I salmi, pedagogia alla preghiera e alla fede


Enzo Bianchi

(NPG 1973-03-67)

Crediamo nella necessità di educare i giovani a pregare con il salterio in mano. D'accordo...: le difficoltà sono tante. Qualche volta da parte dei giovani e qualche altra da parte di noi educatori.
Sempre e comunque, è necessario progettare un cammino lento, faticoso, graduale.
L'esperienza di molti gruppi giovanili conferma però che lo sbocco è sicuro, quando la buona volontà è accompagnata da motivazioni serie e da proposte qualificate.
Per dare una mano a chi è d'accordo con l'affermazione di partenza, iniziamo una rubrica che potremmo genericamente intitolare Proposte per una educazione dei giovani a pregare con i salmi in mano.
La rubrica si muove secondo due direzioni, corrispondenti a quelle che ci sembrano le difficoltà più rilevanti per raggiungere l'obiettivo.
* È duro entrare nel mondo culturale dei salmi, per i non addetti ai lavori. Le difficoltà sono a livello di motivazioni e a livello di comprensione.
Ogni volta perciò presenteremo qualche pagina di riflessione che dia una mano a «capire» il mondo dei salmi. Il progetto è articolato. Prevede interventi di carattere biblico, liturgico, antropologico, spirituale, pastorale.
* Spesso però ciò che fa difetto è la strumentazione pratica.
Chi è confrontato con la mischia del quotidiano, si chiede: come, concretamente, tradurre le grandi riflessioni teoriche in gesti pratici...
Per dare una mano, abbiamo invitato gli autori alla maggior concretezza possibile. Gli esempi non mancheranno: qualche tema sarà «masticato» in diretta sintonia con la sensibilità giovanile.
La rubrica non ha pretesa di scientificità altisonante... proprio per la immediata destinazione. Anche se, per raggiungere una sicurezza di base che dia il polso della serietà del problema, abbiamo interpellato dei veri specialisti. Come sempre, l'ordine degli interventi non rispecchia una «logica classica» anche per costringere l'operatore pastorale a ricostruirsi, attraverso la sua riflessione, una sintesi personale. Questo primo intervento trascrive un'intervista con il responsabile della comunità di Bose: la sua competenza, per studio personale e per quotidiana dimestichezza, non ha bisogno di commenti. L'intervista situa il problema dei salmi nella preghiera, a livello di sensibilità e impostazione spirituale di base.

I SALMI COME PEDAGOGIA ALLA PREGHIERA

Da molte parti si afferma che i giovani stanno riscoprendo la preghiera. Questa riscoperta si accompagna spesso ad un'attenzione speciale ai salmi. Anche se le contestazioni e i rifiuti netti all'utilizzazione dei salmi nella preghiera... non mancano.
La vostra comunità impernia la preghiera comune sui salmi. Perché? t utile, importante, «guidare» alla preghiera attraverso i salmi?
I salmi ci insegnano la fede, sono proclamazione della fede, ci insegnano a orientare anche la natura, le cose, tutto, a Dio, e non ci arrestano ad un certo psicologismo, e tanto meno al narcisismo, e soprattutto fanno stare di fronte a Dio in posizione di «franchezza», in un certo ardire che non cede a nessun servilismo o annichilimento dell'uomo.
Proviamo a chiederci che cosa sarebbe la nostra preghiera senza i salmi. Non ci rendiamo ben conto dell'importanza di questo fatto, perché anche se i salmi non sono stati direttamente il nostro manuale di preghiera, lo 'sono stati indirettamente quale eredità e tradizione della chiesa, anche quella più ripiegata su formule pietistiche. Oggi c'è una tendenza a comporre nuovi salmi e quasi si sostituiscono quelli del salterio con composizioni attuali.
Ma già l'esperienza dimostra che le preghiere composte dalla chiesa invecchiano presto, che le nuove formulazioni diventano facilmente meccaniche; mentre i salmi, con tutte le difficoltà che presentano, conservano una novità che ci stupisce sempre. Quante volte abbiamo cantato lo stesso salmo, e tuttavia ogni volta è come se fosse ripetuto per la prima volta, ogni volta si scopre in esso un senso sconosciuto della situazione nostra e di Dio. Perché nei salmi è presente tutta la nostra condizione umana, le nostre angosce, le nostre pene, le nostre rivolte, i nostri sensi di colpa, la nostra stessa morte. Essi sono, ma non solo, lo sfogo di noi uomini unito alle nostre gioie, alle nostre esaltazioni, alle nostre speranze. E tutte queste situazioni umane sono là nei salmi, a testimoniare che Cristo, «diventato in tutto simile ai fratelli» (cf Ebrei 2,17), le ha assunte per portarle davanti a Dio.
Forse ogni volta che preghiamo un salmo la nostra situazione è cambiata, e allora il salmo diventa semplicemente il cannocchiale, l'ottica con cui la vediamo. Il salmo, insomma, riporta la nostra situazione a quella che deve essere, cioè, situazione dell'uomo con Dio.
E allora i salmi sono veramente al servizio dell'uomo.
L'uomo conosce il sentimento dell'attesa, e il salmo orienta verso Dio; l'uomo è preso da uno spirito di acclamazione, di gioia, di lode, e i salmi glielo orientano nell'azione di grazie; l'uomo conosce il senso di colpa, e i salmi gli danno la coscienza di essere peccatore; l'uomo cerca Dio, e i salmi lo aiutano in tale ricerca; l'uomo celebra la sua gloria, e i salmi gli giovano in questa celebrazione, perché l'uomo è in cima alla piramide delle creature, padrone delle opere delle mani di Dio.

I SALMI COME PEDAGOGIA ALLA FEDE

Si potrebbe riassumere il suo intervento con una battuta: i salmi sono la pedagogia alla preghiera del cristiano.
C'è però un grosso problema. Per tanti motivi, abbiamo riscoperto la problematicità della nostra fede. Per molti giovani la fede è più una trepida ricerca che un felice possesso. Ci si riconosce in una felice espressione di Ratzinger: «Tanto il credente quanto l'incredulo, ognuno a suo modo, condividono dubbio e fede, sempre beninteso che non cerchino di sfuggire a se stessi e alla verità della loro esistenza».
I salmi sono preziosi anche per chi soffre l'ansia della ricerca?
Se noi siamo credenti, siamo cercatori di Dio. Per il credente Dio non è un possesso, non è un oggetto tascabile, ma è una persona che non è mai trovata per sempre, di cui si ha sete. Dio è la fonte di cui si ha sete. I credenti sono un popolo che camminerà nel deserto verso Dio.
Cercare Dio... Quanto hanno fatto gli uomini per giungervi, quanto hanno desiderato vedere la sua faccia, quanto han sospirato di incontrarlo!... Anche per noi la vita ha senso se mossa da questo desiderio che sale dalle profondità fino a diventare un grido: Chi sei tu? vedrò il tuo volto? Dio è tale per noi nella misura in cui noi abbiamo bisogno di lui, in cui noi sappiamo cercarlo e pregarlo. La ricerca di Dio, la preghiera a Dio è facile per il povero, che attende tutto da lui. Il puro di cuore, il povero che non ha tesori, che è libero dai beni può cercare Dio, e lo vedrà. È la beatitudine del discorso della montagna. Ecco perché lo spirito dei salmi è, proprio lo spirito dei poveri di Yahvè, degli «anawim». Quando i poveri pregano e cercano Dio, la loro espressione linguistica è quella dei salmi. Anche nel N.T. il Magnificat e il Benedictus sono in questo spirito. Questa ricerca di Dio avviene per gli uomini in situazioni diverse partendo da situazioni diverse. C'è la sensazione della lontananza di Dio. L'uomo povero, misero, sofferente, pensa a Dio, medita su di lui di giorno e di notte, piange nel letto e pensa ancora a Dio: ma Dio dov'è? Dio sembra non prendere parte al suo dolore, sembra dormire. Ma allora, se quando uno soffre Dio non interviene, se resta assente, se dorme, a che serve Dio? Dove è andato Dio per non ascoltare il grido di chi lo invoca? «Ritorna, o Dio, libera la mia vita!» (Ps 6); «Perché, o Dio, ti nascondi durante le mie sofferenze?» (Ps 10); «Fino a quando mi vorrai dimenticare?» (Ps 13); «Dio perché mi hai abbandonato?» (Ps 22); «Perché nascondi la tua faccia?» (Ps 44). Non solo chi soffre, ma gli altri, i nemici, si alzano a chiedere: «Dov'è il tuo Dio?» (Ps 42).
Il silenzio di Dio si prolunga, si fa insopportabile. Non ci sono più segni della sua presenza, del suo agire. Neppure i profeti, quelli che parlano in nome suo, sono presenti. Ogni segno di Dio è scomparso, e nessuno sa «fino a quando» (Ps 74). Il Signore sarà muto e lontano. Questo grido: «fino a quando?» che sale dalle profondità di un cuore sofferente, questo grido, testimonia tutto il dolore, l'abbandono delle forze, il toccare il fondo, il non essere più capace a reagire.
La fede allora lascia parlare Dio. Dio non è lontano, Dio non dorme, non sonnecchia. Quando non so più a chi chiedere aiuto, a chi rivolgermi, io so che c'è Dio. Dio è «il custode sempre». Nella sua fedeltà Dio è immutabile. «No, non sonnecchia e non dorme il custode di Israele». Dio non è lontano, è come un'ombra che ti segue sempre, ti accompagna al tuo entrare e al suo uscire. Dio ti è vicino (Ps 121).
Di qui nasce la fiducia in Dio. E nasce una ricerca che non avrà fine, finché noi siamo in vita. La ricerca di Dio per noi è ricerca di fiducia. Dove c'è la fede la ricerca di Dio è rappacificata. Più si fa l'esperienza della vicinanza di Dio, più si è avvolti dal suo essere nostro custode, nostra protezione.
Come per Geremia all'ombra del mandorlo, la protezione di Jhavè si impone, ci avvolge, ci prende. Certe sensazioni di vicinanza di Dio che si trovano in bocca ai salmisti possono essere distanti da noi; ma penetriamole con pazienza, e ne scopriremo la profondità. Questo linguaggio così personalizzato ci è necessario se vogliamo esprimerci semplicemente, umilmente, senza ricorrere a un linguaggio da iniziati.
Anche il lettore superficiale avverte che i salmi sono pieni di «presenza di Dio». Qualcuno potrebbe dire: fin troppo... Il giovane che vive in un contesto secolarizzato, che ha scoperto la fede nella potenza dell'uomo, si ritrova nel mondo sacrale dei salmi?
Ciò che maggiormente stupisce nei salmi è la confidenza del linguaggio con Dio, la sensazione così popolare, così concreta della presenza di Dio. Per questo il linguaggio dei salmi resta molto più accessibile di quello dei mistici e dei maestri spirituali. Il senso di povertà, di impotenza, si esprime nel sentirsi piccolo come un uccello; ma Dio ci avvolge con le sue ali (Ps 57), la nostra vita si rifugia in Dio, nell'ombra delle sue ali (Ps 61), si spinge contro Dio, come il passero contro sua madre. Dio diventa la nostra tenda, il luogo in cui abitiamo, lo spazio in cui troviamo riposo e pace. Ci copre con le sue ali, tra le penne sue ci rifugiamo (Ps 91). Espressioni semplici di chi ha nell'esperienza di fede la sensazione di essere avvolto dalla protezione di Dio. Il Dio in cui noi ci muoviamo, viviamo ed esultiamo è il Dio mostratoci da questo messaggio dei salmi. La nostra ricerca di Dio fatta con ardore, la nostra sete di lui, il nostro pensarlo all'aurora, alla sera e poi ancora a letto ci porta quest sensazioni: Dio ci protegge, Dio è vicino a noi (Ps 63); così il nostro animo si acqueta in lui, i nostri affanni cessano, le nostre tensioni svaniscono, le nostre stanchezze passano, la nostra disperazione diventa speranza. In Dio si rappacifica la mia anima: «In Dio sii tranquilla, anima mia» (Ps 62).
È una presenza dalla quale a volte l'uomo di fede non può sfuggire. È la sensazione opposta a quella da cui partiva la nostra meditazione. Non è, questa, una situazione che si contrappone ad un'altra situazione; è una realtà che conoscono certi uomini di fede in certi momenti della loro vita: Dio è davanti e dietro a noi, ci avvolge con una presenza da cui non ci possiamo liberare. Dove possiamo andare lontano da Dio? in nessun posto. Nell'alto dei cieli lui c'è; nelle profondità della terra ancora ci avvolge. Ai confini della terra, nell'oscuro della notte c'è ancora la sua mano. Per l'uomo di fede Dio è dappertutto, a Dio non si sfugge.
Ma non è una presenza che si scopre solo attorno a noi, tale da non potervi sfuggire. È una presenza più potente, che non solo ci avvolge, ma ci penetra, e ci violenta nell'intimo del nostro cuore, alla sorgente dei nostri sentimenti. La presenza di Dio arriva fino alle nostre profondità. Dove noi non vediamo più, non ci conosciamo più, anche là Dio ci penetra e ci conosce. Prima che le parole prendano forma nella nostra bocca, Dio le ha già viste. Quando noi eravamo ancora nell'utero della madre senza coscienza, Dio già conosceva i tormenti del nostro cuore, gli indurimenti della nostra coscienza (Ps 139). Dio scruta i reni e il cuore (Ps 7 e 26). Perché è lui che ha plasmato i nostri cuori, ha penetrato la fonte di ogni nostra azione (Ps 33). Egli conosce i sentieri del cuore (Ps 44). Questa è l'esperienza dell'uomo di fede. I salmi testimoniano che solo la fede ci munisce di qualche cosa di diverso. In fondo solo la fede testimonia della presenza di Dio, niente altro.
L'uomo senza fede negli stessi momenti, nelle stesse situazioni non trova Dio, non riesce a vederlo nel suo agire. L'uomo di fede di fronte al silenzio di Dio risponderà chiamando: Dove sei? Il non credente commenta: Non c'è Dio (Ps 10); Dio non esiste (Ps 14 e 53). Egli dice: che cosa può sapere Dio? ha forse una vita di intelligenza? (Ps 73). Dio può forse vedere? (Ps 94). Tali incredulità sono messe dai salmisti sulla bocca dei ricchi, dei potenti, degli oppressori. Essi negano Dio per poter perpetrare ingiustizia e oppressione. Essi non temono il giudizio di Dio, unico vendicatore dei poveri.
Qui c'è una profonda verità: i poveri, gli oppressi, credono in Dio perché sognano che la loro impotenza, la loro piccolezza (Ps 15) diventi potenza e forza di Dio. Il potente dice «Dio non vendicherà i poveri» (Ps 9), mentre il povero e l'orfano dicono «Dio è il nostro aiuto» (Ps 10 e 14). Ma Dio c'è, e farà giustizia all'orfano e all'oppresso (Ps 10 e 18). Il misero ha la sua forza in Dio, il consiglio del povero fa cadere il potente (Ps 4). Dio è presente, dunque, per il povero, per il misero, per l'uomo di fede.

ALLA SCOPERTA DEL VOLTO Dl DIO

Prima si diceva che i salmi sono «pedagogia alla preghiera».
È possibile concludere affermando che i salmi sono «pedagogia alla fede», proprio nel nostro contesto culturale?
I salmi danno un'immagine spesso molto umana di Dio, anzi un'immagine umana resa con le categorie del tempo. Non c'è il rischio di spingere a rifiutare Dio, visto che oggi è spontaneo rifiutare le categorie con cui si presentava Dio nella cultura ebraica?
Insomma, non c'è il rischio di una «pedagogia alla fede», a ritroso?
Far entrare Dio in dialogo con l'uomo è effettivamente un rischio. Il popolo d'Israele, così pronto a proclamare sempre la trascendenza di Dio e la sua inconoscibilità, così cosciente della sua incapacità a vedere Dio («Chi vede Dio muore» cf Ez 33,20), ha dialogato con lui e lo ha descritto in questo dialogo.
Dio è visto in modo antropomorfico, come un uomo che si pente, che ride, che dorme e che si risveglia. Noi, malati di un certo spiritualismo che ci viene dai greci, rifiutiamo tali immagini e asseriamo senza esitazione che tali versi sono primitivi. Ma a ben leggere dietro a queste descrizioni, si trova l'esperienza di fede, e, forse, solo per chi ha fatto l'esperienza della fede, una realtà più profonda: cioè che il nostro Dio non è così spirituale da essere statico, ma è un Dio vivo, un Dio dei vivi.
Il linguaggio dei salmisti certo non pretendeva ridurre Dio a una realtà umana. Ma di che cosa servirsi per parlare di questa esperienza di dialogo con Dio? Dio non ci ha dato altri mezzi.
Prima dunque di rifiutare quel linguaggio in nome del nostro intellettualismo, teniamo presente questa realtà oggettiva. Come nell'esperienza di fede e possibile dire a Dio che è Padre, Pastore, Amico, così è possibile, per proclamare la sua esistenza viva e operante, servirsi delle espressioni antropomorfiche dei salmi.
Dio è altro, Dio è immutabile. L'altro resta misterioso, la sua immutabilità è proclamata: «Eterno sarà il suo amore per noi». Ma Dio è visto come colui che ci ha tratto dall'Egitto, come colui che ha colpito sovrani famosi, che ci dà il pane... (cf Ps 136). Dio è anche persona, persona vicina all'uomo al punto da poter dialogare con lui: e con l'uomo si può dialogare al modo umano. Questo è rivelazione.
Dio interviene realmente, concretamente, in un modo che tocca l'uomo, la sua storia, la sua condizione. Questo modo di manifestarsi da parte di Dio, questo suo mandare la parola per noi è percepito solamente nel suo effetto. Nessuno ha visto Dio, nessuno l'ha sentito. Dio ci parla, Dio opera in noi, ma noi ne vediamo solo l'effetto. Dio per continuare la creazione anche dopo che l'uomo è presente addormenta Adamo, e questi vede poi accanto a sé come l'effetto della Parola di Dio sia «la donna». Così nel dialogo dei salmi la risposta di Dio non è un suono sentito dal di fuori dell'uomo, ma è l'effetto che la risposta che procede da Dio ha sui nostri occhi e sul nostro cuore. Quando dunque noi riproduciamo questa risposta, essa è già effetto, è situazione concreta per noi.
Il dialogo di Dio con l'uomo nei salmi ha dunque tutti i diritti di essere umano. Per questo non è svolto il mistero Dio, per questo Dio non è ridotto all'uomo, ma diventa il partenaire di un dialogo fatto nella fede. L'incontro con Dio non va a detrimento della nostra umanità; i nostri sentimenti restano tutti presenti; restano le nostre realtà più intime, anche quelle che le nostre pie volontà vorrebbero dimenticare alla presenza di Dio.
I salmisti non hanno paure su questo punto; quando dialogano con Dio sanno farlo senza rinunciare al loro essere uomini e sanno lottare con Dio come Giacobbe, intercedere come Abramo, rimproverare come Mosè, mettersi in collera come Geremia. La libertà con cui si esprimono i salmisti ci mostra la loro fede nel dialogo con Dio, una fede più grande del loro cuore e dei loro sentimenti per un Dio più grande dei loro mezzi di comunicazione, delle loro coscienze, capace di capire ciò che forse essi stessi a volte non capivano.