Annate NPG

Pier Giorgio Frassati, il giovane ricco votato all’amore del povero

Inserito in NPG annata 2019.

Santi giovani e giovinezza dei santi /2

Silvano Oni

(NPG 2019-04-56)


I segni della poliomielite, che paralizzò Pier Giorgio e lo condusse in sei giorni alla morte si manifestarono il 29 giugno 1925: dal mal di testa al mal di schiena, alla febbre alta. Ma nessuno dei familiari diede peso a quei sintomi. Il venerdì 3 luglio, il medico lo invitò ad alzarsi, Pier Giorgio gli rispose:” Non posso più”. Il giorno seguente alle sette di sera spirava a 24 anni di età. Il funerale fu un trionfo. Tutta la città accorse: una folla di persone “note”, ma soprattutto di persone umili, povere. E i familiari, in particolare il padre, ebbero la rivelazione di una vita “segreta” del figlio: scoprirono il suo impegno umile, nascosto, giornaliero verso i poveri.

Pier Giorgio, infatti, vive in una famiglia dove non è capito, dove i rapporti sono spesso tesi, tranne che con la sorella Luciana. In particolare con il padre Alfredo, uomo d’azione, senatore, cui torna incomprensibile un figlio come il suo, votato alla preghiera, alla trascendenza, alla lotta e all’impegno per gli ideali di giustizia del Vangelo e non ad occupare un posto di rilievo nella società, come d’altronde ha raggiunto lui.
Ma i motivi di tensione e di sofferenza in famiglia per Pier Giorgio investono anche altre sue scelte più profonde: si innamora di una ragazza, Laura Hidalgo, laureata in matematica, ma vi deve rinunciare perché non accettata dalla famiglia Frassati, in quanto non socialmente all’altezza del nome di Pier Giorgio. Anche dal punto di vista “professionale” deve rinunciare al sogno per cui ha scelto la facoltà di ingegneria mineraria: quello di spendere la sua vita tra i minatori per “abbracciare una professione che garantisse una continua vicinanza ai più umili e sacrificati tra i lavoratori”. Il padre gli fa capire che lo vorrebbe al suo fianco nella direzione de “La Stampa”. E Pier Giorgio accetta!
Visto il “trionfo” del funerale l’arcivescovo di Torino mons. Giuseppe Gamba e la madre di Pier Giorgio individuarono nel salesiano don Antonio Cojazzi colui che poteva scrivere un profilo di Pier Giorgio, in quanto lo aveva conosciuto e frequentato.
Don Cojazzi lo propose nel libro Pier Giorgio Frassati. Testimonianze (1928) come il nuovo santo laico: ancorato alla tradizione da una parte, ma adeguato ai nuovi tempi dall’altra. Il successo del libro, in ambito cattolico, fu clamoroso per l’epoca[1]. Don Cojazzi mise in evidenza l’importanza particolare di due aspetti nella vita di Pier Giorgio che rispondevano a precise esigenze della cultura cattolica in generale, e della Chiesa italiana in particolare: il nascere della santità all’interno del mondo della classe dirigente (che tradizionalmente era indifferente sul piano religioso) e lo sviluppo che tale santità aveva avuto grazie all’associazionismo cattolico (in un momento storico quanto mai “delicato” in Italia per il contrapporsi del fascismo)[2].

Dati biografici

La “breve” biografia di Pier Giorgio è quella di un giovane benestante della Torino degli inizi del secolo scorso, alle prese con le tensioni legate ai problemi della nascente rivoluzione industriale, sociale e politica che diventeranno sempre più acuti e pronti a esplodere.
Nasce il 6 aprile 1901 a Torino da Adelaide Ametis, pittrice e da Alfredo, fondatore de “La Stampa”, grande esponente del modo liberale. Studia presso scuole statali e l’Istituto Sociale dei gesuiti, per due anni. Nel novembre del 1918 si iscrive al Politecnico di Torino nella facoltà di ingegneria meccanica con indirizzo minerario. Nel 1920 si iscrive nel partito Popolare, appena fondato da don Luigi Sturzo. Nel 1921 segue con tutta la sua famiglia il padre che viene nominato ambasciatore a Berlino. Ritorna in Italia nel 1923 in seguito alle dimissioni del padre, dovute all’avvento del regime fascista. Pier Giorgio muore a Torino il 4 luglio 1925. Il santo papa Giovanni Paolo II il 20 maggio 1990, in piazza san Pietro, nell’omelia pronunciata in occasione della beatificazione lo definiva “un giovane moderno pieno di vita” che “non presenta granché di straordinario”.

Santo per l’oggi?

Ma, a questo punto ci chiediamo: che cosa ha da dire ai giovani di oggi, Pier Giorgio, che è un santo tutto di “ieri”? Il mondo di un secolo dopo è così diverso dal suo. E invece no.
Pier Giorgio è stato, per certi versi, un giovane “come tutti gli altri”, e come tutti i giovani amava la vita; anzi era, come lo definisce un suo amico, “una valanga di vita”, di una vitalità prorompente, tanto che era soprannominato “Fracassati”, proprio per la sua risata fragorosa che scoppiava all’improvviso nei corridoi del Politecnico, annunciandone l’arrivo, con il suo seguito di goliardia sfrenata.
Ad accomunarlo a tutti i giovani è il profondo senso e il bisogno di amicizia[3]. Molti lo avvicinavano per scopi “utilitaristici”, per entrare nella sfera ricca e potente dei Frassati. Pier Giorgio lo sapeva e ne soffriva, perché aveva un culto quasi sacro dell’amicizia. Sognava di poter stringere con i suoi amici più intimi un vincolo che potesse durare tutta la vita. Per realizzare questo sogno, diede vita il 18 maggio 1924 alla Società dei Tipi Loschi, nella quale si condivideva tutto, su tutto si discuteva e su tutto ci si confrontava. Soprattutto sulla fede.
Era un giovane sportivo: alpinista “tremendo” come lo definì sempre papa Giovanni Paolo II. Si rimane stupiti, leggendo i suoi scritti, in particolare le Lettere agli amici, di quante volte parli della sua passione per la montagna, perché “fra i monti c’è qualcosa di grande, di immenso che eleva”.
Ma Pier Giorgio era un giovane che “non voleva vivacchiare ma vivere”[4]! Oggi si direbbe, citando la ormai famosa espressione di papa Francesco, non voleva essere un giovane-divano, ma vivere in pienezza la propria esistenza! Vivere in pienezza voleva dire per lui assumersi prima di tutto le proprie responsabilità di cittadino. E proprio in questo si può cogliere un aspetto della sua attualità, dal momento che viviamo, nel cattolicesimo attuale, un cristianesimo ripiegato su se stesso, del quieto vivere.
Pier Giorgio era stato educato alla dimensione politica dal padre Alfredo. La politica si respirava da sempre in casa Frassati. La Torino degli anni prima e subito dopo la guerra era un vero e proprio laboratorio di idee politiche, con le figure di Gobetti, Gramsci in primo piano. Pier Giorgio fece però delle scelte “personali”, allontanandosi dalla tradizione liberale di famiglia e iscrivendosi nel partito Popolare, diventandone uno degli elementi più attivi e anche critici.
Ma il suo impegno politico era strettamente legato a quello religioso. Si presenta con forza come laico credente, che non ha paura di professarsi cristiano, ha la fierezza, direi, di essere credente in Cristo. Sintomatica la risposta data alla battuta sarcastica di un collega del Politecnico: “Sei un bigotto?” “No! Sono rimasto cristiano!”.
E proprio perché si sentiva cristiano la sua caratteristica più significativa fu l’amore per i poveri. “Comandamento” così antico, ma così attuale, visto che oggi i “poveri” sono guardati con sospetto, con paura, spesso con un senso di fastidio. Scriveva negli Appunti: “Base fondamentale della nostra religione è la Carità, senza di cui tutta la nostra religione crollerebbe, perché noi non saremo veramente cattolici finché non conformeremo tutta la nostra vita ai due comandamenti in cui sta l’essenza della fede cattolica: nell’amare Iddio con tutte le nostre forze e nell’amare il prossimo come noi stessi”[5].
Pier Giorgio non si limitava a procurare dei soldi, di cui era sempre mancante: “Pier Giorgio era famoso per essere sempre al verde, e tutti sapevano che l’essere sempre senza soldi era una conseguenza della sua ardente carità”[6]; ma “si interessava affinché i suoi numerosi poveri infermi avessero le cure mediche necessarie e venissero accettati negli ospedali e li seguiva con costanza quale si usa per un parente ammalato”[7]; “Non bastava a Pier Giorgio dare il proprio obolo ai poveri, sapeva che spesso basta restare lì ad ascoltarli, basta far sentire che qualcuno è loro vicino per sollevarli dalla più grande miseria cui sono condannati: quella del disprezzo e della solitudine”[8].
Assisteva il malato sino al compimento dei servizi più umili e penosi: “Frequentavo le Conferenze di San Vincenzo più per tradizione di famiglia che per convinzione. È vero che non gli nascondevo nulla delle mie perplessità. Una volta gli domandai come si facesse ad entrare lietamente in certe case, dove la prima accoglienza era un tanfo nauseante. 'Come fai tu a vincere la repulsione?'. 'Non dimenticare mai – mi rispose – che se anche la casa è sordida tu ti avvicini a Cristo'"[9]. E qui viene alla luce il senso profondo, che sta alla base del suo amore ai poveri, che non è semplice filantropia: 'Gesù mi fa visita con la Comunione ogni mattina e io gliela restituisco nel modo misero che posso, visitando i suoi poveri”!
C’è una testimonianza che riesce a rendere ancora più vivo Pier Giorgio: “Nella biblioteca della facoltà di Matematica arrivava sempre trafelato e accaldato. Non appena cominciava a tirare il fiato gli uscivano dalle tasche, dalle cartelle, uno dietro l’altro, i foglietti zeppi di nomi e di indirizzi di persone povere da aiutare o da visitare “[10]. E sul letto di morte, gli viene trovato tra le mani un ultimo biglietto destinato ai poveri: “Ecco le iniezioni di Converso, la polizza è di Sappa. L’ho dimenticata, rinnovala a mio conto”[11].

Alla sua tomba

A Torino siamo testimoni del continuo pellegrinaggio di giovani alla sua tomba in Cattedrale. Così come a Pollone (Biella), nella villa di famiglia: basta dare uno sguardo al quaderno dove i visitatori lasciano i loro pensieri. Sono decine e decine questi volumi che documentano la diffusione devozione verso Pier Giorgio non solo in Italia, ma nel mondo.
Perché tanti giovani lo vengono a visitare? Perché tanti giovani lo sentono vicino? La risposta è, in fondo, la stessa del perché guardiamo ai santi.
Perché è sempre presente in ogni giovane la domanda di senso della vita, l’esigenza di andare al di là dei limiti angusti, in cui spesso la chiudiamo, per tendere a qualcosa di più grande. E in mezzo ai dubbi, alle inquietudini, ai fallimenti delle nostre giornate sentiamo la necessità di scoprire e rimirare il volto di una persona che è riuscita a dare gusto e pienezza alla propria vita. Questo apre il nostro cuore alla speranza[12].

NOTE

[1] In Italia: in soli nove mesi vennero esaurite le prime tre edizioni (30 mila copie). Nell’agosto del 1939 il libro aveva raggiunto le undici edizioni per un totale di 70 mila copie. Fu tradotta in 17 lingue: la prima in polacco (1930), l’ultima in giapponese (1939).
[2] Pier Giorgio aderì a molte delle organizzazioni del cattolicesimo torinese di quegli anni: al circolo universitario della Fuci Cesare Balbo; al terzo Ordine Domenicano con il nome di Savonarola “perché ha comuni con me gli stessi sentimenti contro i corrotti”; al circolo della gioventù cattolica della sua parrocchia della Crocetta “Milites Mariae”; ma soprattutto alle Conferenze di san Vincenzo, prima quella dei padri Gesuiti dell’Istituto sociale e poi quella del circolo della Fuci “Cesare Balbo”.
[3] Per queste riflessioni, cfr. Primo Soldi, Pier Giorgio Frassati. L’amico degli ultimi, Elledici, Torino 2016, 79-82.
[4] Lettera a Isidoro Bonini 27 febbraio 1925 in (a cura di) Luciana Frassati, Pier Giorgio Frassati. Lettere (1906-1925), Editrice Vita e Pensiero, Milano 1995, 308.
[5] Cfr. (a cura di) Luciana Frassati, La carità…, 17-1818.
[6] Ib., Testimonianza di Giovanni Gribaudo…, 32.
[7] Ib., Testimonianza di Paolo Giriodi…, 42.
[8] Ib., Testimonianza di Battista Marocchino…, 42.
[9] Ib., Testimonianza di Carlo Florioi… 42-43.
[10] Ib. Testimonianza di Marco Beltramo…., 37.
[11] Cfr. (a cura di) Luciana Frassati, La carità…., 246.
[12] Cfr. Primo Soldi, Pier Giorgio Frassati…, 26-31.