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Per un ripensamento della pastorale giovanile


Studi di PG

Rossano Sala

(NPG 2011-03-4)


In alcuni momenti cruciali della storia ci si interroga con apprensione, nella certezza che un rinnovamento è necessario per far fronte alle novità della prassi vivente, sia umana che cristiana. Che un ripensamento e una nuova pratica non sono più dilazionabili.
Emergenza educativa, rinnovamento pastorale, disagio delle agenzie educative tradizionali, debole riflessione pastorale sono tutte facce diverse di un unico e multiforme prisma. L’ambito ecclesiale stesso si sente in prima linea: i numerosi appelli del Santo Padre circa la fiducia e la speranza nel campo educativo, la scelta di dedicare un intero decennio alla questione educativa da parte della Chiesa italiana, tante Diocesi che si stanno mobilitando seriamente in ambito formativo; le Congregazioni religiose maschili e femminili stesse appaiono impegnate in una radicale e seria analisi critica, attraverso progetti di varia natura e contenuto. Movimenti ecclesiali, con a capo laici sapienti, vedono con chiarezza che la via educativa è garanzia di buon futuro per tutti. La buona volontà non manca. D’altra parte l’emergenza, che sembra essere sotto gli occhi di tutti, non lascia scampo. Bisogna pensare e agire. Senza perdere altro tempo.
Essere vescovi, sacerdoti, cristiani, religiosi, insegnanti, catechisti, tutti dediti sinceramente alla battaglia educativa, sembra non incidere più di tanto e non sembra che faccia la differenza. Su Facebook mancano queste gerarchie istituzionali: o si è amici oppure non si è in amicizia. C’è anche un’autorevolezza amichevole che dobbiamo riconquistarci, prima di tutto, con le giovani generazioni. Tanti giovani percepiscono gli adulti come nemici e antagonisti. E, d’altro canto, non pochi adulti scorgono nei giovani dei concorrenti (avvantaggiati) rispetto al mito di eterna giovinezza che li caratterizza.
Effettivamente, soprattutto in ambito educativo-pastorale, viviamo una stagione di incertezza e di spaesamento. Vediamo con una certa chiarezza che alcuni protocolli ereditati non hanno più presa sulle giovani generazioni, e non abbiamo ancora in mano strumenti e modelli esportabili capaci di farci voltare pagina in maniera certa. Qualche esperienza di qualità emerge, ma paiono oasi in mezzo al deserto. Siamo, in una parola, alla ricerca di gesti creativi di lunga durata e di ampiezza popolare e sociale, in grado di rinnovare la nostra prassi pastorale ed ecclesiale per i lustri a venire.
Il contributo proposto si offre in merito alla riflessione teorica, anch’essa invocata da più parti, circa i principi e i criteri per un ripensamento della pastorale, soprattutto giovanile.
Mi muoverò in due direzioni. In una prima parte, riprenderò sinteticamente un intervento autorevole di revisione degli ultimi quarant’anni di lavoro e riflessione pastorale, cercando di far emergere alcuni nervi scoperti dell’impianto teorico soggiacente. In una seconda parte, porrò alcuni punti fermi e alcune piste che mi paiono feconde per un autentico rinnovamento della prassi pastorale. 

ALCUNI NERVI SCOPERTI

Desidero (ri)presentare sinteticamente un intervento di spessore, che alcuni lettori hanno già meditato accuratamente, ma che non va dimenticato o accantonato, perché significativo in merito ad una progettualità che non rinnega il già fatto, ma lo riprende criticamente, apprezzandolo. Mi ha dato e mi dà molto da pensare. Si tratta del Dossier-intervista a Riccardo Tonelli (Ripensando quarant’anni di servizio alla Pastorale Giovanile, «Note di Pastorale Giovanile» 5 [2009] 11-65, a cui si riferiscono i successivi riferimenti).
La premessa a ciò che segue è una grande e sincera riconoscenza a chi ha donato in pienezza la sua vita per offrire alla Chiesa una riflessione, una fondazione e una prassi in merito all’azione educativa ed evangelizzatrice verso tutti i giovani. Non vi è dunque davvero alcun intento né di giudizio né di valutazione, ma appunto la comunicazione di ciò che mi ha dato da pensare seriamente e profondamente. Siamo e saremo sempre figli dei nostri padri, fieri delle nostre radici. Non solo perché non ne abbiamo altri, di padri, ma soprattutto perché da loro siamo stati generati, e, se siamo quello che siamo, lo dobbiamo a loro: alla loro fede viva, alla loro speranza forte e alla loro carità operosa. Non vi è appunto nessuna paternità che nasca dall’essere e da riconoscersi figli. Forse anche e soprattutto questo tratto riconoscente può essere una ricca fonte di rinnovamento pastorale: nutrire stima e gratitudine autentica per coloro che ci hanno generato.
L’intervista, giudicata «un’occasione provvidenziale per riflettere con più calma» (48), in vista della scoperta di «alcune dimensioni di pastorale giovanile che andrebbero decisamente colmate» (48), si snocciola attraverso la storia concreta degli itinerari che hanno determinato gli orientamenti e le scelte di Pastorale Giovanile. Cercherò di essergli fedele, pur nella lettura e nelle sottolineature personali, che mi vengono dall’esperienza vissuta e dalla riflessione teologica che sto percorrendo.
L’intenzione fondamentale del progetto è chiara: «posso dire sinceramente che tutto il progetto di pastorale giovanile è stato attraversato dalla preoccupazione di risultare una buona notizia, concreta, sperimentabile, per i giovani di oggi: di questo sono felice e non me la sento di ritornare indietro» (49).
Al centro, lo sappiamo, vi è la scoperta feconda, «nello spirito del Concilio, della dimensione pastorale dell’evento dell’incarnazione» (18): «un poco alla volta, il cammino di elaborazione di un progetto di pastorale giovanile, sul piano teologico e su quello pratico, ha avuto l’evento dell’incarnazione come criterio fondamentale. Non tutti erano d’accordo… e non lo sono neppure oggi» (18). Propriamente, attraverso l’azione di questo «Dio in modo umano» (19), «noi abbiamo la possibilità di essere uomini pienamente umanizzati come lui» (20).
Don Riccardo rende conto fin da subito che «a causa dell’eccessiva attenzione portata sull’Incarnazione, molti contestavano a me e agli amici che condividevano questa linea di dimenticare la Pasqua, di mettere troppo facilmente tra parentesi la morte e la resurrezione di Gesù, di abbandonare – per eccessiva rassegnazione e disimpegno – il mistero del peccato, che porta alla croce» (21). La giustificazione teologica della proposta verrà poi dall’approfondimento teologico; in particolare è citata la prospettiva teologico-fondamentale di K. Rahner (21).
Da questo nucleo nascono le articolazioni di un progetto di spiritualità.
Esso trova il suo primo cardine nell’«attenzione alla vita quotidiana» (26): «nel progetto di pastorale giovanile l’amore alla vita ci ha aiutato a scoprire che essa è veramente il «grande sacramento» dell’incontro con Dio. Lo è in Gesù, grazie alla sua umanità: Gesù è il sacramento definitivo dell’incontro personale con Dio. Da questa radicale sacramentalità, nasce e prende consistenza la sacramentalità concentrata nella Chiesa e nei sacramenti della tradizione ecclesiale» (27). Tale prospettiva susciterà entusiasmi e insieme preoccupazioni, perché «non era questione di espressioni ma di sostanza. Un poco di ragione l’avevano certamente coloro che faticavano a trovarsi d’accorso su questa visione, perché, nei primi passi, erano soprattutto… intuizioni poco approfondite e motivate» (27).
Il secondo cardine è la «scommessa sull’educazione» (28): «educare significa, dalla prospettiva della vita, istituire una relazione attraverso cui soggetti diversi, felici di essere diversi, si scambiano esperienze e ragioni di speranza, per restituirsi reciprocamente quella gioia di vivere, quella libertà di sperare e quella capacità di essere protagonisti della propria esistenza, che molto spesso ci sono violentemente rubate dai modelli culturali dominanti» (28).
Gli stessi sacramenti cristiani sono inseriti in questo ampio e diffuso alveo della vita e dell’educazione: «l’Eucaristia ci aiuta a riallacciare, sul tempo che vivendo produciamo, il passato al presente e al futuro. Essa è la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia» (29); «Il sacramento della riconciliazione è in crisi perché è in crisi la «realtà» che il sacramento celebra e porta a pienezza donata. La crisi non riguarda, in altre parole, la celebrazione ma la qualità della vita che dobbiamo celebrare» (30).
La questione epistemologica ha fatto emergere la singolarità della «pastorale» con un distanziamento sia dalla teologia che dalle scienze dell’educazione: «la teologia pretende di dire l’ultima parola nel nome del mistero che interpreta. Essa gioca tutte le sue risorse su strumentazioni speciali, che attingono direttamente al mistero di Dio e dell’uomo. Ma questo non è praticabile, quando ci si muove sul terreno concreto, delle scelte e delle progettazioni. Anche in questo caso la «parola» eterna si fa parola d’uomo, e si misura con le logiche povere e incerte di ogni parola umana. La stessa tentazione l’hanno le scienze dell’educazione. La voglia di risolvere le questioni «dai tetti in giù» (come loro compete), si scontra con il compito della pastorale giovanile che guarda tutto l’uomo, nella sua complessità indisponibile» (34-35).
Dunque era necessario, in un certo senso, mantenersi equidistanti: non si tratterà né di «pastorale dell’educazione», ma neppure di «teologia pastorale», ma propriamente di «pastorale giovanile», dove «il sostantivo è «pastorale». Lo considero veramente sostantivo: oggetto formale della riflessione. Quando parlo di «teologia pastorale», pastorale funziona come aggettivo qualificativo di «teologia». La differenza è sostanziale. In questo caso, infatti, devo comprendere prima di tutto le esigenze della teologia. Esse hanno qualità, caratteristiche, urgenze tutte speciali. Chi le disattende, si colloca in un terreno non autentico. Quando al centro colloco la pastorale, metto una prassi concreta, impegnata a riconoscere e a risolvere problemi, utilizzando tutte le risorse di cui la comunità ecclesiale dispone» (37).
Nella terza parte dell’intervista-dossier, intitolata «Un poco di doverosa verifica» (48-54), si giunge al cuore del cammino. Qui si chiariscono le direzioni e le conseguenze di alcune scelte teologiche di fondo e insieme si mostrano con grande onestà alcuni nervi scoperti della nostra riflessione e prassi pastorale.
È stata forte la spinta propriamente educativa piuttosto che quella direttamente evangelizzatrice: a questo proposito, riconoscendo la questione fondamentale, ci si domanda se «il progetto di pastorale giovanile in una forte attenzione alle esigenze dell’educazione è stata ed è una scelta corretta, o essa sta alla radice dei molti limiti, riconosciuti e denunciati? […] Con espressioni ancora più concrete, possiamo chiederci: in un progetto di pastorale giovanile esiste un rapporto tra educazione e evangelizzazione?» (39), sapendo che «la risposta non è facile e non può essere risolta in quattro battute» (39).
L’evento dell’incarnazione, pensato come la prospettiva teologica da cui considerare il tutto del cristianesimo e della sua proposta di salvezza, ha creato «non poche difficoltà, nate da una cattiva comprensione di questo orientamento» (39), anche se «mi rendo conto – oggi in modo speciale – di non essere sempre stato capace di dire questo in modo chiaro o di non aver aiutato a pensare in profondità a questa visione teologica, tipica del Vangelo e del Concilio» (40).
L’incontro con Gesù Cristo rimane però frutto di una evangelizzazione esplicita: «questo incontro nasce solo da un pieno e coraggioso annuncio: senza evangelizzazione non possiamo né scoprire né incontrare il Signore» (40). Nessuna proposta educativa arriverà mai a tanto: «a questo livello, l’educazione – anche la più raffinata e appassionata – è inadeguata» (41).
Nella pratica del binomio educazione-evangelizzazione «uno dei limiti del lavoro di questi anni è stato… il gioco del «prima» e del «dopo». Qualcuno diceva: prima l’educazione e poi l’annuncio. Qualche altro preferiva invertire i tempi. Oggi sono convinto che tutto questo – al di là della buona volontà – sia stato un grave errore. Tra il prima e il dopo abbiamo perso il tempo dell’uno e dell’altro, e ci siamo fermati per strada» (41-42).
La scelta dell’animazione, tra le più discusse e che hanno suscitato problemi e perplessità, avrebbe dovuto ritrovare concretamente «la grazia di unità tra educazione ed evangelizzazione» (42), in quanto garantisce l’attenzione globale all’uomo concreto, principio pastorale irrinunciabile.
Si passa poi sul terreno della sacramentalità della vita quotidiana e dei sacramenti (dove «Gesù è il sacramento di Dio» [45], «un segno efficace della salvezza, dunque è un sacramento» [45]), che apre il campo ad «altri temi che riconosco non sufficientemente sviluppati: la funzione dei sacramenti, il riconoscimento del gioco misterioso tra peccato e grazia, tra tradimenti personali e amore accogliente e inquietante di Dio, il mistero della morte e resurrezione di Gesù, cioè della sua Pasqua, che potrebbe essere messo pericolosamente tra parentesi quando si accentua l’evento dell’Incarnazione, le esigenze irrinunciabili di una vita cristiana secondo la proposta che la comunità ecclesiale mette davanti al nostro sguardo. All’interno di questi temi, anche se non sono stati ricordati in modo esplicito nella domanda, vanno pensati altri temi tipici del servizio di pastorale giovanile: la crescita verso una vita cri­stiana adulta, la preghiera e la «pratica sacramentale», la capacità di introdurre nei processi della propria formazione esigenze che la tradizione cristiana ha sempre considerato irrinunciabili, come la mortificazione, la capacità di rinuncia, l’obbedienza e la fedeltà alla legge…» (44).
Prima di analizzare alcune impostazioni discutibili di alcuni di questi temi, affiora una conclusione: «sono sinceramente convinto che tante cose avrebbero dovuto essere dette in modo diverso, più corretto, più completo, più rispettoso del cammino tradizionale della Chiesa. Se non lo so fare io, proviamo a realizzarlo almeno assieme. Spesso, infatti, su queste questioni importanti, nel nostro progetto di pastorale giovanile, siamo rimasti solo alle premesse. Si richiedeva, allora e oggi soprattutto, un lungo e approfondito lavoro di riflessione per portare a sviluppo, a compimento, a operatività le prime iniziali intuizioni. Questo è il limite più grave del lavoro fatto in questi anni. Non sto cercando dei colpevoli. Sto solo cercando di dire che di lavoro da fare ce n’è ancora molto» (44-45).
In alcuni campi si riconosce di essere rimasti «soltanto ai primissimi passi di una riflessione che invece avrebbe richiesto un lavoro molto più meditato e approfondito» (46).
Infine si elencano «altri temi che richiederebbero di essere ripresi e approfonditi in un lavoro successivo» (48).
Essi sono, oltre all’attenzione sulla comunità ecclesiale («abbiamo insistito molto sul gruppo» [48]) e sulla famiglia (su cui «ho parlato poco: forse quasi niente» [47]): l’impegno vocazionale, la dimensione della croce, la parola di Dio.
Sul primo versante si è detto «troppo poco e abbastanza male» (48), e «si tratta di una carenza davvero grave» (48).
Sul secondo versante, è necessario riconoscere che «avrei dovuto non dimenticare mai, nell’impianto teorico e nelle proposte pratiche, che la croce di Gesù rappresenta qualcosa che contesta inesorabilmente e radicalmente questa stessa preoccupazione [di adattamento]» (49). Meditando sulla prassi pastorale paolina, si prende invece coscienza che «senza la croce nessun tentativo di farsi accogliere corrisponde al progetto che Gesù ci ha consegnato» (49).
Sul terzo versante, quello della Parola di Dio, la riscoperta positiva della narrazione ha destato risonanze positive, «eppure temo che il richiamo alla Parola di Dio sia stato troppo personalizzato, troppo elaborato in una logica di sapienza, rischiando di ridimensionare ingiustamente la potenza della Parola» (49), mettendo tra parentesi la sua carica propriamente profetica e provocatoria.
L’intervista-dossier, prima di concludersi con alcuni tratti e urgenze del mondo giovanile oggi (55-65), che sfidano la nostra pastorale, fa il punto sulle motivazioni dell’annuncio dell’evangelo e sulla validità delle proposte esplicite di Vangelo oggi: il tutto si gioca tra rispetto della libertà/sensibilità e il dovere obbedienziale dell’annuncio, riconoscendo però che «solo in lui possiamo scoprire che, nonostante tutto, siamo e restiamo signori della nostra vita» (52).
Il tono e la sincerità di queste parole lasciano ben sperare. Soprattutto in ordine ad un vero ripensamento della nostra riflessione e prassi pastorale, in cui qui sono poste alcune basi, riconoscendo appunto quelli che potrebbero essere alcuni dei «nervi scoperti» che non ci aiutano ad essere fedeli al nostro mandato di pastori-educatori secondo il cuore del Signore, apostolo del Padre.
Mettere a nudo i presupposti quasi mai tematizzati e verificati del nostro pensare e agire pastorale significa mettere le basi per un possibile rinnovamento, che però non ha nulla di scontato, ma implica un cammino di verifica e purificazione in vista di un autentico rinnovamento del nostro essere e del nostro agire. 

PROSPETTIVE DI FUTURO

Provo, nella seconda parte di questo percorso, a far emergere alcune istanze, concentrazioni e svolte che mi paiono feconde per un cammino di ripensamento, che, dal mio punto di vista, non ho difficoltà a chiamare con un termine più evangelico, ovvero conversioni. Quattro se ne impongono, per ricominciare a portare frutto.
I nostri tempi chiedono, per un’azione pastorale secondo le coordinate evangeliche, pensiero autentico alimentato dalla fede e da riflessione teologica profonda e governo coraggioso in ordine alle nostre convinzioni più profonde.
I primi tre punti sono pensati come uno interno all’altro, in un successivo approfondimento. Il quarto ha il compito di creare le condizioni per la loro concreta realizzazione oggi. Faccio emergere ciò che mi «dà da pensare» e che ne dovrebbe a tutti, consapevole della complessità di quello che sto cercando di esprimere.

Una «conversione teologica» della pastorale giovanile

Incomincio da quello che mi sta più a cuore: sono profondamente convinto che sia necessaria oggi più che mai una decisa e rigorosa conversione teologica della nostra riflessione pastorale.
Nell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis al n. 57 si afferma, circa la formazione dei candidati al sacerdozio: «Si esige, dunque, lo studio di una vera e propria disciplina teologica: la teologia pastorale o pratica. La pastorale non è soltanto un’arte né un complesso di esortazioni, di esperienze, di metodi; possiede una sua piena dignità teologica, perché riceve dalla fede i principi e i criteri dell’azione pastorale della Chiesa nella storia, di una Chiesa che «genera» ogni giorno la Chiesa stessa».
Direi anche di più: per fare pastorale ci vuole non solo un’autentica «teologia pastorale», ma, di conseguenza, anche una «fondamentale», una «sacramentaria», un’«antropologia teologica», una sapienza biblica… che non si possono mai dare per scontate o per acquisite una volta per tutte. Se è convinzione profonda che la nostra scienza più eminente è conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero, dobbiamo riconoscere che il sapere teologico, che ha nella fede vissuta la sua fonte e il suo culmine, è l’anima di ogni riflessione, capace di offrire principi e criteri affidabili per ogni azione pastorale.
Una teologia solida, aggiornata, attenta ai segni dei tempi e al contesto concreto, all’uomo concretamente esistente, con le sue caratteristiche peculiari, reali.
La teologia, intesa qui in senso ampio come intelligenza della fede, non si dà una volta per tutte e in modo univoco. Essa è la riflessione critica della fede, orientata alla comprensione credente della ricchezza della rivelazione
Essa è un servizio alla Chiesa e alla vita cristiana nel tempo che gli è dato di vivere: soprattutto la teologia pastorale o pratica ha a che fare in maniera diretta e concreta con l’agire fatto di annuncio, di predicazione, di liturgia, di catechesi e di tutto ciò che incarna la fede nell’oggi che siamo chiamati ad operare. In tale direzione sottolineo la necessità di una antropologia teologica che sappia entrare nelle questioni fondanti con pertinenza e attualità: la libertà, il male, la sofferenza, i legami, la fede, il simbolico, lo storico-sociale. Rimango convinto che il medio antropologico-teologico è in grado di fare da garanzia e da collegamento tra la teologia sistematica e la teologia pasto­rale.
Nell’intervista che abbiamo analizzato, mi pare, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta per scegliere da dove partire, per ripensare ad una proposta credibile di pastorale per l’oggi della Chiesa: ripensare alla prospettiva teologico-fondamentale che fa da sfondo; ripensare al tema dell’ultima cena-croce (del male e della sofferenza, del peccato e della grazia, dell’obbedienza e del dono); ripensare a tutta la questione sacramentale, in riferimento anche e soprattutto alla catechesi; ripensare all’unità nella differenza tra evangelizzazione ed educazione; ripensare alla questione vocazionale nelle sue varie e ampie articolazioni; ripensare alla dimensione profetica e provocatoria della parola di Dio; riferire infine il tutto all’ambito propriamente ecclesiale della fede.

Una «conversione evangelizzatrice» dell’azione educativa

Un secondo passaggio conseguente è una conversione evangelizzatrice della nostra azione educativa. Tutto porta in questa direzione, nel senso che l’educazione è riferita prima di tutto alla vita buona portata dall’evangelo e che deve essere disponibile per tutti.
Da qui ne viene immediatamente il compito di ripensare tutta la nostra presenza e prassi educativa in ordine all’evangelizzazione: dobbiamo avvertire l’evangelizzazione come l’urgenza principale della nostra missione, consapevoli che i giovani hanno diritto a sentirsi annunciare Gesù Cristo come fonte di vita e promessa di felicità nel tempo e nell’eternità. È il nostro unico dovere ed è un diritto per ogni giovane: questa tensione deve essere l’anima di ogni nostro intervento educativo. Solo incontrando Gesù Cristo è possibile un’educazione integrale e integrata, che giunga alla sua pienezza e piena realizzazione.
Bisogna, in tale direzione, passare con decisione dalla considerazione dell’efficacia della nostra presenza in termini di stima degli altri, alla sua valutazione in termini di fedeltà al Vangelo. È una richiesta che ci richiede una conversione reale e radicale. La qualificazione della nostra presenza, anche dove essa è minoritaria, si gioca sulla qualità della nostra fedeltà all’evangelo; una fedeltà che diventa automaticamente testimonianza umile e autorevole.
Tale passaggio apre il cammino alla domanda circa gli «strumenti» o i «criteri» che ci permettono di valutare la nostra efficacia pastorale: il parametro ultimo è per me la vita cristiana, intesa qui come decisione vocazionale. Ecco perché, nel campo pastorale, «il discepolo non è infedele quando e perché compie il male, ma quando non porta frutto: l’infecondità svela l’infedeltà», secondo la felicissima espressione di don Pascual Chavez, commentando il testo evangelico dei tralci e della vite (Gv 15,1-11)! Detto in altri termini, la nostra fedeltà «si misura», se così possiamo dire, dalla generazione di nuovi discepoli del Signore, di uomini e donne che lo scelgano concretamente, nelle forme proprie della vita cristiana (laicale, consacrata, sacerdotale).
Ma di qui passiamo direttamente e in piena continuità alla terza svolta…

Una «conversione vocazionale» dell’azione evangelizzatrice

Un terzo passaggio opportuno si riferisce alla conversione vocazionale della nostra azione evangelizzatrice, prima ad intra e poi ad extra. Ritengo particolarmente strategico il tema vocazionale ripartendo senza indugio dalla riscoperta, della singolarità della nostra identità di «discepoli autentici» e poi di «apostoli credibili» dei giovani a cui siamo inviati.
Ogni identità cristiana si gioca sul primato del discepolato, che diviene anima e forza di ogni apostolato. C’è un primato della chiamata di Dio e della sua iniziativa salvifica; c’è una passività originaria dell’uomo, capace di ricevere, di udire la parola e di accoglierla gioiosamente, facendola propria. Il primato è dettato dalla vocazione, dalla chiamata, che diventa poi missione: il Cristo stesso è «Apostolo del Padre» solo e necessariamente in quanto si sa e si riconosce «Figlio del Padre». Proprio così: «più si ha il coraggio di accogliere e difendere la propria origine tanto temporale quanto eterna, di riconoscere la propria figliolanza, tanto più si avrà la gioia serena e coraggiosa della paternità» (E. Salman).
Tutti, in quanto cristiani, siamo dei chiamati. Perdere questa coscienza significa perdere le nostre radici. Siamo del Signore, sua proprietà, consegnati a Lui, siamo suoi. All’interno della Chiesa, come salvati, secondo la nostra specifica forma di servizio: laicale, sacerdotale, consacrata. Riproporre la vita cristiana primariamente come «vocazione» significa per lo meno contrapporsi all’eterna tentazione sempre accovacciata davanti alla porta della nostra esistenza, oggi più viva che mai, dell’autoreferenzialità. Ma così si può solo essere «apostoli del post-moderno», non apostoli dell’evangelo! Un vero educatore accende nei suoi giovani lo stimolo a riconoscere, accogliere e promuovere la propria vocazione: «quando io parlo con i giovani, non trovo che altra perla possano essi cercare più preziosa che il conoscere la propria vocazione» (don Bosco).
Da questa chiarificazione sarà possibile poter portare i giovani a prendere coscienza che nella Chiesa vi sono chiamate ben precise e situate (laicale, sacerdotale, consacrata), che devono essere presentate nelle loro articolazioni ed esigenze, contro ogni istinto di autorealizzazione postmoderna che nega ogni prospettiva obbedienziale. Da null’altro infatti siamo salvati che non abbia a che fare con la felice obbedienza di Cristo, cuore e realizzazione della sua fede! Il nucleo rovente della fede è infatti l’obbedienza.

Una «conversione corresponsabilizzante» della pratica pastorale

Un ultimo aspetto che mi sta a cuore, che rimane la condizione di possibilità per realizzare ciò che ho detto nei precedenti tre punti, è la conversione corresponsabilizzante della nostra pratica pastorale. Cristallizzare in scelte di governo coraggiose le esigenze di una Chiesa che sappia vivere l’agape, all’insegna della comunione, condivisione e corresponsabilità concreta e quotidiana della nostra missione.
Un modello gestionale capace di far emergere le diverse specificità vocazionali di ogni membro della Chiesa è ancora un compito tutto da pensare e attuare, dopo un millennio di dominio clericale e dopo appena qualche decennio dal Concilio Vaticano II, che ha riequilibrato le varie prospettive nella sapiente immagine della Chiesa come popolo di Dio in cui ognuno concorre con la propria specificità al bene del tutto. La Chiesa ha colto nel segno la direzione di marcia, che deve però essere intrapresa con coraggio e lungimiranza.
Il governo, in tutti gli ambiti e in tutte le sue forme, deve orientarsi, per rendere ragione delle nostre convinzioni, attraverso scelte orientate ad un rinnovamento degli stili e delle pratiche ordinarie di vita ecclesiale nella direzione della concreta koinonia, che sola è in grado di rendere credibile la nostra dedizione. Il basso profilo testimoniale di troppe nostre comunità e di molti nostri ambienti è sotto gli occhi di tutti, come scandalo inoppugnabile.
Rimane un dato reale e confortante il fatto che il modello pastorale, a seconda dei vari settori ecclesiali di riferimento, sta radicalmente mutando, con delle richieste decisive in merito alla conversione verso la comunione, la condivisione e la corresponsabilità: soprattutto nel mondo delle Parrocchie, che diventano comunità pastorali e unità pastorali e nelle realtà educative scolastiche, dove i laici sono chiamati a compiti di evangelizzazione diretta e di corresponsabilità.
In questi cambiamenti, dove è evidente l’umiliazione della perdita di terreno e di numeri da parte delle milizie clericali e consacrate, vi è un’altrettanta indiscutibile chiamata all’umiltà e ad una alta qualità testimoniale da riguadagnare. Non sarà certamente la deriva aziendale/organizzativa a salvare i nostri ambienti educativi, ma una ripresa radicale delle esigenze della comunione evangelica, sola e vincente carta da giocare che abbiamo a nostra disposizione: «come tu, Padre, sei in me e io in te, così siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21); «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). In assenza di una dinamica di questo genere, nulla potrà ridare credibilità alla nostra azione pastorale: nessuna tecnica, nessun effetto speciale, nessuna predicazione raffinata rianimeranno ciò che non ha in sé alcun soffio di vita.
Tali segnali che possono riproporre l’originaria e convincente koinonia ecclesiale sono le impronte più evidenti e incontrovertibili del regno che viene: convincenti per se stessi, senza necessità di ulteriori orpelli. Le nostre comunità presbiterali, le comunità religiose e l’insieme della compagine ecclesiale deve ripartire da alcuni e precisi punti fermi che mostrino con sicurezza lo stile dell’evangelo, lontano da invidie e discordie, ma fatto di comunione, condivisione e corresponsabilità. Per meno di questo, saremo soggetti alla maledizione del salmo 127, che rimane sempre in agguato: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno». Vivere la comunione tra di noi è garanzia della sua presenza vivificante. E viceversa: la prova del nove della sua presenza è la comunione ecclesiale. La fede testimoniale della Chiesa non vive di altro.

Conclusione

In un tempo in cui le identità cedono il posto alle narrazioni e ai ruoli intercambiabili e mai definitivi, dove il verbo centrale è «ricercare», proponiamo di ritornare con decisione al concetto forte di «identità»: il cristiano sa da dove viene, conosce il progetto fondante della sua esistenza, riconosce la roccia da cui è stato tagliato (cfr. Is 51,1). Egli ha trovato il suo Signore e con questo la sua vocazione nella Chiesa, che è tanto multiforme nella sua realtà concreta quanto unitaria nella sua origine e nel suo compimento.
Una chiara consapevolezza della propria identità, resa spontanea da una pratica di vita coerente e responsabile, nutrita di autentica intimità con il suo Signore, rende il discepolo solidamente fondato e quindi capace di essere pastore affidabile e capace di testimonianza autentica all’interno della Chiesa, segno della salvezza condivisa e offerta al mondo.
Una missione pastorale rinnovata non può che nascere da una presa di coscienza vitale della propria identità forte e umile, ma mai dispotica, perché fondata sulla forza e sulla vulnerabilità della dedizione di Cristo, che ci ha amato e ha consegnato se stesso per noi (cf Gal 2,20). In tal modo apparirà con chiarezza, attraverso la povertà dei nostri mezzi, che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7).

 
Studi di PG
Rossano Sala
(NPG 2011-03-04) 
 
 
In alcuni momenti cruciali della storia ci si interroga con apprensione, nella certezza che un rinnovamento è necessario per far fronte alle novità della prassi vivente, sia umana che cristiana. Che un ripensamento e una nuova pratica non sono più dilazionabili.
Emergenza educativa, rinnovamento pastorale, disagio delle agenzie educative tradizionali, debole riflessione pastorale sono tutte facce diverse di un unico e multiforme prisma. L’ambito ecclesiale stesso si sente in prima linea: i numerosi appelli del Santo Padre circa la fiducia e la speranza nel campo educativo, la scelta di dedicare un intero decennio alla questione educativa da parte della Chiesa italiana, tante Diocesi che si stanno mobilitando seriamente in ambito formativo; le Congregazioni religiose maschili e femminili stesse appaiono impegnate in una radicale e seria analisi critica, attraverso progetti di varia natura e contenuto. Movimenti ecclesiali, con a capo laici sapienti, vedono con chiarezza che la via educativa è garanzia di buon futuro per tutti. La buona volontà non manca. D’altra parte l’emergenza, che sembra essere sotto gli occhi di tutti, non lascia scampo. Bisogna pensare e agire. Senza perdere altro tempo.
Essere vescovi, sacerdoti, cristiani, religiosi, insegnanti, catechisti, tutti dediti sinceramente alla battaglia educativa, sembra non incidere più di tanto e non sembra che faccia la differenza. Su Facebook mancano queste gerarchie istituzionali: o si è amici oppure non si è in amicizia. C’è anche un’autorevolezza amichevole che dobbiamo riconquistarci, prima di tutto, con le giovani generazioni. Tanti giovani percepiscono gli adulti come nemici e antagonisti. E, d’altro canto, non pochi adulti scorgono nei giovani dei concorrenti (avvantaggiati) rispetto al mito di eterna giovinezza che li caratterizza.
Effettivamente, soprattutto in ambito educativo-pastorale, viviamo una stagione di incertezza e di spaesamento. Vediamo con una certa chiarezza che alcuni protocolli ereditati non hanno più presa sulle giovani generazioni, e non abbiamo ancora in mano strumenti e modelli esportabili capaci di farci voltare pagina in maniera certa. Qualche esperienza di qualità emerge, ma paiono oasi in mezzo al deserto. Siamo, in una parola, alla ricerca di gesti creativi di lunga durata e di ampiezza popolare e sociale, in grado di rinnovare la nostra prassi pastorale ed ecclesiale per i lustri a venire.
Il contributo proposto si offre in merito alla riflessione teorica, anch’essa invocata da più parti, circa i principi e i criteri per un ripensamento della pastorale, soprattutto giovanile.
Mi muoverò in due direzioni. In una prima parte, riprenderò sinteticamente un intervento autorevole di revisione degli ultimi quarant’anni di lavoro e riflessione pastorale, cercando di far emergere alcuni nervi scoperti dell’impianto teorico soggiacente. In una seconda parte, porrò alcuni punti fermi e alcune piste che mi paiono feconde per un autentico rinnovamento della prassi pastorale.
                  
 
ALCUNI NERVI SCOPERTI
 
Desidero (ri)presentare sinteticamente un intervento di spessore, che alcuni lettori hanno già meditato accuratamente, ma che non va dimenticato o accantonato, perché significativo in merito ad una progettualità che non rinnega il già fatto, ma lo riprende criticamente, apprezzandolo. Mi ha dato e mi dà molto da pensare. Si tratta del Dossier-intervista a Riccardo Tonelli (Ripensando quarant’anni di servizio alla Pastorale Giovanile, «Note di Pastorale Giovanile» 5 [2009] 11-65, a cui si riferiscono i successivi riferimenti).
La premessa a ciò che segue è una grande e sincera riconoscenza a chi ha donato in pienezza la sua vita per offrire alla Chiesa una riflessione, una fondazione e una prassi in merito all’azione educativa ed evangelizzatrice verso tutti i giovani. Non vi è dunque davvero alcun intento né di giudizio né di valutazione, ma appunto la comunicazione di ciò che mi ha dato da pensare seriamente e profondamente. Siamo e saremo sempre figli dei nostri padri, fieri delle nostre radici. Non solo perché non ne abbiamo altri, di padri, ma soprattutto perché da loro siamo stati generati, e, se siamo quello che siamo, lo dobbiamo a loro: alla loro fede viva, alla loro speranza forte e alla loro carità operosa. Non vi è appunto nessuna paternità che nasca dall’essere e da riconoscersi figli. Forse anche e soprattutto questo tratto riconoscente può essere una ricca fonte di rinnovamento pastorale: nutrire stima e gratitudine autentica per coloro che ci hanno generato.
L’intervista, giudicata «un’occasione provvidenziale per riflettere con più calma» (48), in vista della scoperta di «alcune dimensioni di pastorale giovanile che andrebbero decisamente colmate» (48), si snocciola attraverso la storia concreta degli itinerari che hanno determinato gli orientamenti e le scelte di Pastorale Giovanile. Cercherò di essergli fedele, pur nella lettura e nelle sottolineature personali, che mi vengono dall’esperienza vissuta e dalla riflessione teologica che sto percorrendo.
L’intenzione fondamentale del progetto è chiara: «posso dire sinceramente che tutto il progetto di pastorale giovanile è stato attraversato dalla preoccupazione di risultare una buona notizia, concreta, sperimentabile, per i giovani di oggi: di questo sono felice e non me la sento di ritornare indietro» (49).
Al centro, lo sappiamo, vi è la scoperta feconda, «nello spirito del Concilio, della dimensione pastorale dell’evento dell’incarnazione» (18): «un poco alla volta, il cammino di elaborazione di un progetto di pastorale giovanile, sul piano teologico e su quello pratico, ha avuto l’evento dell’incarnazione come criterio fondamentale. Non tutti erano d’accordo… e non lo sono neppure oggi» (18). Propriamente, attraverso l’azione di questo «Dio in modo umano» (19), «noi abbiamo la possibilità di essere uomini pienamente umanizzati come lui» (20).
Don Riccardo rende conto fin da subito che «a causa dell’eccessiva attenzione portata sull’Incarnazione, molti contestavano a me e agli amici che condividevano questa linea di dimenticare la Pasqua, di mettere troppo facilmente tra parentesi la morte e la resurrezione di Gesù, di abbandonare – per eccessiva rassegnazione e disimpegno – il mistero del peccato, che porta alla croce» (21). La giustificazione teologica della proposta verrà poi dall’approfondimento teologico; in particolare è citata la prospettiva teologico-fondamentale di K. Rahner (21).
Da questo nucleo nascono le articolazioni di un progetto di spiritualità.
Esso trova il suo primo cardine nell’«attenzione alla vita quotidiana» (26): «nel progetto di pastorale giovanile l’amore alla vita ci ha aiutato a scoprire che essa è veramente il «grande sacramento» dell’incontro con Dio. Lo è in Gesù, grazie alla sua umanità: Gesù è il sacramento definitivo dell’incontro personale con Dio. Da questa radicale sacramentalità, nasce e prende consistenza la sacramentalità concentrata nella Chiesa e nei sacramenti della tradizione ecclesiale» (27). Tale prospettiva susciterà entusiasmi e insieme preoccupazioni, perché «non era questione di espressioni ma di sostanza. Un poco di ragione l’avevano certamente coloro che faticavano a trovarsi d’accorso su questa visione, perché, nei primi passi, erano soprattutto… intuizioni poco approfondite e motivate» (27).
Il secondo cardine è la «scommessa sull’educazione» (28): «educare significa, dalla prospettiva della vita, istituire una relazione attraverso cui soggetti diversi, felici di essere diversi, si scambiano esperienze e ragioni di speranza, per restituirsi reciprocamente quella gioia di vivere, quella libertà di sperare e quella capacità di essere protagonisti della propria esistenza, che molto spesso ci sono violentemente rubate dai modelli culturali dominanti» (28).
Gli stessi sacramenti cristiani sono inseriti in questo ampio e diffuso alveo della vita e dell’educazione: «l’Eucaristia ci aiuta a riallacciare, sul tempo che vivendo produciamo, il passato al presente e al futuro. Essa è la grande festa cristiana del presente tra passato e futuro, tra memoria e profezia» (29); «Il sacramento della riconciliazione è in crisi perché è in crisi la «realtà» che il sacramento celebra e porta a pienezza donata. La crisi non riguarda, in altre parole, la celebrazione ma la qualità della vita che dobbiamo celebrare» (30).
La questione epistemologica ha fatto emergere la singolarità della «pastorale» con un distanziamento sia dalla teologia che dalle scienze dell’educazione: «la teologia pretende di dire l’ultima parola nel nome del mistero che interpreta. Essa gioca tutte le sue risorse su strumentazioni speciali, che attingono direttamente al mistero di Dio e dell’uomo. Ma questo non è praticabile, quando ci si muove sul terreno concreto, delle scelte e delle progettazioni. Anche in questo caso la «parola» eterna si fa parola d’uomo, e si misura con le logiche povere e incerte di ogni parola umana. La stessa tentazione l’hanno le scienze dell’educazione. La voglia di risolvere le questioni «dai tetti in giù» (come loro compete), si scontra con il compito della pastorale giovanile che guarda tutto l’uomo, nella sua complessità indisponibile» (34-35).
Dunque era necessario, in un certo senso, mantenersi equidistanti: non si tratterà né di «pastorale dell’educazione», ma neppure di «teologia pastorale», ma propriamente di «pastorale giovanile», dove «il sostantivo è «pastorale». Lo considero veramente sostantivo: oggetto formale della riflessione. Quando parlo di «teologia pastorale», pastorale funziona come aggettivo qualificativo di «teologia». La differenza è sostanziale. In questo caso, infatti, devo comprendere prima di tutto le esigenze della teologia. Esse hanno qualità, caratteristiche, urgenze tutte speciali. Chi le disattende, si colloca in un terreno non autentico. Quando al centro colloco la pastorale, metto una prassi concreta, impegnata a riconoscere e a risolvere problemi, utilizzando tutte le risorse di cui la comunità ecclesiale dispone» (37).
Nella terza parte dell’intervista-dossier, intitolata «Un poco di doverosa verifica» (48-54), si giunge al cuore del cammino. Qui si chiariscono le direzioni e le conseguenze di alcune scelte teologiche di fondo e insieme si mostrano con grande onestà alcuni nervi scoperti della nostra riflessione e prassi pastorale.
È stata forte la spinta propriamente educativa piuttosto che quella direttamente evangelizzatrice: a questo proposito, riconoscendo la questione fondamentale, ci si domanda se «il progetto di pastorale giovanile in una forte attenzione alle esigenze dell’educazione è stata ed è una scelta corretta, o essa sta alla radice dei molti limiti, riconosciuti e denunciati? […] Con espressioni ancora più concrete, possiamo chiederci: in un progetto di pastorale giovanile esiste un rapporto tra educazione e evangelizzazione?» (39), sapendo che «la risposta non è facile e non può essere risolta in quattro battute» (39).
L’evento dell’incarnazione, pensato come la prospettiva teologica da cui considerare il tutto del cristianesimo e della sua proposta di salvezza, ha creato «non poche difficoltà, nate da una cattiva comprensione di questo orientamento» (39), anche se «mi rendo conto – oggi in modo speciale – di non essere sempre stato capace di dire questo in modo chiaro o di non aver aiutato a pensare in profondità a questa visione teologica, tipica del Vangelo e del Concilio» (40).
L’incontro con Gesù Cristo rimane però frutto di una evangelizzazione esplicita: «questo incontro nasce solo da un pieno e coraggioso annuncio: senza evangelizzazione non possiamo né scoprire né incontrare il Signore» (40). Nessuna proposta educativa arriverà mai a tanto: «a questo livello, l’educazione – anche la più raffinata e appassionata – è inadeguata» (41).
Nella pratica del binomio educazione-evangelizzazione «uno dei limiti del lavoro di questi anni è stato… il gioco del «prima» e del «dopo». Qualcuno diceva: prima l’educazione e poi l’annuncio. Qualche altro preferiva invertire i tempi. Oggi sono convinto che tutto questo – al di là della buona volontà – sia stato un grave errore. Tra il prima e il dopo abbiamo perso il tempo dell’uno e dell’altro, e ci siamo fermati per strada» (41-42).
La scelta dell’animazione, tra le più discusse e che hanno suscitato problemi e perplessità, avrebbe dovuto ritrovare concretamente «la grazia di unità tra educazione ed evangelizzazione» (42), in quanto garantisce l’attenzione globale all’uomo concreto, principio pastorale irrinunciabile.
Si passa poi sul terreno della sacramentalità della vita quotidiana e dei sacramenti (dove «Gesù è il sacramento di Dio» [45], «un segno efficace della salvezza, dunque è un sacramento» [45]), che apre il campo ad «altri temi che riconosco non sufficientemente sviluppati: la funzione dei sacramenti, il riconoscimento del gioco misterioso tra peccato e grazia, tra tradimenti personali e amore accogliente e inquietante di Dio, il mistero della morte e resurrezione di Gesù, cioè della sua Pasqua, che potrebbe essere messo pericolosamente tra parentesi quando si accentua l’evento dell’Incarnazione, le esigenze irrinunciabili di una vita cristiana secondo la proposta che la comunità ecclesiale mette davanti al nostro sguardo. All’interno di questi temi, anche se non sono stati ricordati in modo esplicito nella domanda, vanno pensati altri temi tipici del servizio di pastorale giovanile: la crescita verso una vita cri­stiana adulta, la preghiera e la «pratica sacramentale», la capacità di introdurre nei processi della propria formazione esigenze che la tradizione cristiana ha sempre considerato irrinunciabili, come la mortificazione, la capacità di rinuncia, l’obbedienza e la fedeltà alla legge…» (44).
Prima di analizzare alcune impostazioni discutibili di alcuni di questi temi, affiora una conclusione: «sono sinceramente convinto che tante cose avrebbero dovuto essere dette in modo diverso, più corretto, più completo, più rispettoso del cammino tradizionale della Chiesa. Se non lo so fare io, proviamo a realizzarlo almeno assieme. Spesso, infatti, su queste questioni importanti, nel nostro progetto di pastorale giovanile, siamo rimasti solo alle premesse. Si richiedeva, allora e oggi soprattutto, un lungo e approfondito lavoro di riflessione per portare a sviluppo, a compimento, a operatività le prime iniziali intuizioni. Questo è il limite più grave del lavoro fatto in questi anni. Non sto cercando dei colpevoli. Sto solo cercando di dire che di lavoro da fare ce n’è ancora molto» (44-45).
In alcuni campi si riconosce di essere rimasti «soltanto ai primissimi passi di una riflessione che invece avrebbe richiesto un lavoro molto più meditato e approfondito» (46).
Infine si elencano «altri temi che richiederebbero di essere ripresi e approfonditi in un lavoro successivo» (48).
Essi sono, oltre all’attenzione sulla comunità ecclesiale («abbiamo insistito molto sul gruppo» [48]) e sulla famiglia (su cui «ho parlato poco: forse quasi niente» [47]): l’impegno vocazionale, la dimensione della croce, la parola di Dio.
Sul primo versante si è detto «troppo poco e abbastanza male» (48), e «si tratta di una carenza davvero grave» (48).
Sul secondo versante, è necessario riconoscere che «avrei dovuto non dimenticare mai, nell’impianto teorico e nelle proposte pratiche, che la croce di Gesù rappresenta qualcosa che contesta inesorabilmente e radicalmente questa stessa preoccupazione [di adattamento]» (49). Meditando sulla prassi pastorale paolina, si prende invece coscienza che «senza la croce nessun tentativo di farsi accogliere corrisponde al progetto che Gesù ci ha consegnato» (49).
Sul terzo versante, quello della Parola di Dio, la riscoperta positiva della narrazione ha destato risonanze positive, «eppure temo che il richiamo alla Parola di Dio sia stato troppo personalizzato, troppo elaborato in una logica di sapienza, rischiando di ridimensionare ingiustamente la potenza della Parola» (49), mettendo tra parentesi la sua carica propriamente profetica e provocatoria.
L’intervista-dossier, prima di concludersi con alcuni tratti e urgenze del mondo giovanile oggi (55-65), che sfidano la nostra pastorale, fa il punto sulle motivazioni dell’annuncio dell’evangelo e sulla validità delle proposte esplicite di Vangelo oggi: il tutto si gioca tra rispetto della libertà/sensibilità e il dovere obbedienziale dell’annuncio, riconoscendo però che «solo in lui possiamo scoprire che, nonostante tutto, siamo e restiamo signori della nostra vita» (52).
Il tono e la sincerità di queste parole lasciano ben sperare. Soprattutto in ordine ad un vero ripensamento della nostra riflessione e prassi pastorale, in cui qui sono poste alcune basi, riconoscendo appunto quelli che potrebbero essere alcuni dei «nervi scoperti» che non ci aiutano ad essere fedeli al nostro mandato di pastori-educatori secondo il cuore del Signore, apostolo del Padre.
Mettere a nudo i presupposti quasi mai tematizzati e verificati del nostro pensare e agire pastorale significa mettere le basi per un possibile rinnovamento, che però non ha nulla di scontato, ma implica un cammino di verifica e purificazione in vista di un autentico rinnovamento del nostro essere e del nostro agire.
 
PROSPETTIVE DI FUTURO
 
Provo, nella seconda parte di questo percorso, a far emergere alcune istanze, concentrazioni e svolte che mi paiono feconde per un cammino di ripensamento, che, dal mio punto di vista, non ho difficoltà a chiamare con un termine più evangelico, ovvero conversioni. Quattro se ne impongono, per ricominciare a portare frutto.
I nostri tempi chiedono, per un’azione pastorale secondo le coordinate evangeliche, pensiero autentico alimentato dalla fede e da riflessione teologica profonda e governo coraggioso in ordine alle nostre convinzioni più profonde.
I primi tre punti sono pensati come uno interno all’altro, in un successivo approfondimento. Il quarto ha il compito di creare le condizioni per la loro concreta realizzazione oggi. Faccio emergere ciò che mi «dà da pensare» e che ne dovrebbe a tutti, consapevole della complessità di quello che sto cercando di esprimere.
 
Una «conversione teologica» della pastorale giovanile
 
Incomincio da quello che mi sta più a cuore: sono profondamente convinto che sia necessaria oggi più che mai una decisa e rigorosa conversione teologica della nostra riflessione pastorale.
Nell’esortazione apostolica Pastores dabo vobis al n. 57 si afferma, circa la formazione dei candidati al sacerdozio: «Si esige, dunque, lo studio di una vera e propria disciplina teologica: la teologia pastorale o pratica. La pastorale non è soltanto un’arte né un complesso di esortazioni, di esperienze, di metodi; possiede una sua piena dignità teologica, perché riceve dalla fede i principi e i criteri dell’azione pastorale della Chiesa nella storia, di una Chiesa che «genera» ogni giorno la Chiesa stessa».
Direi anche di più: per fare pastorale ci vuole non solo un’autentica «teologia pastorale», ma, di conseguenza, anche una «fondamentale», una «sacramentaria», un’«antropologia teologica», una sapienza biblica… che non si possono mai dare per scontate o per acquisite una volta per tutte. Se è convinzione profonda che la nostra scienza più eminente è conoscere Gesù Cristo e la gioia più profonda è rivelare a tutti le insondabili ricchezze del suo mistero, dobbiamo riconoscere che il sapere teologico, che ha nella fede vissuta la sua fonte e il suo culmine, è l’anima di ogni riflessione, capace di offrire principi e criteri affidabili per ogni azione pastorale.
Una teologia solida, aggiornata, attenta ai segni dei tempi e al contesto concreto, all’uomo concretamente esistente, con le sue caratteristiche peculiari, reali.
La teologia, intesa qui in senso ampio come intelligenza della fede, non si dà una volta per tutte e in modo univoco. Essa è la riflessione critica della fede, orientata alla comprensione credente della ricchezza della rivelazione
Essa è un servizio alla Chiesa e alla vita cristiana nel tempo che gli è dato di vivere: soprattutto la teologia pastorale o pratica ha a che fare in maniera diretta e concreta con l’agire fatto di annuncio, di predicazione, di liturgia, di catechesi e di tutto ciò che incarna la fede nell’oggi che siamo chiamati ad operare. In tale direzione sottolineo la necessità di una antropologia teologica che sappia entrare nelle questioni fondanti con pertinenza e attualità: la libertà, il male, la sofferenza, i legami, la fede, il simbolico, lo storico-sociale. Rimango convinto che il medio antropologico-teologico è in grado di fare da garanzia e da collegamento tra la teologia sistematica e la teologia pasto­rale.
Nell’intervista che abbiamo analizzato, mi pare, non abbiamo che l’imbarazzo della scelta per scegliere da dove partire, per ripensare ad una proposta credibile di pastorale per l’oggi della Chiesa: ripensare alla prospettiva teologico-fondamentale che fa da sfondo; ripensare al tema dell’ultima cena-croce (del male e della sofferenza, del peccato e della grazia, dell’obbedienza e del dono); ripensare a tutta la questione sacramentale, in riferimento anche e soprattutto alla catechesi; ripensare all’unità nella differenza tra evangelizzazione ed educazione; ripensare alla questione vocazionale nelle sue varie e ampie articolazioni; ripensare alla dimensione profetica e provocatoria della parola di Dio; riferire infine il tutto all’ambito propriamente ecclesiale della fede.
 
Una «conversione evangelizzatrice» dell’azione educativa
 
Un secondo passaggio conseguente è una conversione evangelizzatrice della nostra azione educativa. Tutto porta in questa direzione, nel senso che l’educazione è riferita prima di tutto alla vita buona portata dall’evangelo e che deve essere disponibile per tutti.
Da qui ne viene immediatamente il compito di ripensare tutta la nostra presenza e prassi educativa in ordine all’evangelizzazione: dobbiamo avvertire l’evangelizzazione come l’urgenza principale della nostra missione, consapevoli che i giovani hanno diritto a sentirsi annunciare Gesù Cristo come fonte di vita e promessa di felicità nel tempo e nell’eternità. È il nostro unico dovere ed è un diritto per ogni giovane: questa tensione deve essere l’anima di ogni nostro intervento educativo. Solo incontrando Gesù Cristo è possibile un’educazione integrale e integrata, che giunga alla sua pienezza e piena realizzazione.
Bisogna, in tale direzione, passare con decisione dalla considerazione dell’efficacia della nostra presenza in termini di stima degli altri, alla sua valutazione in termini di fedeltà al Vangelo. È una richiesta che ci richiede una conversione reale e radicale. La qualificazione della nostra presenza, anche dove essa è minoritaria, si gioca sulla qualità della nostra fedeltà all’evangelo; una fedeltà che diventa automaticamente testimonianza umile e autorevole.
Tale passaggio apre il cammino alla domanda circa gli «strumenti» o i «criteri» che ci permettono di valutare la nostra efficacia pastorale: il parametro ultimo è per me la vita cristiana, intesa qui come decisione vocazionale. Ecco perché, nel campo pastorale, «il discepolo non è infedele quando e perché compie il male, ma quando non porta frutto: l’infecondità svela l’infedeltà», secondo la felicissima espressione di don Pascual Chavez, commentando il testo evangelico dei tralci e della vite (Gv 15,1-11)! Detto in altri termini, la nostra fedeltà «si misura», se così possiamo dire, dalla generazione di nuovi discepoli del Signore, di uomini e donne che lo scelgano concretamente, nelle forme proprie della vita cristiana (laicale, consacrata, sacerdotale).
Ma di qui passiamo direttamente e in piena continuità alla terza svolta…
 
Una «conversione vocazionale» dell’azione evangelizzatrice
 
Un terzo passaggio opportuno si riferisce alla conversione vocazionale della nostra azione evangelizzatrice, prima ad intra e poi ad extra. Ritengo particolarmente strategico il tema vocazionale ripartendo senza indugio dalla riscoperta, della singolarità della nostra identità di «discepoli autentici» e poi di «apostoli credibili» dei giovani a cui siamo inviati.
Ogni identità cristiana si gioca sul primato del discepolato, che diviene anima e forza di ogni apostolato. C’è un primato della chiamata di Dio e della sua iniziativa salvifica; c’è una passività originaria dell’uomo, capace di ricevere, di udire la parola e di accoglierla gioiosamente, facendola propria. Il primato è dettato dalla vocazione, dalla chiamata, che diventa poi missione: il Cristo stesso è «Apostolo del Padre» solo e necessariamente in quanto si sa e si riconosce «Figlio del Padre». Proprio così: «più si ha il coraggio di accogliere e difendere la propria origine tanto temporale quanto eterna, di riconoscere la propria figliolanza, tanto più si avrà la gioia serena e coraggiosa della paternità» (E. Salman).
Tutti, in quanto cristiani, siamo dei chiamati. Perdere questa coscienza significa perdere le nostre radici. Siamo del Signore, sua proprietà, consegnati a Lui, siamo suoi. All’interno della Chiesa, come salvati, secondo la nostra specifica forma di servizio: laicale, sacerdotale, consacrata. Riproporre la vita cristiana primariamente come «vocazione» significa per lo meno contrapporsi all’eterna tentazione sempre accovacciata davanti alla porta della nostra esistenza, oggi più viva che mai, dell’autoreferenzialità. Ma così si può solo essere «apostoli del post-moderno», non apostoli dell’evangelo! Un vero educatore accende nei suoi giovani lo stimolo a riconoscere, accogliere e promuovere la propria vocazione: «quando io parlo con i giovani, non trovo che altra perla possano essi cercare più preziosa che il conoscere la propria vocazione» (don Bosco).
Da questa chiarificazione sarà possibile poter portare i giovani a prendere coscienza che nella Chiesa vi sono chiamate ben precise e situate (laicale, sacerdotale, consacrata), che devono essere presentate nelle loro articolazioni ed esigenze, contro ogni istinto di autorealizzazione postmoderna che nega ogni prospettiva obbedienziale. Da null’altro infatti siamo salvati che non abbia a che fare con la felice obbedienza di Cristo, cuore e realizzazione della sua fede! Il nucleo rovente della fede è infatti l’obbedienza.
 
Una «conversione corresponsabilizzante» della pratica pastorale
 
Un ultimo aspetto che mi sta a cuore, che rimane la condizione di possibilità per realizzare ciò che ho detto nei precedenti tre punti, è la conversione corresponsabilizzante della nostra pratica pastorale. Cristallizzare in scelte di governo coraggiose le esigenze di una Chiesa che sappia vivere l’agape, all’insegna della comunione, condivisione e corresponsabilità concreta e quotidiana della nostra missione.
Un modello gestionale capace di far emergere le diverse specificità vocazionali di ogni membro della Chiesa è ancora un compito tutto da pensare e attuare, dopo un millennio di dominio clericale e dopo appena qualche decennio dal Concilio Vaticano II, che ha riequilibrato le varie prospettive nella sapiente immagine della Chiesa come popolo di Dio in cui ognuno concorre con la propria specificità al bene del tutto. La Chiesa ha colto nel segno la direzione di marcia, che deve però essere intrapresa con coraggio e lungimiranza.
Il governo, in tutti gli ambiti e in tutte le sue forme, deve orientarsi, per rendere ragione delle nostre convinzioni, attraverso scelte orientate ad un rinnovamento degli stili e delle pratiche ordinarie di vita ecclesiale nella direzione della concreta koinonia, che sola è in grado di rendere credibile la nostra dedizione. Il basso profilo testimoniale di troppe nostre comunità e di molti nostri ambienti è sotto gli occhi di tutti, come scandalo inoppugnabile.
Rimane un dato reale e confortante il fatto che il modello pastorale, a seconda dei vari settori ecclesiali di riferimento, sta radicalmente mutando, con delle richieste decisive in merito alla conversione verso la comunione, la condivisione e la corresponsabilità: soprattutto nel mondo delle Parrocchie, che diventano comunità pastorali e unità pastorali e nelle realtà educative scolastiche, dove i laici sono chiamati a compiti di evangelizzazione diretta e di corresponsabilità.
In questi cambiamenti, dove è evidente l’umiliazione della perdita di terreno e di numeri da parte delle milizie clericali e consacrate, vi è un’altrettanta indiscutibile chiamata all’umiltà e ad una alta qualità testimoniale da riguadagnare. Non sarà certamente la deriva aziendale/organizzativa a salvare i nostri ambienti educativi, ma una ripresa radicale delle esigenze della comunione evangelica, sola e vincente carta da giocare che abbiamo a nostra disposizione: «come tu, Padre, sei in me e io in te, così siano anch’essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21); «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amato, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,34-35). In assenza di una dinamica di questo genere, nulla potrà ridare credibilità alla nostra azione pastorale: nessuna tecnica, nessun effetto speciale, nessuna predicazione raffinata rianimeranno ciò che non ha in sé alcun soffio di vita.
Tali segnali che possono riproporre l’originaria e convincente koinonia ecclesiale sono le impronte più evidenti e incontrovertibili del regno che viene: convincenti per se stessi, senza necessità di ulteriori orpelli. Le nostre comunità presbiterali, le comunità religiose e l’insieme della compagine ecclesiale deve ripartire da alcuni e precisi punti fermi che mostrino con sicurezza lo stile dell’evangelo, lontano da invidie e discordie, ma fatto di comunione, condivisione e corresponsabilità. Per meno di questo, saremo soggetti alla maledizione del salmo 127, che rimane sempre in agguato: «Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la città, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno». Vivere la comunione tra di noi è garanzia della sua presenza vivificante. E viceversa: la prova del nove della sua presenza è la comunione ecclesiale. La fede testimoniale della Chiesa non vive di altro.
 
Conclusione
 
In un tempo in cui le identità cedono il posto alle narrazioni e ai ruoli intercambiabili e mai definitivi, dove il verbo centrale è «ricercare», proponiamo di ritornare con decisione al concetto forte di «identità»: il cristiano sa da dove viene, conosce il progetto fondante della sua esistenza, riconosce la roccia da cui è stato tagliato (cfr. Is 51,1). Egli ha trovato il suo Signore e con questo la sua vocazione nella Chiesa, che è tanto multiforme nella sua realtà concreta quanto unitaria nella sua origine e nel suo compimento.
Una chiara consapevolezza della propria identità, resa spontanea da una pratica di vita coerente e responsabile, nutrita di autentica intimità con il suo Signore, rende il discepolo solidamente fondato e quindi capace di essere pastore affidabile e capace di testimonianza autentica all’interno della Chiesa, segno della salvezza condivisa e offerta al mondo.
Una missione pastorale rinnovata non può che nascere da una presa di coscienza vitale della propria identità forte e umile, ma mai dispotica, perché fondata sulla forza e sulla vulnerabilità della dedizione di Cristo, che ci ha amato e ha consegnato se stesso per noi (cf Gal 2,20). In tal modo apparirà con chiarezza, attraverso la povertà dei nostri mezzi, che «abbiamo questo tesoro in vasi di creta, affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi» (2 Cor 4,7).
 
 
 
 

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