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Quale gioia! Salire a Gerusalemme per scendere alle radici. La Via di Acri da Akko a Gerusalemme

Inserito in NPG annata 2018.

I CAMMINI /4

La Via di Acri da Akko a Gerusalemme

Paolo Giulietti

(NPG 2018-01-56)

1. Il percorso

Un pellegrinaggio che dura da 3000 anni
Il “santo viaggio” a Gerusalemme ha radici antiche: comandato a ogni israelita in occasioni delle feste principali (Es 23,14-17), è testimoniato dai Salmi (soprattutto dai Cantici delle ascensioni: Sal 120-134) e da altri scritti della tradizione giudaica.
Gesù stesso si è recato nella Città Santa: secondo l’evangelista Giovanni, ciò è accaduto più volte, in occasione delle maggiori festività ebraiche; secondo i Sinottici, invece, Gesù vi sarebbe andato una sola volta nel corso del suo ministero pubblico. Soprattutto Luca insiste nel tratteggiare solennemente il grande viaggio del Cristo verso la Città Santa, luogo dove si compie il cammino di Cristo e inizia quello della Chiesa.
Dopo la distruzione del secondo tempio (70 d.C.), il pellegrinaggio ebraico si è concluso; il termine non viene più usato, anche se numerosi Ebrei visitano Israele; dall’inizio del IV secolo si è invece attivato un flusso ininterrotto di pellegrini cristiani, che, tra alterne vicende, dura fino ai giorni nostri. Molti di questi viandanti della fede hanno lasciato narrazioni scritte dei loro spostamenti (celeberrimi quelli dell’anonimo pellegrino di Bordeaux e della spagnola Egeria, già nel IV secolo).
Ispirandosi ai loro itinerari, è ancora oggi possibile “salire a Gerusalemme” a piedi, partendo dagli storici approdi di mercanti, soldati e pellegrini e toccando le principali località menzionate nella letteratura di pellegrinaggio.
Non dimentichiamo, infine che Gerusalemme è la terza città santa dell’Islam.

La Via di Acri
Il primo percorso, “La Via di Acri”, parte da Akko e risale le colline della Galilea, passando per Nazareth e il Monte Tabor; discende quindi verso il lago di Tiberiade, attraversando il luogo della battaglia di Hattin (1187) e la Valle della Colomba. Conduce ai siti di Migdal, Tabgha e Cafarnao. Lasciate le sponde del lago, si percorre per quasi centro chilometri la Valle del Giordano, lungo la strada statale 90, fino a Gerico. È il tratto più impervio del cammino, che però offre la “perla” di Beit She’an, una delle aree acheologiche più suggestive della Palestina. La salita da Gerico a Gerusalemme, attraverso il Deserto di Giuda e lo Wadi Kelt, è la tappa più impegnativa della via: 30 chilometri e oltre 1000 metri di dislivello in salita; è però anche il tratto più affascinante e regala a fine giornata la gioia di entrare a Gerusalemme dalla Porta di Damasco. Complessivamente, oltre 260 chilometri di cammino, articolabili in undici tappe.

La Via di Giaffa
Il secondo percorso, “La Via di Giaffa” è assai più breve e prende le mosse dal porto usato dai pellegrini in età moderna e contemporanea (oggi Giaffa è un sobborgo di Tel Aviv). Non tocca santuari importanti, eccetto la stessa Giaffa e la località di Ain Karim, ma propone molte memorie di epoca crociata: la chiesa di Lod con la tomba del cavaliere San Giorgio, i monasteri di Latrun, Abu Gosh, San Giovanni del deserto e della Santa Croce. L’arrivo alla Città Vecchia comporta l’attraversamento di Gerusalemme ovest; si entra nelle mura dalla Porta di Giaffa. Poco più di 80 chilometri, da percorrere in quattro tappe abbastanza agevoli.

La Via di Cesarea
È allo studio anche un terzo percorso, “La Via di Cesarea” che inizi dal terzo porto crociato della Palestina. Essa condurrà ad attraversare la Samaria, passando per le importanti mete veterotestamentarie di Sebaste, Nablus, Sichem, Shilo e Betel.

È dura, ma ne vale la pena
Nessuno dei suddetti percorso è ad oggi segnalato: in molti casi ci si avvale della sentieristica israeliana, ben mantenuta e segnalata; in altri si seguono piccole e medie strade asfaltate; in altri bisogna affidarsi alla propria capacità di orientamento con la cartografia. Anche la situazione dell’ospitalità non è semplicissima: occorre utilizzare una vasta gamma di strutture, dagli ostelli religiosi ai kibbutzim, per cui è indispensabile conoscere l’inglese e prenotare in anticipo. Se a queste condizioni si aggiungono le difficoltà collegate al contesto culturale, alla sicurezza (ma non esagerare con la preoccupazione) e al clima, si comprende che farsi pellegrini in Terra Santa non è semplice come andare a Santiago o a Loreto. L’eccezionalità della regione e delle mete che essa propone, però, fa sì che ne valga assolutamente la pena.

2. La proposta pastorale

Un pellegrinaggio in evoluzione
Rispetto all’impostazione tradizionale del pellegrinaggio in Terra Santa, fondamentalmente centrato su (alcuni) santuari e sulle relative devozioni/celebrazioni, oggi si tende a mettere in evidenza ulteriori possibilità, che sono altrettanti motivi di interesse dal punto di vista pastorale. Di tale evoluzione il pellegrinaggio a piedi si fa egregiamente interprete: attraversare a bassa velocità la Palestina, infatti, consente di coglierne i frutti migliori.

Dai “luoghi santi” alla “terra santa”
Camminare in Terra Santa significa non limitarsi a un pellegrinaggio “per punti”, che si soffermi solamente sui santuari: il contatto con il paesaggio, la flora, la fauna, il clima, l’orografia… sono infatti un elemento caratterizzante dell’esperienza. E mentre si può dibattere sull’autenticità di questo o quel luogo, non c’è dubbio che, nel suo complesso, quella terra sia lo scenario degli eventi della rivelazione biblica. Accanto alla storia sacra c’è una geografia sacra, ed esse si richiamano costantemente. Si moltiplicano così gli spunti per una lettura e una comprensione più profonda del testo biblico, a partire dall’esperienza del suo contesto e stimolati dalle molte opportunità “fuori programma” rispetto al pellegrinaggio classico. Si sperimenta che la terra, il tempo, l’umanità… sono luoghi teologici, in cui Dio continua a farsi presente in parole e segni.
Tra l’altro, anche la visita ai santuari risulta trasformata: ci si avvicina piano, scorgendoli da lontano nella loro collocazione; si arriva stanchi e accaldati, predisposti nel cuore a lasciarsi coinvolgere da ciò che verrà detto e fatto; ci si immedesima con maggiore facilità in ciò che vi è accaduto. Vuoi mettere arrivare a Gerusalemme dopo un giorno di cammino nel deserto con la tranquilla discesa dal pullman? “Sono fermi i nostri alle tue porte, Gerusalemme!” (Sal 122, 2).

Dall’archeologia alle “pietre vive”
Nella quotidiana esperienza del cammino l’incontro con i religiosi e le comunità cristiane del luogo è una costante. Proprio perché il “mezzo di trasporto” non permette quella frenetica girandola di santuari che a volte caratterizza i pellegrini motorizzati, nei posti in cui si arriva c’è il tempo di fermarsi con le “pietre vive” della Terra Santa. Superate le difficoltà di comprensione - l’inglese è parlato da quasi tutti i giovani arabi, ma molti religiosi parlano italiano – si scopre il mondo dei cristiani di Palestina. Sono una quindicina, tra riti e confessioni, le denominazioni cristiane presenti, molte delle quali da secoli: ciascuna di esse incarna la fedeltà al Vangelo in modo spesso eroico, tra mille difficoltà quotidiane, con la testimonianza silenziosa delle opere e combattendo la tentazione di fuggire in occidente. Anche se non è la situazione di persecuzione presente in Siria o in Iraq, i giovani di solito rimangono molto colpiti da questo cristianesimo di minoranza, insieme umile e fiero, identitario e dialogante, che fa risaltare la timidezza e la tiepidezza delle nostre comunità. Va anche detto che l’incontro con i cristiani di Terra Santa è anche per loro una positiva esperienza di fraternità e di vicinanza da parte di quel mondo che essi sentono – e vorrebbero sempre più - come propria tutela e sostegno.

Dalla storia all’attualità
Nel pellegrinaggio in Terra Santa si fa esperienza viva anche delle contraddizioni che segnano dolorosamente quella parte di mondo: si passano i controlli dei check point con i lavoratori palestinesi; si condivide il pasto con la popolazione di un kibbutz; si attraversano città e paesi spesso non toccati dal flusso turistico, dove la gente racconta la propria vita quotidiana; si tocca con mano la complessità della convivenza tra persone di cultura diversa; ci si accorge con stupore della pervasività della religione, che influenza la vita quotidiana della gente sotto moltissimi aspetti. Non c’è bisogno di “organizzare incontri o visite”: la cosa viene da sé. E non manca di suscitare interrogativi e di far emergere tutta la superficialità con la quale i giovani sono indotti a guardare alla situazione del Medio Oriente in generale e della Palestina in particolare.
Il che offre l’occasione per affrontare alcuni argomenti di estrema attualità, perché riguardano non solo quel lembo di mondo, ma anche la nostra situazione e il nostro futuro. Provo ad elencarli, sicuro di non essere esaustivo:
• Abitare il conflitto e l’inequità. Prima di prendere parte per l’uno o per l’altra parte in conflitto, è importante prendere consapevolezza della sua natura e della sua complessità, insieme al fatto che esso si trascina ormai da un secolo e che ha condizionato pesantemente il modo di vivere della gente. Ma questo conflitto, con il suo portato di ingiustizie e di violenza, può essere letto come la cifra dei tanti conflitti presenti nel mondo e dei diversi atteggiamenti con cui lo possono fronteggiare dei giovani che abitano dalla parte più fortunata del “muro”.
• La religione tra fede e ideologia. Si percepisce con chiarezza sia la varietà di posizioni – anche dentro una medesima religione – sia l’importanza dell’appartenenza confessionale per la vita concreta delle persone e delle comunità. Nonostante esistano molti “laici”, l’idea di laicità intesa come separatezza tra religione e società è impensabile: essa si declina piuttosto come possibilità di convivere senza prevaricare sull’altro. Il che produce un caleidoscopio affascinante e unico al mondo, ma porta con sé anche il rischio dell’ideologia: la religione – soprattutto nelle varianti integraliste - usata in funzione di interessi politici ed economici. Ai giovani, che stanno sperimentando una società sempre più multireligiosa, questo confronto non può fare che bene.
• Il passato è presente. I giovani scoprono spesso con sorpresa di avere a che fare con una società in alcuni aspetti più avanzata e futuribile della nostra: Israele eccelle nella ricerca e nelle applicazioni tecnologiche in campo informatico, agricolo, medico… Tutto ciò va però a braccetto con una forte valorizzazione del passato, a cui si guarda come alle radici da conoscere, scoprire e difendere. I cantieri dell’alta velocità o della nuova viabilità convivono con le campagne di scavo: in una situazione di conflitto per la terra, ciò che è accaduto nel passato, anche assai remoto, di questa regione, ha conseguenze importanti nel presente. Quella di conoscere e apprezzare i segni e le tradizioni del passato è una lezione preziosa per una generazione che rischia di perdere il senso del tempo e della storia.

Un cammino da preparare e raccontare
Quello che vale per tutti i pellegrinaggi, per la Terra Santa è ancora più importante: l’esperienza va preparata con cura, non solo negli aspetti logistici, ma anche in quelli pastorali. La stessa complessità, d’altra parte, costringe a muoversi per tempo nella programmazione, nella proposta ai giovani, nel coinvolgimento delle famiglie e della comunità (si pensi al fund-raising). Così come la particolarità del contesto facilita quel lavoro di elaborazione e di condivisione che è il necessario coronamento di ogni esperienza educativa. Esiste infatti una comprensibile curiosità di vedere e sentir raccontare di quei luoghi i cui nomi conosciamo un po’ tutti.

3. Le testimonianze

Tornando là dove "Santiago" era partito
San Giacomo lungo il cammino in diversi momenti della mia vita ha avuto modo di "chiamarmi" , dapprima verso la sua tomba in Galizia, poi mettendomi in condizione di restituire il dono investendomi nel ruolo di hospitalera e infine portandomi laddove l'apostolo incominciò proprio lui stesso a muovere i primi passi dopo la morte di Cristo: la Terra Santa.
Il viaggio è stato organizzato dalla Confraternita perugina di San Jacopo; è stato il mio primo cammino condiviso con altri pellegrini e l’indispensabile la presenza della guida spirituale, capace, attraverso catechesi, spunti e riflessioni, di mettere Dio al centro della nostra esperienza. Penso di essere stata la più giovane del gruppo, ma nello stesso tempo di non averlo mai avvertito, perché la percezione era quella che ognuno era lì per un motivo preciso; soprattutto, di fronte alla verità assoluta che si respirava, eravamo tutti infinitamente piccoli.
Serena (33 anni)

La route di Simone
Simone è un giovane capo scout dell’Agesci (22 anni) che ha percorso un centinaio di chilometri in Galilea e in Giudea, insieme ad altri capi dell’Umbria, in una route molto speciale, che l’ha portato a contatto con solo con i luoghi santi della tradizione, ma anche con la gente del posto e altro scout arabo-cristiani ed ebrei. Gli abbiamo rivolto alcune domande.

Nella tua esperienza scout hai fatto diverse route. Cosa ha avuto questa di speciale?
Prima di tutto era la prima che ha fatto da capo; il che comporta un’ottica diversa da quella del rover, che vuole vivere solo un’esperienza. MI interessava infatti che fosse un’occasione di formazione personale e di progressione di fede, anche per l’impegno che ho di doverla trasmettere agli altri, ai ragazzi che mi sono affidati. È stato molto importante anche la possibilità di condividere la strada con altri capi più adulti e poter incontrare altri gruppi scout presenti in Terra Santa. Mi ha colpito constatare come lo scoutismo abbia saputo adattarsi a situazioni tanto diverse e a situazioni così complesse.
I posti che abbiano visitato, poi, sono stati davvero bellissimi.

Quali sono i momenti più intensi che ricordi?
Dal punto di vista della strada, la tappa dal monte Tabor al lago di Tiberiade, attraverso le Corna di Hattin e la Valle della Colomba: uno spettacolo dal punto di vista paesaggistico. Mi sono poi rimasti nel cuore gli incontri con la gente, soprattutto con i bambini e le suore dell’Hogar Niño Dios di Betlemme: è una realtà che tocca il cuore, ma mette anche a confronto con una cultura diversa dalla nostra per ciò che riguarda l’atteggiamento verso i disabili.
Tutta la route, comunque, ha offerto una serie di esperienze diverse, a cominciare da due tipici momenti scout vissuti in luoghi straordinari: la “serata totem” sul Tabor e la “promessa” sulla tomba di San Giorgio a Lod.
Mi ha colpito anche il fatto di poter attraversare a piedi la terra di Gesù, immerso nei territori che sono al tempo stesso il teatro delle vicende della Bibbia e luoghi dove la gente continua a vivere attualmente.
Altro momento memorabile è stata la visita di Beit She’an, un’area archeologica di eccezionale bellezza.

Cosa hai riportato a casa da questo cammino?
È stato determinante a vedere i luoghi in cui ha vissuto Gesù e camminare laddove lui ha camminato. Ho potuto anche avvicinarmi a culture diverse dalla nostra e a contraddizioni cui in qualche modo ha fatto esperienza anche il Signore: per esempio la realtà del conflitto, che ci è estranea, e dell’ingiustizia. Ho potuto guardare il mondo da una prospettiva diversa, prendendo coscienza di ciò che l’uomo può arrivare a compiere.

È cambiato qualcosa nel tuo modo di ascoltare e leggere la Bibbia?
Sicuramente quando leggo il Vangelo mi tornano in mente i nomi e le immagini dei luoghi visitati.

Consiglieresti questa route ad altri capi?
Senz’altro: è stata un’esperienza forte di condivisione scout, che mi ha fatto vivere cose che non credo di poter sperimentare altrove. Luoghi, persone, volti… del tutto speciali. Penso poi che percorrere la Terra Santa nello stile scout sia una prospettiva originale per accostare la terra di Gesù.

4. Informazioni aggiuntive

La guida
P. GIULIETTI, A piedi a Gerusalemme, Terre di Mezzo, Milano 2012.
La guida contiene le informazioni essenziali per effettuare il pellegrinaggio a piedi di Terra Santa: indicazioni e avvertenze di carattere generale; cartine e descrizione delle tappe; proposte per alloggiare, mangiare e spostarsi; informazioni per la visita ai santuari e agli altri luoghi di interesse. Non riporta invece tutte quelle informazioni di carattere storico, biblico e archeologico che sono necessarie per la visita dei luoghi santi e più in generale del territorio. Edita ormai quattro anni fa, può contenere alcune imprecisioni, dovute alle variazioni intercorse soprattutto in tema di viabilità e di ospitalità. Utile complemento sono la cartografia in scala 1:50.000 edita da Israel Survey (scritta in ebraico), e l’atlante stradale in inglese edito da Mapa, entrambi acquistabili online nel sito omnimap.com.

Gli “altri” itinerari a piedi
La rete sentieristica d’Israele è ampia ed efficiente, segnalata e chiaramente riportata sulle mappe in scala 1:50.000 pubblicate da Israel Survey. Ci sono oltre 10.000 Km di sentieri in territorio israeliano! Oltre ad essi, negli ultimi anni si sono sviluppati alcuni itinerari a piedi dedicati in modo particolare alla visita dei luoghi santi cristiani.

Jesus Trail
Si tratta di un percorso di circa 65 km, che conduce da Nazareth a Cafarnao. È stato tracciato nel 2007 da due appassionati; dal 2009 lo si può percorrere grazie ai segnavia bianco-gialli. Il sito jesustrail.com offre una larga messe di informazioni.
A. DINTAMAN – D. LANDIS, Hiking the Jesus Trail and other biblical walks in the Galilee, Village to Village Press, Harleysville 2010.
S. ROTASPERTI, Da Nazaret a Cafarnao. Trekking biblico in Galilea, Edizioni Terra Santa, Milano 2014.

Gospel Trail
È stato tracciato nel 2011 dal Ministero del Turismo di Israele. Parte da Nazareth (Monte del precipizio) e termina a Cafarnao. Ha un’originale rete di segnali verticali: “ometti” di pietre sulle quali è riportata un’ancora gialla, che è il logo del Gospel Trail. Non esiste una guida, ma solamente depliant informativi turistici e materiale da scaricare dal sito gospeltrail.com.

Nativity Trail
É un itinerario importante come percorrenza, perché collega Nazareth a Betlemme, attraversando la Samaria e il territorio di Gerico e “aggirando” Gerusalemme. Non è tracciato, né può contare su una rete di strutture ricettive: viene percorso da gruppi organizzati da agenzie palestinesi, utilizzando anche l’ospitalità di famiglie e parrocchie.
D. TAYLOR – T. HOWARD, Walks in Palestine and the Nativity Trail, Cicerone, Greenfield 2000.

Il Sentiero di Israele
Il Sentiero di Israele (Israel Trail o Shivil Yisrael) è un percorso, contrassegnato da segnavia bianco-blu-arancione, che parte dalla città di Eilat per raggiungere Kiryat Shmona, al confine con il Libano, come mostra il sito israelnationaltrail.com. Ha un andamento tortuoso, perché intende collegare i principali punti di interesse storico, religioso e naturalistico del Paese. Per questo percorrerlo tutto (940 km) richiede oltre un mese di tempo.
J. SAAR – Y. HENKIN, Israel National Trail and the Jerusalem trail, Eshkol, Omer 2011.