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La pastorale giovanile

italiana

tra memoria e profezia

Qualche nota suggerita da Riccardo Tonelli


Uno sguardo “disincantato” al cammino di questi anni

È fuori discussione l’influsso del Concilio anche sul rinnovamento della pastorale giovanile italiana.
Non si può però generalizzare né restare sul vago.
Da una parte, infatti, il Concilio non ha detto nulla di speciale sulla pastorale giovanile (pur essendo un grande concilio “pastorale”). Dall’altra però ha posto premesse importantissime (come provocazioni e come contributi) per il rinnovamento pastorale in genere e per dare una collocazione specifica alla pastorale giovanile. Esse sono sul piano della “mentalità”.
Spesso il conflitto tra chi voleva innovare e coloro che preferivano restare saldi sulle scelte precedenti… avveniva nel nome del Concilio anche se non era facile trovare citazioni che dessero ragioni all’una o all’altra parte. Lo scontro era proprio di “mentalità”.
Su questo cambio di mentalità è possibile tentare uno sguardo “disincantato” al cammino di questi anni.
L’operazione non è certo né facile né indolore. L’abbiamo vissuto spesso in prima persona ed è faticoso prendere le distanze quel tanto che basta per farne una lettura attenta e critica.
Inoltre si intersecano tantissime componenti. Quelle che a me sembrano un contributo prezioso ad altri appaiono pericolose involuzioni… e viceversa.
Ci provo… per introdurre una ricerca che dovrà continuare.
I “fatti” elencati non sono poi tutti sullo stesso piano.

La scoperta dell’educazione: i giovani da problema a risorsa impegnativa

La comunità ecclesiale ha vissuto sempre un rapporto privilegiato con l’educazione. Lo faceva all’interno del modello antropologico più tradizionale, con la fiducia derivata dal consenso diffuso e dai risultati conseguiti.
Per esempio:
- la funzione propositiva e autorevole degli adulti
- la fiducia verso strutture educative, cariche di capacità aggregativa e protettiva
- la sicurezza verso la meta del processo
- una certa soffusa strumentalizzazione dei processi educativi in ordine alla educazione alla fede.
In questa prospettiva i giovani venivano facilmente considerati come un “problema” da affrontare e risolvere, orientandoli nella direzione delle risposte.
L’intreccio tra cambi culturali e orientamenti teologici e pastorali proposti dal Concilio, ha messo in crisi questi modelli.
Gli esiti:
- la crisi di molti adulti
- un atteggiamento nuovo verso l’educazione: la fiducia nel rispetto della sua autonomia (con conseguente ricerca e invenzione di modalità pastorali coerenti…), il rifiuto della sua funzione in ordine ai processi di educazione alla fede (la pressione della teologia “dialettica” anche circa il significato delle strutture più tradizionali…), la riduzione di ogni processo pastorale ad una buona e seria educazione
- la progressiva invenzione e sperimentazione di modalità educative nuove: l’animazione
- la grande fiducia sulla vita quotidiana che ha introdotto la categoria della “risorsa” (per sostituire quella contestata di “problema”).

Un nuovo rapporto tra fede e ragione

I decenni del dopoconcilio sono caratterizzati da una profonda e diffusa crisi sulle funzioni che generalmente erano attribuite alla ragione e alla razionalità. Non sono stati sufficienti gli interventi autorevoli del magistero (Fides et ratio) per ridimensionare questa crisi.
Sappiamo che… quando la ragione divaga, anche la religione ne soffre.
Notevoli i riflessi nell’ambito della pastorale giovanile:
- una forte tendenza alla soggettivizzazione e all’esperienzialismo anche in ordine al vissuto religioso
- la crisi di fondazione e di consapevolezza riflessa sul significato, il contenuto, la prospettiva dell’esperienza cristiana
- il presentismo esasperato, che ignora il passato e guarda con incertezza verso il futuro
- l’incapacità di riconoscere il significato pieno delle grandi tradizioni cristiane che fanno da sostegno alla vita cristiana (bibbia, liturgia, teologia…).

La ricerca di nuovi modelli di appartenenza ecclesiale

Il Concilio ha proposto una nuova affascinante figura di Chiesa, decentrata rispetto a pretese normative, verificata sulla condivisione della causa di Gesù, aperta verso una corresponsabilità anche pratica.
La proposta è caduta però in un terreno specialissimo:
- soprattutto a livello dei giovani e degli educatori più attenti ha suscitato entusiasmo e voglia di sperimentare
- molti responsabili hanno prodotto resistenze, interpretazioni restrittive, tentativi di involuzione…
- l’entroterra culturale tipico della stagione che si stava vivendo, non ha favorito l’interiorizzazione pacata delle prospettiva… esacerbando le linee concrete di soluzione
- non era né diffuso né consolidato un modello formativo adeguato per sostenere e portare a maturazione l’entusiasmo.
Le conseguenze sono per lo meno ambivalenti: segnate da forti linee innovative ma con rischi involutivi forti. Per esempio:
- a proposito di appartenenza ecclesiale
- a proposito di esperienza etica
- a proposito di capacità decisionale sulle scelte di fondo della vita (vita matrimoniale, vita sacerdotale e religiosa…).

La stagione delle grandi “separazioni”

Il tempo del dopoconcilio si è caratterizzato dalla “separazione” tra modalità di vita e di orientamenti che erano rimasti per tanto tempo profondamente integrate… fino al punto che era possibile identificare il dissenso proprio sul tentativo di rompere la naturale integrazione.
Questo ha portato alla necessità di immaginare relazioni nuove… con tutte le qualità degli “stati nascenti”.
Per esempio
- Fede - religione
- Fede cristiana – militanza politica
- Impegno sociale – impegno politico
- Appartenenza – riferimento

Una domanda inquietante: ha senso la pastorale giovanile?

Prima del Concilio, la pastorale giovanile (non si chiamava ancora così…) era un impegno pacifico nella comunità ecclesiale, anche se era riservato ad alcune strutture specializzato (azione cattolica, oratori, congregazioni religiose, scuole cattoliche…), affidato in genere ai sacerdoti giovani (nell’attesa di essere pronti per nuovi e più seri incarichi), con “delega” formale della comunità ecclesiale (pronta, al limite, a lamentarsi quando emergevano problemi).
Il Concilio ha immesso orientamenti nuovi:
- centralità della comunità ecclesiale, da caricare delle sue responsabilità “non delegabili”
- funzione insostituibile degli adulti e delle famiglie (anche se in crisi…)
- superamento delle pastorali del genitivo, per ritrovare la costitutiva unità della pastorale
- centralità dell’azione evangelizzatrice, non riducibile ad alcuni facili surrogati.
Essi hanno segnato la qualità della pastorale giovanile, frammentando il suo significato in direzioni diverse e non conciliabili:
- una riscoperta forte della pastorale giovanile, come azione della comunità ecclesiale nell’unica pastorale “in situazione giovanile”
- il rifiuto teorico di una pastorale giovanile specializzata, per evitare di giustificare deleghe e/o per superare le tentazioni giovanilistiche (emergenti nella cultura)
- il rifiuto pratico di una pastorale giovanile specializzata per affermare la centralità della pastorale di comunità (adulti…) o della famiglia…)
- la riduzione della pastorale giovanile all’azione della comunità ecclesiale verso i giovani più disponibili (con alto profilo di proposte).

Oggi e domani: qualche suggerimenti di prospettiva

Ciascuno di noi ha i suoi sogni: facciamo memoria per sognare in modo realistico, ma non ci lasciamo imprigionare dall’esistente, per ritrovare il coraggio di guardare in avanti senza rassegnazione.
Per questo, ancorati alla realtà, immaginiamo alcune linee di prospettiva cercando di cogliere le preoccupazioni più vere e le linee di intervento più efficaci.
Non ci piace essere come quel personaggio strano che… invitato a precipitarsi in una scialuppa di salvataggio si preoccupa di verificare fino a che punto la cravatta che ha indossato va d’accordo con il colore della giacca.
Questa impresa è affidata al lavoro di gruppo… per assicurare meglio concretezza e realismo.
Io suggerisco alcuni temi prioritari e uno stile globale di ricerca e di progettazione.

I temi

Si possono fare lunghi elenchi di temi e quando si è finalmente giunti ad un quadro che può apparire preciso, qualcuno ricorda che manca ancora qualcosa.
Una via di soluzione, per non restare prigionieri della complessità: individuare temi “generatori”.
Io immagino i seguenti “nodi” attorno cui mi piacerebbe ripensare la pastorale giovanile oggi e impegnare le comunità ecclesiali:
- Ridefinire la figura di giovane cristiano
- L’appartenenza alla Chiesa e le sue conseguenze pratiche
- Ripensare la dimensione “missionaria”
- La santità… anche in questo tempo?
- La grande sfida: narrare la speranza

Ridefinire la figura di giovane cristiano

Possiamo pensare ad una ricostruzione dell’esperienza cristiana “dal frammento” proprio nella stessa comprensione della figura ideale di giovane cristiano?
Molti temi convergono su questa frontiera:
- Il diritto a riconoscere l’essere giovane (nelle modalità che lo caratterizzano) come una “qualità di vita” e non come un tempo di attesa o di conclusione (dalla giovinezza all’età adulta). Va presa sul serio l’istanza diffusa oggi sul “diritto alla giovinezza”, per ripensare un ritratto di giovane cristiano “giovane oggi”.
- La capacità di riconoscere l’esistenza cristiana come un processo di crescita (a tutti i livelli) e non come ad un dato di cui verificare presenza o assenza (o le percentuali di presenza o assenza). Ciò che va verificato e coltivato è l’orientamento di fondo, per valutare… di quale seme si tratta e la disponibilità a crescere…
- Un saggio processo di inculturazione della fede e della sua espressione etica che permetta seriamente di restare di questo tempo (senza nostalgie dei tempi passati o futuri…), ridefinendo i grandi orientamenti di vita dei discepoli di Gesù di altre stagioni culturali.
- La riscoperta seria e disponibile della profezia del Vangelo… per non ridurre il confronto con la cultura ad un’operazione di buon senso e di aggiustamenti che svuotano l’esigenza della radicalità
La sintesi delle esigenze appena ricordate, sottolinea che la questione dell’esito della vita cristiana è in ultima analisi una questione di “qualità di vita”, risignificata dall’incontro personale e appassionato con Gesù, il Signore della vita e il fondamento della speranza.
I primi passi della comunità dei discepoli del Crocifisso risorto erano segnati da una decisa reattività nei confronti della cultura dominante, come testimoniano gli scritti apostolici: la coscienza di essere minorità profetica e contrastata ha prodotto il coraggio di esperienze nuove e innovative, nel nome della radicalità evangelica. Poi, un poco alla volta, i modelli culturali sono cambiati e la minoranza ha preso consistenza e potere… e l’esperienza cristiana ha rappresentato lo stile dominante di vita, accogliendo quegli adattamenti che permettevano di restare dalla parte di chi dirigeva il ritmo di sviluppo della società. Oggi gli adattamenti culturali si sono succeduti e consolidati, ridisegnando uno stile di esistenza quotidiana che sembra davvero tanto lontano da quello evangelico.
Per riaffermare il significato e la concretezza dell’esperienza cristiana diventa urgente produrre uno stile di vita diverso da quello che sembra pacifico e consolidato. Ne siamo tanto consapevoli che non riusciamo a liberarci dall’impressione che le celebrazioni della fede restino un vuoto rincorrersi di espressioni rituali, quando non hanno a monte una esistenza diversa e originale.

L’appartenenza alla Chiesa e le sue conseguenze pratiche

È fuori dubbio lo stretto rapporto che lega vita cristiana ad appartenenza ecclesiale, anche nelle sue modalità concrete.
Spesso però la figura di appartenenza (ricercata o su cui si fa valutazione) è quella del passato. La novità del Concilio ha rimasta a livello di percezione teorica (con nostalgie…). Diventa urgente portarla a vissuto, almeno in via sperimentale.
Queste mi sembrano le frontiere più urgenti:
- Riscrivere la figura di appartenenza, per superare le immagini impraticabili (perché legate ad altri contesti) e per recuperare quelle dimensioni di libertà, responsabilità, personalizzazione… che sono oggi dimensioni irrinunciabili di autenticità. A questo livello va ripensato il significato di alcuni atteggiamenti in cui la figura di appartenenza ecclesiale era espressa dentro modelli culturali superati: obbedienza, senso della rinuncia, rispetto verso l’autorità, sacralizzazione dell’autorità…
- Dire, in espressione personale, la fede della Chiesa (in prospettiva diacronica e sincronica). Dire i contenuti oggettivi della fede significa riprodurre una registrazione che deve essere perfetta (a costo di far rivedere gli strumenti…) o dire questi contenuti in una progressione personale che sa misurarsi con questa verità… senza pretendere di adeguarla e senza soggettivizzarla?
- L’appartenenza richiede luoghi dove fare esperienza di appartenenza. L’ambito è aperto… e richiede un grosso lavoro di comprensione teorica e di sperimentazione pratica. Sembra conclusa la fase in cui il gruppo ecclesiale rappresentava il luogo dell’esperienza di appartenenza ecclesiale. Resistono alcuni movimenti… forse perché riducono l’appartenenza ecclesiale all’appartenenza al movimento stesso. Non basta in una stagione come è la nostra il riferimento personale. Quali alternative?
- Mi sembra importante e urgente ripensare le strategie di iniziazione cristiana. L’urgenza è fuori discussione: cambia l’esito del processo e sono in crisi i meccanismi ufficiali di trasmissione. Che si fa? Ci sono proposte ed esperienze. Credo sia urgente sperimentare e più urgente ancora verificare queste esperienze non sulla misura del passato (… nei primi tempi si faceva così…), ma di una coraggiosa prospettiva di futuro (in una fedeltà innovativa). La figura del “laboratorio della fede” mi pare interessante.
- Un luogo “caldo” di appartenenza ecclesiale è il rapporto tra vita di fede e vita etica.

Ripensare la dimensione “missionaria”

La Chiesa del dopoconcilio ha ripensato la sua costitutiva dimensione missionaria. Qualche volta se ne è smarrito senso e urgenza.
La sfida è sulla riscoperta, anche a livello giovanile, in autenticità.
Veniamo da un mondo dove dominava una intenzione diversa da quella indicata. Il cambio di intenzione produce la necessità di procedere ad un cambio di prospettiva.
Faccio qualche esempio. Chi mette il servizio della vita e della speranza al centro della sua passione “missionaria”:
- Ripensa l’urgenza dell’annuncio di Gesù e della sua esperienza: è fortemente inquietato delle tante situazioni di morte che incontra e della diffusa crisi di speranza e riscopre la necessità di “evangelizzare” per consolidare la vita e la speranza.
- Non riesce più a dividere in “vicini” e “lontani”, perché utilizza come riferimento la vita e la speranza. Questa constatazione riguarda tutta l’esistenza delle persone concrete che incontra… e si traduce, per esempio, in una valutazione diversa sulle attese e sulle domande dei giovani.
- Riscopre, in ultima analisi, che il problema da affrontare e risolvere è davvero comune a tutti: la vita, il suo senso, la speranza e la sua affidabilità.
- Ripensa in questa prospettiva anche l’urgenza di sperimentare un rinnovato impegno sociale e politico. Viene superata la strumentalizzazione o la divisione di ambiti per recuperare la qualità: possiamo parlare di Gesù, Signore della vita, solo restituendo vita (e possibilità concreta) a chi ne è privo.

La santità… anche in questo tempo?

L’invito alla santità che il Papa lancia continuamente e con forza ai giovani, va preso sul serio e non può essere tradotto in spiritualità e santità non del nuovo millennio.
Il lavoro potrebbe articolarsi su queste direzioni di ricerca:
- Il quadro teologico di riferimento, quel modo di impostare la propria esistenza che da sempre i credenti hanno chiamato “spiritualità”, per ricordare che la vita nuova è sempre vita nello Spirito.
- Un confronto coraggioso con i modelli culturali dominanti per costruire una qualità di vita che sia dentro l’oggi e radicata nel vissuto che il Vangelo ci testimonia e che tanti discepoli di Gesù hanno vissuto con il coraggio di una radicalità che lascia stupiti. In concreto, si tratta di individuare tratti concreti di qualità di vita, verso cui sollecitare i giovani, che siano fedeli al Vangelo e profondamente inseriti (anche in modo critico) nella cultura attuale.
- La riformulazione della prospettiva vocazionale, per indicare dove e come il cristiano è chiamato a giocare la propria esperienza quotidiana di vita.
- La riformulazione del significato e dell’ambito di una formulazione dell’esperienza di fede in una matura esperienza etica.
- L’elaborazione e la sperimentazione di modelli di preghiera, celebrazioni, vita sacramentale e liturgica… coerenti con il nuovo orizzonte teologico elaborato.
- Infine l’impegno di costruire un nuovo “martirologio”, con rilancio di figure  carismatiche attuali.

La grande sfida: narrare la speranza

Narrare la speranza… è una urgenza “difficile” e impegnativa (per non fare parole vuote o per non diventare cercatori di proseliti… in una situazione in cui tutti cercano disperatamente ragioni per sperare…).
In concreto:
- Se l’unico nome che dà vita è il Signore Gesù, non possiamo parlare di speranza senza continuare l’esperienza dei suoi discepoli, impegnati a portare in giro per il mondo la “bella notizia”, producendo fatti di speranza (basta rileggere gli “Atti”: la prima comunità, Pietro e lo zoppo, lo stile di Paolo…).
- Attenzione ad un modo di parlare di speranza
- che eviti la “risposta facile” (di cui siamo… maestri)
- e che superi la vecchia logica “è vero à dunque ti deve interessare à se accoglie la proposta, scoprirai quanto è bello…”, per realizzare quella nuova: “è bello à dunque mi interessa à vediamo… se anche vero à per me sta bene”.
- Le nostre parole di speranza vanno misurate violentemente con i fatti di disperazione che quotidianamente constatiamo. Narrare la speranza significa produrre fatti di speranza: una ricostruzione dell’accoglienza e dell’esperienza del “mistero”, accettando il ritmo del tempo del mistero… tanto diverso dal “subito” del presentismo attuale, la gratuità, il perdono…
- Un modello concreto per narrare la speranza è la “narrazione del Vangelo della speranza”, in uno stile comunicativo che corrisponda al messaggio che vogliamo comunicare. Diventa urgente imparare la lingua che rispetta il mistero ed elaborare i modelli comunicativi adeguati.
A questo livello colloco una questione che valuto impegnativa e di difficile soluzione: la catechesi ai giovani.
Tre problemi si intrecciano:
- i luoghi dove realizzare l’azione di approfondimento della fede (= dove fare catechesi nella comunità ecclesiale): i luoghi tradizionali sono entrati in crisi… ma non possiamo rassegnarci a rinunciare a spazi di approfondimento serio della fede e dei suoi contenuti;
- la riformulazione dei contenuti della fede, per restituire ad essi la funzione di “bella notizia” (di speranza per e nella vita quotidiana). Molti degli strumenti che possediamo privilegiano la sistematicità e l’ortodossia dottrinale… ma questo pone problemi in una stagione in cui sono profondamente cambiati i riferimenti culturali che hanno orientato sistematicità e ortodossia. Come reazione… non mancano documenti ed esperienze eccessivamente giocati all’insegna della frammentazione e della soggettivizzazione;
- un linguaggio adeguato… e non è solo questione di strumento… perché il linguaggio è già contenuto. Possiamo tentare comunicazioni della fede in… “amorese”?

Progetti formativi concreti

Lo sviluppo dei temi suggeriti va elaborato con una attenzione speciale… per non cercare soluzioni nella stessa logica globale che ha scatenato la crisi.
Due preoccupazioni globali dovrebbero caratterizzare, secondo me, la ricerca di prospettive concrete di intervento.

Individuare le ragioni della crisi

In una stagione di crisi come è quella che stiamo vivendo, da molte parti la soluzione viene invocata nelle maniere forti, sicure, stabilizzate… Non mi piace la situazione di eccessiva frammentazione, a livello personale (per riuscire ad adattarsi tranquillamente alle differenti situazioni) e sociale. Ma non credo che la via di uscita possa essere trovata in questa prospettiva.
Condivido la valutazione di P. Valadier, offerta in un testo che meriterebbe una lettura attenta e convinta: “Si può dire, come fanno oggi certi conservatori, che la fede si è persa perché la catechesi non è stata sufficientemente sicura e non ha saputo trasmettere la totalità del messaggio cristiano. Per me è una valutazione superficiale, che testimonia una incapacità a cogliere le dinamiche del nostro tempo e i movimenti di fondo dell’epoca moderna. Questi conservatori si sbagliano di prospettiva: essi accusano la Chiesa mentre essa, in questa faccenda, è soprattutto vittima” (Chrétiens, tournez la page, Bayard Editions, Paris 2002).
Mi sembra urgente ritrovare un superamento della frammentazione, accogliendo la logica che l’ha generata e modificandola dall’interno: un piccolo seme che progressivamente diventa albero grande.
Questo seme è il senso della vita in chiave di speranza.
Attorno a questo nodo possono convenire tutti (giovani e adulti, responsabili e corresponsabili, a partire da esperienze, fedi, prospettive diverse…): è problema “vero”, problema di tutti, la cui soluzione va cercata mettendo in condivisione la ricchezza e l’esperienza di ciascuno.
Qui secondo me si gioca il futuro.

Prevedere linee di soluzione, privilegiando le strategie sui progetti

La seconda preoccupazione riguarda l’articolazione degli interventi necessari per elaborare la crisi.
La frammentazione e la complessificazione investe e attraversa soprattutto i giovani più attenti all’oggi e più inseriti nelle sue dinamiche. Scegliere modelli operativi forti e organici (i “progetti”) può far correre il rischio di reagire ad alcuni limiti innegabili, attivando procedure che taglieranno fuori i più deboli, quelli che di fatto sono maggiormente sensibili alle logiche e alla cultura dominante. Anche questo è un modo di fare discriminazione.
L’alternativa è quella di elaborare prospettive di futuro mediante “strategie” (= indicazioni di priorità e di sequenze), che possono aprire verso operazioni differenziate.
Dove sta la differenza? Non è solo un gioco di parole o il cedimento a quella triste abitudine di inventare ogni giorno una parola nuova…
Nel progetto tutto è stabilito in partenza (obiettivo e metodo), con la possibilità di assicurare una buona verifica, misurando l’esito raggiunto su quello che era stato previsto. La categoria dominante è quella della coerenza.
Nella strategia, invece, il già consolidato e le ipotesi di partenza sono considerate preziose… ma non rappresentano il dato sicuro e il riferimento per la coerenza. L’elemento qualificante è offerto dall’attenzione all’oggi e al presente (in chiave educativa… perché non è mai rassegnazione…) e dalla capacità di inventare e di scommettere su direzioni di futuro.

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