Gesù risorto vive in noi,

noi siamo il suo cielo

Ascensione del Signore, annata A


Enzo Bianchi

In quel tempo,
gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».
(testo dell'evangeliario di Bose)
Mt 28,16-20

Celebriamo oggi la festa dell’Ascensione del Signore, evento narrato dal brano degli Atti degli apostoli proposto ogni anno come prima lettura: «Gesù fu elevato in alto sotto gli occhi degli apostoli e una nube lo sottrasse al loro sguardo» (At 1,9).
L’ascensione di Gesù, il suo «staccarsi dai discepoli per essere portato verso il cielo» (cf. Lc 24,51), è un altro modo per esprimere la sua resurrezione: la vittoria sulla morte di Gesù grazie all’amore da lui vissuto, la glorificazione del nostro Signore e Maestro è il suo entrare per sempre, grazie alla potenza dello Spirito santo, nella vita divina del Padre. Nello stesso tempo l’ascensione, evento inenarrabile con le parole umane, proprio mentre segna una «separazione» di Gesù dai suoi, dà inizio a una nuova forma di rapporto tra il Risorto e i discepoli; tra il Risorto e noi che, passando attraverso la testimonianza degli apostoli, siamo i suoi discepoli e dunque i suoi testimoni nel mondo.
La contemplazione di questa realtà è posta davanti ai nostri occhi anche nel testo odierno, la pagina conclusiva del vangelo secondo Matteo. Prima della sua passione e morte Gesù aveva promesso alla sua comunità: «Dopo la mia resurrezione vi precederò in Galilea» (Mt 26,32); e nell’alba di Pasqua, di fronte alla tomba vuota, l’angelo aveva confermato alle donne tale annuncio, invitandole a farsene messaggere: «Andate a dire ai suoi discepoli: È risorto e ora vi precede in Galilea; là lo vedrete» (Mt 28,7). Obbedendo puntualmente i discepoli, rimasti in Undici a causa del tradimento di Giuda, si recano in Galilea, la terra in cui aveva preso inizio il ministero pubblico di Gesù e la loro vita comune con lui (cf. Mt 4,12-22): si apprestano dunque a ricominciare, a rimettersi in altro modo alla sequela di Gesù, che sempre li precede.
Al vederlo i discepoli gli si prostrano innanzi, ripetendo il gesto delle donne (cf. Mt 28,9): non vi è nessuna parola, ma solo un atto di adorazione di fronte a Gesù ormai riconosciuto quale Kýrios, Signore vivente. «Alcuni però dubitano», hanno una fede vacillante: sono in balia di quella «poca fede» tante volte rimproverata da Gesù alla sua comunità (cf. Mt 8,26; 14,31; 16,8; 17,20), di quell’atteggiamento che così spesso si insinua anche nel nostro cuore indurito… Gesù prende allora l’iniziativa, colma la distanza che separa i discepoli da lui e dice innanzitutto: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra». L’autorevolezza con cui egli aveva vissuto la sua esistenza, frutto del suo amore pieno per il Padre e per gli uomini, dopo la sua resurrezione assume una portata universale, si estende al cielo e alla terra intera: il Signore Gesù è il «Figlio dell’uomo seduto alla destra di Dio» (Mt 26,64), è il Giudice che attendiamo come Veniente alla fine dei tempi (cf. Mt 25,31-46).
Ma nel tempo che intercorre tra la resurrezione e la venuta gloriosa del Signore, la manifestazione nella storia della sua autorevolezza dipende dalla fedeltà dei discepoli al mandato con cui egli, mettendo fede nella loro debole fede, li invia fino ai confini del mondo: «Andate e fate discepole tutte le genti, battezzandole nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito santo, insegnando loro a osservare ciò che vi ho comandato». E qui va detto con chiarezza: l’opera di evangelizzazione è possibile solo a condizione di essere prima evangelizzati, di essere plasmati dal Vangelo che si annuncia. La vera testimonianza si dà nella misura in cui si vive in prima persona ciò che si vuole annunciare agli altri; anzi, chi insegna ciò che non vive deve essere consapevole che così pone ostacoli alla ricezione del Vangelo e può addirittura provocarne il rifiuto da parte degli uomini!
Il vangelo secondo Matteo, che si era aperto con l’annuncio della venuta dell’Emmanuele, del Dio-con-noi (cf. Mt 1,22-23), fatto uomo in Gesù, ora si chiude con le parole con cui il Risorto assicura il permanere della sua presenza tra gli uomini: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Sì, Gesù asceso al cielo dimora alla destra del Padre quale intercessore a favore degli uomini (cf. Rm 8,34), eppure è sempre accanto a noi. Ci è chiesto solo di credere che il Risorto, pur nella sua assenza fisica, è con noi, che il Signore Gesù e ciascuno di noi viviamo insieme: allora ogni nostra azione nella compagnia degli uomini discenderà dalla comunione con lui, sarà sua azione tra gli uomini e nella storia.