Un lungo "sabato santo"

Domenica V di Quaresima – Anno A


Rossano Sala

risurrezione di lazzaro

È un po’ un lungo “sabato santo” quello che stiamo vivendo: vedere i camion militari trasportare le salme strappate all’affetto dei loro cari senza nemmeno la possibilità di una carezza ci lascia senza parole, vedere la preghiera solitaria di papa Francesco con una piazza san Pietro insolitamente vuota ci appare del tutto strano e fuori luogo, essere chiusi in casa per settimane intere non ha termini di paragone né immediati né remoti. Non ci rimane che un silenzio carico di tante domande, le cui risposte non stanno alla nostra portata.
È un tempo carico di impossibilità, che non sappiamo bene dove ci porterà. Possiamo ben dirlo, è una situazione esistenziale di morte, che ci avvicina davvero alle letture e soprattutto al Vangelo di oggi: non solo per i più di 10.000 morti che abbiamo avuto in Italia e che si sommano a tutti quelli già deceduti in tutto il mondo, ma perché viviamo un po’ una morte sociale e comunitaria. Noi tutto sommato siamo abbastanza fortunati, perché viviamo insieme e abbiamo una rete di amicizie e di appartenenze molto ampie. Ma per molti non è così. Le attività “normali” della nostra vita si sono fermate e possiamo dire di vivere un po’ la situazione di Lazzaro nelle nostre vite: siamo chiusi anche noi come lui dietro una grossa pietra. E pian piano comincia a sentirsi il cattivo odore, perché oramai siamo qui non da quattro giorni, ma da quasi quattro settimane.
Possiamo fare come tanti, che mandano continuamente stupidaggini scherzose attraverso i media digitali per cercare di sdrammatizzare, quasi attraverso un rito comunitario che vorrebbe esorcizzare questa situazione inedita e imbarazzante, ma se siamo e vogliamo rimanere umani e cristiani siamo chiamati a discernere quali appelli e segnali ci stanno arrivando. Perché è evidente che Dio ci parla attraverso gli eventi della vita, attraverso ciò che ci sta accadendo. Il Papa nel suo discorso di venerdì sera, prima dell’adorazione e della benedizione, ha tentato di dare qualche interpretazione in questa direzione. Siamo chiamati, oggi più che mai a crescere nella capacità di discernimento, che è esattamente quell’ attitudine spirituale di scorgere la presenza e la parola di Dio negli avvenimenti della storia.
In questa situazione, vi lascio tre brevi pensieri, conformemente a questo tempo di “grande silenzio” che ci è imposto sia dai nostri tempi di pandemia sia dal tempo liturgico che stiamo vivendo, che ci chiede non tanto di parlare, ma di “guardare a colui che hanno trafitto”. A contemplare che cosa fa e che cosa dice.
Primo, la sensibilità di Gesù. In tutto quello che ci sta capitando il primo atteggiamento di Gesù è affettivo e affettuoso. E ci lascia persino sgomenti tanto lo pensiamo lontano da una presunta divina impassibilità: «Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: “Dove lo avete posto?”. Gli dissero: “Signore, vieni a vedere!”. Gesù scoppiò in pianto» (Gv 11,33-35). Gesù si mette sulla lunghezza d’onda di Maria, la sorella di Lazzaro, e dei tanti Giudei che erano con lei. Gesù apre le porte alla comprensione di un Dio sensibile, di un Dio che addolora, che ha viscere di misericordia. Che non vuole apparire sensibile, ma che sensibile lo è davvero, tanto da scoppiare in pianto. Un autentico atteggiamento di simpatia, nel vero senso della parola: ecco che cosa ci è chiesto prima di tutto. Sentire l’affetto di Gesù nella nostra vita personale e comunitaria è il primo frutto della fede in lui: lasciamo dunque che si risvegli la nostra sensibilità spirituale in questo tempo, non lasciamoci distrarre da altro e da altri, e sentiamo la dolce e affettuosa presenza di Gesù nella nostra vita e nel nostro tempo.
Secondo, il sacrificio di Gesù. Abbiamo incominciato stamattina, nell’ufficio delle letture, la lettera agli Ebrei, che ci accompagnerà in queste due prossime settimane. Gesù non è solo affettuoso, ma solidale anche qui nel senso pieno del termine. La lettera agli Ebrei ci invita a passare dall’antico al nuovo, dalla figura alla realtà, dalla promessa alla realizzazione. Soprattutto ci invita a contemplare l’opera del sacerdozio differente di Cristo (cfr. Eb 7,15). I sacerdoti dell’antica alleanza offrivano altro e altri, Gesù offre se stesso rinnovando questa istituzione e centrandola su di sé in modo nuovo ed eterno: non ci sarà altro sacerdozio autentico che il suo, e tutti noi, per grazia, vi partecipiamo. Egli fa questo offrendo se stesso una volta per tutte, mettendo sul piatto la sua esistenza offerta per la nostra salvezza. È il mistero dello scambio di posti: lì dove saremmo dovuti esserci noi, adesso c’è lui; lì dove sarebbe dovuto esserci lui, adesso ci siamo noi. Meraviglioso scambio: egli dà la vita perché noi abbiamo la vita. Per questo egli “meriterà” la risurrezione che, sappiamo, non è atto di Gesù, ma azione del Padre che gli ridona vita, dignità e potere: proprio perché egli vive pienamente la legge fondamentale del Regno che è venuto a portare – «Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Lc 6,38) – risorge e ha il potere, in quanto agnello immolato e vivente, di aprire tutti i sigilli della storia.
Terzo, la fecondità di Gesù. La seconda lettura ci dice che siamo abitati dallo Spirito di Dio. E lo Spirito non lavora per se stesso, ma ci porta Gesù e ci porta a Gesù. Amplifica la sua azione in tutti i sensi e lo rende presente ed efficace in senso diacronico che sincronico. Gesù è vivo e presente, qui e adesso, in tutti gli angoli della storia, in tutte le situazioni. È in mezzo a noi e in noi: germe di risurrezione, farmaco di immortalità, principio di vita nuova, germoglio di speranza, seme di eternità, caparra di gioia piena. La sua è una presenza discreta, per tanti aspetti nascosta, ma sempre feconda, un po’ come il seme che cresce da sé nella celebre parabola: «Così è il regno di Dio: come un uomo che getta il seme sul terreno; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia e cresce. Come, egli stesso non lo sa» (Mc 4,26-27). La sua presenza è simile davvero simile ai semi che stanno apparentemente esanimi nel cuore della terra durante l’inverno, o al lievito che sta nel cuore della pasta prima che sia messa nel forno, oppure al sale che è nascosto nel cibo e che si scopre solo nel momento in cui viene assunto. Così è la presenza di Gesù, una presenza che non cerca attrazione mediatica e che non ha nessuna intenzione di imporsi alla nostra attenzione. Non ci arriverà nessun Twitter che ci anticipa la sua venuta, nessuna condivisione via WhatsApp di ciò che vorrà dirci, nessuna chiamata video o nessuna email profetica. Per il semplice motivo che egli è già presente e operante in mezzo a noi. Bisogna chiedere a Lui la grazia di riconoscerlo vivo e operante nei particolari della vita, dove volentieri si eclissa, in attesa di essere cercato, scoperto, amato.
Concludo con le parole della seconda lettura: «Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia» (Rm 8,10). Mi pare che questo nostro tempo così strano sia privilegiato per morire al peccato e per vivere secondo la giustizia che Gesù è venuto a portare, portando se stesso per il bene di tutti noi. Possiamo certamente farcela, perché Gesù è in mezzo a noi, attraverso una presenza affettuosa, solidale e feconda.