L'anno in corso

La tecnologia a servizio del ben-essere

Inserito in NPG annata 2020.


Claudia Chiavarino

(NPG 2020-04-17)

La tecnologia pervade ormai ogni aspetto della nostra vita. Non si tratta più di decidere se farla entrare o meno nella nostra quotidianità, se consentire o meno che le nostre relazioni – e il nostro pensiero – ne siano plasmati. Non è più questa la scelta. La scelta è se farlo in modo consapevole, se interrogarci su dove finiscano i nostri dati e su quali siano le conseguenze dei nostri click. Ma, soprattutto, la scelta è se renderci agenti, protagonisti, di questa svolta, decidere se vogliamo studiarla, capirla e – perché no – provare a direzionarla per assicurarci che possa essere utile e ‘buona’ per lo sviluppo dell’essere umano. Scegliere in che modo posizionarci nei confronti nella tecnologia è cruciale in particolare se il nostro ruolo (in qualità di educatori, psicologi, insegnanti, preti…) implica il costante interrogarsi sull’essere umano e sul suo rapporto con la soggettività-oggettività dell’esistenza, e occuparsi della sua fragilità in questo momento storico così segnato da crisi politiche, sociali, economiche, ambientali.
Nella direzione del ‘prendersi cura della persona’ il digitale può costituire un’opportunità di rilievo, specialmente in riferimento ai cosiddetti nativi digitali o millennials (nati tra il 1983 e il 1994), e ai post-millennials o generazione Z (nati dal 1995 ad oggi). La Deloitte Global’s Annual Millennial Survey, realizzata nel 2019 su 16.425 millennials e post-millennials di 42 Paesi diversi, ha rivelato che questi giovani sono poco soddisfatti della propria vita, aspirano a viaggiare piuttosto che a formarsi una famiglia, si sentono sfiduciati rispetto alle motivazioni e all’etica delle istituzioni sociali tradizionali, ma allo stesso tempo sono decisi a seguire i propri valori e disponibili ad aiutare la propria comunità; sono preoccupati dal cambiamento climatico, ma anche dagli effetti negativi dei social media; si sentono impreparati ad affrontare l’industria 4.0, perché essere cresciuti con le tecnologie digitali non li rende necessariamente competenti nel loro utilizzo. Insegnanti, amministratori scolastici, politici e media suggeriscono che l’approccio educativo con i giovani di oggi debba essere radicalmente diverso da quello utilizzato con le precedenti generazioni, e l’antropologia si interroga su cosa voglia dire essere umani nell’epoca digitale. Sono considerazioni certamente importanti, ma occorre anche avviare una riflessione su qual è il fine che ci poniamo e su quale ruolo pensiamo che le scienze umane debbano giocare in questo momento di grande trasformazione.

Essere umani nell'epoca digitale: l'ambito psicologico

Esaminerò il caso dell’ambito psicologico, che è quello che conosco meglio. Ad oggi, la psicologia, in particolare la psicologia cognitiva, si è interfacciata in modo importante con l’ambito tecnologico. Le aziende che producono e commercializzano prodotti e servizi di natura tecnologica hanno studiato i processi attentivi, il modo in cui pensiamo, creiamo ricordi, prendiamo decisioni (talvolta irrazionali), il ruolo delle emozioni sui nostri comportamenti. Il fine è quello di rendere più accettabili, gradevoli e facili da utilizzare i prodotti, migliorare l’esperienza dell’utente e, in ultima analisi, aumentare la propensione all’acquisto e all’utilizzo dei prodotti stessi. Sappiamo, ad esempio, che, a seconda del compito che devono svolgere, le persone preferiscono interfacciarsi con robot antropomorfi (es. se devono tenere compagnia) o non-antropomorfi (es. se devono fornire assistenza nell’esecuzione di esami medici). Sappiamo che, per attribuire fiducia ad un’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di avere delle informazioni su cosa avviene all’interno della sua ‘mente’, meglio se formulato in forma di concetti o interpretabile in termini di intenzioni.
Tuttavia, né perfezionare la funzionalità e l’usabilità delle tecnologie che popolano le nostre vite, né migliorare la nostra esperienza soggettiva (user experience) nell’interazione con esse, implica necessariamente un aumento del nostro benessere personale. D’altro canto, gli Orientamenti etici dell’Unione Europea per un’Intelligenza Artificiale affidabile (2019), che individuano i principi etici e i valori che devono essere rispettati per realizzare sistemi di intelligenza artificiale antropocentrici, sottolineano proprio la necessità di tenere fede all’impegno di “metterli sempre al servizio dell’umanità e del bene comune, con l’obiettivo di migliorare il benessere e la libertà degli esseri umani” (p. 5). Ma che male c’è nel fatto che le nostre preferenze vengano registrate e che ci vengano proposti tramite il web articoli per cui abbiamo mostrato interesse? Ci fa risparmiare tempo ed energia e ci consente di occuparci nel resto del tempo delle cose che importano davvero, dunque perché è considerato così problematico dal punto di vista etico? È problematico, come sostengono gli Orientamenti etici, perché non migliora “il benessere e la libertà”. Perché spesso le informazioni raccolte su di noi vengono impiegate per forme di controllo sociale, utilizzando quanto è ad oggi conosciuto sul funzionamento della mente umana per identificare i nostri bias cognitivi e affettivi (ovvero le deviazioni dalla razionalità nel nostro giudizio magistralmente descritte da Kanheman) e sfruttare le nostre vulnerabilità a fini commerciali o di influenza politica e sociale (si pensi alle fake news o più in generale alla distorsione delle informazioni sul web) – andando a intaccare la natura stessa della nostra possibilità di scelta e di autodeterminazione. Come hanno sottolineato Nadler e McGuigan (2017), le nostre decisioni su quali prodotti/servizi acquistare o utilizzare non sono semplicemente dettate dal nostro personale, esplicito e razionale interesse; piuttosto, tali scelte dipendono in larga misura dalle nostre abitudini e ‘scorciatoie’ cognitive (le cosiddette euristiche) e possono essere piuttosto facilmente manipolate attraverso un attento design dell’‘architettura della scelta’.
Una delle sfide del nostro tempo è allora come far sì che le scienze umane, la psicologia, la pedagogia, l’antropologia, la filosofia, non siano solo adoperate per indurre le persone a utilizzare maggiormente la tecnologia, nei modi che sono pensati per noi dai grandi marchi del digitale, ma che sia la tecnologia a farsi strumento del bene e del benessere. E allora dunque che cosa si intende con ‘benessere’? Se si guarda alle numerose app per la salute che stanno proliferando nell’ultimo decennio, si tratta di diventare più consapevoli di come mangiamo, dormiamo, di quanto (poco) ci muoviamo, e di motivarci a raggiungere i nostri obiettivi di salute. Questo è certamente molto utile, ma l’Organizzazione Mondiale della Sanità già nel 1948 affermava che la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”, e nel 2011 ha fornito la nuova definizione di salute come “capacità di adattamento e di autogestirsi di fronte alle sfide sociali, fisiche ed emotive”.
Vari sono i modi di intendere il benessere nella direzione olistica suggerita da queste definizioni: quello a mio parere più fruttuoso ai fini della presente discussione è la sua declinazione nei termini del benessere ‘eudemonico’ di origine Aristotelica, in base al quale il bene supremo verso cui tutti dovremmo tendere è l’autorealizzazione, ciascuno secondo la propria disposizione e il proprio talento, sforzandoci in modo concreto e operativo di realizzare il nostro vero potenziale. Il benessere eudemonico è da intendersi in un’ottica di integrazione e mutua influenza tra benessere individuale e collettivo, perché la vera felicità si realizza solo nell’ambito dello spazio sociale e a servizio della comunità. Nonostante le radici così antiche di questo orientamento, solo in anni più recenti è stato ripreso e approfondito, e ad oggi sono molteplici le evidenze scientifiche raccolte a sostegno del fatto che gli esseri umani mostrino un’innata tendenza verso l’auto-organizzazione e l’autorealizzazione: se nessun ostacolo si frappone sul loro percorso e possono funzionare in modo ottimale, le persone naturalmente si impegneranno nella direzione del pieno sviluppo delle proprie potenzialità, verso il completo impiego delle proprie competenze e capacità, verso l’altruismo e la giustizia sociale.

La teoria dell'autodeterminazione

Una delle teorie più famose nell’ambito eudemonico è la teoria dell’autodeterminazione (Self-Determination Theory), formulata per la prima volta nel 1985 da Richard Ryan e Edward Deci, secondo cui esistono tre bisogni fondamentali e universali: l’autonomia, la competenza e la relazione. L’autonomia si riferisce al sentire che si agisce per propria volontà e alla libertà di poter fare scelte coerenti con se stessi; la competenza è la convinzione di saper agire in modo efficace verso il raggiungimento dei propri obiettivi, gestendo le opportunità e le difficoltà che possono presentarsi; la competenza ha a che fare con la costruzione di relazioni sicure e positive all’interno del proprio contesto sociale. Il soddisfacimento dei bisogni di autonomia, competenza e relazionalità è visto come uno scopo naturale della vita umana, ed è essenziale per la crescita psicologica della persona e, in ultima analisi, per il suo benessere individuale e sociale.
Apro una parentesi per sottolineare come a volte possiamo percepire un’apparente dicotomia tra autonomia e relazione, come se questi due bisogni fossero collocati ai due estremi di un continuum (dove i movimenti verso l’autonomia portano ad un allentamento della relazione con le figure significative, e viceversa la costruzione di legami profondi prevede la rinuncia ad alcune porzioni della propria autonomia). In realtà, come nota Mario Bertini, la nozione ericksoniana di ‘mutualità’ ci ricorda che questi due bisogni non solo non sono contrapposti, ma possono virtuosamente co-attivarsi, per cui il pieno dispiegamento dell’autonomia della persona non può realizzarsi in un vuoto relazionale, ma ha bisogno di relazioni autentiche e supportive per potersi sviluppare; e, contestualmente, curare la propria autonomia di pensiero, emozione e azione è l’unica via per costruire e nutrire un rapporto vero e profondo con l’altro.
Tornando alla teoria dell’autodeterminazione, uno degli aspetti interessanti è che essa descrive anche le condizioni che l’ambiente deve fornire alle persone per farle prosperare e crescere psicologicamente, ovvero le condizioni che facilitano o minano il benessere all’interno dei contesti sociali come le scuole, gli oratori, i luoghi di lavoro, ecc. Quando, nell’interazione con l’ambiente e con gli altri, l’individuo può sperimentare il proprio senso di autodeterminazione (ovvero può attuare i propri bisogni di autonomia, competenza e relazione), i suoi comportamenti tendono ad essere guidati da una motivazione intrinseca, per cui le attività vengono ricercate e svolte per il piacere, la soddisfazione e l’appagamento che deriva dal fatto che sono congruenti con i propri valori e interessi. Quando, invece, la percezione di autodeterminazione è bassa, tende a prevalere la motivazione estrinseca e i comportamenti della persona sono direzionati da fattori o persone esterni (denaro, premi, riconoscimento sociale) e sono strumentali all’ottenimento di risultati e obiettivi che non sono autenticamente parte di sé. Attenzione, però, che la condizione opposta alla motivazione intrinseca non è la motivazione estrinseca (che può essere portata a diventare gradualmente più interna, ad esempio richiamando i valori in cui la persona crede), bensì l’amotivazione, che si configura come una condizione particolarmente problematica caratterizzata da noia, apatia e scarso desiderio di ingaggiarsi in attività e perseguire obiettivi. Detto altrimenti, più ci sentiamo autonomi, competenti e le nostre relazioni sono forti, più siamo in grado di auto-determinarci, ovvero di decidere autonomamente il nostro destino. E quando siamo più liberi di scegliere ci sentiamo più motivati, più in grado di decidere sulla base del significato e del valore che una certa scelta ha per noi, non perché è ‘la scelta giusta’ (anche se non la sentiamo tale) o, ancora peggio, perché ci aiuta ad essere riconosciuti e accettati da qualcun altro o dalla società.
Una prima risposta su cosa sia il benessere e su cosa le tecnologie possano fare per sostenerlo dunque l’abbiamo: le tecnologie non dovrebbero sostituirsi a noi nel prendere decisioni o pilotare le nostre scelte, ma sostenere la nostra capacità di autodeterminarci. L’azione autodeterminata è fondamentale perché è sentita come espressione della propria persona, e di conseguenza genera curiosità, desiderio di esplorazione, interesse rivolto all’ambiente (fisico e sociale) circostante, e stimola a costruire i propri significati. In questa direzione è anche cruciale che le tecnologie, anziché accelerare i nostri processi decisionali, ci aiutino a prenderci il tempo necessario per formarci il nostro pensiero e fare esperienza delle nostre percezioni ed emozioni, potenziando così la nostra motivazione intrinseca.

La natura del benessere

Secondo alcuni studiosi il benessere ha una natura ancora più articolata rispetto a quanto detto finora. Per esempio, Carol Ryff ha proposto un modello che prevede, oltre a tre dimensioni simili a quelle proposte dalla teoria dell’autodeterminazione (che in questo modello prendono il nome di autonomia, controllo ambientale, relazioni interpersonali positive), tre ulteriori dimensioni del benessere: l’autoaccettazione, che implica la consapevolezza e un atteggiamento favorevole verso le proprie qualità, positive o negative che siano; la crescita personale, che corrisponde alla sensazione di espansione della propria persona e si concretizza nella ricerca di esperienze che aiutino a realizzare il proprio potenziale; infine, lo scopo nella vita, che prevede l’attribuzione di importanza alla propria vita e permette di porsi delle mete e di percepire un senso di direzione generale. Potrebbero sembrare delle dimensioni più impalpabili e difficili da rilevare, ma una serie di studi scientifici negli ultimi decenni ha dimostrato che queste dimensioni incidono, oltre che sul benessere psico-sociale delle persone, anche su quanto a lungo e quanto bene esse vivano. In particolare, studi epidemiologici documentano che la dimensione dello scopo nella vita si collega a un rischio ridotto per numerose malattie (morbo di Alzheimer, ictus, infarto del miocardio) e una serie di ricerche ha iniziato a sondare i meccanismi biologici sottostanti in termini di regolazione neuroendocrina, processi infiammatori ed espressione genica.
Oltre ai benefici di natura fisica che conseguono ad uno stato di benessere, un altro dato interessante si ricollega alla definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità della salute come “capacità di adattamento e di autogestirsi”. Barbara Fredrickson, con una serie di interessanti esperimenti, ha dimostrato che quando siamo in uno stato di benessere, ad esempio perché proviamo emozioni positive quali la contentezza o la gioia, il nostro repertorio cognitivo e comportamentale di scelte si amplia. Ad esempio, se veniamo posti davanti ad un certo scenario, siamo in grado di immaginare un numero di possibili soluzioni significativamente maggiore rispetto a quando il nostro umore è caratterizzato da rabbia o paura, o anche rispetto a quando ci sentiamo emozionalmente ‘neutri’. Quando proviamo emozioni più positive anche la nostra attenzione e il nostro campo percettivo – letteralmente – si ampliano, e siamo in grado di essere più creativi e inclusivi.
Dunque le tecnologie, per sostenere il nostro benessere, dovrebbero anche aiutarci a mantenere sempre alto il nostro umore? Non necessariamente. Quello che potrebbero fare, però, è aiutarci ad allargare la nostra visione e la nostra prospettiva, affinché noi possiamo aumentare la nostra flessibilità emotiva e cognitiva e la nostra capacità di esplorazione di noi stessi e dei significati che attribuiamo a quello che ci succede. Prendiamo il caso del benefit-finding. Fino al 70% delle persone che hanno subito eventi traumatici gravi (lutti, malattie, catastrofi naturali) riporta di aver tratto qualcosa di positivo dall’esperienza: nuove risorse personali e nuovi modi di affrontare la vita e di definirne scopi e significati, rinnovato senso di solidarietà e accresciuto valore dei rapporti umani, maggiore spiritualità e cambiamento nella visione della vita. Dunque, insieme al dolore e alla sofferenza, possono coesistere e arricchirsi aspetti vitali di crescita e sviluppo.
E allora, tornando a quanto si diceva all’inizio, la sfida diventa come poter utilizzare la tecnologia a servizio del benessere autentico dell’uomo. Come costruire tecnologia digitale in grado di sostenere l’autonomia della persona, di rafforzare la sua motivazione intrinseca, di portarla a interrogarsi sul senso delle proprie scelte, di aiutarla a proseguire sulla direzione della propria autorealizzazione e dello sviluppo delle proprie potenzialità. Una tecnologia che aiuti le persone a dare importanza alla propria vita passata e presente, che le sostenga nel loro senso di direzione. Siamo ancora lontani da questo tipo di tecnologia, ma, come diceva Einstein, “la cosa importante è non smettere mai di domandare”.