5. Questa è la fede

dei cristiani

Riccardo Tonelli


La fede: uno sguardo dal profondo

L’avevo promesso nell’articolo precedente, e ora mantengo la parola.
Avevo lasciato in sospeso una domanda fondamentale: che cosa è quella “fede” che Gesù ci indica come indispensabile per aiutare a vivere?
Di risposte ce ne sono tante. Alcune sono belle e simpatiche. Altre invece funzionano poco: risentono di esperienze religiose strane o vengono giustificate da modelli culturali piuttosto ideologici.
Per dare la mia risposta, mi piace pensare a quella che considero la più bella e concreta definizione di fede. Ce la propone un capitolo della Lettera che un autore del Nuovo Testamento ha indirizzato agli Ebrei. Non sappiamo bene se si tratta di San Paolo o di un suo discepolo o di un altro cristiano della prima comunità apostolica. Senza preoccuparci troppo dell’autore, resta il fatto che la Chiesa riconosce questo documento come parte del Nuovo Testamento.
L’autore della lettera agli Ebrei definisce la fede così: «La fede è un modo di possedere già le cose che si sperano, di conoscere già le cose che non si vedono» (Eb. 11, 1).
Sembra tutto risolto: vedere il mistero nel profondo della realtà per trovare ragioni sufficienti alla speranza. Ma alle persone serie affiora facile un dubbio: sarà poi vero? Quando le parole riguardano la vita, non sono mai chiare e convincenti a sufficienza e lasciano sempre una punta di amarezza in gola.
Anche il nostro autore si è posto l’interrogativo. Per questo, dopo aver dato una sua definizione di fede, la commenta e la concretizza, raccontando la storia di personaggi famosi che hanno vissuto in questa prospettiva.
Dobbiamo quindi continuare la lettura di tutto il capitolo 11 della Lettera agli Ebrei. Lì si continua a parlare della fede, trascinando la definizione teorica nel racconto della storia di personaggi che i lettori del documento conoscevano molto bene.
Ci sono gli uomini che consegnano tutta la loro esistenza alla Parola che Dio loro rivolge, fino a compiere gesti impensabili e inediti. Significativo è l'esempio di Abramo. Aveva ardentemente desiderato un figlio. L'aveva sognato sulla promessa di Dio. Ora accetta di sacrificarlo sulla parola esigente del suo Dio. Nella sua fede, forte come la roccia, diventa padre di una moltitudine di gente.
Ci sono poi personaggi e situazioni dal sapore molto più quotidiano. Dice, per esempio, l'autore della Lettera agli Ebrei che per fede la mamma di Mosè decide di non obbedire alla parola del tiranno che le chiedeva di uccidere il bambino. Il suo gesto "normale" di mamma affettuosa e coraggiosa viene interpretato come grande ge­sto di fede.
Sono citate anche situazioni abbastanza strane: a partire dalle "cose che non si vedono", diventano gesto di fede anche l'intrigo con cui Giacobbe ruba la primogenitura ad Esaù e l'ospitalità che la prostituta Raab offre agli esploratori ebrei.

La fede: scavare pozzi di Meghiddo

Questa passerella di personaggi e soprattutto l’interpretazione delle loro vicende, ci fa pensare e ci aiuta a comprendere cosa sia in concreto la fede che fa vivere e dà speranza.
L’autore ha fatto un’operazione decisiva. Ha preso dei fatti che tutti conoscevano e li ha riletti a partire da qualche realtà, sprofondata nei fatti narrati, che nessuna conosceva a prima vista, ma che rappresentava il volto e la dimensione autentica dei quei fatti. Ha letto la realtà da quello che non si vede, per scoprire la dimensione più autentica di quello che si vede.
Ha fatto una “lettura di fede”. La fede è dunque la capacità di leggere la realtà a partire da quello che non si vede.

La storia di Meghiddo
Provo ad approfondire la cosa, facendo un esempio: cito un fatto e passo poi al significato che ho intenzione di attribuire ad esso a proposito della fede.
Il richiamato a Meghiddo sembra strano. Ma mi spiego subito.
Meghiddo è una città antichissima. Oggi è solo una collina di macerie, bruciata dal sole caldo della terra di Israele, circondata da campi di cotone. Diecimila anni prima della nascita di Gesù era invece una grande città, fortificata da mura potenti.
La sua posizione è strategica. Si trova infatti al centro di una vallata, che rappresenta il percorso obbligato per chi dal Nord vuole scendere al Sud e viceversa. Adesso la terra di Israele è attraversata da molte alte strade e ci si muove senza eccessivi problemi. Un tempo, invece, quella vallata era l’unica strada praticabile.
Capitava spesso, in quei secoli di guerre continue e feroci, che gli eserciti dell’Assiria tentassero di invadere l’Egitto: dal Nord scendevano verso Sud. Altre volte, l’Egitto cercava di invadere l’Assiria e così l’impresa di conquista cambiava direzione. Al centro c’era sempre la città di Meghiddo. Bisognava distruggerla per poter passare.
Meghiddo è stata distrutta e ricostruita tantissime volte, dal secolo decimo prima di Gesù fino al tempo dei romani, un centinaio di anni dopo Gesù.
Poi, un poco alla volta, di Meghiddo si è perso persino il ricordo, coperte le sue rovine dalla polvere del deserto e dalle coltivazioni di cotone.
Una trentina di anni fa, gli archeologi hanno deciso di riportare in luce Meghiddo. Le poche indicazioni contenute nei documenti della storia hanno permesso di arrivare facilmente alla collina che spuntava improvvisa nella valle. Per riportare alla luce l’antica città, hanno incominciato a scavare la collina misteriosa, dall’alto verso il basso. Si sono imbattuti subito con ruderi preziosi… e con un problema inquietante. Se scavavano dagli strati più recenti (quelli in alto) verso gli strati più antichi (quelli in basso) distruggevano tutto. Meghiddo spariva per lasciare posto solo ad una raccolta di cocci e di pietre, pronti per un bel museo.
Hanno trovato una soluzione intelligente: scavare un pozzo, largo a sufficienza, per penetrare dal livello più alto fino al cuore della collina di ruderi.
Scavando il pozzo, si sono imbattuti in grosse pietre dell’età crociata, poi in costruzioni romaniche, poi… giù giù fino ai Fenici, agli Assiri, agli antichi popoli del Mediterraneo, ai famosi abitanti dell’Egitto dei Faraoni.
Un po’ alla volta, mentre lo scavo del pozzo di Meghiddo proseguiva verso il cuore della collina, gli archeologi sono riusciti a ricostruire la storia della città fortificata, distrutta ad ogni guerra e riedificata dal vincitore.
Ad un certo punto, nello scavo del pozzo, sono arrivati alla roccia su cui la città è stata fondata. Avevano finalmente toccato il fondo della loro ricerca. Sapevano tutto di Meghiddo.
Oggi, grazie al pozzo, resta la collina con il fascino dei suoi ruderi antichissimi; ma è possibile dare uno sguardo restrospettivo, strato dopo strato, alla storia millenaria di Meghiddo. Sappiamo tutto di una delle città più antiche del mondo.

Cosa c’entra la fede?
Questa è la storia del pozzo di Meghiddo.
Cosa c’entra con la fede?
La fede è vedere il visibile dalla prospettiva del mistero che si porta dentro. I turisti, che arrivano nella valle assolata d’Israele, vedono una collina. Non si scoraggiano: tanta strada per arrivare ad una collina come tante altre… Il pozzo svela i segreti di Meghiddo: strato dopo strato, la collina diventa una raccolta di frammenti di storia, che coinvolge migliaia di anni e eserciti in battaglia.
Possiamo dire qualcosa sulla collina di Meghiddo, solo se percorriamo all’ingiù lo scavo del pozzo.
La nostra vita è come la collina di Meghiddo. Viviamo di fede quando riusciamo a scavarci un pozzo dentro e la comprendiamo alla luce del mistero scoperto. Quello che scopriamo quando riusciamo a penetrare gli eventi misteriosi che affiorano al livello della roccia di fondazione, diventa decisivo per conoscere e vivere la nostra quotidiana esistenza.
Propongo di pensarci un poco con la calma necessaria. La faccenda è troppo sera e impegnativa, per sbrigarla con una battuta.
Tre questioni ritornano con forza: l’impegno di scavare dentro, gli strumenti di lettura, il mistero che incontriamo quando arriviamo alla roccia su cui la nostra città è fondata.

La fede ci restituisce la realtà in verità

Ho raccontato come immagino una vita nella fede attraverso una storia, tra la cronaca e la fantasia: il “pozzo di Meghiddo”. Vivere nella fede è scavare ogni giorno nella nostra vita una specie di pozzo di Meghiddo.
Scava e scava… cosa ci trovo in fondo al pozzo?
Certo, la risposta se la deve dare ciascuno per conto proprio. C’è un “però” importante, da non dimenticare mai, anche quando avvertiamo tutta la responsabilità di affrontare da soli i problemi seri che riguardano la nostra esistenza personale: siamo un grande popolo che cammina… chi ha scoperto un pezzo di strada, la condivide con gioia con gli altri.
Per questo, possiamo girare a qualche amico la domanda “Cosa c’è in fondo al pozzo della nostra vita?”. La storia della vita di fede, infatti, non incomincia oggi. Molti nostri amici hanno già percorso l’affascinante avventura di scavare pozzi nella loro vita quotidiana. Possono quindi suggerirci una prima risposta alla domanda.
Cosa c’è, allora, in fondo al pozzo?

Un modello di lettura
Incomincio suggerendo un modello di lettura e indicando gli strumenti di cui possiamo servirci.
Penso ancora alla metafora del pozzo di Meghiddo e all’impresa degli archeologi, impegnati, attraverso gli scavi, a ricostruire gli strati successivi della grande città, distrutta e ricostruita tante volte.
Scavano con molta cautela e si impegnano in prima persona in un lavoro che non possono di certo affidare al primo venuto o al macchine potenti che smuovono montagne di terra. Raccolgono poi tutto quello che trovano e lo studiano. Quello che per chi non è del mestiere risulta solo un coccio di un vaso vecchio spezzato da qualche distratto… per loro è una scoperta entusiasmante… quella pietra cui nessuno darebbe due soldi, un sasso come tanti altri, viene schedano come un reperto prezioso.
Man mano che lo scavo si approfondisce, le cure si fanno più intense e la schedatura più raffinata.
Alla fine invocano l’aiuto di uno specialista di fama mondiale. Dove essi erano rimasti senza parole, lo specialista suggerisce informazioni affascinanti.
Così è della nostra vita.
Per scavarci dentro, ci vuole attenzione, passione e competenza.
Ogni livello di lettura ha i suoi strumenti.
Il primo livello si serve di tutto quello che l'uomo è riuscito ad elaborare mettendo a frutto la sua intelligenza e la sua fan­tasia. Informazioni adeguate, analisi e confronti, la parola dei competenti ci aiutano a decifrare quello che sta un po’ più sotto di quanto si può osservare a prima vista. Un poco alla volta, conosciamo il nome delle cose e la trama complessa degli avvenimenti.
Abbiamo raggiunto un primo livello di conoscenza. Anche la fede ne ha bisogno… non è certo né bello né tanto meno rispettoso della nostra responsabilità, tentare di arrivare subito al dunque, senza far prima la fatica di camminare in compagnia di tutti coloro che hanno informazioni preziose da condividere con noi per scoprire il senso della nostra esistenza.
Raggiunto questo primo livello di conoscenze, incomincia il bello dell’avventura. Diventa urgente procedere oltre, alla scoperta delle ragioni e del fondamento di tutto questo. Il primo livello ci conduce ad un secondo livello: bussiamo finalmente alla porta del mistero che avvolge la nostra vita.

Gli strumenti
Quali sono gli strumenti per il secondo livello di lettura?
I credenti indicano nella Parola di Dio, scritta e vissuta nella Chiesa, l'unico strumento utilizzabile per accedere al mistero.
Bisogna stare attenti: non solo è diverso lo strumento; è profon­damente differente anche il modo di utilizzazione.
La Parola di Dio è già una esperienza di fede: una lettura, cre­dente e confessante, della realtà. Per l'autorevolezza del suo protagonista e per una presenza specialissima dello Spirito, que­sta "interpretazione" può "interpretare" in modo normativo la no­stra comprensione della realtà dalla parte del suo mistero.
Al primo livello, in cui ogni uomo è sollecitato ad utilizzare saggiamente il frutto della sua ricerca e i contributi delle dif­ferenti scienze, la Parola di Dio non ha proprio nulla di specia­le da suggerire. Anzi il credente si rende sempre più conto di quanto sia importante utilizzare queste strumentazioni anche per decifrare correttamente quello che essa ci dice di proprio e di specifico. Si tratta cioè di leggere bene, secondo i diversi ge­neri letterari, mettendo correttamente in contesto il documento, interpretando esattamente quello che l'autore ci vuole dire... per poter raccogliere, all'interno di queste parole umane, il progetto di Dio sulla nostra vita e sulla nostra storia.
Anche questo è un modo serio di vivere di fede. Ci libera dalla tentazione, sempre in agguato, di utilizzare la fede come una ideologia a cui ricorrere per risolvere i conflitti sociali o da quella ancora peggiore di catturare la forza inquietante del van­gelo per darci ragione.
Ma c'è di più.
Anche nel contributo che le è specifico, non possiamo utilizzare la Parola di Dio come fosse un dato della scienza, tutto dimo­strabile e da cui derivare conclusioni sicure e rassicuranti. Guida e ispira la nostra ricerca, orienta le nostre decisioni, giudica le nostre esperienze, mettendo sempre in primo piano la ricerca, la decisione, l'esperienza dell'uomo. Essa infatti resta "parola d'uomo": parola di Dio pronunciata dentro le povere paro­le dell'uomo. È parola che cerca la libertà dell'uomo e la sua responsabilità. La sorregge contro l'incertezza e il tradimento; la esige contro il facile disimpegno.

Cosa c’è nel profondo?
La lettura sapiente ci ha permesso di arrivare nel profondo delle nostre esperienze di vita. Le abbiamo lette nella fede. Adesso possiamo dichiararci: dire da che parte stiamo, come vediamo la realtà, che senso hanno le cose di cui siamo protagonisti, quelle belle e quelle tristi…
Abbiamo fatto una esperienza di fede. Così siamo nella verità e nella speranza.
La fede ci ha aiutato a vivere, nella trama complicata della nostra vita.
Nel nostro modo di pensare, parlare, agire… siamo diventati uomini e donne “spirituali”… proprio come ho cercato di dire nei primi articoli.