Pienezza

di vita eterna

Il significato del “paradiso” nelle Sacre Scritture


Claudio Doglio

«Oggi con me sarai nel paradiso» (Luca, 23, 43): in questa promessa di Gesù troviamo l’unica ricorrenza del termine “paradiso” nei Vangeli.
Sebbene sia una parola molto diffusa nel moderno linguaggio cristiano, di paradiso nel Nuovo Testamento si parla poco, e questo vocabolo compare solo tre volte. Nonostante la realtà che esprime sia al centro della rivelazione cristiana e negli scritti apostolici se ne parli frequentemente, il riferimento passa sempre attraverso l’impiego di altre immagini ed espressioni. Partiamo allora da queste tre preziose ricorrenze per cogliere l’insegnamento neotestamentario sul compimento della promessa di Dio, che riguarda l’incontro pieno e definitivo con il Signore della vita.
La lingua greca ha desunto il termine parádeisos dal persiano pairidaeza, che designava un grande parco recintato, ambiente ampio e bello, con ricca vegetazione e abbondante selvaggina, luogo ideale dove i signori potevano trascorrere il loro tempo migliore. Con questo vocabolo dunque i traduttori greci dell’Antico Testamento hanno reso la parola ebraica gan, che significa semplicemente “giardino” ed è impiegata nei primi capitoli della Genesi come figura simbolica della condizione originale dell’umanità. Il racconto sapienziale di Genesi 2–3 mostra infatti come il giardino sia all’inizio un dono per l’uomo: il Signore Dio prese l’uomo, che aveva plasmato fuori dell’Eden, e lo pose nel giardino, perché lo coltivasse e lo custodisse. La positiva immagine orientale permette all’autore biblico di fare del giardino il simbolo mitico dell’amicizia fra Dio e l’umanità: ciò che all’inizio era offerto all’uomo — ed è poi andato perduto per la sfiducia e la disobbedienza umana — diventa l’oggetto della grande promessa divina. Il progetto iniziale si compirà nella fase finale della storia di salvezza: l’immagine del giardino, ovvero del paradiso, diviene quindi determinante per comprendere il compimento escatologico, quando l’umanità entrerà finalmente nella piena comunione di vita con il suo Signore.
Questo è il senso della promessa che Gesù rivolge al brigante crocifisso, nella splendida scena che l’evangelista Luca ha elaborato come modello di liturgia penitenziale: quel malfattore infatti riconosce la propria colpa e proclama l’innocenza di Gesù, quindi — senza chiedergli un intervento miracoloso di liberazione dalla croce — chiamandolo per nome gli si affida con fiducia. Nella sua preghiera è riconoscibile ciò che l’antico patriarca Giuseppe aveva detto al capo dei coppieri, prima che fosse reintegrato nel suo ruolo di potere: «Se poi, nella tua fortuna, volessi ricordarti che sono stato con te, trattami, ti prego, con bontà: ricordami al faraone per farmi uscire da questa casa» (Genesi, 40, 14). Quello non si ricordò di Giuseppe e lo dimenticò; Gesù, invece, con l’autorità stessa del Signore, promette la sua compagnia che è garanzia di salvezza. Anche in questa risposta echeggia una famosa sentenza anticotestamentaria: quando il re Saul evocò lo spirito del morto Samuele, infatti, si sentì tragicamente promettere: «Domani tu e i tuoi figli sarete con me» (1 Samuele 28, 19). Al posto dello sheol, il biblico mondo dei morti, Gesù evoca invece il paradiso, simbolo mitico dell’incontro sereno con Dio: il riferimento alla morte è così accompagnato da una nuova e differente prospettiva. «Essere con Gesù» infatti è ciò che conta, perché determina il superamento della morte, intesa come situazione — permanente e insuperabile dalle forze umane — di lontananza da Dio. La promessa di Gesù, più che sul termine paradiso, insiste infatti sul verbo e sulla preposizione di compagnia: «Sarai con me!». E l’avverbio “oggi”, tanto caro a Luca, ribadisce come la salvezza sia una realtà attuale, garantita dalla presenza stessa di Gesù a ogni peccatore che si fida di lui: mentre l’Adamo iniziale, mancando di fiducia, si ribellò a Dio e venne cacciato dal giardino, ora l’uomo peccatore che riconosce il proprio peccato e si affida con fiducia a Gesù può essere introdotto di nuovo nel paradiso di Dio.
È importante allora superare l’immagine spaziale del paradiso come di un luogo, per valorizzare invece il simbolo della relazione di amicizia, in cui l’elemento decisivo è “stare insieme”, e ciò avviene grazie all’incontro personale con Gesù Cristo. Proprio a questo concetto fondamentale ci conduce anche l’altro passo neotestamentario in cui compare il vocabolo “paradiso”: nella seconda lettera ai Corinzi Paolo racconta una sua esperienza mistica, vissuta ancor prima di iniziare il ministero di evangelizzazione. Parlando di sé in terza persona, l’apostolo evidenzia i grandi doni che il Signore gli ha concesso: «Conosco un uomo in Cristo, che, quattordici anni fa — se con il corpo o fuori del corpo non lo so, lo sa Dio — fu rapito fino al terzo cielo. E so che quest’uomo — se con il corpo o senza corpo non lo so, lo sa Dio — fu rapito in paradiso e udì parole indicibili che non è lecito ad alcuno pronunziare» (2 Corinzi 12, 2-4). Secondo la cosmologia antica l’incontro straordinario con il Signore è collocato nel «terzo cielo», per indicare una realtà — appunto — “celeste”: il giardino perde così la connotazione di ambiente terreno, per diventare una realtà situata nel mondo stesso di Dio — il cielo — in contrasto con il mondo umano che è la terra. Anche se noi adoperiamo abitualmente l’espressione “andare in cielo” come eufemismo per la morte, è necessario sottolineare che il centro del messaggio paolino non è relativo al luogo bensì all’incontro personale, che non è spiegabile con parole umane. Paolo infatti parla del paradiso come dell’incontro con Cristo, che ha conquistato la sua vita e l’ha trasformata dandogli la capacità di comunicare ad altri il suo desiderio di correre verso la meta e il premio, che non è una cosa, ma una Persona.
Anche la terza ricorrenza del termine “paradiso”, che troviamo nell’Apocalisse, conferma questa linea teologica. Nel finale del messaggio — che il Cristo risorto detta a Giovanni — indirizzato alla comunità cristiana di Efeso leggiamo un’importante promessa: «Al vincitore darò da mangiare dell’albero della vita che sta nel paradiso di Dio» (Apocalisse 2, 7). L’ultimo libro della Bibbia si riallaccia così al primo e annuncia il compimento della promessa divina: l’albero della vita, di cui Adamo peccatore non poté gustare, è ora accessibile a colui che partecipa alla vittoria di Cristo, cioè segue l’Agnello immolato, lo imita nella vita e nella morte, raggiungendo grazie a lui la pienezza della vita.
Tale realtà di pienezza escatologica è abitualmente indicata nel Nuovo Testamento come «vita eterna», espressione nella quale con “vita” si intende tutta la nostra storia personale — fatta di incontri e relazioni, di legami e affetti — e l’aggettivo “eterno” non significa semplicemente duraturo o infinito, ma indica soprattutto la pienezza e il compimento di tutto ciò che è bello e buono. Il paradiso, dunque, è la vita eterna, che — caratterizzata da altre importanti immagini quali il banchetto festivo e la visione diretta — consiste nella pienezza di vita, realizzazione completa della nostra persona, della nostra storia di relazioni e di affetti, nell’incontro definitivo e maturo con le persone divine.
Nel più antico scritto cristiano l’apostolo Paolo, scrivendo ai cristiani di Tessalonica, in una catechesi sull’escatologia, dopo aver adoperato alcune immagini comuni nei testi apocalittici aggiunge l’elemento essenziale: «Saremo sempre con il Signore» (1 Tessalonicesi 4, 17). Questo è il paradiso. Questo è ciò che Gesù promette a noi peccatori pentiti: «Oggi sarai con me!».

(L'Osservatore Romano - 23 dicembre 2019)