Salmi: la preghiera di ogni uomo


Mario Galizzi

(NPG 1973-04-72)

Per comprendere le finalità di queste pagine è necessario riandare alle note con cui è stato introdotto l'articolo di E. Bianchi, nel numero precedente.
Stiamo portando avanti una rubrica, tesa a fornire materiale di riflessione per educare i giovani a pregare con i salmi in mano.
Questo articolo affronta l'argomento dal punto di vista strettamente biblico ed esegetico. L'autore è preoccupato di indicare la mentalità con cui l'uomo di oggi deve tentare un approccio con il mondo dei salmi, guidandoci a comprendere il «genere letterario» con cui sono stati stilati.
Se molte volte la prima istintiva reazione di fronte ad un salmo è il rifiuto è perché cozzano due mondi diversi. Leggerlo con le nostre categorie, equivale al tentativo maldestro di intendersi tra persone che parlano lingue diverse. La carica «spirituale» ricordata nello studio di E. Bianchi passa, quindi, attraverso il filtro di questo approccio esegetico.
Per un approfondimento personale del tema, consigliamo: A. Pronzato, Coraggio, gridiamo!, Gribaudi, Torino 1970, S. Rinaudo, I salmi, preghiera di Cristo e della Chiesa, LDC, Torino 1969.

Era un caldo venerdì sera dell'agosto 1959. A Gerusalemme, settore ebraico, ho sentito e visto un popolo in preghiera. Alle ore diciotto il traffico si era paralizzato. Dalle sinagoghe e dalle case usciva un lento e ritmico mormorio. Gli ebrei invocavano Jahvè, il Dio d'Israele.
Entrato nella sinagoga ho recitato con loro la lode a Dio. In quella preghiera, benché in altra lingua, mi ritrovavo: si pregavano i salmi. Il sacerdote è sovente presentato con un libro in mano: è il salterio. I fedeli, che vanno a messa, non di rado portano con sé il libro di preghiera: in esso ci sono anche dei salmi. Quando si battezza, quando ci si sposa nel Signore, quando si prega ufficialmente per i defunti, i salmi non mancano mai.
Parlare di salmi significa parlare di preghiera. Essi sono la preghiera d'Israele, e sono anche la preghiera di tutti i cristiani: cattolici, protestanti, ortodossi, armeni, copti,... Al di sopra di ogni credo e razza, il Salterio è il segno dell'unità. Se davvero ricerco l'unità e la fratellanza fra tutti gli uomini, pregherò i salmi. Se voglio sentire il gemito della sofferenza umana, le gioie e le ansie di libertà e giustizia degli uomini, pregherò i salmi. Se voglio conoscere l'uomo e me stesso, pregherò i salmi.

I SALMI SONO POESIE

A chi sa valorizzare il sentimento, la poesia è un efficace mezzo di comunicazione. Insegnarla suppone vita, declamazione, saper rendere propria la sua ispirazione. Quando si esigeva dalla poesia il metro e la rima, poteva essere difficile la poesia dei salmi. Ma oggi che si ama il verso sciolto, la libertà del ritmo, la ripetizione dei concetti, i salmi sono assai più vicini a noi.
Per sentirne la bellezza basta il Sal. 29. Vi si descrive una tempesta che dal mare si scaglia sul Libano, ne schianta i cedri e da qui attraversa con la sua forza distruggitrice tutta la Palestina fino a sconvolgere il deserto di Cades.
Da questo stesso salmo si possono prendere le mosse per spiegare una delle leggi fondamentali della poesia ebraica, il parallelismo che consiste nella ripetizione di un concetto con termini analoghi, o antitetici, o di sviluppo. Eccone gli esempi:
Il Signore tuona con forza,
tuona il Signore con potenza. (29,4)
Il secondo stico semplicemente ripete il concetto del primo. Diverso è invece il caso del parallelismo di sviluppo.
Il Signore è assiso sulla tempesta
Il Signore siede re per sempre. (29,10)
Si lascia cadere il termine tempesta del primo stico per sviluppare il concetto di «assiso». Esso significa che il Signore è re per sempre.
Dal Sal. 20 prendiamo invece l'esempio di un parallelismo antitetico.
Quelli si piegano e cadono
ma noi restiamo in piedi e siamo saldi. (20,9)
Il negativo in questo caso fa risaltare in modo efficace il positivo: Siamo saldi perché confidiamo nel Signore. Un esempio assai tipico di parallelismo antitetico a strofa si ha nel cap. 7 di Matteo quando i traduttori lo sanno rendere poeticamente: La casa sulla roccia (7,24-25); la casa sulla sabbia (7,26-27).
Un'altra fondamentale regola di interpretazione poetica consiste nel sapersi, fin dall'inizio, immedesimare nei sentimenti del poeta. E per i salmi bastano in genere le prime battute. «I miei detti ascolta, o Signore, intendi il mio gemito» (5,2). Il tono è di lamentazione. «Solo in Dio riposa l'anima mia» (62,2). L'intonazione è di fiducia. «Signore, chi abiterà nella tua tenda?» (15,1). «Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi» (1,1). Le due frasi invitano alla meditazione. Si tratta di salmi sapienziali. «T'esalto, o Signore, perché mi hai liberato» (30,2). E' un atto di ringraziamento, «Alleluia! Lodate, o servi, il Signore» (113,1). Il sentimento di lode è manifesto. Si tratta di un inno.
Con queste poche citazioni abbiamo così enumerato i principali generi letterari, che proprio non fanno, come in genere si paventa, delle vere difficoltà.

I SALMI SONO MUSICA

Sfogliando a caso un pacco di spartiti musicali vi ho letto indicazioni sui destinatari: per il Maestro concertatore, per il Direttore d'orchestra, per il Maestro di coro, per Assemblea e Schola a 1 voce, a 2 voci pari o 4 voci dispari; sul tempo più adatto per l'esecuzione: Salmo per l'Avvento, Mattino della Domenica; sugli strumenti da usarsi: per organo, piano, chitarra, violino, ecc.; sul modo di esecuzione: allegretto (senza esagerare), festoso, gioioso, leggero, crescente, dolce, moderato, ecc.; sui cantori: soprano, tenore, baritono, ecc. Immancabilmente poi oggi non vi manca mai il nome dell'autore sia delle parole come della musica, altrimenti addio diritti d'autore.
I salmi sono autentici pezzi musicali ed è quindi di grande utilità trovare all'inizio di 116 salmi su 150 indicazioni che riguardano il carattere poetico, il tono musicale o lo strumento su cui eseguire il canto o l'aria cui adattare il salmo, l'uso liturgico, l'autore, le circostanze storiche della composizione. Gli esempi non mancano.
L'inizio del Sal. 7 ci fornisce la circostanza della sua composizione: «Lamento che Davide rivolse al Signore per le parole di Gus il Beniamita» (cf 2 Sam 18,21). Nel Sal. 9 leggiamo che si deve cantare «in sordina», mentre all'inizio del Sal. 30 si fa notare che esso è un «Canto per la festa della dedicazione del tempio» e del Sal. 92 che è «per il giorno di sabato». «Al maestro di coro» si ricorda che il Sal. 60 deve essere cantato sull'aria di «Giglio del precetto...» (un canto popolare del tempo come se noi oggi dicessimo: «Il campanello suonerà») e si aggiunge che si tratta di un Miktam di Davide.
Conosciamo così l'autore, mentre il termine Miktam è oscuro, ma il probabile significato è «Salmo allusivo». Si vede che cantandolo o ballandolo si doveva gesticolare in modo da indicare precisi fatti (cf v. 2). L'espressione «da insegnare» conclude le abbondanti indicazioni di questo salmo ed esplicitamente dichiara come attraverso il canto si deve trasmettere la storia del popolo di Dio.
Non è pura curiosità conoscere queste particolarità musicali, né solo questione di informazione storica o archeologica. Esse sono attuali e stanno ad indicare come il modo più naturale per pregare i salmi è di cantarli, di battere le mani quando si dice di battere le mani (Sal 47,2), di danzare quando c'è da danzare (87,7) di dar fiato alle trombe (98,6) e battere il tamburo (81,3) quando si comanda di far baccano. Tutti debbono accorgersi che noi lodiamo il nostro Dio. 0 non sono queste indicazioni «Parola di Dio»?
La preghiera dei salmi esige che tutto il nostro essere con tutte le sue capacità espressive si elevi verso Dio. Nel secolo XV gli «auto sacramentali» di Lope de Vega e Calderon de la Barca furono mezzi efficacissimi nell'annuncio delle verità cristiane. Anche i salmi sono portatori di verità.

I SALMI RIVELANO ALL'UOMO CHI E'

Le baruffe, gli atti di violenza, di ira, l'urlare contro il fratello e maledirlo sono, anche nella nostra società, all'ordine del giorno. Basta leggere le cronache nere. Apriamo i salmi e troviamo le stesse cose, come questa maledizione, per esempio, contro un nemico personale:
«Indossi la maledizione come una veste,
si trasfonda come acqua sul suo interno
e come olio nelle sue ossa.
Sia per lui come veste avvolgente
e come cintura di continuo lo stringa». (109,18-19)
o quest'altra contro Babilonia, la nemica numero uno d'Israele:
Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi afferra i tuoi piccoli
e li sfracellerà contro la pietra». (137,8-9)
Certuni si scandalizzano quando dopo due mila anni di cristianesimo, la Chiesa fa ancora recitare questa preghiera. Penso che bisognerebbe interpellare così gli scandalizzati: Quando hai qualcosa contro un tuo fratello, quando il rancore, l'odio, il desiderio di vendetta ribolle dentro di te, sforzati a rendere parola ciò che senti e compara ciò che dici con le parole di odio che senti nei salmi. Non ti riconosci forse? Dio attraverso questa parola della Bibbia non ti rivela forse chi sei? Non ti fa forse misurare la tua distanza dall'insegnamento di Gesù: amate i vostri nemici?
Solo chi può sinceramente sottoscrivere a questo comando di Cristo può dispensarsi dal dire certi salmi. Altrimenti è meglio che si lasci contestare dalla Parola di Dio.
Un altro atteggiamento tipico dell'uomo d'oggi è l'alibi. Il credersi cioè innocente o il salvare a ogni costo la faccia quando si è commesso il male. Proprio come il popolo d'Israele che trovandosi in una non determinata disavventura così si lamenta con Dio:
«Ci hai resi ludibrio dei nostri vicini,
scherno e obbrobrio a chi ci sta intorno,
ci hai reso la favola delle nazioni...
Eppure non ti avevamo dimenticato,
non avevamo tradito la tua alleanza». (44,14-15.18)
Credersi innocenti, lavarsi le mani di ciò che sta succedendo nel mondo accusando sempre dei disastri o rovesci storici gli altri e Dio: questo è l'uomo. O non siamo forse tutti corresponsabili di ciò che avviene nel mondo?
Rendiamo parola questa nostra realtà umana e avremo le stesse parole di questo o di tanti altri salmi. Eppure Dio non ci respinge, non esige da noi un protocollo da educati quando parliamo con lui; vuole che ci presentiamo a lui nell'autenticità del nostro essere e che preghiamo autenticamente rendendo preghiera i nostri sentimenti così come li sentiamo, anche se si tratta di arrabbiarsi con lui. Solo in un dialogo sincero, autentico, reso preghiera, noi possiamo convertirci, conoscerci, innalzarci a lui, tendere verso quell'ideale a cui ci chiama, capire che cosa dobbiamo essere.
Come vuole Dio l'uomo? Ecco l'uomo nel disegno di Dio e il perché Dio entra in dialogo con noi.
O Signore, Dio nostro,
com'è grande il tuo nome su tutta la terra!
Quando contemplo i cieli opera delle tue dita,
la luna e le stelle che tu hai fissato,
(mi domando)
Che cos'è l'uomo perché te ne ricordi?
e il figlio dell'uomo perché te ne curi?
(Riconosco che)
L'hai fatto poco meno di un dio,
di gloria e di onore lo hai coronato
gli hai dato potere sulle opere delle tue mani
tutto hai posto sotto i suoi piedi. (8)
Ora sappiamo chi siamo e che cosa dobbiamo essere. Possiamo misurare la distanza tra ciò che siamo e ciò che l'uomo dev'essere nel disegno di Dio. Anche questo salmo in una società in cui la libertà non esiste e in cui anche coloro che comandano stanno per essere schiacciati dalla tecnocrazia, è un atto di contestazione all'uomo d'oggi, un invito a reagire per essere come Dio ci vuole: liberi e dominatori dell'universo.
Su questo cammino la lotta è aperta a oltranza e la lotta del giusto passa attraverso il dubbio e la tentazione: vale davvero la pena darsi a Dio e ai fratelli? Si può davvero sperare in una riuscita? in un avvenire di giustizia ottenuto mediante un impegno nel bene? o è meglio seguire la via dei prepotenti?
I salmi sapienziali fanno riflettere su questa realtà e ci fanno percorrere quel cammino che ogni uomo deve compiere per giungere alla verità. In un primo momento si pensa che se uno osserva la legge di Dio, Dio dovrebbe farlo trionfare qui sulla terra (Sal 1.15.52.112.119.127.128). Ma questa non è la realtà. Sono i cattivi che trionfano. Allora si chiede a Dio di ristabilire l'ordine punendo i peccatori e reintegrando i giusti nella loro fama e nei loro beni (Sal 10.12.14.94). In un terzo momento ci si avvia verso una soluzione: il vero bene del giusto è il godimento di Dio e la sua approvazione nonostante le prove. Non c'è gioia migliore del sentirsi onesti (Sal 36.91.139). Si avvia infine a prospettare la vera soluzione: al di sopra delle prove e dei beni di questo mondo, il salmista si aspetta un modo particolare di vita e godimento in Dio che trascenda la morte (Sal 37.49.73.17: questo ultimo in tono di lamentazione).

I SALMI RIVELANO DIO

I salmi portano l'uomo a un dialogo con Dio, a cercare nelle nostre opere la sua approvazione, a lavorare in modo da raggiungere una vita che è godimento di Dio e che trascenda la morte. Ma chi è questo Dio? Come ce lo presentano o definiscono i salmi?
Ebbene il Dio dei salmi, a cui si eleva la lode, il lamento e la fiduciosa preghiera umana, non è il Dio dei filosofi o teologi-filosofi, isolato nel suo mondo inaccessibile e lontano da noi. Il Dio dei salmi è il Dio vicino, perché è il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, il Dio della Storia e della nostra Storia.
Anche se certi salmi ce lo fanno scoprire nelle forze e nelle leggi della natura (per es. 29.8.19.104 ecc.), il loro interesse non va tanto al Dio-creatore, quanto al Dio che si ricorda dell'uomo e prende cura del figlio dell'uomo (8,5). Oltre i cieli si innalza la sua magnificenza (8,2), ma questa sua grandezza è posta al servizio dei piccoli, dei modesti, dei dimenticati.
«Egli solleva l'indigente dalla polvere,
dall'immondizia rialza il povero
per farlo sedere tra i principi del suo popolo». (113,7-8)
Se «i cieli narrano la gloria di Dio e l'opera delle sue mani annunzia il firmamento» (19,7), ciò che ha valore è che nel creato si scopre un messaggio, una parola che «il giorno affida al giorno, e la notte alla notte» (19,3). E' la parola del Signore che si fa legge, testimonianza, comando (19,8-9); una parola che si fa dialogo, perdono e salvezza (19,10-15).
No! Egli non è davvero un Dio isolato, ma vicino. Egli ha fatto d'Israele la sua dimora (135,21). Egli cammina col suo popolo verso la libertà (114) perché Egli è un Dio liberatore, Salvatore. La sua gloria non è in una falsa grandezza, ma nella salvezza e nella libertà che Egli dona agli oppressi, agli affamati, ai prigionieri, a chi è caduto, allo straniero, all'orfano e alla vedova (146,7-9).
Egli non disdegna di scendere a patti con gli uomini e di entrare in Alleanza con loro (105,8-10) e, data la sua parola, la mantiene per l'eternità». Egli è un Dio fedele.
Siamo così giunti a uno degli enunciati fondamentali della fede d'Israele: Jahvè è un Dio fedele. Egli mantiene la parola data per mille generazioni (105,8). E' la verità che regge la dinamica della storia d'Israele.

I SALMI E LA STORIA

Sono note le difficoltà per un proficuo insegnamento dell'A.T. Si corre sempre il pericolo di fare geografia, archeologia o della semplice storia umana. Non si riesce a cogliere il senso degli eventi senza dare l'impressione di cadere in un moralismo non logicamente dedotto.
Ma perché non insegnare storia cantando e lodando Dio? Perché non rendere nostro l'invito del Sal. 105:
Lodate il Signore e invocate il suo nome,
proclamate tra i popoli le sue opere?
Perché non trasmettere le meraviglie di Dio attraverso il canto
affinché ripongano in Dio la loro fiducia
e non dimentichino le opere di Dio...
e non siano come i loro padri,
generazione ribelle e ostinata? (78,7-8)
Basterebbe prendere i principali salmi storici (78.105.106.114.135, ecc.) o l'Ecclesiastico (cc. 44-51) e spiegare in base ad essi le meraviglie di Dio e dei suoi santi. Certamente questo non è fare storia umana o storia nel senso moderno, ma è fare storia biblica. Essa è celebrazione e attualizzazione della salvezza di Dio.
Narrare storia in Israele è narrare le grandi gesta di Dio, è trasmettere ciò che Dio ha fatto per il suo popolo e la risposta che il popolo ha dato al suo Dio. Cantare la storia è parlare del grande dialogo tra Dio e Israele. L'epopea di questo popolo si delinea allora come un dittico: da una parte le meraviglie che Dio ha compiuto, dall'altra le ribellioni, i rifiuti, le dimenticanze d'Israele; da una parte Dio che cerca di salvare, dall'altra il popolo che intralcia il cammino verso la libertà; da una parte la fedeltà di Dio all'Alleanza, dall'altra l'infedeltà.
Si leggano pure tutti i libri storici e profetici dell'A.T. e si troverà che la vera e l'unica chiave di lettura è quella che offrono i salmi storici. Solo così il passato diventa riflessione sul presente, confessione delle proprie infedeltà, ritorno a Dio e un riprendere con lui il cammino.
La storia, e quindi anche la storia biblica che è storia umana con Dio, segna la grandiosa marcia dell'umanità. Verso dove?

I SALMI REGALI

Tra i salmi storici quello che meglio coglie il dialogo tra Dio e l'uomo e il senso degli eventi è il Sal. 78. Dall'uscita d'Egitto fino a Davide Dio ama, castiga e perdona; Israele si ribella e si allontana dal suo Dio. Ma ecco che Dio
sceglie la tribù di Giuda,
il monte Sion che egli ama..
sceglie Davide suo servo
per pascere Giacobbe suo popolo. (78,68-71)
Ma il realizzarsi della monarchia non è una meta, ma una base di lancio verso un glorioso avvenire. Come le grandi potenze da cui è circondato, anche Israele sogna un regno universale e un re che
domini da mare a mare
e dal fiume ai confini della terra. (72,8)
Molti salmi ne cantano la magnificenza (2.45.72.110 ecc.) ma non lo divinizzano mai (così come i popoli vicini). In Israele il re è sempre il servo di Dio (89,4; 137,10) o il figlio di Dio (2,7). Su di lui però si concretizzano le speranze d'Israele, le promesse che Dio ha fatto ad Abramo, ripetuto ad Isacco, Giacobbe e Mosè, richiamate ai capi della nazione. Oramai sarà il re (Davide o i suoi legittimi successori) lo strumento della loro realizzazione.
Nessuna meraviglia quindi che nella celebrazione del re in una proiezione messianica della storia si travalichi con facilità la sfera dell'umano e della storia ordinaria per passare dal re presente al futuro re-Messia, dal regno terreno al regno di Jahvè (Sal. di Jahvè-re: 47.93.97.98 ecc.), dalla Sion terrestre alla Sion messianica (Sal. di Sion: 46.48.76.84 ecc.).
I profeti interverranno e anche di fronte ai grandi rovesci della storia, alla distruzione del regno terreno, non lasceranno più cadere questa speranza e, nella liturgia, saranno questi salmi i portatori del messianismo d'Israele, la forza della sua storia.
Il popolo che canta questi salmi è sempre un popolo in cammino verso il regno universale di Dio in cui «i principi dei popoli si raccoglieranno con il popolo del Dio di Abramo» (47,10).

I SALMI, GESÙ E LA CHIESA

Giunge il Messia, Gesù di Nazaret, figlio di Davide. Membro di un popolo che sa pregare Gesù fa sua la preghiera di Israele. I salmi sono la sua preghiera abituale. Egli raccoglie in sé tutta l'ansia, le speranze, le sofferenze, le urla di angoscia dei salmi. Anche lui li recita, come uomo (è figlio di Davide), nella speranza di realizzare il regno, perché anche lui come tutti è in marcia verso la casa del Padre (Gv 13,1). Ancor più, Egli realizza tutto ciò che nei salmi è tensione verso il futuro, è profezia, e lo realizza soffrendo le angosce del giusto che nel suo tormento si rivolge a Dio (Sal 22,69).
La Chiesa ha sempre sentito nei salmi la voce di Cristo, li ha raccolti come profezia delle sue sofferenze, come annuncio della sua risurrezione e del suo regno. Come pellegrina sulla terra e in cammino verso il Padre, sa di realizzare in sé queste preghiere e le recita perché si sente popolo di Dio in marcia, perché sa che Cristo, il Messia, deve venire.
Certamente egli è già venuto ed è presente fra di noi, ma deve anche venire e noi siamo nell'attesa della sua venuta. La ragione per cui il popolo d'Israele recitava i salmi è quindi sempre attuale.