Coronavirus, quella infinita

voglia di normalità

e l’illusione di

essere invincibili

Roberto Repole

C’è voglia di normalità. Abbiamo tutti un’infinita voglia di normalità. Questi mesi di restrizioni ci hanno messi a dura prova. Nel giro di pochissime ore ci siamo ritrovati a non poter più fare ed essere quello che normalmente, e senza troppo rifletterci, facciamo e siamo. Abbiamo interrotto abitudini consolidate, relazioni abitudinarie, spostamenti scontati, pratiche consuete.
Dopo un breve smarrimento, se la malattia e la morte non ci hanno toccati troppo da vicino, abbiamo anche potuto sentire il gusto del tempo che rallentava. Perché «il tempo è denaro» è il motto delle nostre società capitaliste, lo sappiamo bene. E allora si deve correre sempre: la crescita economica non può attendere; e lì, «ogni lasciata è persa». Ma per una società che si è insensibilmente trasformata in mercato, ciò vale per tutto: per il lavoro come per le vacanze, per la scuola come per i rapporti personali, per gli spostamenti come per il tempo libero. Inseguiamo il tempo senza tregua, cerchiamo di riempirlo tutto, nell’illusione di possederlo e al prezzo di una costante stanchezza e paradossale mancanza di tempo. Per questo il rallentamento forzato ha potuto anche apparire, all’inizio, come un balsamo inaspettato e benedetto.
Solo che con lo scorrere dei giorni e delle settimane, la sensazione dell’inizio ha spesso lasciato il posto all’inquietudine, all’ansia, persino alla rabbia. I bambini hanno iniziato a chiedere con insistenza quando si sarebbe tornati a scuola. Gli adulti hanno desiderato riprendere le occupazioni di sempre. Persino i millennials, che fino a qualche settimana fa si ignoravano se si vedevano di persona ma si chiedevano l’amicizia sui social, hanno provato nostalgia dei loro compagni “in carne ed ossa” e a volte (inaudito!) di qualche loro insegnante. La voglia di normalità ci ha invaso. Al punto di farci sentire un inarrestabile bisogno di certezze. Ed è sembrato del tutto scontato avere il diritto di sapere quando si sarebbe ritornati alla normalità e quando si sarebbe messo fine a questo incubo. Un diritto che si è avuto la sfrontatezza di esprimere e di esigere, senza neppure percepirne l’assurdo.
Ha fatto francamente sorridere sentire alcuni dei nostri politici accampare la pretesa di sapere con precisione quando si sarebbe ritornati alla normalità e di conoscere in modo chiaro quali erano i tempi e le tappe dell'uscita dal tunnel. Ma chi poteva rispondere? Chi ha questo potere? Chi potrebbe governare ciò che è palesemente ingovernabile, perché imponderabile?
In questa pretesa di sapere e di dominare la realtà si annida, in verità, una delle illusioni più profonde da cui è affetta la nostra cultura: una certa onnipotenza, la mancanza di limiti, un certo senso di dominio su tutto quanto accade e la sensazione che non esista nulla – davvero nulla! – che possa sfuggire al nostro controllo, alla nostra programmazione, alla nostra razionalità dominante. Un’illusione che un modo perverso di concepire e vivere lo sviluppo scientifico e tecnico non fa che accrescere.
È la stessa illusione che ha costretto migliaia di medici, in questi anni, ad assicurarsi: perché quando muore qualcuno, fosse pure a 95 anni, trovi sempre dei familiari che sono pronti a fare causa, a cercare la colpa, a rintracciare le responsabilità, quasi che non fosse più normale essere limitati e, dunque, morire. Ecco: ci può essere la colpa, ma non la finitudine; ci può essere l’errore, ma non l’imponderabile. È questa la nostra grande illusione.
Il virus la sta smascherando. Siamo costretti a dire che non sappiamo tutto, che non dominiamo ogni cosa, che siamo finiti, che siamo persino fragili e vulnerabili. Nel linguaggio cristiano abbiamo un termine per esprimere tutto questo: siamo delle creature; e, perciò, non ci possediamo, non è in noi la sorgente della vita che viviamo.
Forse come credenti in Cristo dovremmo anzitutto raccogliere questa sfida. Ci siamo troppo incaponiti, in queste settimane, a discutere esclusivamente della celebrazione della Messa. Pretendendola a tutti i costi e ricercando tempi precisi per ripristinarla, abbiamo persino rischiato di cadere nell’illusione della cultura dominante, quella dell’onnipotenza appunto, che contraddice alla radice ciò che affermiamo quando celebriamo l’Eucaristia. Perché, fino a prova contraria, lì proclamiamo che abbiamo bisogno della vita di Cristo per vivere, che necessitiamo di attingere a quel pane e a quel vino, che vengono da fuori di noi e ci sono donati, per mantenerci in vita.
Ma non cambierebbe tutto se solo sapessimo guardare a ciò che ci sta accadendo, spostando l’asse di qualche centimetro appena? Potremmo vedere e aiutare a vedere nell’impotenza che sperimentiamo qualcosa di quello che siamo sempre, anche quando non c’è il virus, anche quando coltiviamo l’illusione di essere invincibili: siamo degli esseri finiti che non si sono ancora assuefatti alla disfatta della morte; siamo dei viventi a tempo, per i quali i giorni non saranno mai sufficienti; siamo, come diceva un illustre teologo come de Lubac, «un nulla che confina con Dio».
Non farlo è privarci, come Chiesa, di qualcosa che ci appartiene e di un compito profetico all’interno delle nostre società occidentali, troppo inclini all’illusione che tutto sia sotto il nostro controllo, che tutto sia semplicemente in nostro potere. Farlo è aiutarci a vedere quel che da altre parti del mondo è pane quotidiano, perché non ci si può permettere, là, l’illusione dell'onnipotenza. Un teologo di quelle parti, il sudamericano Jon Sobrino, dice che i poveri sono coloro per i quali sopravvivere non è scontato. Quello che ci accade in queste settimane sta rivelando che tutti, occidentali o meno, siamo allora semplicemente poveri o, più radicalmente, che siamo solo degli uomini, non dèi.
È questa una sapienza che come cristiani dovremmo riapprendere da quanto stiamo vivendo, rendendola disponibile per tutti. Fare in modo che questo senso di finitudine e povertà non venga velocemente soffocato dovrebbe essere una nostra vera priorità: perché è parte dell’annuncio evangelico; e perché è l’unica possibilità che da questo dramma esca davvero un’umanità migliore.

(La Stampa - 15 maggio 2020)