di cui non dispongono. Gesù invece conta sul poco che possono mettere a disposizione. Per lui la soluzione non dipende dalla quantità iniziale di cibo.
L’estensione della povertà infatti ha radici profonde. Ci sono certamente quelle personali. Appartengono a colui che soffre il disagio e l’emarginazione e a coloro che sono più strettamente legati alla sua vita e alla sua crescita.
Persino nei contesti agiati le condizioni favorevoli di sviluppo vengono vanificate quando sono carenti le disposizioni personali. Viceversa, rafforzate le risorse che ci sono nelle persone, queste riescono ad aprirsi un varco in ambienti fortemente condizionanti e a produrre in essi trasformazioni significative nell’ordine dei rapporti, della socialità e della condivisione. Puntare sulle persone e sulla loro motivazione è dunque un'indicazione sempre valida.
È vero però che lo sviluppo personale viene favorito o reso difficile, fino a rasentare l’impossibilità concreta, da cause culturali cioè legate alla mentalità che predomina nell’ambiente e che determina comportamenti, valutazioni, modalità di vita e di rapporti.
Negli ultimi tempi si è dunque insistito sull’urgenza di lavorare per una cultura che riconosca la dignità di ogni persona, rafforzi la solidarietà in tutti gli ambiti e in tutte le forme, assicuri il bene e il diritto dell’educazione per tutti, non ceda mentalmente a pregiudizi o valutazioni sommarie di comodo e non cada nella trappola dell'individualismo e del consumismo. Solo così si può rifare il tessuto sociale e renderlo più umano.
La stessa insistenza permea l’insegnamento etico e sociale della Chiesa. Per noi è molto stimolante perché collega l’impegno di promozione umana, che compiamo attraverso l’educazione-evangelizzazione, ad un ambito più ampio dove sono possibili altre iniziative. Combacia poi con quanto abbiamo ereditato da don Bosco e ci viene suggerito dalle Costituzioni, là dove esse si riferiscono alle nostre presenze tra i ceti popolari e alla nostra azione attraverso la comunicazione sociale.
Ma alle cause radicate nelle singole persone e nella mentalità comune bisogna aggiungere, e forse anteporre per il loro peso, quelle strutturali.
Esse agiscono simultaneamente su molte persone in ambiti molto estesi e con meccanismi molto potenti. Hanno dunque una capacità senza pari di imporre una situazione, modi di pensiero e stili di vita, rigenerando o prolungando l’emarginazione ad essi collegata. Fenomeni come quello della fame, della miseria, dei conflitti prolungati, dello sfruttamento della mano d'opera, della devastazione delle risorse naturali sono sufficienti per darne un'idea.
La riflessione ci deve servire non tanto per ritornare a denunce di maniera, ma per impostare correttamente, anche nel piccolo, l’azione educativa e di evangelizzazione. Non si educa infatti se non si fa prendere coscienza del mondo in cui viviamo.
Da alcuni anni si va ripetendo che ci troviamo di fronte a un fenomeno di impoverimento piuttosto che di semplice povertà. Non si tratta di una tappa transitoria, un incidente di percorso, conseguenza del passato; ma del risultato di attuali strutture economiche, sociali e politiche, pur riconoscendo che altre cause influiscono sull'estendersi della povertà.[34].
Questo scenario si è logorato ancora con la prevalenza di un unico e universale modello economico. La logica che si va imponendo attraverso di esso è che la produzione di beni si muove all'insegna del profitto e non va regolata da esigenze di un giusto sviluppo sociale che includa tutti.
Tra i suoi effetti più gravi vi sono l'allentamento e persino la decomposizione della solidarietà sociale, la riduzione della persona a individuo capace di possesso, produzione e acquisto.
Il modello di uomo è infatti centrato più sull’avere che sull’essere. Di conseguenza si fa strada il costume consumistico: lavorare per avere, avere per acquistare, acquistare per consumare.

Approfondire le ispirazioni

L’intreccio descritto sopra, indica che qualsiasi soluzione è precaria e insufficiente se non si punta al cuore dell’uomo: al nostro cuore, di discepoli chiamati ad assumere la compassione e la logica di Gesù; al cuore dei giovani che vogliamo avvicinare; al cuore di coloro che si riferiscono a Cristo come suoi seguaci o ammiratori; al cuore di chi ha beni materiali, d'intelligenza o competenza; al cuore di chi deve decidere orientamenti sociali e politici.
È quello che suggerisce il gesto di Gesù. La quantità verrà e supererà il bisogno se ci sono coloro che mettono a disposizione del Signore i loro pani e i loro pesci.
Lo stesso messaggio ci giunge dai luoghi e tratti del nostro carisma.
Il nostro carisma è nato ai Becchi con la vocazione di don Bosco. La casetta natia ricopia l'icona della moltiplicazione quando sul suo sfondo si colloca la carta geografica delle opere salesiane distribuite oggi nel mondo. Lì in un ambiente di reale, anche se degna povertà, Giovanni Bosco mise a disposizione del Signore quello di cui disponeva: la sua vita.
Sperimentò l'angoscia economica per realizzare studi e sogni. Si sottomise alla prova del lavoro sotto padrone. Allo stesso tempo sentì la solidarietà della comunità umana e cristiana e soprattutto il sostegno dei sacerdoti. Essi con il loro incoraggiamento ed il modesto contributo economico portarono a Gesù il ragazzo dei pani e dei pesci, che oggi arrivano a una folla.
La nostra opera è frutto di grazia e genialità ma anche di solidarietà umile e quasi anonima.
I1 luogo spirituale della missione è l'oratorio, cominciato senza dimora fissa, alloggiato in una tettoia, sviluppatosi in quello che oggi è Valdocco. Di esso scrive don Bosco: "In generale l'oratorio era composto di scalpellini, stuccatori, selciatori, quadratori e di altri che venivano da lontani paesi. Essi non essendo pratici né di chiese né di compagni erano esposti ai pericoli di perversione, specialmente nei giorni festivi"[35]. Ce la ricordano continuamente questa nostra origine e questa preferenza del nostro Padre quando ci interrogano sull’attuale disagio giovanile.
Dall'incontro con i giovani poveri è nata la nostra pedagogia, con le sue caratteristiche di contenuto e metodo, con la figura di un educatore che va oltre il ruolo istituzionale ed è per i giovani amico e padre. Don Caviglia la definisce una "pedagogia per il ragazzo povero".
Dalla situazione dei ragazzi poveri sono state suggerite le iniziative e i programmi che attraversano la nostra storia: l'oratorio, le scuole professionali, il pensionato famiglia. Don Bosco lo ripete quando presenta la storia della Congregazione, nelle "Memorie dell'oratorio", nel suo Testamento. Sembra naturale che da essi riparta per rinnovarsi.
La fonte ispirante è sempre la carità pastorale diffusa dallo Spirito nel battesimo e nella chiamata alla vita salesiana: ma la ricerca, l'incontro e la condivisione della vita con i giovani poveri sono la "circostanza provvidenziale", la mediazione indispensabile nel sorgere e nel progressivo concretizzarsi della nostra missione; è l'esperienza dell'amore gratuito e corrisposto, della salvezza vissuta, del ritorno alla vita.
Nel contatto con i giovani poveri, don Bosco ne scopre le ricchezze interiori, le potenzialità, la dignità innata, sentita e desiderata. Ciascun giovane porta personalmente i segni dell'amore di Dio nel desiderio di vita, nell'intelligenza e nel cuore. La povertà, che impedisce loro di crescere da persone e figli di Dio, è un appello e una sfida a restituire loro la coscienza del proprio valore e a far emergere i doni di cui il Signore li ha arricchiti.
Don Bosco allora concepisce il suo servizio sacerdotale come lavoro educativo per far affiorare le risorse nascoste, per far emergere i tratti che sembrano cancellati, fino a portare i giovani ad un livello soddisfacente di vita umana e cristiana; anzi alla santità. Rivela loro il volto del Dio di Gesù, un Dio che ha cura dei passeri e dei fiori, che non vuole che si perda uno solo dei piccoli, che non attende che la pecora smarrita torni, ma esce a cercarla; che viene preso da un profonda compassione di fronte ad ogni situazione umana di dolore e risveglia la speranza.
Ciò costituisce per lui un'autentica esperienza di Dio, scoperto con ammirazione e raccontato con gioia nella sua provvidente paternità; è la stessa esperienza di Gesù che resta sorpreso perché il Padre abbia tenute occulte le cose del Regno ai saggi ed ai prudenti e le abbia voluto rivelare ai piccoli[36], quella che porta a capire e affermare il valore di ogni ragazzo al di sopra delle apparenze perché i loro angeli sono continuamente alla presenza del Padre.
I giovani poveri dunque sono stati e sono ancora un dono per i salesiani. Il ritorno ad essi ci farà recuperare il tratto centrale della nostra spiritualità e della nostra prassi pedagogica: il rapporto di amicizia che crea corrispondenza e desiderio di crescere.
Oggi bisogna andare di nuovo oltre le strutture stabilite, oltre le cose da dare; bisogna uscire, fare un esodo mentale e pedagogico verso il rapporto, la presenza, la condivisione.
È questo l'atteggiamento fondamentale con cui il sistema preventivo realizza in termini educativi la sequela di Gesù che piantò la sua tenda fra di noi, venne a cercare e salvare chi era perduto, si mescolò con i pubblicani e si sedette a tavola con i peccatori, si avvicinò a poveri e malati e fece di questi gesti i segni della sua missione di salvezza.
Il Regno di Dio si manifesta, cresce e si realizza tra i poveri perché consiste tutto in una relazione gratuita che Gesù stabilisce e rinnova con coloro che non credono di avere meriti né davanti alla società né davanti a Dio.
A volte siamo troppo preoccupati di quello che noi possiamo dare o di quello che ci manca per agire, fino a diventare incapaci di scoprire le ricchezze che ci sono nei giovani, che essi possono mettere a frutto, con le quali veniamo noi stessi arricchiti. I1 sistema preventivo ci obbliga a svuotarci di noi stessi e accogliere i doni che il Signore ci offre, soprattutto in coloro che sono più bisognosi e all'apparenza meno degni.

La povertà dell'educatore salesiano

Il commento precedente ci porta a riflettere sulla povertà dell'educatore salesiano. Essa, prima ancora che a norme sull'uso del denaro e delle cose, si riferisce ai beni in cui riponiamo la nostra speranza e felicità. Beati i poveri!
È un dono dello Spirito che ci fa capaci di comunione. Consiste in una profonda necessità di Dio e dei fratelli. Scaturisce dall'esperienza dell'amore di Dio e della risposta a Lui nell'apertura agli altri. Alla sua luce i beni materiali risultano funzionali e secondari. Chi ha trovato nell'amore il senso della vita, non ha bisogno di attaccarsi alle cose per essere felice, benché se ne serva con libertà.
Il Dio di Gesù, essendo sufficiente alla propria felicità, si fa povero per arricchirci. È un Dio che sceglie coloro che sentono l'insufficienza propria e li colma di beni perché il suo essere è donare. È il Dio che prima e più fortemente di noi, vuole che i poveri abbiano la vita e viene al nostro incontro nei giovani più bisognosi per offrirci il dono della sua presenza e la partecipazione al suo amore.
Coscienti che tutto quello che siamo è un dono e che gli altri, anche se poveri, hanno da arricchirci, li guardiamo e avviciniamo con gratitudine e attesa, favoriamo la loro espressione, offriamo spazi alla partecipazione, anche se risulta limitata e imperfetta, non ci consideriamo liberi dalle miserie umane, collaboriamo con senso di umiltà alla crescita della loro vita, godiamo del sorgere delle energie e dei traguardi che vanno raggiungendo soprattutto i più piccoli e gli ultimi. Sappiamo che è più quello che riceviamo da loro e da Dio che quello che diamo.
Questa visione caratterizza la nostra preghiera che così diventa semplice, fiduciosa e concreta[37]; centrata nell’azione di grazie per quello che Dio ha dato a noi gratuitamente e per la vita dei giovani; una preghiera che ci dispone a condividere, dando e ricevendo da loro[38]; che esprime e sviluppa in noi il bisogno di Dio senza il quale non possiamo far niente[39] e ci porta a scorgere il Regno che va crescendo tra coloro che accolgono Dio, abbiano beni in abbondanza o meno.
Convinti che ciò che facciamo a loro lo facciamo a Cristo, ci impegniamo ad operare con professionalità, attingendo con libertà ciò che la scienza e la tecnica mettono a nostra disposizione. Ci imponiamo una formazione continua per dare risposte adeguate alle nuove situazioni di povertà, mettiamo in atto con coraggio nuove forme di aggregazione e ricerca di risorse al servizio dei poveri e cerchiamo di organizzare più accuratamente la loro gestione.
Allo stesso tempo manteniamo uno stile di vita semplice, anzi austero, senza cedere al desiderio di possesso illimitato di cose o di comodità. Era quello che consigliava don Bosco ai primi missionari: "Fate che il mondo conosca che siete poveri negli abiti, nel vitto, nelle abitazioni e voi sarete ricchi in faccia a Dio e diverrete padroni del cuore degli uomini". Anche nell'azione mettiamo la nostra fiducia nei mezzi poveri dell'amicizia e del rapporto piuttosto che difenderci dietro l'organizzazione.
Questa spiritualità ci aiuterà a vivere un altro atteggiamento caratteristico del nostro Padre: la fiducia nella Provvidenza. La povertà di don Bosco fu serena, attenta al Regno di Dio e alla sua giustizia e anche industriosa, a servizio dei giovani. Sapeva incominciare con poco, motivare la collaborazione e orientare l'uso del denaro direttamente a finalità educative. Chiedeva ed attendeva, ma non rimaneva impigliato nella ricerca dei mezzi.
In una cultura caratterizzata dalla preoccupazione eccessiva della propria sicurezza, soprattutto materiale, dobbiamo essere segni di libertà evangelica, preoccupandoci in primo luogo delle persone e del Vangelo, sicuri che il Signore ci aiuterà a trovare le risorse di cui abbiamo bisogno. Così sono cominciate tutte le nostre presenze e così hanno avuto origine le grandi imprese della Congregazione.

Fare la scelta dei giovani poveri

Le nuove povertà dovranno trovare i salesiani sensibili, capaci di cogliere il peso negativo che esse hanno sui giovani e pronti ad intervenire come lo fu don Bosco con la povertà del suo tempo.
La risposta positiva è una realtà in molti luoghi, ma per tutti la domanda di Cristo rilancia, in maniera semplice e diretta, la "sfida carismatica". Quanti pani e pesci potete e volete mettere a disposizione?
Il CG23 riconosceva che le presenze direttamente orientate ai giovani in difficoltà hanno una forte incidenza moltiplicatrice: sono punti di riferimento e di promozione della solidarietà, riscuotono l’approvazione generale, riescono a coagulare collaborazioni molteplici, creano mentalità solidale nella gente e ottengono l’appoggio della società[40].
Come estendere ancora queste aree di solidarietà?
Puntiamo in primo luogo sui confratelli e sulle comunità. C'è da diffondere conoscenze, c'è da affinare sensibilità, c'è da infondere fiducia e coraggio, c'è da risvegliare l'originalità carismatica.
Non è poca cosa se in un'ispettoria o comunità locale tutti riescono a cogliere la portata, la profondità e le manifestazioni odierne del disagio giovanile nel proprio contesto, come un rischio incombente su tutti gli adolescenti e giovani, che esplode in alcune fasce più deboli ed esposte.
Non è poco se si superano le colpevolizzazioni, la stigmatizzazione delle devianze giovanili e si rinnova la fiducia nelle risorse del giovane e nel suo desiderio di rifarsi. Amorevolezza, ragione, religione sono ancora vincenti quando noi riusciamo ad esserne mediatori efficaci.
Il salesiano può rivivere così lo stile di don Bosco, abbattendo le barriere della diffidenza, aiutando a superare i pregiudizi e dando opportunità per un incontro fecondo. Ciò porterà ad un inserimento spirituale e fisico nel mondo reale dei giovani.
Non mi fermo ad esplicitare quello che tale inserimento richiede e le trasformazioni che opera: l'incontro quotidiano con questi giovani e le loro situazioni di disagio produrranno nelle comunità nuovi stimoli per una fede vissuta come realtà salvifica e trasformatrice della storia. Le muoverà a vivere con più semplicità e creatività il servizio educativo.
Senza questo movimento spirituale e fisico di accostamento alla povertà diventa difficile una risposta più consistente alla sfida dell’emarginazione giovanile. La conoscenza e l'avvicinamento tendono alla condivisione di quello che abbiamo per grazia, di quello che i giovani patiscono, di quello che vorrebbero raggiungere, del cammino che pensano di poter fare. Quanto, di spogliamento personale e di assunzione dei sentimenti di Gesù, Buon Pastore, ciò richieda, lo possono dire solo coloro che l'hanno sperimentato.
C'è poi un altro passo da fare, impegnativo e complementare: elaborare un progetto ispettoriale per l'emarginazione giovanile che coinvolga le comunità. La realtà del disagio giovanile e il rischio dell'emarginazione vanno prese in considerazione in tutte le presenze.
Dovrebbero portare ad enucleare contenuti e modalità educative nella linea di una più attenta e aggiornata prevenzione; ad animare il territorio, in vista della corresponsabilità di istituzioni e famiglie, per la qualità dei rapporti e della vita.
Potrebbero portare anche a privilegiare, nelle singole opere, un'accoglienza più numerosa di ragazzi e giovani "a rischio", che possono essere tenuti lontani dalla devianza con programmi appropriati e un ambiente educativo di sostegno.
Renderanno comunque più pronto lo sguardo degli educatori sui sintomi iniziali o ancora latenti, di disagio e sulle prime manifestazioni di cedimento all'emarginazione.
Oltre a questa attenzione generale, c'è bisogno di creare alcune iniziative e distaccare gruppi che operino nell'ambiente stesso dell'emarginazione tra i soggetti già raggiunti da essa.
Tali presenze, superata la contrapposizione o il senso di straordinarietà, aiuteranno tutte le comunità nella conoscenza e trattamento del disagio e a mantenere vivace lo stile del Sistema Preventivo.

La nostra preoccupazione: educare

Le povertà e l'emarginazione non sono un fenomeno puramente economico, ma una realtà che tocca la coscienza delle persone e sfida la mentalità della società. L'educazione è dunque un elemento fondamentale per la loro prevenzione e per il loro superamento ed è pure il contributo più specifico ed originale che, come salesiani, possiamo dare.
Educare significa accogliere, ridare la parola e comprendere. Vuol dire aiutare i singoli a ritrovare se stessi; accompagnarli con pazienza in un cammino di ricupero di valori e di fiducia in sé. Comporta la ricostruzione delle ragioni per vivere.
L'insegnamento sistematico è una via importante per la prevenzione e il superamento della povertà e del disagio, ma a condizione che ci conduca ad un incontro con l'integralità della persona; l'anonimato istituzionale o il solo apporto di conoscenze non realizza i fini dell'educazione.
Oggi educare ci chiede una rinnovata capacità di dialogo, ma anche di proposta. Bisogna raggiungere le persone e quello che interroga o sfida la loro vita; bisogna coinvolgere in esperienze che aiutino a cogliere il senso dello sforzo quotidiano, puntare su una proposta ricca di interessi e saldamente ancorata a quello che è fondamentale e che, mentre offre gli strumenti fondamentali per guadagnarsi da vivere, rende capaci di agire da soggetti responsabili in ogni circostanza.
Nell'educazione emergono alcune urgenze. Il CG23 indicava la costellazione vita - amore - coscienza - solidarietà come sfida alla nostra opera anche di evangelizzazione[41].
La considerava uno degli aspetti da curare in ogni nostro programma educativo e ne indicava pure i traguardi principali: radicare attraverso rapporti, convinzioni ed esperienze il valore della persona e della sua inviolabilità, al di sopra dei beni materiali e di ogni struttura od organizzazione, per abilitare a fare scelte autonome di fronte ai pesanti meccanismi di manipolazione ed a valutare correttamente situazioni inumane; orientare i giovani alla conoscenza adeguata della complessa realtà culturale e socio-politica, cominciando con quella più vicina e quotidiana, per arrivare fino alle istituzioni e ai modelli socio-economici che hanno influsso determinante sul bene comune; coinvolgere i giovani, quelli di ambienti di povertà e quelli dei contesti di benessere, in iniziative che richiedono solidarietà, perché imparino a farsi carico delle sofferenze altrui e a collaborare per superarle.
Il programma enunciato costituisce una efficace prevenzione contro dipendenze e stimoli negativi, offre indicazioni per un cammino di ricupero ed allo stesso tempo richiede il coinvolgimento dei quei giovani che hanno potuto tenersi liberi o superare i rischi delle diverse povertà. A noi tocca tradurlo in gesti quotidiani.

Promuovere una nuova cultura

Le povertà nascono e si diffondono in un mondo intercomunicante e interdipendente. La valutazione che se ne fa, le speranze di superarle che si possono risvegliare, le forme concrete di impegnarsi, sono legate a modi di pensare e reagire delle persone, dei gruppi e dell'intera società.
Lo si vede quando si ragiona sull'uso dei beni, sui rapporti tra individui e tra popoli, sui sentimenti verso i diversi, sul modo di affrontare le devianze e trasgressioni.
Lo sforzo contro l’emarginazione è tanto più efficace, quanto più penetra e trasforma l’insieme di percezioni e sentimenti che configurano il pensiero e la condotta di una società o di gruppi attivi al loro interno. Non è, dunque, sufficiente un impegno d'aiuto e d'assistenza in favore dei singoli, anche se questo è importante.
Si richiede un lavoro di animazione sociale, che susciti cambiamenti di criteri e visioni attraverso gesti e azioni. Tali gesti ed azioni creano nuove forme di relazione e modelli di condotta che incarnano valori diversi da quelli che reggono gran parte del nostro costume, come l’individualismo possessivo, la soddisfazione degli interessi personali, la condanna di chi soffre dipendenze, l'abbandono dei più deboli.
Si tratta di promuovere una cultura dell'altro, della sobrietà nello stile di vita e di consumo, della disponibilità a condividere gratuitamente, della giustizia, intesa come attenzione al diritto di tutti alla dignità della vita e, più direttamente, di coinvolgere persone e istituzioni in un'opera di ampia prevenzione, di accoglienza e di supporto di chi ne ha bisogno.
I nostri ambienti educativi possono essere centri di elaborazione e punti di irradiazione di tale cultura verso la famiglia, i gruppi, il quartiere, i circoli e istituzioni collegate e, attraverso la comunicazione sociale, le società in generale.
Ci sono alcuni movimenti ed iniziative che, anche se minoritarie, hanno una forte incidenza perché esprimono nuovi rapporti e anticipano nuovi criteri di solidarietà: l'associazione privata per un commercio equo e solidale, il movimento di famiglie che si impegnano a vivere con il sufficiente e ad evitare le spese superflue, il volontariato.
Sono questi alcuni modelli di vita promossi da circoli cristiani, nel contesto della nuova cultura sociale, che impegnano a vivere secondo il vangelo e non secondo gli stimoli del consumismo. Svariate iniziative ed aggregazioni simili si possono creare in tal senso.
Esse finiscono per agire in rete e riescono a proporsi come interlocutori, materialmente deboli; ma moralmente forti, di fronte ad organismi e istituzioni politiche ed economiche. Più importante ancora, riescono a moltiplicare i progetti di aiuto e le presenze di condivisione e solidarietà.
È questo un campo in cui noi salesiani, organizzazione internazionale, con molteplici risorse e con un ricco patrimonio spirituale, abbiamo grandi possibilità e allo stesso tempo un'importante responsabilità. Dobbiamo fare uno sforzo di pedagogia collettiva per offrire vie e progetti concreti, in cui coinvolgerci, a molta gente disposta ad assumere, come umile avanguardia evangelica, uno stile di vita solidale e generosa.

Evangelizzare partendo dagli ultimi

L’azione salesiana, in qualsiasi ambiente si svolga, comprende sempre l'annuncio di Cristo, la sollecitudine per la salvezza eterna della persona. In ogni iniziativa di prevenzione, formazione e ricupero, essa costituisce sempre l'intenzione e il desiderio principale, anche se forse dovrà essere esplicitata a mano a mano che i soggetti se ne rendono capaci. Desideriamo che sentano Dio Padre, che conoscano Gesù Cristo e crediamo pure che nella proposta di fede in lui si trovano energie insospettate per la costruzione della personalità e per lo sviluppo integrale.
Il CG23, presentando le caratteristiche dell’itinerario di fede che noi salesiani facciamo con i giovani, afferma che si devono privilegiare gli ultimi e ripartire sempre da essi come condizione per arrivare a tutti. "Il collocarsi dalla parte degli ultimi e dei più poveri - dice - determinerà non solo l’inizio del cammino, ma ogni ulteriore tappa, fino a quelle conclusive", perché i più avanzati sono invitati a "sostenere con la propria testimonianza ed azione il passo di quanti stanno iniziando"[42].
È, di nuovo, un'indicazione autorevole sul luogo significativo dove collocarsi: tra gli ultimi, secondo i criteri umani.
L'annuncio della salvezza ai poveri è il segno per eccellenza del Regno e di conseguenza la dimensione più profonda della nostra missione educativa. La conoscenza e la relazione personale con Gesù Cristo non è un privilegio dei giovani più impegnati o protetti, ma un dono da offrire a tutti e sin dai primi passi. Se Cristo si vuole dare ai più poveri e bisognosi, e ciò ha manifestato durante la sua esistenza terrena, non possiamo noi ritardare la scoperta del suo dono.
L'evangelizzazione comincia certamente con l'incontro, capace di assumere la sofferenza e la speranza del giovane, di sostenere la sua volontà di riprendersi, di avvicinarsi ai segni di Dio e della Chiesa. La salvezza si annuncia e si realizza quando si crea una situazione in cui il giovane viene liberato da ciò che condizionava negativamente il meglio della sua vita; quando in contatto con persone, che gli dimostrano un amore disinteressato, scopre il valore e le possibilità della vita.
Il contatto quotidiano con adulti capaci di creare un clima di famiglia, una relazione d’amicizia che fonde interesse per i giovani e spazio alla loro responsabilità, bontà e fermezza, esigenza e comprensione, diviene una testimonianza capace di suscitare meraviglia e di risvegliare il meglio che essi si portano dentro. Sorgono così le domande che offrono opportunità di un annuncio sulla misura della comprensione del singolo giovane.
La prima scintilla del cammino di fede va poi curata e sviluppata con pazienza e perseveranza, puntando sempre sul positivo che c'è nel giovane e sulla forza interiore della coscienza; approfittando dell'esperienza del gruppo e dell'ambiente; sicuri dell'energia di ripresa che viene dalla preghiera e dai sacramenti. Al riguardo c'è da rileggere e tradurre in pratica il sentire di don Bosco sul valore della fede e della coscienza nel percorso di recupero dei giovani.
Nella Chiesa si parla di nuova evangelizzazione. Le esplicitazioni sottolineano che la “novità” sta nella testimonianza della carità, nell’annuncio di Cristo nel cuore della vita e della cultura attuale e nel movimento verso i lontani.
Il nostro contributo può consistere proprio nel provare e proporre processi di evangelizzazione in situazioni giovanili particolarmente difficili.

Conclusione

Gesù "replicò loro: "Quanti pani avete? Andate a vedere". E accertatisi, riferirono: "Cinque pani e due pesci". Allora ordinò loro di farli mettere tutti a sedere sull’erba verde. Tutti si sedettero a gruppi e gruppetti di cento e di cinquanta. Presi i cinque pani e i due pesci, levò gli occhi al cielo, pronunziò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli perché li distribuissero; e divise i pesci fra tutti. Tutti mangiarono e si sfamarono e portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche dei pesci"[43].
La presenza del Signore diviene miracolo di solidarietà perché la gente abbia pane in abbondanza. Egli mette in movimento i suoi discepoli perché cerchino le risorse disponibili. Crea una vera fratellanza, che porta a partecipare e sfocia nella comunione. Così il dinamismo, cominciato con un sentimento di compassione, si trasforma in azioni che ricolmano di vita i bisognosi con la Parola che illumina e con il Pane che sostiene. Il poco basta per tutti, anzi ne avanza.
È il nostro compito e la nostra speranza: porre dei segni e moltiplicare. Per questo, nella programmazione di questo sessennio, abbiamo messo la significatività al centro dell'attenzione. Essa scaturisce dai luoghi, dallo spirito e dallo stile con cui realizziamo la nostra missione e offriamo la nostra testimonianza. L'abbiamo perciò preso come criterio principale di riferimento, ricollocazione e ridistribuzione delle risorse.
Gli elementi, da cui si sprigiona significatività, sono: la manifestazione incondizionata della carità evangelica, la capacità di " salvare " coloro che gli uomini abbandonano alla propria sorte, il desiderio di donare vita e speranza, l'efficacia nella proposta di fede, la forza aggregante per cui persone di buona volontà si uniscono nel bene, la capacità di far maturare mentalità e rapporti nella linea del Regno.
Molte iniziative sono "buone"; ma non tutte parlano con la stessa eloquenza, realismo e verità. Molte opere possono essere di qualche utilità; non tutte esprimono il Vangelo, l'amore di Dio seminato nel cuore dei credenti con la stessa immediatezza e profondità. Molti interventi appaiono accettabili, funzionali alla società in cui viviamo; alcuni sono fortemente "evangelizzatori" e profetici. La presenza fra i giovani più bisognosi è tra questi. Conosciamo quanto stanno facendo le singole ispettorie e quanto vorrebbero fare se la disponibilità personale lo consentisse.
La contemplazione e il richiamo della moltiplicazione dei pani, serva di ispirazione e criterio per un deciso movimento verso i giovani più poveri, anche nella eventuale precarietà delle risorse.
Maria SS., che nell'Annunciazione si mise a disposizione del Signore, aiuti anche noi ad essere pronti all'opera di salvezza che nasce nel cuore misericordioso di Dio.

Roma, 30 marzo 1997
Pasqua di Risurrezione

NOTE

[1] Cost. 11
[2] cf. La fame nel mondo, una sfida per tutti, lo sviluppo solidale
[3] CA 57
[4] CG23 78
[5] ib. 79
[6] ib 80
[7] cf. CA 57
[8] PO 6
[9] Puebla; n. 1134 - cf. nn. 1134 -1165
[10] Con il dono della carità entro la storia. La Chiesa in Italia dopo il Convegno di Palermo. Nota della CEI n. 34-35
[11] SRS 42
[12] ib. 82
[13] TMA 51
[14] cf. EN 32
[15] Bosco G., Memorie dell'Oratorio, a cura di Ferreira A., LAS Roma 1992 pag. 104
[16] cf. Stella P., Don Bosco nella storia. Vol. I pag. 106-112
[17] Bosco G., Memorie dell'Oratorio, a cura di Ferreira A., LAS Roma 1992 pag. 104
[18] cf. Braido P.
[19] cf. Braido P., Poveri e abbandonati, pericolanti e pericolosi: pedagogia, assistenza, socialità ed esperienza preventiva di Don Bosco. in Annali di storia dell’educazione, 1996, Vol. 3 pag. 185
[20] cf. Braido P., ib. pag. 190
[21] cf. Braido P., ib. pagg. 183 - 236
[22] Cost 26
[23] Reg. 1
[24] cf. Cost 41
[25] Cost 31
[26] CG22 72
[27] CGS20 39-44. 515. 181. 619
[28] cf. CG21 158-159
[29] cf. CG22 6
[30] ib. 6
[31] cf. CG23 230
[32] CG24 20
[33] Mc 6, 37
[34] Puebla, n. 30
[35] Bosco G., Memorie dell'Oratorio, a cura di Ferreira A., LAS Roma 1992 pag. 104
[36] Lc 10,21
[37] Cost 86
[38] ib.. 95
[39] ib. 12
[40] cf. CG23 290
[41] cf. n. 182-214
[42] cf. ib. 105
[43] Mc 6, 38.43

(ACG 359/2006)