Annate NPG

Da Edith Stein a Teresa Benedetta

Inserito in NPG annata 2019.

Santi giovani e giovinezza dei Santi /4

La giovinezza inquieta di una filosofa, martire cristiana

Lodovica Maria Zanet

(NPG 2019-08-50)


Bad Bergzabern (Renania-Palatinato), estate 1921. In casa di amici, una trentenne intellettuale tedesca di famiglia ebraica, Edith Stein, si ritrova sola. Potrebbe uscire anche lei, incontrare qualcuno, forse andare a camminare. Decide invece di restare a casa, e fa la cosa a lei più consona: si avvicina ai rifornitissimi scaffali della biblioteca e prende un libro. Non vi presta grande attenzione, non lo sceglie dopo attenta disanima, escludendo altre opzioni: piuttosto, se lo ritrova in mano. È il Libro della Vita di Teresa de Cepeda y Ahumada, scritto dalla stessa. In quelle pagine, la grande santa di Avila, mistica, poi dottore della Chiesa – donna “inquieta e vagabonda” come i suoi nemici la definivano – racconta se stessa e le sue grazie mistiche ai direttori spirituali. Da una parte dunque sta, in quella notte di Bad Bergzabern, il raffinato siglo de oro spagnolo, con i suoi fasti e la sua cultura, la sua temibile Inquisizione e le conquiste oltre oceano; dall’altra la cupa Germania tra le due guerre, prostrata dalla sconfitta nel Primo Conflitto Mondiale e in disperata ricerca di riscatto. Da una parte c’è il cristianesimo, raccontato per via esperienziale da una donna, Teresa, che trattava Gesù come amico e definisce la preghiera come il frequente trattenersi, da soli a Solo, con Colui da cui sappiamo d’essere amati. E dall’altra c’è lei, Edith Stein: nata a Breslavia (oggi Wrocław in Polonia) il 12 ottobre 1891, ebrea di famiglia, atea dichiarata sin dalla prima adolescenza, esploratrice in punta di concetto tra le tesi della fenomenologia tedesca dell’epoca, professata dal celebre e incompreso Edmund Husserl.
Non c’è dunque nulla, in Edith, che paia ricollegarla al mondo di Teresa. Non la fede, non la tradizione culturale. E senz’altro non il carattere: riservato e schivo per Edith, solare ed espansivo per Teresa. Teresa chiedeva a Dio il dono di essere amata da molti. Edith ambiva a capire molto. Teresa si lasciava invadere dalla realtà. Edith muoveva alla sua conquista, con acribia non inferiore a quella che il suo maestro, Husserl appunto, amava descrivere citando l’incisione di Dürer Il cavaliere, la morte, il diavolo: una scena in bianco e nero ove per restar vivi urge superare lo scoglio dell’inganno.
Qualcosa però, in quella notte, accade. Edith divora le pagine del Libro della Vita: il mattino dopo si dice l’avesse già terminato. «Questa è la verità», afferma. Acquista un Messale e un Catechismo e si presenta al parroco del luogo, chiedendo il battesimo. Lo riceverà alcuni mesi più tardi, il 1° gennaio 1922. Morirà, carmelitana scalza e martire, ad Auschwitz nell’agosto 1942. Nel 1933, nell’infuriare della follia nazista, quando ogni strada di docenza le era ormai preclusa, dopo 12 anni di attesa sarebbe entrata lei stessa nel Carmelo, riformato da Teresa nella sua Castiglia nel 1562.

Chi è Edith

Chi è, però, Edith Stein? E perché quel passo, in apparenza così azzardato e illogico – che non cesserà di stupire gli amici e scandalizzare i familiari –, dall’ebraismo al cristianesimo transitando da oltre quindici anni di convinto ateismo? «Secretum meum mihi», lei dice: confermando che le cose più importanti stanno dentro, e nessun le saprà mai. Sappiamo però alcune cose. Edith è la più piccola di una numerosa famiglia slesiana. Sono ebrei e professano la fede dei padri. Piccolissima, spetta a lei porre le domande di rito per il Seder di Pesah. Cresce sveglia e riflessiva, interiormente vivace. Composta all’esterno, Edith custodisce però dentro le cose più vere. Le attende, le chiede, le accoglie. Solo dopo le comunica, se necessario. Grande osservatrice, esamina i comportamenti umani con scientifica analiticità: ma sa comprendere e scusare, e ha una spiccata intelligenza emotiva. Tredicenne, la prima svolta: non avrebbe più creduto in Dio. L’atto del credere aveva smarrito per lei ogni ragionevolezza. Edith non si riconosceva nelle tradizioni di famiglia, non riusciva a farle proprie ed era interessata ad altro. E allora se ne distacca, con una radicalità per certi aspetti sconcertante, ma sua tipica: la (reale o supposta) chiarezza di pensiero determina qui un’assoluta linearità della volontà, un’inflessibilità della scelta che non ammette ripensamenti. Ed Edith comincia allora a cercare nell’umano la risposta al divino ormai assente, senza ancora sapere che in Cristo essi erano già ricongiunti.
Sceglie così di studiare letteratura tedesca, storia, psicologia. Ma è brava e si stanca presto di maestri che esauriscono davanti a lei gli argomenti e il fascino. Le parlano allora della fenomenologia, un nuovo modo di fare filosofia praticato a Gottinga da Edmund Husserl, Adolf Reinach e un gruppo di temerari giovani, che criticavano Kant, le altre grandi autorità del pensiero e volevano ritornare alle cose stesse. «Ritornare alle cose stesse» significava: privilegiare la realtà per come appare e si manifesta, rispetto alle teorie (pur necessarie) che ambiscono a comprenderla. Era come se avessero detto ad Edith di tornare a camminare in montagna anziché studiare il tracciato dei sentieri sulla cartina. Lascia tutto e parte. Trova un mondo molto diverso, di confronto ampio, di amicizie al femminile e al maschile. Di amore, anche, che farà però fatica ad accogliere e a integrare nel proprio vissuto, senza riuscire ad arrendersi a un sentimento che diventasse progetto di vita.
Edith Stein ha quasi 23 anni quando scoppia la guerra. Lei diventa crocerossina volontaria al fronte. Husserl perde un figlio. Muore il suo migliore amico, Adolf Reinach: era sposato con Anna, una della poche donne laureate in Fisica del tempo. Ed Edith, un giorno, la va a trovare. È convinta di incontrare una donna annientata dal dolore. Forse prova a prepararsi parole consolatorie, senza però sapere bene – e si tratta per lei di un’esperienza inedita! – cosa dire. Quando però incontra Anna capisce che le sue sarebbero state parole vuote, parole vane. La luce della Croce di Cristo si staglia davanti a lei, per la prima volta, come un mistero affascinante di dolore e di amore.
Edith intanto è una studentessa che si avvia a diventare una studiosa. Si laurea infatti, con una tesi sull’empatia: quel fondamentale atto umano per cui siamo capaci di gioire con chi è nella gioia, di piangere con chi è nel pianto, di farci tutto a tutti, di avere gli stessi sentimenti: sono parole di San Paolo – che la Stein allora non conosce –: in un mondo che precipitava in quegli anni nell’odio, lei si era scelta questo problema, il «problema dell’empatia», per indagare il fondamento delle relazioni sociali cooperative. Scommetteva così sul fatto che esistesse qualcosa oltre l’odio, la rabbia cieca, l’irragionevole furia, o anche solo l’indifferenza che uccide; indaga ciò che accomuna invece di ciò che divide. Inserita in un gruppo di ricerca dove ci si occupa del tema dei valori, degli atti sociali, del bello estetico, della filosofia della natura, Edith aveva cominciato ad allenare nella vita quotidiana quella fondamentale attitudine che la fenomenologia le aveva trasmesso: guardare la realtà a occhi sgranati, se possibile senza pregiudizi, dandole la possibilità di rivelarsi non per quello che si vorrebbe fosse, ma per quello che è. Quando a Bergzabern legge Teresa, in fondo Edith ha solo concesso al diverso la possibilità di bussare alla sua porta.

La conversione

La conversione è folgorante, totale: Edith passa dal nulla al tutto, anche se il tutto era stato lungamente preparato dalla pazienza del cercare laico e dal rigore altamente sfidante della filosofia. Per lei conversione al cattolicesimo e chiamata al Carmelo sono un tutt’uno: il Carmelo di Teresa, ma soprattutto il Carmelo che si rifà ad Elia, alla Terra del Santo, a quell’Israele parte della sua vita: Edith cristiana recupera così l’ebraismo, che diviene per lei angolo prospettico privilegiato per capire Gesù; e ritorna in sinagoga con la madre, lacerata dalla scelta della figlia ma stupita di ritrovarsela accanto.
Se dai 20 ai 30 Edith aveva bruciato le tappe, in una giovinezza folgorante e dalle molte conversioni – intellettuali, affettive, volitive, religiosa infine –, ora però deve di nuovo affidarsi: quando i suoi coetanei costruiscono e concretizzano una famiglia o una carriera (o entrambe), a lei è chiesto di pazientare. Vorrebbe entrare al Carmelo, ma ne è trattenuta da sacerdoti che la esortano a servire la Germania del tempo come studiosa e docente; ambisce all’Università, ma non riuscirà mai a fare una vera carriera e le leggi razziali ve la estrometteranno definitivamente; legge i santi carmelitani, ma trascorre ogni anno la Settimana Santa nell’abbazia benedettina di Beuron, grande centro di studio. Edith pensa alla consacrazione, eppure il suo cuore di donna le fa intuire la bellezza di un rapporto affettivo, anche se sarà sempre ferma nell’attenersi al proposito di dedizione esclusiva a Cristo e alla Chiesa e sperimenta intanto le tappe esigenti di una maturazione verso il cuore indiviso. Sono passaggi che potrebbero riportarla a un momento di grave crisi simile a quello attraversato da studentessa e allora intrecciato al suo indagare filosofico, quando era arrivata ad auspicare che la morte sopraggiungesse a por fine alle sue sofferenze («Non riuscivo più a percorrere una strada senza avere il desiderio che una macchina mi investisse»). Ma la santità non ha nemici nemmeno nella fatica, nello svuotamento, nella notte oscura dell’anima e della psiche: e ora Edith ha la fede a sorreggerla e il sogno del Carmelo sempre all’orizzonte. Attraverso le ferite della vita e del cuore di Edith Stein, comincia quindi a passare una grazia che consola e conforta le persone che le stanno accanto: allontanatasi per scelta dal mondo della filosofia in senso stretto, insegna per otto anni dalle Domenicane di Spira, divenendo importante punto di riferimento (lei laica) per le giovani in formazione; quindi all’Istituto di Pedagogia scientifica di Münster.
Solo nel 1933, per il precipitare della situazione e la crescente esasperazione della persecuzione antiebraica, l’insegnamento verrà definitivamente precluso ad Edith. Potrebbe forse continuare a insegnare in Sud America: ma lei, abituata a cercare la verità nelle evidenze positive, adesso inizia a comprendere che rappresentano altrettanti segni anche quelle negative, cioè i vincoli, i limiti e le mancanze. Che le indicano ora un tipo di fecondità diversa. Anche chi la dirige spiritualmente (celebre il rapporto con il grande Gesuita padre Erich Przywara) l’aiuta a capire che è venuto il momento di entrare in quel Carmelo dal quale era sempre stata trattenuta per potere servire di più – e meglio – attraverso i doni di parola e di scrittura che aveva ricevuto.

Il Carmelo

Edith entra al Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, a 42 anni appena compiuti. La anima il chiarissimo convincimento che non l’attività umana, ma solo la passione di Cristo possa salvare: ad essa intende ora prendere parte. Professa perpetua nel 1938 con il nome di Suor Teresa Benedetta dalla Croce, al Carmelo continua l’attività di scrittrice approntando anche la sua ultima e più celebre opera, Essere finito ed Essere eterno: un testo originalissimo, lontano dai parametri della critica scientifica, in cui Edith cita Aristotele con Tommaso, Heidegger con Teresa, insegnando che se la sintesi viene fatta nella vita, essa ha diritto di esistere anche sulla pagina scritta.
Per aver salva la vita passa quindi al Carmelo di Echt, in Olanda. Ma anche qui viene raggiunta, all’inizio dell’agosto 1942. Le SS le intimano di uscire dalla clausura: Edith, con la sorella Rosa (anch’ella convertita al cattolicesimo), superato il campo di smistamento di Westerbork, morirà nel campo di sterminio di Auschwitz pochi giorni dopo: aveva superato i 50 anni e, non rientrando nei criteri di efficienza da lavoro dei prigionieri al campo, era semplicemente stata gettata via come un oggetto inutile. Chi la ricorda, afferma che Edith in quegli ultimi frangenti si prese cura dei bambini, abbandonati dalle loro mamme rese folli dall’ebbrezza del dolore.
Beatificata il 1° maggio 1987, Edith Stein viene canonizzata l’11 ottobre 1998, come martire: infatti ad Auschwitz era arrivata sì come ebrea, ma come ebrea convertita al cattolicesimo, catturata in ritorsione a un proclama ufficiale con cui i Vescovi olandesi prendevano posizione contro le efferatezze del Terzo Reich. L’umano e il divino, dunque, arrivano ora anche in Edith a perfetta sintesi: nel patire della propria carne, è testimone di un mondo che nega Dio e in cui ad Auschwitz anche il silenzio di Dio diventa assordante.
Spiegando cosa fosse il Carmelo, Edith Stein un giorno aveva scritto: «Chiunque entri al Carmelo deve consegnarsi tutto al Signore, solo chi valuta il suo posticino in coro, davanti al Tabernacolo, più di tutte le magnificenze del mondo può vivervi e trovarvi di certo allora una felicità quale nessuna magnificenza può offrirle […]. Quanto Dio opera nelle ore di preghiera silenziosa nell’anima si sottrae ad ogni sguardo umano, è grazia per grazia e tutte le altre ore della vita ne sono il ringraziamento». Era il ritornare di Edith – con consapevolezza nuova e la piena maturità dell’età adulta – su quella custodia di sé che non nasceva da un rifiuto della visibilità o dell’amicizia, ma era animato dalla più profonda consapevolezza che non si può dare agli altri quello che non si è; che occorre custodire per donare; che le cose più importanti e vere non vanno mai esibite.

Numerosi sono ormai gli scritti di Edith Stein e su Edith Stein, facilmente rintracciabili attraverso una semplice ricerca bibliografica.
Per chi volesse approfondire la sua figura, si segnalano qui due contributi: Edith Stein, Dalla vita di una famiglia ebrea e altri scritti, OCD – Città Nuova, Roma 2007, in cui Edith stessa racconta, con lo stile agile e accattivante di un romanzo, la propria vita nell’intreccio degli incontri e delle scelte che l’hanno indirizzata e arricchita; Cristiana Dobner, Il libro dai sette sigilli. Edith Stein: Torah e Vangelo, San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2018, che ne contestualizza la vita e le opere nell’Europa del suo tempo.