Riflessioni di una laica

Maria Rattà

(NPG 2019-03-76)

In vista del tempo liturgico che ci apprestiamo a vivere ho scritto per il sito di NPG alcune meditazioni (il link e il qr code stanno al termine di queste righe) e vorrei tranquillizzare il lettore: non si tratta di “prediche” (di cui abbondano siti e blog, toccando in alcuni casi picchi di notevole qualità teologica e spirituale), quanto piuttosto di spunti di meditazione per accompagnare il cammino spirituale che la Chiesa offre a tutti… e di cui noi laici abbiamo estremamente bisogno. Spunti non sempre di commento al Vangelo della domenica corrispondente, ma che a partire dal tema del Vangelo stesso o dal particolare momento liturgico di riferimento, consentano di trarre suggerimenti per la nostra vita, suggestioni, accenni, richiami per la nostra esperienza di persone in cammino con e dietro Gesù.
Abbiamo sempre sentito dire che questo tempo (Quaresima e Pasqua) è il periodo liturgico centrale dell'anno, il tempo "forte". Ma come può esso toccare, coinvolgere, trasformare la mia vita? È a partire da questa domanda apripista che ho cercato di darmi delle risposte, risposte che possano poi trovare un’attuazione concreta nella mia esperienza di laica e farmi attraversare questo periodo dell’anno liturgico nella consapevolezza di dover sempre crescere, di dover sempre “ricaricare” le batterie interiori… Risposte che, mi auguro, possano aiutare anche altri laici per camminare con maggiore speditezza lungo il percorso che ci conduce alla Pasqua, e oltre la Pasqua!
Con il Mercoledì delle Ceneri la Liturgia ci introduce nella Quaresima. Tempo forte. Terminologia interpretabile in varie accezioni, richiamando ora la durezza di un periodo difficile da affrontare ora l’intensità con cui approcciarsi a un determinato momento della vita. La prima delle due visioni è certamente riduttiva: il tempo forte è tale non perché costringe a vivere sotto tortura, ma perché è tempo intenso, carico di significati e sfumature, e perciò da affrontare energicamente, sfruttandone tutto il potenziale, scoprendone le ricchezze e “scavando” dentro di sé. Riappropriandosi di quelle cose che nel traffico quotidiano dell’esistenza si rischia di smarrire. Ecco perché è importante, innanzitutto, cominciare facendo il deserto, che è poi l’invito della I domenica. Il deserto l’ha vissuto Gesù e siamo chiamati a viverlo anche noi, spesso soffocati da una miriade di preoccupazioni e affanni: impegni familiari, problemi lavorativi, i molti hobby ai quali ci dedichiamo. Ma anche, più semplicemente, le voci che ci stordiscono ogni giorno: i pettegolezzi, i discorsi inutili, le tante sciocchezze mediatiche che ci bombardano. Fare deserto è molto più che fare un “fioretto”: il distacco – almeno nello sforzo interiore – dai pesi della vita, il segno di qualche rinuncia materiale e qualche spazio in più per la preghiera permettono di riappropriarsi del contatto tra terra e cielo (metafora dello stare soli a soli con Dio) che ci fa riscoprire più uomini e meno superuomini. Solo nel deserto siamo costretti a liberarci dall’idea di essere autosufficienti e autoreferenziali. Il deserto ci riporta alle domande di senso sull’esistenza, ci aiuta a fare memoria del bisogno dell’Altro e degli altri a cui affidare i nostri cuori sofferenti e appesantiti; ci ridona la dimensione della somiglianza con i nostri fratelli, e quello della solidarietà con loro, bisognosi, come noi, di pane e amore.
Dal deserto si passa allora alla vigilanza: Dio viene sempre nella nostra vita. Anche attraverso la presenza delle persone che ci circondano... e solo gettando via i fardelli dell’io e del mondo sapremo scorgerlo, come fu per i discepoli ridestatisi dal dormiveglia sul monte Tabor (II domenica). La Quaresima diventa, così, tempo di rinascita e di perdono. Consci del limite umano, ma anche della centralità di Dio, deve diventare più evidente l’essenzialità della misericordia nella nostra vita. Perdono per noi stessi e per gli altri. Perché tutti siamo un po’ come il fico sterile che la III domenica offre alla nostra riflessione, e tutti abbiamo bisogno della pazienza e della misericordia di Dio, sempre pronto ad aspettare, a concimare, a zappare, perché l’albero apparentemente sterile dia frutti, nella consapevolezza che nessun uomo è irrecuperabile e che valga la pena, allora, “sprecare” l’amore, il tempo, la pazienza…
È quello che ha fatto il vignaiolo della parabola, ma anche il padre col figlio prodigo (IV domenica) e finanche con l’altro, il maggiore che, pur essendo rimasto sempre nella casa paterna, alla fine si rivela il più arido dei due fratelli, il più interessato, il più cocciuto. La vita non smette mai di calarci in situazioni in cui siamo noi il prodigo di turno, oppure il fratello maggiore: insensibili nei confronti del prossimo, incapaci di relazionarci con lui in maniera disinteressata, di gioire delle sue gioie e dei suoi successi, del suo cambiamento in meglio… perché animati da invidie, gelosie e rancori, dalla sindrome del “primo della classe”. Ma Gesù è venuto per salvare l’uomo, ed è questa la missione alla quale siamo chiamati a collaborare.
La V e ultima domenica di Quaresima dispiega apertamente questa straordinaria realtà. Nella figura dell’adultera e dei suoi accusatori ci possiamo identificare tutti. Siamo infatti tutti peccatori, ma spesso più abili a scovare la pagliuzza nell’occhio dell’altro che la trave nel nostro. Gesù, a ben vedere, alla fine non condanna nessuno. Ricorda soltanto che ogni uomo è peccatore e che non spetta a noi il giudizio, ma a Dio soltanto. E ricorda anche, dicendolo alla donna ma certamente a ogni essere umano, che avvicinarsi a lui deve spingere a cambiare vita, a non peccare più. È l’unico “autorizzato” a prescrivere questa medicina, perché è l’unico che ha affrontato, per tutti, il giudizio degli uomini e la morte. È l’unico che ha vissuto in maniera eclatante il passaggio dalla gloria all’umiliazione infamante della croce.
La Settimana Santa ci catapulta proprio dentro questo grande paradosso: l’ingresso trionfale in Gerusalemme, l’unzione col nardo che Maria, la sorella di Marta, sparge sui piedi di Gesù… e poi il tradimento di Giuda, la tracotanza di Pietro che si dichiara pronto a seguire il Maestro qualunque cosa succeda, la cattura di Gesù, la sua crocifissione e morte. Esperienze poi così tanto distanti dalla nostre? Sì, nella loro dimensione letterale, no, nel loro significato metaforico. Ciascuno sperimenta la volubilità del giudizio altrui, la difficoltà di essere capito da tutti, compreso per ciò che è veramente.
Solo Dio conosce il mistero di ogni uomo fino in fondo. Solo in lui ci possiamo specchiare, certi di essere visti per quelli che siamo realmente; solo a lui ci possiamo ancorare per vivere senza dare peso eccessivo ai giudizi degli altri, proprio come ha fatto Gesù, che si è impegnato fino alla fine nella propria missione, credendoci fermamente, non lasciandosi distrarre dalle lodi e dalle critiche. Solo in Cristo possiamo dare un valore anche all’apparente silenzio di Dio nelle vicende dolorose, riconoscendolo non come assenza, ma come presenza di un Padre che sfugge forse alle nostre categorie sensoriali, ma che non per questo è meno vivo, meno reale. Perché, in Gesù, Dio è un Dio morto e risorto, un Dio che l’amore ha reso eterno, un Dio che ha spiegato definitivamente all’umanità che la parola fine in realtà non esiste, ma è solo un passaggio (stavolta dalla croce alla gloria definitiva), una… Pasqua.
Quella stessa pasqua che attende ciascuno di noi, e nella cui speranza possiamo irrobustire le mani fiacche e rendere salde le ginocchia vacillanti (cfr. Is 35,3-4), perché Dio è già arrivato nel nostro tempo, ci ha già visitato, Dio è risorto, Dio vive per sempre.