L'anno in corso

Le mappe: come (non) perdersi per strada

Inserito in NPG annata 2020.

Pedagogia dell’accompagnamento educativo /5

Raffaele Mantegazza

(NPG 2020-03-60)

Se credi che la terra sia piatta
Allora sei arrivata alla fine del mondo
Se invece credi la terra sia tonda
Allora sali! Incomincia un girotondo!
(Area, La mela di Odessa)


C’è qualcosa di straordinariamente affascinante nelle mappe. Sono oggetti di rara bellezza, testimonianze di cultura, storia, potere, hanno il fascino dell’antico e del futuro, della promessa e della memoria. Lo aveva notato Baudelaire: “per il ragazzo, innamorato di mappe e di stampe, l'universo è pari alla sua vasta brama. / Come è grande il mondo alla luce della lampada, come, agli occhi del ricordo, meschino!”[1]. Le mappe fanno sognare perché promettono viaggi, avventure, oltrepassamenti.
Ma per tracciare una mappa occorrono competenze, punti di riferimento, capacità di riconoscere le caratteristiche del territorio; anche in campo educativo fornire i nostri ragazzi di mappe è difficile e complesso, e non possiamo certo astenerci dal farlo lasciando che ci pensi Google Earth o il tom-tom (icone perturbanti di un’epoca che ha smarrito l’oriente e delega alle macchine il difficile compito dell’orientamento). Ogni mappa ha un centro, scelto arbitrariamente, una scala, che occorre riconoscere decodificare, segno convenzionali e soprattutto un orientamento, anch’esso legato alle scelte del disegnatore (si vedano per esempio le carte sinocentriche, con la Cina al centro, o quelle “capovolte” che presentano il mondo visto dal Sud). Anche per accompagnare i ragazzi occorre dunque avere punti di riferimento: condivisi, sempre rimessi in discussione, sempre flessibili ma comunque presenti. Non si tracciano mappe del nulla, il nichilismo, filosofia da ricchi, non permette nessun accompagnamento: davanti al nulla siamo soli e svanisce anche la pedagogia.
Occorre invece insegnare ai ragazzi a tracciare mappe del mondo e della loro esistenza, perché le mappe disegnano i limiti. Limite: parola quanto mai abusata, oggi. “I ragazzi non hanno più limiti”. “Non c’è limite al peggio”. “No limits!” come recitava abbi fa una pubblicità poi tragicamente legata alla morte di un free-climber. Occorre forse recuperare l’accezione positiva racchiusa in questa parola che non a caso compare nel secondo comma del primo articolo della nostra Costituzione. “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”.
È interessante che il testo costituzionale abbini i due concetti di forma e di limite. La forma è stata oggetto di forsennati attacchi, come se qualsiasi forma fosse da eliminare, in politica come nell’attività educativa, in nome di un modo di fare diretto e senza forme che è poi la premessa per la violenza e la prevaricazione; in realtà in questo modo si confonde la forma con il formalismo. Il formalismo è la forma che ha perso il suo significato e spesso viene usata per ingannare; il rapporto tra forma e formalismo è simile a quello che in Ricoeur esiste tra metafora viva (“sei una volpe”) e metafora morta (“le gambe del tavolo”): la seconda blocca il pensiero in un vuoto schematismo, la prima lo mette in movimento. Così come nella musica, anche nell’educazione le forme sono il motore della fantasia, la contengono per scatenarla, la direzionano per poi perderla di vista.
In realtà il rispetto delle forme nelle relazioni umane e soprattutto in quelle educative è anche rispetto dell’altro e dell’umanità di tutti gli interlocutori. Lo diceva Adorno: “l’abolizione delle convenzioni come di un orpello inutile, antiquato ed esteriore, consacra la realtà più esteriore di tutte, una vita di dominio immediato. E che il venir meno anche di questa caricatura del tatto nel cameratismo a base di spintoni renda ancor più insopportabile l’esistenza, non è che un altro segno della crescente impossibilità della convivenza umana nelle attuali circostanze”[2]. In una società nella quale sempre più le forme (grammaticali, artistiche, comportamentali, colloquiali) vengono liquidate con l’accusa di formalismo, insistere come fa Adorno sul fatto che la forma è contenuto sedimentato porta a prestare attenzione alla dimensione formale, che è anche immediatamente attenzione alla dimensione sociale. Ciò che oggi è forma, ieri era contenuto: salutare qualcuno dicendo “ciao” contiene in sé l’offerta di schiavitù (intesa come totale disponibilità verso l’altro: sono tuo amico e dunque mi considero liberamente un tuo schiavo) che era presente nel saluto originario “s’ciao”.
Ed è proprio stando attenti alle forme che si rispettano i limiti, perché sapersi dare un limite significa formarsi, darsi una forma, fare del rispetto della regola una sorta di seconda natura. Si eviterebbe tanta retorica sulle “regole” in educazione, anche presentata da nomi illustri che ne hanno fatto una sorta di marchio di fabbrica, se si presentasse il rispetto della regola come possibilità di lavoro su di sé per diventare migliori, se si dicesse che fare la raccolta differenziata è più bello che gettare per strada la spazzatura. Guidare e orientare i ragazzi significa presentare loro la forma di un adulto bello e desiderabile e i limiti entro i quali occorre restare per giungere a diventare tali.
Ma questo è solo un lato della questione: l’accompagnatore educativo sa tracciare mappe attraverso le quali orientarsi ma sa anche inventare strade nelle quali perdersi; l’esperienza dello smarrimento è fortemente educativa, come ricorda Walter Benjamin nei libri sulla sua infanzia: “non sapersi orientare in una città non significa molto. Ci vuole invece una certa pratica per smarrirsi in essa come ci si smarrisce in una foresta. I nomi delle strade devono parlare all’errabondo come lo scricchiolio dei rami secchi, e le viuzze del centro gli devono scandire senza incertezze, come in montagna un avvallamento, le ore del giorno. Quest’arte l’ho appresa tardi; essa ha esaudito il sogno, le cui prime tracce furono i labirinti sulle carte assorbenti dei miei quaderni”[3].
Ma cosa significa perdersi? Significa giocare il gioco della paura, osservare il retro delle cose, le strade non segnate sulle mappe, apprezzare i labirinti sulle carte assorbenti o i disegni tracciati sul retro del foglio di cucito. Perdersi significa ritrovare il cuore delle città nei cimiteri di automobili e sulle vecchie insegne sui negozi , scoprire gli angoli che nessuno ha mai visto, i margini, i bordi, i recessi, le rovine. Solo l’esperienza dello smarrimento dà senso alle mappe, solo il desiderio di trovare una via d’uscita rende sensati i punti di riferimento. È chiaro nelle parole che Emilio pronuncia dopo avere ritrovato la strada che il precettore ha finto di perdere, e averlo fatto con l’aiuto delle cognizioni astronomiche imparate il giorno precedente: “’andiamo a colazione, andiamo a desinare, corriamo in fretta. L’astronomia serve a qualcosa.’ Badate che, se non dice quest’ultima frase, la pensa (…) ora siate certi che non dimenticherà per tutta la vita la lezione di quel giorno; mentre, se mi fossi limitato a fargli supporre tutto questo nella sua camera, il mio discorso sarebbe stato dimenticato fin dal giorno dopo”[4].
Ma forse le mappe hanno anche in sé una presunzione: quella di poter schematizzare tutto il reale, di poter disegnare i confini dell’universo e anche quello che c’è al di là di essi. Per questo occorre invece valorizzare i buchi nelle mappe, gli spazi bianchi, il non-detto, il non-disegnato e il non-disegnabile: se possiamo pensare di qualcosa ancora più perturbante di un’educazione nichilista è un’educazione totalizzante che pretende di dire tutte le verità, di mappare tutti i territori e di racchiudere l’esistenza all’interno di coordinate cartesiane.
Occorre allora guidare a disegnare mappe ma soprattutto a sporgersi dalle mappe, come nella bellissima immagine di una mappa medievale al bordo della quale un uomo si sporge con curiosità oltre il margine, per cercare di vedere o di intuire cosa c’è al di là.
E oltre le mappe c’è la vita, la natura, il selvaggio, la wilderness. La selvaticità sussiste ai margini dell’educazione e della pedagogia come certe terre inesplorate ai tempi delle antiche carte geografiche; oggi come allora, per fortuna, hic sunt leones: e soprattutto, qui, in questo spazio lasciato libero dal potere dell’educazione e dal dominio dei pedagogisti, stanno oggi come allora le innumerevoli splendide creature libere dall’oppressione umana, libere dagli umani progetti di assoggettamento; le montagne e i fiumi, gli animali e le piante, le terre e le lune che:

Hanno l’impercettibile sussurro
non fanno più rumore
del crescere dell’erba
muta dove non passa l’uomo[5]

NOTE

[1] Charles Baudelaire, Il viaggio in Opere, Milano, Mondadori, 1996, pag. 263.
[2] Theodor W. Adorno, Minima Moralia. Meditazioni della vita offesa, Torino, Einaudi, 1979, pag. 32.
[3] Walter Benjamin, Infanzia berlinese, Torino, Einaudi, 1973, pag. 9.
[4] Jean Jacques Rousseau, Emilio, o dell’educazione, Brescia La Scuola, 1965, pag. 223.
[5] Salvatore Quasimodo, Non gridate più.