«Sognate…

e fate sognare!»

Lettura pedagogico-pastorale
del Messaggio al CG 28 di papa Francesco


Rossano Sala

Il Capitolo Generale 28°, un po’ come il Concilio Vaticano I, sarà ricordato come un Capitolo interrotto. Non dalle truppe italiane che entrarono a Roma, ma da un invisibile e aggressivo virus che si è diffuso così velocemente nel mondo tanto da bloccare ogni cosa.
Abbiamo cominciato con grande entusiasmo sabato 16 febbraio e dovevamo terminare, secondo il programma prestabilito, sabato 4 aprile. Invece abbiamo dovuto sospendere questo bel momento di grazia sabato 14 marzo, esattamente dopo 4 settimane di lavori. Abbiamo avuto il tempo di studiare la relazione del Rettor Maggiore sullo stato della Congregazione, di vivere alcuni momenti di spiritualità inziali e di lavorare al primo e al secondo nucleo del tema capitolare. Abbiamo terminato con le elezioni del nuovo Consiglio Generale per il sessennio 2020-2026.
Siamo tornati a casa alla spicciolata e un po’ furtivamente come l’esercito d’Israele dopo la morte di Assalonne (cfr. 2Sam 19,4) – in verità alcuni non lo hanno ancora fatto, perché sono tuttora bloccati a Valdocco –, senza un Documento finale che possa fare da mappa condivisa per il prossimo sessennio. È stata solo presentata all’assemblea la prima bozza del primo nucleo, che è stata sostanzialmente accolta nel suo insieme, e sono stati fatti i lavori delle commissioni sul secondo nucleo. I membri del CG 28, viste le circostanze, hanno demandato al Consiglio Generale, attraverso una votazione ufficiale, il compito di rielaborare ciò che è stato prodotto.
In attesa di quello che i nostri superiori ci diranno e ci daranno, che cosa ci rimane di questa esperienza? Forse un’unica cosa, il Messaggio al CG 28 di papa Francesco. Ritengo che questo testo sia una preziosa carta di navigazione, perché è un piccolo programma per il nostro rinnovamento carismatico. Leggendolo e meditandolo abbiamo compreso che il Santo Padre non solo ci vuole bene, ma vuole anche il nostro bene ed ha a cuore la nostra Congregazione. Tutti hanno compreso che quello che ci ha scritto non è un discorso di circostanza, ma è la parola di un padre che viene dal cuore e che chiede a tutti di ripartire da don Bosco, invitandoci a realizzare ciò che lui ha ripetutamente chiamato “Opzione Valdocco”.
Per questo ho ritenuto opportuno offrire un breve commento pedagogico-pastorale al Messaggio al CG 28, che dobbiamo considerare prima di tutto un dono di un amico. L’intento di ciò che segue è quindi un invito a non dimenticarci delle parole che il successore di Pietro ha rivolto alla nostra Congregazione.
Una nota tecnica per la lettura. Il testo che segue ha volutamente un andamento “meditativo”. Si sono evitati riferimenti ad altri documenti sia salesiani che ecclesiali – le tante citazioni che si troveranno tra virgolette «» si riferiscono solo ed esclusivamente al Messaggio al CG 28 di papa Francesco – per offrire una riflessione fraterna e semplice che aiuti i singoli salesiani, le comunità religiose e le comunità educativo pastorali a fare propria la ricchezza delle parole che il Santo Padre ci ha donato. In vista di questo obiettivo al termine di ogni punto vengono proposte alcune domande per l’approfondimento personale o comunitario.

Francesco ci invita a tornare sui passi di don Bosco

Il Messaggio inviato da Francesco al CG 28 viene dal suo cuore di pastore. È evidente, leggendolo tutto d’un fiato, che non ha nulla di formale e freddo, ma tutto profuma di quella familiarità tipica del carisma salesiano. Non c’è nulla di generico, ma tutto è calibrato sul nostro carisma. Se lo confrontiamo con altri messaggi scritti a diverse Congregazioni e istituti religiosi nelle circostanze dei loro Capitoli Generali, vediamo che qui si tratta di un messaggio personale, pensato e desiderato proprio per noi in questo momento storico. Sappiamo che molte volte Francesco consegna un testo ufficiale scritto e poi parla a braccio, parla dal cuore. Non sappiamo come sarebbe andato l’incontro previsto nel pomeriggio di venerdì 6 marzo, dove il Santo Padre aveva previsto di essere tra noi a Torino, in un gesto di squisita delicatezza, attenzione e vicinanza. Mi immagino che avrebbe letto e commentato con qualche breve digressione il messaggio preparato. Probabilmente non avrebbe detto molto altro, perché in questo Messaggio al CG 28 egli esprime il suo stile pastorale in pienezza: la sua preoccupazione per i giovani, soprattutto per i più poveri; la sua tensione perché i religiosi ritornino ad essere profeti per la Chiesa e per il mondo; la sua amicizia speciale con i figli di don Bosco.
Mi piace pensare che questo messaggio si è già concretizzato nel Sinodo sui giovani: dall’ottobre 2016, quando fu reso pubblico il tema del Sinodo (“I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”) fino al 25 marzo 2019 (quando è stata firmata l’Esortazione Apostolica postsinodale Christus vivit) la Chiesa universale ha cercato di prendere sul serio il mondo giovanile alla luce del vangelo e del cambiamento d’epoca in cui siamo immersi. È stato un “Sinodo salesiano”, perché la Chiesa tutta si è occupata di ciò che a noi sta a cuore più di ogni altra cosa: i giovani!

Se ora incominciamo ad osservare l’insieme dei cinque punti di cui è costituito il Messaggio al CG 28, possiamo dire che il motivo fondamentale che lo attraversa è l’invito alla Congregazione a fare una vera e propria “Opzione Valdocco”. Balza subito agli occhi che questo è l’argomento dominante di tutto il testo, declinato in varie modalità. Certamente il Papa prende spunto dal fatto che il CG 28 si svolge a Valdocco, “casa madre” della Congregazione e luogo di gestazione del carisma. È appunto un luogo materno, dove lo spirito salesiano ha preso forma. Ma non si tratta solo di ricordi romantici o di una scelta di convenienza: essere a Valdocco per Francesco diventa un desiderio, quello di tornare alla fonte del carisma. Sappiamo che se vogliamo attingere alla purezza dell’acqua dobbiamo risalire fino alla sorgente, dove dalla roccia l’acqua sgorga limpida e cristallina. A Valdocco, simbolicamente, avviene esattamente questo! Si ritorna alla fonte, dove si trova la pienezza e la purezza del carisma. “Opzione Valdocco” significa prima di tutto e soprattutto questo.
Valdocco è quindi per tutti noi, figli di don Bosco, un dono e una sfida. Non sappiamo come sarebbe terminato il CG 28 senza l’emergenza del Coronavirus che non ci ha permesso di portarlo a termine, ma sappiamo come sono andate le quattro settimane che abbiamo vissuto insieme nella casa di don Bosco: abbiamo apprezzato la qualità liturgica e familiare delle celebrazioni solenni avvenute nella Basilica di Maria Ausiliatrice; abbiamo vissuto la preghiera quotidiana nei diversi ambienti costruiti e frequentati da don Bosco; quotidianamente siamo passati a pregare davanti al nostro amato Padre, chiedendo a lui fedeltà creativa al carisma. Tutto a Valdocco parla di santità salesiana ed essere immersi in tutto questo ci ha fatto davvero del bene. Tutti i capitolari hanno percepito che vivere il Capitolo Generale a Valdocco è stata una grazia del tutto speciale.
“Opzione Valdocco” non è però solo la contemplazione di una storia passata, ma forza per affrontare il presente della vita del mondo, della Chiesa e della Congregazione. Significa cercare di comprendere come rendere oggi concreto quello stile di azione che ha caratterizzato fin nell’intimo don Bosco e che a Valdocco ha trovato la sua prima e paradigmatica realizzazione. Nessuno ha raggiunto Valdocco per tornare al passato, ma tutti lo hanno fatto con l’intenzione di cercare le giuste ispirazioni per vivere in pienezza le sfide dell’oggi e per preparare il futuro del carisma, convinti che la nostra stagione non è né migliore né peggiore di quella che ha vissuto don Bosco, ma è semplicemente diversa. Allora l’invito a fare nostra l’“Opzione Valdocco” significa incontrarsi con don Bosco per vivere il carisma oggi: per assumere dal nostro santo fondatore i principi fondamentali, lo stile proprio, le intuizioni singolari, le dinamiche sostanziali. Ma nel nostro contesto.
Concretamente il Messaggio al CG 28 è composto da cinque punti nei quali Francesco ci invita «a rimanere in una fedeltà creativa alla vostra identità salesiana». Se li osserviamo in uno sguardo d’insieme, possiamo intravedere uno schema molto interessante, che mette al centro il tema della presenza e che vive di un continuo e naturale rimando tra pedagogia e pastorale:
A. Ravvivare il dono che avete ricevuto
B. L’ “opzione Valdocco” e il dono dei giovani
C. L’ “opzione Valdocco” e il carisma della presenza
B1. L’ “opzione Valdocco” nella pluralità delle lingue
A1. L’ “opzione Valdocco” e la capacità di sognare
Proviamo ad analizzare punto per punto, cercando di cogliere quali sono i punti nevralgici che vengono toccati da papa Francesco. Potremmo dire che sono le cinque leve per il rinnovamento. Essi prendono spunto da due fonti principali: da una parte il cammino sinodale e dall’altra lo “Strumento di lavoro” del CG 28. L’incontro fecondo di queste due fonti ha generato i cinque punti del Messaggio al CG 28.

Il discernimento, radice del rinnovamento pastorale

Il primo punto del Messaggio al CG 28 invita i salesiani a ravvivare il dono che hanno ricevuto. Ogni carisma non è qualcosa di morto che va custodito in un cimitero, ma un fuoco vivo che va continuamente ravvivato perché illumini e scaldi. Francesco afferma che «vivere fedelmente il carisma è qualcosa di più ricco e stimolante del semplice abbandono, ripiego o riadattamento delle case o delle attività; comporta un cambio di mentalità di fronte alla missione da realizzare». Nessuno di noi deve semplicemente rifare quello che ha fatto don Bosco, quasi in una forma letterale e passiva. Questa sarebbe seguire una logica di “fedeltà ripetitiva”, tipica delle fotocopiatrici; diversa è invece la “fedeltà creativa” dello Spirito Santo, che è prima di tutto Colui che continuamente fa nuove tutte le cose. Quest’ultima evita sempre due estremi – «né adattarsi alla cultura di moda, né rifugiarsi in un passato eroico ma già disincarnato» – ed entra nel ritmo del discernimento, che solo può aiutarci a ravvivare il dono carismatico che abbiamo ricevuto (cfr. 2 Tm 1,6-7).
Siamo chiamati a fare nostro lo spirito di don Bosco per reinterpretarlo nel rinnovato contesto in cui viviamo e operiamo. Bisogna, da questo punto di vista, saper distinguere adeguatamente tra la “missione della Chiesa”, che è sempre la stessa per tutte le epoche e per tutti i territori, e la “pastorale della Chiesa”, che è sempre diversa in ogni tempo e nella diversità dei contesti. La missione di don Bosco è certamente la nostra missione – “essere segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani”, si potrebbe dire in forma sintetica – ma la pastorale dipende da molti fattori che oggi sono in continuo e repentino cambiamento. Per questo Francesco inizia questo primo punto dicendo che «pensare alla figura di salesiano per i giovani di oggi implica accettare che siamo immersi in un momento di cambiamenti, con tutto ciò che di incertezza questo genera. Nessuno può dire con sicurezza e precisione (se mai qualche volta si è potuto farlo) che cosa succederà nel prossimo futuro a livello sociale, economico, educativo e culturale».
Ecco che qui entra in gioco l’artigianato del discernimento, che affonda le sue radici in una «una doppia docilità: docilità ai giovani e alle loro esigenze e docilità allo Spirito e a tutto quello che Egli voglia trasformare». Come Congregazione siamo chiamati ad imparare al più presto e nel miglior modo possibile a discernere, non per diventare dei gesuiti – è noto infatti che questa sensibilità specifica è stata portata nella Chiesa proprio dai figli di sant’Ignazio di Loyola e che Francesco ha più volte affermato che in questo momento di “cambiamento d’epoca” il dono del discernimento è qualcosa che deve diventare patrimonio di tutte le componenti della società e della Chiesa –, ma per essere salesiani capaci di sguardo profondo sui cambiamenti in atto: il discernimento, prima e sopra tutto, ci invita infatti «a coltivare un atteggiamento contemplativo, capace di identificare e discernere i punti nevralgici. Questo aiuterà ad addentrarsi nel cammino con lo spirito e l’apporto proprio dei figli di Don Bosco e, come lui, sviluppare una “valida rivoluzione culturale” (Laudato si’, n. 114). Questo atteggiamento contemplativo permetterà a voi di superare e oltrepassare le vostre stesse aspettative e i vostri programmi».
Il discernimento nasce dalla contemplazione. Perché? Perché è quello sguardo spirituale, cioè animato dallo Spirito Santo, che ci aiuta a riconoscere la presenza e l’azione di Dio nella storia degli uomini. È uno sguardo che parte dalla realtà e vi ritrova l’azione dello Spirito nelle pieghe e nelle piaghe dell’umanità. Quali sono gli appelli che ci arrivano da Dio a partire dalla realtà giovanile di oggi? Che cosa ci sta chiedendo Dio attraverso la voce dei giovani, soprattutto dei più poveri? In che modo stiamo rispondendo alle sfide che ci giungono dal nostro tempo? Queste sono le domande iniziali che possono avviare un autentico discernimento, che sempre parte da quella capacità di riconoscere ciò che avviene nella storia attraverso gli occhi di Padre, con i sentimenti del Figlio e la luce che viene dallo Spirito. Il discernimento non si ferma alla contemplazione, ma porta all’azione, perché arriva ad individuare scelte precise e concrete da mettere in campo per il bene dei giovani.
Giustamente, partendo da questa attitudine a discernere, «né pessimista né ottimista, il salesiano del sec. XXI è un uomo pieno di speranza perché sa che il suo centro è nel Signore, capace di fare nuove tutte le cose (cfr. Ap 21,5)». Il discernimento mette al centro Gesù, Signore del tempo e della storia, presente nella vita dei giovani e radice di ogni cambiamento: «Questo atteggiamento di speranza è capace di instaurare e inaugurare processi educativi alternativi alla cultura imperante». Quindi, ci esorta Francesco, «né trionfalisti né allarmisti, uomini e donne allegri e speranzosi, non automatizzati ma artigiani; capaci di “mostrare altri sogni che questo mondo non offre, di testimoniare la bellezza della generosità, del servizio, della purezza, della fortezza, del perdono, della fedeltà alla propria vocazione, della preghiera, della lotta per la giustizia e il bene comune, dell’amore per i poveri, dell’amicizia sociale” (Christus vivit, n. 36)».
A partire da questo primo punto introduttivo si dispiega il contenuto fondamentale del cammino che siamo invitati a percorrere insieme nei successivi quattro punti. Perché in fondo, dobbiamo riconoscere che «l’“opzione Valdocco” del vostro 28° Capitolo Generale è una buona occasione per confrontarsi con le fonti e chiedere al Signore: “Da mihi animas, coetera tolle”».

In che modo, come singoli salesiani, come comunità religiosa e come comunità educativo pastorale stiamo mettendo in campo degli autentici processi di discernimento, capaci di generare dei processi alternativi per uscire dal circolo vizioso del “si è sempre fatto così”?

Il coraggio di immergersi nella realtà e la pedagogia della fiducia

Il secondo punto del Messaggio al CG 28 è squisitamente pedagogico: L’Opzione Valdocco e il dono dei giovani. Francesco mostra qui di essere un autentico conoscitore del nostro carisma e del suo segreto intimo. Lo potremmo sintetizzare in due parole: coraggio e fiducia.
Prima di tutto il coraggio di andare alla realtà. Riprendendo la vicenda storica che ha dato origine al carisma salesiano, con grande finezza Francesco afferma in una preziosissima nota contenuta nel suo Messaggio al CG 28: «Grazie all’aiuto del saggio Cafasso, Don Bosco scoprì chi era agli occhi dei giovani detenuti; e quei giovani detenuti scoprirono un volto nuovo nello sguardo di Don Bosco. Così insieme scoprirono il sogno di Dio, che ha bisogno di questi incontri per manifestarsi. Don Bosco non scoprì la sua missione davanti a uno specchio, ma nel dolore di vedere dei giovani che non avevano futuro. Il salesiano del sec. XXI non scoprirà la propria identità se non è capace di patire con “la quantità di ragazzi, sani e robusti, di ingegno sveglio che stavano in carcere tormentati e del tutto privi di nutrimento spirituale e materiale… In loro era rappresentato l’obbrobrio della patria, il disonore della famiglia” (cfr. Memorie dell’Oratorio); e noi potremmo aggiungere: della nostra stessa Chiesa».
Don Bosco non solo si è confrontato con la realtà, standogli di fronte. Si è immerso completamente nella realtà, si è sporcato le mani con la realtà. Se ci pensiamo bene, si tratta della logica dell’incarnazione, segno della pedagogia divina, che è in primo luogo una scelta di condivisione totale con la vita degli uomini. È l’abbattimento di ogni “distanza di sicurezza”, di ogni “muro di separazione”. E così facendo, lo sappiamo, si entra in una zona di rischio, di tensione, di paura. In questi mesi di pandemia lo sappiamo molto bene: le persone che si avvicinano a coloro che sono contagiati rischiano a loro volta di essere contagiati. Sappiamo quanti sono gli infermieri, i medici, i sacerdoti e i religiosi che hanno perso la vita in questa vicinanza di servizio. La prossimità è sempre rischiosa e ci vuole grande coraggio e grande amore per stare vicino ai giovani, specialmente ai più poveri. Per condividere la loro incertezza, per entrare nel mondo delle loro fragilità, per diventare con loro degli scartati.
Ma questo ha fatto don Bosco, con grande coraggio e mettendo a rischio la propria “carriera ecclesiastica”. Non ha avuto paura di entrare nel mondo dei giovani: «L’Oratorio salesiano e tutto ciò che sorse a partire da esso, come raccontano le Memorie dell’Oratorio, nacque come risposta alla vita di giovani con un volto e una storia, che misero in moto quel giovane sacerdote incapace di rimanere neutrale o immobile davanti a ciò che accadeva». Don Bosco, come Gesù, non è rimasto né indifferente né immobile, ma con un atto di risposta agli appelli del Signore, è entrato in un «atto di conversione permanente», che ha implicato e complicato «tutta la sua vita e quella di coloro che gli stavano attorno».
Sappiamo che ci sono delle pastorali della distanza e della disciplina, pastorali farisaiche che guardano i giovani dall’alto al basso. Pastorali che pensano ai giovani come a semplici e passivi destinatari di una proposta pastorale pensata e progettata dagli adulti senza di loro. La pastorale salesiana non è così, perché nasce da una opzione pedagogica molto precisa, che possiamo chiamare senza sbagliarci pedagogia della fiducia. Essa parte da un presupposto molto chiaro: dalla convinzione che in ogni giovane abita la grazia, che anche in colui che consideriamo il più disgraziato vi siano doni e talenti, che ogni educatore è chiamato a intravedere e valorizzare.
Arriviamo così al grande tema della fiducia, cioè della certezza che i giovani, prima di essere feriti dal peccato e dalle vicende negative della vita, sono figli di un Dio che da sempre li ha amati e da sempre li ha colmati del suo amore e dei suoi doni. Questo a don Bosco lo ha insegnato san Francesco di Sales, colui che più di moti altri nella Chiesa ha riconosciuto la presenza dell’amore di Dio in ogni cosa, anche nella pietra di scarto. Proprio come Gesù che scartato dai costruttori è divenuto testata d’angolo, i giovani scartati sono diventati la pietra d’angolo della nascente Congregazione salesiana. Come il Padre ha riabilitato Gesù attraverso la risurrezione, così don Bosco ha reso i giovani protagonisti attraverso la sua missione educativa, che ha prima di tutto lo scopo di riabilitare i giovani e farli diventare dei soggetti autentici della missione.
Questa è anche la nostra storia, non solo quella dei giovani, ed è proprio in questo senso che Francesco afferma che i giovani, «a loro volta, hanno aiutato la Chiesa a re-incontrarsi con la sua missione». È proprio così, e va riaffermato con grande forza, perché qui risiede la forza profetica del carisma di don Bosco: «Lungi dall’essere agenti passivi o spettatori dell’opera missionaria, essi divennero, a partire dalla loro stessa condizione – in molti casi “illetterati religiosi” e “analfabeti sociali” – i principali protagonisti dell’intero processo di fondazione. La salesianità nasce precisamente da questo incontro capace di suscitare profezie e visioni: accogliere, integrare e far crescere le migliori qualità come dono per gli altri, soprattutto per quelli emarginati e abbandonati dai quali non ci si aspetta nulla». Mai possiamo dimenticarci che i giovani sono i co-fondatori della Congregazione salesiana!
Dal coraggio di andare alla realtà e dalla potente pedagogia della fiducia nasce come frutto quella capacità di convocare per coinvolgere ogni giovani e adulto a condividere i suoi talenti, di corresponsabilizzare per creare un ambiente in cui tutti si sentano soggetti della missione, di generare una forma di Chiesa in cui sia bandita ogni forma di “clericalismo”: in ogni nostra opera «il salesiano sarà esperto nel convocare e generare questo tipo di dinamiche senza sentirsene il padrone». E, aggiunge papa Francesco, «trovare negli ultimi la fecondità tipica del Regno di Dio» non è «una scelta strategica, ma carismatica».

Quali rischi ci prendiamo oggi per amore dei giovani? Abbiamo veramente fiducia in loro? Abbiamo il coraggio di coinvolgerli nella nostra missione educativo pastorale?

La missione, cuore della vocazione e anima della formazione

L’“opzione Valdocco” e il carisma della presenza. Questo è il titolo del terzo punto del Messaggio al CG 28. Siamo giunti, a mio modesto parere, nel cuore pedagogico e pastorale di quello che egli desidera comunicarci. Il tema fondamentale del CG 28, lo sappiamo, verte sul profilo del salesiano: Quale salesiano per i giovani d’oggi? E in questo punto centrale si entra con forza in questo tema, mettendo a fuoco il rapporto tra vocazione, formazione e missione. Nello “Strumento di lavoro” del CG 28 – che certamente Francesco ha avuto tra le mani e che sintetizza i contributi dei Capitoli ispettoriali sul tema capitolare – era in vari punti sollevata la questione del legame strategico tra formazione e missione, affermandone la necessaria unità e denunciandone a volte la difficoltà nel raccordare queste due realtà troppe volte non adeguatamente connesse.
D’altra parte il Sinodo sui giovani ha varie volte sottolineato il legame intimo tra la vocazione e la missione, affermando con forza che l’idea di vocazione non ha nulla di autoreferenziale, ma è sempre una chiamata all’“estasi della vita”, ovvero ad uscire da se stessi per andare incontro agli altri. Ogni uomo è per questo una missione e non si deve dire superficialmente che ha una missione: la missione è nell’ordine dell’essere, dell’identità, della forma originaria, e non dell’avere, come fosse un bene estrinseco e posseduto. E anche quando si parla di “Chiesa in uscita” si allude alla stessa dinamica, perché la Chiesa infatti, in quanto soggetto comunitario, vive di questa stessa logica: può essere pienamente se stessa solo quando esce da se stessa! Possiamo dire lo stesso per la Congregazione: quando esce da se stessa e va incontro ai giovani è veramente se stessa; e viceversa quando si rinchiude in se stessa per cercare di sopravvivere, rinuncia alla sua identità propria, che appunto non può che essere intrinsecamente missionaria.
Partendo da queste prime indicazioni diviene chiaro che la missione è il cuore della vocazione e anima della formazione. Papa Francesco ne è pienamente convinto, tanto da affermare che «non veniamo formati per la missione, ma che veniamo formati nella missione, a partire dalla quale ruota tutta la nostra vita, con le sue scelte e le sue priorità. La formazione iniziale e quella permanente non possono essere un’istanza previa, parallela o separata dell’identità e della sensibilità del discepolo. La missione inter gentes è la nostra scuola migliore: a partire da essa preghiamo, riflettiamo, studiamo, riposiamo. Quando ci isoliamo o ci allontaniamo dal popolo che siamo chiamati a servire, la nostra identità come consacrati comincia a sfigurarsi e a diventare una caricatura». Le nostre Costituzioni vanno esattamente in questa direzione quando nell’articolo 3 affermano che “la missione dà a tutta la nostra esistenza il suo tono concreto”.
Questa presa di posizione fondamentale è preziosissima, perché pone la vocazione e la formazione nella loro corretta posizione pedagogica e pastorale in ordine alla missione. E questo poi viene sviluppato nel Messaggio al CG 28 in tre direzioni ben precise. La prima indica due posizioni negative da superare; la seconda è la proposta positiva; la terza indica due conseguenze necessarie. Ma andiamo con ordine.
La prima posizione da superare ci invita a uscire dal clericalismo. In fondo, se ci pensiamo bene, la postura clericalista disprezza la grazia battesimale. Pensa che sia il sacramento dell’ordine (o la professione religiosa) che rende soggetti della missione. Mentre tutti sappiamo che la piattaforma della missione è il battesimo, che ci rende tutti dei “discepoli missionari”. Il clericalismo, in quanto «esperienza distorta del ministero» è un grande ostacolo alla missione della Chiesa: «È la ricerca personale di voler occupare, concentrare e determinare gli spazi minimizzando e annullando l’unzione del Popolo di Dio. Il clericalismo, vivendo la chiamata in modo elitario, confonde l’elezione con il privilegio, il servizio con il servilismo, l’unità con l’uniformità, la discrepanza con l’opposizione, la formazione con l’indottrinamento. Il clericalismo è una perversione che favorisce legami funzionali, paternalistici, possessivi e perfino manipolatori con il resto delle vocazioni nella Chiesa». Qui si tratta di tagliare corto, prendendo posizione come Congregazione perché questo atteggiamento sia del tutto bandito dai nostri stili relazioni ordinari.
La seconda posizione da superare è quella del rigorismo, che cresce in tempi di fragilità, dove un po’ tutti siamo alla ricerca di certezze, sicurezze e solidità: «Esso pretende di governare e controllare i processi umani con un atteggiamento scrupoloso, severo e perfino meschino di fronte ai limiti e alle debolezze proprie o altrui (soprattutto altrui)». La rigidità è prima di tutto una forma di difesa di fronte alla complessità del mondo in cui viviamo: ci si difende con il distacco, la lontananza e il giudizio; con il controllo ossessivo delle persone, che vengono così private della loro libertà di espressione; con l’espulsione della differenza, che diventa ricerca anch’essa ossessiva dell’omologazione; con una sistemica mancanza di amore e di misericordia, minando alla radice la confidenza e la familiarità delle relazioni, che sole possono garantire un sano ambiente educativo; con la verticalità di una autorità che rischia di divenire perversa perché non aiuta nessuno a crescere, come dovrebbe essere nella sua natura; con il ritorno al passato per paura di osare il rischio del discernimento.
Dopo aver sottolineato questi due ostacoli da superare, la posizione propositiva e feconda consiste in questo preciso invito: «Vi incoraggio a continuare a impegnarvi per fare delle vostre case un “laboratorio ecclesiale” capace di riconoscere, apprezzare, stimolare e incoraggiare le diverse chiamate e missioni nella Chiesa», perché «l’evangelizzazione implica la partecipazione piena, e con piena cittadinanza, di ogni battezzato». Questa, se ci pensiamo bene, è l’intuizione iniziale di don Bosco a Valdocco. Ricordiamo tutti il simpatico episodio che ha portato don Bosco nella nostra terra santa: egli cercava uno spazio per continuare il suo “oratorio”, e Pancrazio Soave gli proponeva un ambiente per fare un “laboratorio”. Alla fine l’oratorio di don Bosco divenne un “laboratorio ecclesiale” di rinnovamento pedagogico e pastorale capace di dare origine ad un carisma specifico nella Chiesa. Un luogo dove tutte le vocazioni erano presenti e operanti: c’erano laici corresponsabili che sostenevano dall’esterno e dall’interno l’opera di don Bosco, c’erano sacerdoti che davano del loro tempo, c’era mamma Margherita e altre figure materne, c’erano soprattutto giovani che partecipavano della missione con don Bosco e che furono i suoi primi e principali partner nell’opera educativa e pastorale.
Questa proposta è in pieno svolgimento in Congregazione: è il riconoscimento e la piena valorizzazione della comunità educativo pastorale come soggetto della missione. Non è altro che il cammino generato dal Concilio Vaticano II e preso sul serio dalla nostra Congregazione a partire dal Capitolo Generale 24° del 1996. Una catena inarrestabile di entusiasmanti realizzazioni, ma che purtroppo incontra ancora delle resistenze, come ben possiamo notare dal fatto che era stato pensato come il terzo nucleo del CG 28. Non abbiamo potuto trattarlo, ma basta rileggere lo “Strumento di lavoro” nella terza parte per poter avere un’idea delle luci e delle ombre che caratterizzano la stagione che stiamo vivendo.
La proposta di Francesco, dopo aver posto il nucleo generativo della sua proposta, è seguita dall’invito a valorizzare due figure originarie e originali del carisma salesiano, con l’intento di verificare e correggere i due pericoli elencati sopra: «In questo senso, penso concretamente a due presenze della vostra comunità salesiana, che possono aiutare come elementi a partire dai quali confrontare il posto che occupano le diverse vocazioni tra di voi; due presenze che costituiscono un “antidoto” contro ogni tendenza clericalista e rigorista: il Fratello Coadiutore e le donne».
A che cosa ci chiama il carisma, prima e sopra tutto? Questa la risposta: «La prima chiamata è quella di essere una presenza gioiosa e gratuita in mezzo ai giovani». Francesco parla a noi consacrati e ci chiede di ritornare a rispondere con la nostra esistenza a ciò che Dio ci ha chiamato ad essere: «segno di un amore gratuito del Signore e al Signore nei suoi giovani che non si definisce principalmente con un ministero, una funzione o un servizio particolare, ma attraverso una presenza. Prima ancora che di cose da fare, il salesiano è ricordo vivente di una presenza in cui la disponibilità, l’ascolto, la gioia e la dedizione sono le note essenziali per suscitare processi. La gratuità della presenza salva la Congregazione da ogni ossessione attivistica e da ogni riduzionismo tecnico-funzionale». Parole molto chiare, che non hanno bisogno di alcun commento, ma solo di essere assunte in forma radicale, riconoscendo che proprio «i fratelli coadiutori sono espressione viva della gratuità che il carisma ci invita a custodire».
Come si manifesta il carisma, principalmente? Senza alcun dubbio attraverso un’attitudine materna, accogliente, amorevole. Per questo Francesco si chiede e ci chiede: «Che ne sarebbe di Valdocco senza la presenza di Mamma Margherita? Sarebbero state possibili le vostre case senza questa donna di fede?». È stato molto significativo che uno degli ultimi atti comunitari che abbiamo potuto vivere insieme durante il CG 28 è stata l’inaugurazione di una statua di bronzo raffigurante Mamma Margherita nell’atto di accogliere un giovane a Valdocco. L’accoglienza è sempre materna, anche quando a realizzarla non è direttamente una mamma! È il nostro è carisma di accoglienza, quindi materno prima che paterno. Sappiamo che c’è un ampio dibattito in corso sulla presenza e il ruolo della donna nella società e nella Chiesa, che anche il cammino sinodale sui giovani ha alimentato e sostenuto. Il carisma salesiano è un carisma familiare, confidenziale, materno. Per questo la constatazione viene naturale: «Senza una presenza reale, effettiva ed affettiva delle donne, le vostre opere mancherebbero del coraggio e della capacità di declinare la presenza come ospitalità, come casa». Il primo elemento del “criterio oratoriano” sta nell’essere casa che accoglie e questo aspetto è chiaramente legato alla presenza femminile, perché senza una mamma è difficile che ci sia casa. Il carisma salesiano è generato da due mamme: l’Ausiliatrice, che fin dal sogno dei nove anni è riconosciuta come maestra di don Bosco, e mamma Margherita, da cui il santo dei giovani impara quella amorevolezza concreta che insieme alla ragione e alla religione diventeranno i pilastri del metodo educativo salesiano.

La comunità educativo pastorale è davvero il soggetto della missione oggi? In che modo la casa salesiana in cui viviamo è un “laboratorio permanente” di pedagogia, spiritualità e missione?

L’inculturazione e l’interculturalità del carisma salesiano

Il quarto punto del Messaggio al CG 28 ci invita ad osservare il carisma da un’altra angolatura, quella della sua universalità: L’ “opzione Valdocco” nella pluralità delle lingue. L’orizzonte di don Bosco fu fin dall’inizio cattolico, ovvero universale, incapace di escludere qualcuno dal suo abbraccio: sappiamo che in carenza di personale nelle prime opere in Italia e in Europa egli rispose con l’invio dei primi missionari in Argentina!
L’esperienza di un Capitolo Generale, come quella di un Sinodo, è un’esperienza di pluralità, di diversità nell’unità e non certo di un’omologazione uniformante. Basta ricordare, nelle quattro settimane che abbiamo vissuto insieme a Valdocco, la preghiera serale organizzata di volta in volta dalle diverse Regioni: quante lingue sconosciute e incomprensibili, quanti stili di preghiera differenti, quante modalità plurali di relazionarsi al Signore. Eppure tutti ci siamo sentiti sempre in piena sintonia attraverso una così grande diversità espressiva! Il pluralismo, che molte volte ci fa paura e ci fa richiudere in noi stessi, alla luce della fede è una grande benedizione, perché alla luce del vangelo segna il riscatto di Babele nel giorno di Pentecoste!
Ma qui dobbiamo andare più in profondità, perché l’invito di Francesco è chiaro: «La presenza universale della vostra famiglia salesiana è uno stimolo e un invito a custodire e a preservare la ricchezza di molte delle culture in cui siete immersi senza cercare di “omologarle”». Oggi è forte la tentazione all’uniformità, che nasce dalla paura del diverso. La globalizzazione cerca di imporre a tutti un unico modello, un pensiero esclusivo, uno stile standardizzato e ripetitivo. Si tratta di una vera e propria malattia epocale che contagia un po’ tutti, e che per guarire necessita di una rinnovata conversione del cuore. Perché lo sappiamo tutti che la comunione in senso cristiano può essere generata solo dal mantenimento delle nostre singolarità, che solo in questo modo possono concorrere alla bellezza e alla sinfonia dell’insieme. Se tutti fossimo uguali non ci sarebbe comunione, ma solo banale omologazione. Per questo papa Francesco parla spesso della forma della Chiesa come poliedro e non come sfera: quest’ultima rimanda all’uniformità di una parete monocolore, il poliedro invece alla diversità del mosaico costituito da tante pietruzze che solo nella loro armonica relazione realizzano qualcosa di bello e originale.
Oggi si parla sempre più volentieri di inculturazione – che è quella capacità di individuare i semi del Verbo presenti in ogni cultura umana, dove la grazia precede sempre la presenza della Chiesa e l’annuncio della salvezza – e di intercultura: con quest’ultimo termine si deve intendere la ricchezza specifica che emerge dall’incontro delle diverse culture che possono fecondarsi reciprocamente in un vero e proprio scambio di doni, creando nuove dinamiche relazionali che arricchiscono il patrimonio dell’esistente. Francesco, spingendo in questa precisa direzione, nel Messaggio al CG 28 ci conferma che «il cristianesimo non dispone di un unico modello culturale» a cui le altre culture si dovrebbero conformare, negando la loro specificità.
Durante il Sinodo speciale sull’Amazzonia siamo stati edificati come famiglia salesiana, perché abbiamo potuto riscoprire alcuni missionari che non hanno per nulla stravolto la cultura in cui si sono inseriti, ma hanno assunto pienamente non solo la lingua, ma anche gli usi e i costumi dei popoli a cui erano mandati. Hanno evangelizzato attraverso un dialogo capace di ascoltare con rispetto e valorizzare con sapienza gli elementi della cultura locale e trasformarli in base alla grazia del vangelo. La beata suor Maria Troncatti, il Servo di Dio Rudolf Lunkenbein e il grande Luigi Bolla, per citare solamente i più citati all’ultimo Sinodo. Hanno realizzato in pienezza l’invito che papa Francesco rivolge a noi tutti: «Sforzatevi affinché il cristianesimo sia capace di assumere la lingua e la cultura delle persone del luogo». L’invito è chiaro e ripetuto: «Il salesiano è chiamato a parlare nella lingua materna di ognuna delle culture in cui si trova».
La Congregazione salesiana è in piena metamorfosi. Nei giorni iniziali di ogni Capitolo Generale viene presentata la relazione dettagliata del Rettor maggiore sullo “stato della Congregazione”. Dai dati che ci sono stati offerti all’inizio del CG 28 si evincono tanti mutamenti in atto, tanto che la “geografia” della Congregazione si sta pian piano modificando: l’Africa è un continente gravido di futuro, che ha necessità di rafforzare gli itinerari formativi, soprattutto quelli iniziali; l’Europa continua il suo declino numerico e l’invecchiamento, nonostante continui ad avere risorse di pensiero e di mezzi per la missione; il grande continente asiatico, dove risiede la maggior parte della popolazione giovanile a livello mondiale, continua ad essere un terreno fertile per il carisma; il continente americano, pur mantenendo una sensibilità religiosa alta, vive alcune fatiche vocazionali che ci fanno pensare. Ora questi movimenti magmatici, lenti ma significativi sul medio e lungo termine, ci invitano ad entrare con coraggio e gioia in una nuova stagione di confronto, arricchimento e implementazione del carisma salesiano.
Lo abbiamo detto all’inizio, e lo ripetiamo con forza: il carisma non è un blocco granitico inscalfibile e immodificabile, ma un fuoco acceso che va costantemente alimentato e che quindi è chiamato a rinnovarsi per continuare ad essere se stesso. Si tratta di valorizzare i nuovi apporti per far crescere il carisma stesso perché, ci assicura papa Francesco, «l’unità e la comunione della vostra famiglia è in grado di assumere e accettare tutte queste differenze, che possono arricchire l’intero corpo in una sinergia di comunicazione e interazione dove ognuno possa offrire il meglio di sé per il bene di tutto il corpo. Così la salesianità, lungi dal perdersi nell’uniformità delle tonalità, acquisterà un’espressione più bella e attrattiva e saprà esprimersi “in dialetto” (cfr 2 Mac 7,26-27)».
Infine Francesco fa riferimento ad una nuova “lingua comune” che è entrata trasversalmente nel nostro mondo, ovvero «l’irruzione della realtà virtuale come linguaggio dominante». Riconoscendo che questo è «uno spazio di missione», mette pure in guardia da alcuni pericoli, perché l’ambiente digitale «ci può rinchiudere in noi stessi e isolarci in una virtualità comoda, superflua e poco o per niente impegnata con la vita dei giovani, dei fratelli della comunità o con i compiti apostolici». Qui bisogna essere molto attenti perché «il ripiegamento individualistico, tanto diffuso e proposto socialmente in questa cultura largamente digitalizzata, richiede un’attenzione speciale non solo riguardo ai nostri modelli pedagogici ma anche riguardo all’uso personale e comunitario del tempo, delle nostre attività e dei nostri beni».

In che modo teniamo conto che il carisma salesiano vive di un continuo scambio di doni? Come stiamo affrontando l’attuale metamorfosi della Congregazione?

Attingere alla grazia dell’inizio

Le ultime parole del Messaggio al CG 28, in realtà le più brevi e concise, ci rimandano ad un’esperienza costante in tutta la vita di don Bosco, ad una grazia speciale che ha accompagnato ogni suo passo: L’“opzione Valdocco” e la capacità di sognare. Dall’inizio alla fine della sua esistenza il nostro fondatore ha sognato, imparando dai sogni a credere in Dio che lo guidava e realizzando quanto sognava con caparbietà, nella certezza che attraverso quel linguaggio speciale Dio si stava manifestando nella sua vita: «Con essi il Signore si fece strada nella sua vita e nella vita di tutta la vostra Congregazione allargando l’immaginazione del possibile». Possiamo azzardare l’idea che il Signore, attraverso i sogni, accompagnava direttamente don Bosco, dilatando il suo cuore: effettivamente «i sogni, lungi dal tenerlo addormentato, lo aiutarono, come accadde a San Giuseppe, ad assumere un altro spessore e un’altra misura della vita, quelli che nascono dalle viscere della compassione di Dio».
Se ci pensiamo bene quello che oggi manca al nostro mondo e al nostro tempo è la capacità di immaginare. Noi, come Chiesa e come Congregazione, fino a pochi decenni fa, avevamo delle “grandi narrazioni” che ci hanno dato vita e che ci hanno dato forza per compiere grandi imprese, sogni che abbiamo costantemente consegnato con gioia al nostro popolo e ai nostri giovani, e che hanno plasmato profondamente la nostra esistenza personale e comunitaria: il dramma della storia della salvezza, la speranza certa nella vita eterna, l’entusiasmo dell’avventura missionaria, l’aspirazione alla santità, l’incanto della dedizione di sé nella vita donata ai giovani nella forma della consacrazione religiosa, la certezza di aderire ad una forma di vita piena e abbondante.
Conquistati dall’orizzonte immanente della nostra epoca, oggi rischiamo di rimanere schiacciati sul presente senza coltivare una visione di futuro accessibile e positiva. In questo modo non vediamo alcun varco per trascendere l’esperienza terrena che viviamo giorno dopo giorno. L’immaginazione si è ristretta e la misura della vita è diventato angusta e autoreferenziale, chiusa in spazi confortevoli protetti e sicuri. Sono rimasto molto colpito dalla voce dei giovani al Sinodo, che in vari momenti del cammino condiviso hanno affermato che spesso sono costretti a rinunciare ai loro sogni, tanto che molti di loro hanno perfino smesso di sognare. E cosa succede ad un giovane che smette di sognare? A mio parere perde l’anima della giovinezza stessa, che in fondo consiste nel guardare al futuro con gioia e speranza. Ma anche possiamo domandarci: cosa succede ad una Congregazione che rinuncia ai suoi sogni e perfino rinuncia a sognare? E ancora: che ne è di una Chiesa incapace di coltivare dei sogni? Smettere di sognare significa uccidere la speranza, e lasciare che la nostra vita sia dominata dalle “passioni tristi” e dalle “passioni buie”: la disperazione, la depressione, il presentismo, il giudizio negativo su tutto, l’incapacità di intravedere il bene esistente, la morte del desiderio di cercare vie d’uscita, e l’incapacità di lottare per un mondo migliore, lasciandosi trasportare verso il basso. Senza sogni non siamo ancora morti, ma non siamo nemmeno vivi! Senza sogni la nostra vita è incamminata sul sentiero di Giuda, che non vede più alcuna luce sul suo cammino. Una vita che rinuncia a sognare è destinata alla tristezza.
La Chiesa e la Congregazione potranno dare origine ad una nuova stagione solo se saranno in grado di toccare il cuore dei giovani sul piano dell’immaginazione, se riusciranno a risvegliare in loro ideali alti per cui vale la pena di giocare la vita fino in fondo, presentando la fede come un’avventura in grado di mobilitare l’esistenza, offrendole un senso positivo e entusiasmante. Catturare la capacità di desiderare una vita piena e abbondante è ciò ha fatto diventare la fede qualcosa di attrattivo e desiderabile in tutte le diverse epoche della storia del cristianesimo. Siamo ancora in grado di raccontare la fede come qualcosa di intrigante e in grado di risvegliare il cuore dei nostri contemporanei? Mi pare che nell’invito profetico di papa Francesco – «Sognate… e fate sognare!» – ci sia un po’ tutto questo.
Ecco dunque che alla fine della giornata risuona nel nostro cuore il Messaggio al CG 28, che in una squisita e familiare buonanotte ci invita a rinvigorire in noi quella capacità di sognare che è il segno inequivocabile della vitalità del nostro carisma educativo: «Desidero offrirvi queste parole come le “buone notti” in ogni buona casa salesiana al termine della giornata, invitandovi a sognare e a sognare in grande. Sappiate che il resto vi sarà dato in aggiunta. Sognate case aperte, feconde ed evangelizzatrici, capaci di permettere al Signore di mostrare a tanti giovani il suo amore incondizionato e di permettere a voi di godere della bellezza a cui siete stati chiamati. Sognate… E non solo per voi e per il bene della Congregazione, ma per tutti i giovani privi della forza, della luce e del conforto dell’amicizia con Gesù Cristo, privi di una comunità di fede che li sostenga, di un orizzonte di senso e di vita».
Non è altro, mi pare, che una pedagogia della fede e della profezia. Fede a cui siamo invitati attraverso i sogni, che sono una profezia di futuro e benedizione per noi, per i giovani e per tutti coloro che con noi condividono la passione per l’educazione. I sogni per don Bosco sono state delle profezie destinate ad auto avverarsi: il sogno lo ha portato avanti nella fede, lo ha spinto ad osare l’inimmaginabile, a rischiare il tutto per tutto. È Dio, che attraverso i sogni, lo ha accompagnato per mano passo dopo passo, facendo di lui un profeta per il bene di tutti i giovani, nessuno escluso.

In che modo stiamo nutrendo la nostra immaginazione? Quali sono i nostri grandi sogni?

Roma, 24 aprile 2020