Quali orizzonti per una scuola cristiana

Quali orizzonti

per una scuola cristiana

Giovanni Meucci

Partendo da una situazione di disagio dovuta alla difficoltà di far comprendere alle persone di oggi la risorsa di una scuola di ispirazione cristiana, proviamo a cercare il terreno giusto su cui farne emergere il valore aggiunto e la differenza.

Né pregiudizi né ipocrisie

Sono ormai tanti anni che la nostra Comunità, con un impegno che è andato crescendo nel tempo, porta avanti la sua missione educativa e di direzione dell'Istituto Paritario “Marsilio Ficino” di Figline Valdarno – su incarico di mons. Mario Meini, vescovo di Fiesole – e ogni estate assistiamo all'abbandono di alcuni alunni e all'ingresso di altri. Probabilmente è una normale dinamica di fine anno scolastico che avviene in tutte le scuole, semplicemente ingigantita dalle piccole dimensioni del nostro Istituto dove tutti si conoscono e la sezione del Liceo è unica. A volte il saldo è passivo, a volte è attivo. A volte la causa scatenante sono i genitori, a volte gli alunni. Ed è bene che avvenga così perché la nostra è una scuola pubblica aperta a tutti e non vogliamo in alcun modo esprimere giudizi di valore sulle decisioni delle singole famiglie, ma solo riflettere su ciò che accade. L'abbandono di un alunno porta con sé uno strappo, una domanda sul perché sia giunto a una simile decisione. Soprattutto quando nomo grandi palestre, non siamo in una grande città, abbiamo limiti e carenze come ogni essere umano su questa terra. Non abbiamo grandi mezzi, ma poniamo al centro del percorso scolastico ogni singolo alunno, non nel senso di cullarlo quando non ha voglia di studiare, di promuoverlo anche se non si impegna, di non richiedere un serio apprendimento e una crescita umana, cercando al contrario di offrire una formazione che, tenendo conto delle differenti capacità, possa permettere a ognuno di possedere gli strumenti necessari per proseguire gli studi universitari e costruire una vita operosa e degna di questo nome. Esternamente alcuni leggono questo sforzo di non lasciare, quando è possibile, nessuno indietro come un abbassamento della qualità di insegnamento e del livello di istruzione offerta. Altri lo considerano un metodo troppo protettivo e incapace di preparare i loro figli alla competizione e a primeggiare nel mondo del lavoro. Obiezioni apparentemente fondate. Prima, però, di rispondere a tutto ciò, il nostro punto di riferimento non dovrebbe essere il Vangelo? Soprattutto se l'orizzonte a cui si rivolge la nostra scuola è l'ambiente cattolico. Torniamo forse alla vecchia distinzione tra fede nel privato e spirito del secolo nella vita reale? Dove quindi il senso di una scuola cattolica se non deve distinguersi dalle mode del tempo?

Un problema che viene da lontano

Come ho avuto modo di dire recentemente in un colloquio con Giulia Mugnai, sindaco di Figline e Incisa Valdarno, la nostra non vuole essere una scuola elitaria nel senso di rivolgersi prevalentemente a famiglie di censo elevato o di presentarsi esclusiva nel senso di trasmettere ai nostri alunni un sentimento di superiorità rispetto a tutti gli altri. Cerchiamo, infatti, di mantenere la quota mensile non eccessivamente alta e abbiamo istituito borse di studio ed aiuti economici per chi non riuscirebbe a pagarla tutta. Siamo costretti a far pagare una retta perché lo Stato non ci aiuta. Al contrario, lavoriamo per una scuola dove si insegni lo spirito di solidarietà e la collaborazione fra i ragazzi, una scuola seria che trasmetta una cultura di élite in quanto elevata, ampia e approfondita. Cerchiamo di far emergere l'amore per il sapere, la tensione a diventare migliori, a migliorarsi nel tempo, non certo il competere fine a sé stesso. Gareggiare nella bravura per essere di esempio e di incoraggiamento agli altri, non per dire a se stessi "sono il migliore". In fondo, il riconoscere i propri limiti e la tensione verso un ideale di perfezione fanno parte della cultura cristiana. Una cultura che condivide lo stesso anelito alla conoscenza che ritroviamo nella filosofia e nella ricerca scientifica. È bene domandarsi, allora, perché si continui a pensare che un'educazione ispirata al cristianesimo non sia in grado di affrontare la contemporaneità. E soprattutto perché spesso i primi a pensarla in questo modo siano proprio coloro che si dicono cattolici.
A questo proposito, è interessante citare quanto scrive il filosofo francese François Jullien nel primo capitolo del suo recente libro dal titolo Risorse del cristianesimo. Ma senza passare per la via della fede: «vi chiederete perché mi occupi del "cristianesimo". Che cosa farsene ormai? Ebbene, credo che oggi sia importante occuparsene: non evitare la questione del cristianesimo. Non per ragioni di identità culturale (l'Europa è "cristiana"?), ma per ragioni di fecondità culturale e, più precisamente, per quanto ci riguarda, di fecondità per la filosofia. Finito il tempo del suo dominio e poi quello della sua marginalizzazione, occorre infatti tracciare il bilancio di quel che il cristianesimo ha fatto avvenire nel pensiero. Che cosa ha portato, e che cosa invece ha sottratto, in termini di possibili dello spirito?». E ancora, e qui veniamo al punto della nostra riflessione: «Ritengo dunque che occorra porre fine all'evitamento della questione del cristianesimo nel seno del pensiero contemporaneo. [...] Parlo di evitamento perché non sapremmo negare il disagio collettivo che oggi suscita in maniera diffusa il cristianesimo, una questione così esplosiva, e allo stesso tempo aberrante, che si vuole però definitivamente sistemata e liquidata: che forse sí vuol credere che appartenga al passato? Così ci accordiamo di schivarla. Possiamo però solo per questo sbarazzarcene? Difatti non perché la nostra società si è dichiarata ufficialmente laica, noi ci siamo sgravati di questa "cosa", così difficile da cogliere appieno oggi, del cristianesimo. Non perché in stragrande maggioranza non "crediamo" più, e in ogni caso non "pratichiamo" più (ci sono tanti cristiani passivi), ci siamo affrancati dai segni che ha lasciato impressi nel pensiero. Naturalmente lo sappiamo, ma fino a che punto lo vogliamo sapere? Non si trattasse che di un residuo, è ancora da domandarsi in cosa non lo si oltrepassa. E mi domando se il medesimo evitamento non lo si ritrovi oggi persino dentro la Chiesa – e, aggiungiamo noi, tra i cattolici –, più a suo agio con l'ecologia o l'umanitarismo che con una domanda che non vedo porsi: cos'è che il cristianesimo ha fatto al pensiero?» (Ponte alle Grazie, Milano 2019, pp. 11-14).

Un recente abbandono

All'inizio dell'anno scolastico 2018-19, ho fatto acquistare ai miei alunni di prima e seconda superiore un piccolo libretto del filosofo Roberto Mancini dal titolo Orientarsi nella vita (Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose, Magnano 2015), nel tentativo di creare un linguaggio comune con loro per approfondire il senso del nostro essere cristiani. In realtà, il dialogo non è mai partito a causa del titolo che porta il primo paragrafo: La felicità possibile. Un'alunna, che poi ha deciso di cambiare scuola perché sentiva la necessità di confrontarsi con un ambiente più grande, ha subito obiettato: «ma cosa c'entra la felicità con l'ora di religione»? Ecco, appunto, un modo per ribadire che il suo orizzonte di vita non vede la religione come qualcosa che possa aiutare l'uomo a trovare sé stesso, a dare un valore alla propria vita, che essere cristiani possa voler dire andare verso la vita.
Ed era il terreno che cercavo per spiegare loro il motivo per cui ho deciso di credere in Gesù Cristo. Per andare verso me stesso, proprio come scrive Roberto Mancini:

«andare verso sé significa scoprire il nostro vero volto, trovare la forma di esistenza adeguata a noi, esprimere la bellezza del nostro essere persone uniche, creative, capaci di amore generoso. Superando la risonanza pubblicitaria del termine, è giusto riconoscere che la "felicità" rimane il riferimento irrinunciabile per riassumere il senso adeguato al viaggio dell'esistenza. Un termine del genere, secondo Albert Camus, designa l'accordo tra un essere e la vita che conduce. Per questo siamo nati, non per soffrire e far soffrire, non per morire o far morire, ma per essere felici insieme. Non parlo di una felicità immaginaria o ingiusta, fatta di fortuna, privilegi e illusioni di onnipotenza. Anche se fosse una cosa reale, e non lo è, essa si rivelerebbe un fallimento, perché la felicità deve essere adeguata a noi, corrispondente al meglio di ciò che siamo. Quella davvero essenziale è la felicità possibile, nel senso preciso che attua la possibilità che ci è più propria in quanto è congruente con la nostra dignità. Credere in se stessi e credere nella felicità possibile sono un tutt'uno. L'aspirazione a questa riuscita è il desiderio profondo che abbiamo nel cuore. Su questo bisogna evitare di farsi ingannare da desideri fittizi e da proposte allettanti ma estranee a noi. È decisivo non farsi assimilare dalle logiche dominanti nel mondo in cui si è inseriti, anche se dovessero esserci trasmesse dai genitori o da persone autorevoli. [...] qualunque sia l'ambiente che frequentiamo e in cui cresciamo, quasi sempre tali logiche sono fondate sul primato del potere, del denaro e dell'immagine. [...] La felicità è anche un traguardo, ma anzitutto è un modo di essere. Una persona capace di stima di sé, di fiducia verso la vita e verso gli altri, pronta a condividere anziché a trattenere tutto, disposta a cooperare e a soccorrere anziché a competere, è una persona realmente capace dr ferrea:i. Senza questa capacità, non c'è evento benigno o fortunato che possa illuminarci l'esistenza» (R. Mancini, Orientarsi nella vita, cit., pp. 6-7).

Citazione forse troppo lunga, ma assolutamente necessaria per comprendere la questione che è in gioco. La sfida educativa di una scuola cristiana deve svilupparsi su questo terreno. Il proporre la felicità possibile al posto della felicità fondata sul potere, sul denaro e sull'immagine. Se questo non viene compreso, dovremmo forse avere il coraggio di scriverlo sui muri o sopra il portone d'ingresso: «qui si va per la felicità possibile». Che è comunione nel bene, fatta di incontri e di generosità, di accoglienza e di solidarietà. Di amore generoso, di scelte sensate, di rispetto e dedizione verso gli altri. Ecco il valore, la risorsa extracurricolare del nostro istituto.

Dio esiste e vive a Bruxelles

Nel suo ultimo libro, L'aula vuota. Come l'Italia ha distrutto la sua scuola (Marsilio, Venezia 2019), Ernesto Galli della Loggia dedica un capitolo a Don Milani, dalla rivoluzione dei poveri alla Costituzione più bella del mondo, dove sostiene che una distorta interpretazione del messaggio di Lettera a una professoressa abbia contribuito ad affossare la scuola italiana. La tesi forse è un po' eccessiva, ma contiene degli elementi di verità. Al di là di questo, però, è indubbio che quel mondo non esiste più, come non esistono più i ragazzi di Barbiana, e applicare don Milani alla lettera sarebbe alquanto rischioso e quasi potrebbe portare a tradirne il pensiero e il metodo pedagogico.
È indubbio, comunque, che il modello di Barbiana debba essere almeno preso in considerazione da una scuola che voglia dirsi di ispirazione cristiana.
Come dovrebbe porsi la domanda su "a chi rivolgo il mio messaggio". Chi sono i nuovi cristiani, o meglio, dove si trovano oggi i poveri in spirito del Vangelo? A chi potrebbe interessare il nostro progetto educativo? Come rompere il pregiudizio dei lontani e convincere i più vicini? Ma non è questo il luogo dove poter rispondere a domande così complesse e di difficile soluzione.
In questa ricerca, ci viene in aiuto il film di Jaco Van Dormael Le tout nouveau testament (Belgio, Lussemburgo, Francia 2015), uscito nelle sale cinematografiche italiane con il titolo Dio esiste e vive a Bruxelles. Con questo film, Van Dormael, regista creativo e irriverente – già conosciuto per un capolavoro cinematografico come L'Ottavo giorno (Francia, Belgio 1996) –, rompendo ogni schema, offre buoni spunti di riflessione per chi voglia continuare a parlare di Gesù Cristo in un mondo ormai quasi del tutto scristianizzato. In Dio esiste e vive a Bruxelles, infatti, da una parte a Dio Padre viene attribuita un'identità e un modo di essere molto vicini all'idea che spesso ascoltiamo parlando con le persone per la strada: Dio come un'entità non ben definita che muove gli ingranaggi che gestiscono l'esistenza di ogni singolo uomo. È Dio Padre che crea le condizioni per incidenti e disastri ambientali. Lui si diverte a tormentare l'umanità con leggi quali «la fila accanto scorre sempre più veloce della mia», «la fetta di pane cade sempre dalla parte della marmellata». Passa gran parte del suo tempo in una stanza buia dove è raccolto l'archivio di ogni singola vita e, seduto davanti a un computer, gestisce ogni avvenimento che accade sulla terra. Quasi a voler indicare quel Dio a cui si ricorre solamente in caso di gravi malattie perché inconsciamente si ritiene che sia il responsabile ultimo della vita e della morte. Ha una moglie completamente sottomessa, ma che si rivelerà fondamentale per la svolta nel finale del film.
Dall'altra parte, attraverso la figlia adolescente Ea, si mostra il volto di Dio amorevole e misericordioso legato alla predicazione e alla vita del fratello maggiore JC (Jesus Christ) e quindi più fedele ai Vangeli. Del primogenito è proibito parlare: da quando, infatti, ha deciso di abbandonare la casa paterna per scendere sulla terra tra gli uomini il padre non ne ha voluto sapere più nulla. La sua presenza in casa si manifesta attraverso un quadretto di un'Ultima Cena che la madre spolvera sempre con cura, e una piccola statua, nella camera della sorella, che si anima solamente in sua presenza. Ea è esasperata dai continui soprusi del padre e, come il fratello, vorrebbe portare soccorso e sollievo all'umanità. Questo sentimento la porta a ribellarsi al padre manomettendo il suo computer. Riuscita a entrare nella stanza segreta del padre, lasciata distrattamente aperta, prima di mettere il computer fuori uso, con un SMS rivela a tutti gli uomini la loro data di morte. Un gesto che scatena le ire del padre che ha perso il controllo del suo balocco ed è costretta a fuggire di casa. Intanto, nel mondo, le reazioni degli uomini venuti a conoscenza del giorno della propria morte sono le più disparate e controverse.

Riscrivere il vangelo

Mentre, su suggerimento del fratello JC, va in cerca di sei apostoli con cui scrivere un "Nuovo Nuovo Testamento", dopo aver trovato un barbone, Victor, a cui affidare la scrittura del testo, Ea si mette in cerca dei nuovi discepoli già scelti estraendo alcuni nominativi dal computer del padre. Incontriamo così Aurélie, una giovane donna che, da quando ha perso il braccio sinistro in un incidente da bambina, vive sola in una piccola casa rifiutando ogni rapporto sociale. Il secondo apostolo è Jean Claude, un uomo maturo costretto a un lavoro che disprezza, ma, poi, persuaso da Ea, decide di affrontare un viaggio seguendo un uccellino e il suo stormo fino al Polo Nord. Segue Marc, un erotomane dipendente dal pomo completamente incapace di instaurare rapporti umani e ancor meno sentimentali. Esortato da Ea, che lo avverte di avere una bella voce, trova lavoro come doppiatore di film pornografici e, proprio facendo questo mestiere, incontra l'amore segreto della sua fanciullezza che lo guarisce dalle precedenti fantasie erotiche. Il quarto è François, un assassino che il giorno dopo la rivelazione della data di morte decide di sparare a caso sulla folla con un fucile da cecchino nella convinzione che se qualcuno morirà non sarà colpa sua, poiché è già tutto scritto. Ispirato da Ea a sparare ad Aurélie, la quale colpita al braccio di gomma non sente nulla, si convince di aver assistito a un miracolo e cambia vita. La quinta è una donna di mezza età che è stata appena lasciata dal marito e, grazie all'incontro con Ea, trova sollievo ospitando in casa un gorilla. L'ultimo è Willy, un bambino malato a cui rimane poco da vivere che, come ultima volontà, esprime ai genitori il desiderio di vestirsi da bambina.
Van Dormael ci propone personaggi ai margini della società, tutti tormentati da una mancanza e desiderosi di essere altro da quello che la vita e la società li hanno portati a essere. Grazie all'incontro con Ea, in grado di sentire la musica che ne caratterizza il mondo interiore, tutti e sei riescono a riconoscere il loro vero volto, cogliendo il proprio sé, quello più autentico, così da trovare il coraggio per andare verso quella vita che avevano sempre desiderato senza più voltarle le spalle per eccesso di paura e di autodifesa. Queste figure ci ricordano gli ultimi del Vangelo – in una rilettura volutamente provocatoria e postmoderna –, i beneficiari delle Beatitudini: «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli» (Mt 5,3-10).
Il film è fantasioso e dissacrante come sanno fare i maestri franco-belgi, ma pone davanti a tutti noi l'esigenza di cercare nuove forme per dire il Vangelo, forse riscrivendolo con occhi nuovi e rompendo gli schemi a cui siamo abituati. La stessa cosa vale per una scuola cristiana che deve saper entrare in dialogo con nuovi destinatari prendendo sulle proprie spalle il carico della diversità, dell'andare controcorrente, nella ricerca della felicità possibile in un mondo possibile, vero, non legato a logiche distruttive che portano l'uomo lontano da se stesso. Più che ascoltare chi decide di andare via, dobbiamo ascoltare chi arriva, anche se per una strada più lunga e a seguito di ripensamenti tardivi, perché solo chi ha già sperimentato realtà diverse sa cogliere meglio le differenze e le risorse di una scuola cristiana.

(Feeria 55 2019/1, pp31-36).