Lazzaro

Una rilettura evangelica

Gioia Quattrini

Lazzaro 4

Un rumore lo scosse. Più che un rumore, una voce. Un grido. Forse entrambi.
Non ricordava da quanto si fosse assopito. Erano giorni ormai che oscillava tra una veglia appannata e un sonno niente affatto ristoratore, una specie di mare viscido che riempiva occhi e orecchie. La malattia, sconosciuta e potente, comparsa all’improvviso lo aveva stritolato nelle proprie spire togliendogli tutto tranne pochi respiri, a malapena respiri.
Immobile nel suo letto, sentiva il via vai di Marta e Maria. Quanto amore gli riservavano le sue sorelle. Panni freschi quando la febbre saliva fino a cancellare ogni pensiero, ogni parola che avesse un senso. La pazienza di nutrirlo quando il cucchiaio era diventato pesante come un macigno, impossibile da sostenere. La tenerezza con la quale gli cambiavano la veste e lo ripulivano, discrete e gentili, accarezzandolo in silenzio e stringendogli forte la mano preoccupate che lui si sentisse solo nel suo delirio. Lunghe notti senza dormire per non lasciarlo, pronte a cogliere il minimo lamento, il minimo segnale. E mille corse dal medico a supplicare, indomite anche davanti all’inutilità di ogni tentativo di cura. Così aveva capito che probabilmente era arrivato il momento. Difficilmente un morbo così aggressivo lo avrebbe risparmiato. Per questo fu davvero felice di sentire, in un breve attimo di lucidità, che Marta e Maria avevano mandato a chiamare Gesù.
Egli aveva con Gesù un legame speciale, di quelli che avvincono la propria vita alla vita di un altro fino a confonderle tanto da non distinguere più ciò che accade all’una piuttosto che all’altra. Almeno per lui era così. Era stato così da subito. Gesù lo toccava. Lo toccava profondamente. Adorava parlare con lui. Facevano insieme lunghe passeggiate e lunghi discorsi sull’uomo e sull’amore, sul bene e sul male, su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto, sul futuro e sul mondo, come era stato e come sarebbe stato. Discorsi sulla felicità, sulla vita ma soprattutto sul dolore e sulla morte. Adorava ascoltare Gesù e si inorgogliva quando anche Gesù ascoltava con attenzione i suoi argomenti e prendeva sul serio i suoi dubbi e le sue paure. Lazzaro scoppiava di felicità quando Gesù nei momenti di stanchezza cercava il conforto dell’amico e si confidava con lui. Allora Lazzaro lo abbracciava forte e lo rincuorava cercando di restituirgli un po’ di quella forza che da Lui aveva ricevuto.
Perché quando Lazzaro guardava il suo amico non vedeva il Messia, il figlio di Dio, la Parola ma vedeva soltanto il suo amico e tanta tenerezza gli ispirava questo giovanotto divertente, con un grande sorriso ma capace di un’ira che gelava, di camminare giorni, di mangiare niente e di raccontarti l’incredibile senza sembrarti un folle.
L’amicizia con Gesù era stata come un cammino che entrambi avevano intrapreso partendo dalla loro posizione, senza mai perdersi di vista. Un cammino che li aveva portati ad incontrarsi in un luogo comune: il proprio cuore. Questa una delle grandi lezioni di Gesù: amare l’altro fino a confondersi con lui, fino alla consegna totale di se stessi.
Ma Gesù non arrivava. Non che Lazzaro avesse chiaro lo scorrere del tempo, non che fosse in grado di distinguere i giorni dai giorni e le ore dalle ore, ma la voce del suo amico lo avrebbe sicuramente scosso da quel delirio che lasciava sempre meno spazio alla coscienza di sé. Gesù non arrivava e le sue sorelle dovevano essere davvero impaurite perché avevano smesso di parlarsi. Solo silenzio intorno a lui. Non sentiva più neanche quella specie di sospiri articolati, quei bisbiglii incomprensibili che si scambiavano nel tentativo di non disturbarlo o di tenerlo all’oscuro della verità.
Dovevano essere davvero impaurite. Lui no. Non aveva paura. Non aveva più paura da che aveva conosciuto Gesù. La grande rivoluzione avvenuta nella sua vita era stata questa: non avere più paura. Paura del dolore. Paura della malattia. Paura della morte. Ora Lazzaro sapeva che ogni cosa aveva un senso, un perché, uno scopo. Ora Lazzaro sapeva che gli avvenimenti della nostra vita non erano incidenti di un caso dispettoso e capriccioso. Ora Lazzaro sapeva che un Padre buono lo attendeva e un cielo di serenità.
Ma Gesù non arrivava. Certo Lazzaro sarebbe stato felice che il suo amico arrivasse prima della sua morte. Sarebbe stato felice di morire con la sua mano nella mano di Gesù. Con la sua mano nella mano dell’amico che lo avrebbe così consegnato lentamente alla luce.
Poi il delirio aveva avuto il sopravvento. I momenti di lucidità erano quasi scomparsi e galleggiava continuamente in un mare oscuro nell’oscurità intorno. Nessun suono. Solo l’oblio.
Non ricordava da quanto si fosse assopito. Un rumore lo aveva scosso. Forse una voce. Un grido. Forse entrambi.
Faceva freddo. Si sorprese. Da quanto tempo non sentiva freddo. Da giorni arso dalla febbre non c’era stato più spazio per alcuna sensazione di frescura. Aveva freddo. Forse Marta e Maria lo avevano scoperto perché l’aria avesse pietà delle sue piaghe e le seccasse, aiutasse le ferite a chiudersi e l’infezione a scomparire.
La tunica... avevano sostituito la tunica con delle bende così profumate, intrise di balsamo emolliente perché lui potesse sentirsi ancora un uomo e non soltanto un corpo mangiato dal male. Questo panno sul volto poi, come un sudario, a detergere il sudore.
Qualcosa però gli sfuggiva: le mani e i piedi bendati, il duro giaciglio e il buio totale, neanche il rumore del vento. Lazzaro cercò di sedersi. Si forzò e ci riuscì. Solo allora aprì gli occhi: la luce che entrava dalla bocca spalancata della grotta gli permise di guardarsi intorno: sulla soglia, Gesù piangeva.
Con semplicità tutti i pezzi trovarono il proprio posto.
“Io sono la Resurrezione e la Vita”, le parole preziose che il suo amico gli aveva donato un giorno. Semplicemente, in un sussurro. “Io sono la Resurrezione e la Vita”. Il suo amico commosso lo attendeva sulla soglia.
E così, legato mani e piedi, ad occhi aperti nel sepolcro, Lazzaro sorrise e corse incontro alla Resurrezione.

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