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Storia di un cammino alla scoperta del corpo come spazio di comunicazione

 

Caterina Cangià

(NPG 1986-09-73)


In una scena del film «Tangos. L'esilio di Gardel» di Solanas, uno degli interpreti ha appena finito di dire al protagonista, deluso e frustrato: «Dai, ora non andare in pezzi», che questi letteralmente scoppia, mostrando rotelle, ingranaggi, spirali e bulloni e lasciando cadere braccia, testa e gambe. Un vero effetto. L'ho spontaneamente associato all'immagine mentale che ci facciamo del nostro corpo, o meglio, alla concezione che abbiamo di noi stessi e degli altri come persone.
Dovendo condividere fatti ed esperienze vissuti da preadolescenti con la finalità precisa di «possedere il proprio corpo per comunicare attraverso di esso», mi pare indispensabile una messa a punto sulla concezione della persona.
L'esistenza corporea, solo se vista come unità e totalità, abilita alla relazione, con tutta la gamma di linguaggi che ogni comunicazione comporta. Il corpo è la nostra condizione, il nostro diritto ad essere sulla terra, è la finestra spalancata sulla vita che a sua volta riflette il segreto che siamo.
E' terra d'incontro. Solo questo? Tutto questo.
Il «partage» di vissuto che affronto è stato concepito come un raccontare a educatori e animatori impegnati con preadolescenti le tappe di un cammino alla scoperta del proprio corpo come spazio di comunicazione. Penso che possa essere di aiuto anche a chi affronta per la prima volta questo impegno. Esigenze di spazio hanno consigliato delle scelte tra la quantità di cose dicibili; hanno pure imposto certe limitazioni di campo.
1. Ritengo utile trattare, in un primo, ampio spazio, di tecniche concrete per educare all'uso del corpo, avviando un discorso sull'interiorizzazione e sulle abilità motorie necessarie per fare del corpo soggetto di dialogo ed espressione.
2. Documento, in un secondo momento, le tecniche individuate, con precise realizzazioni, scelte tra quelle che sono state vissute con maggiore intensità da preadolescenti.
Se pensare alla ricerca di tecniche precise per «essere se stessi» quando l'espressione dovrebbe nascere spontanea nel quotidiano può rattristare, diciamoci che ogni sforzo per vivere il proprio corpo vale la pena di essere tentato.

SVEGLIA IL TUO CORPO

Il preadolescente ha lasciato appena la fanciullezza e non è molto lontano dalla propria infanzia. Ha perciò il ricordo vivo di gesti e situazioni in cui la spontaneità, la gratuità e la creatività regnavano. E' una fase privilegiata dell'arco evolutivo e l'animatore che ne ha cura deve tener conto di questo «vissuto» recente per calare in esso i mezzi e le tecniche per completare o iniziare la stimolazione della sensibilità espressiva.

L'obiettivo da raggiungere

Un primo e indispensabile passo da fare è prefiggersi una finalità chiara. Chiamo questa finalità «obiettivo-target» e lo poggio su «obiettivi abilitanti». Questi sono: - dominio della propria motricità;
- capacità di interiorizzazione.
Gli obiettivi abilitanti fanno appello, il primo, a tutta una gerarchia di pre-requisiti motori che selezionano gesti, posture, sequenze complete di movimenti che interessano le varie parti del corpo e il corpo come insieme e, il secondo, un processo di lento e progressivo cammino di «discesa» nel proprio corpo per possederlo e farlo poi emergere come soggetto di comunicazione. Il raggiungimento degli obiettivi abilitanti (condotto di pari passo, senza favorire uno a scapito dell'altro), porta di per sé al raggiungimento dell'obiettivo-target: celebrare il corpo come luogo di comunicazione.
Diversamente dall'ambiente scolastico, l'atmosfera in un gruppo di preadolescenti che sceglie (sottolineo che devono «fare» l'espressione solo quelli che vogliono; questo primo nucleo di volontari sarà, se ben condotto, prerequisito di stimolazione per gli altri) d'impegnarsi alla scoperta della «propria terra» é satura spontaneità, di libertà.
Insisto sul fatto di prefiggersi come obiettivo il dominio della propria motricità. Ho sentito animatori affermare che facevano dell'espressione corporale solo perché lanciavano un testo o una situazione e chiedevano ai ragazzi di esprimerli gestualmente, così come loro veniva più immediato, nella più completa ignoranza di cosa un gesto potesse significare.
Chiaro che i ragazzi non fanno dell'espressione per imitare, per riprodurre ciò che l'animatore sa già fare. Fanno l'espressione per scoprire le ricchezze e potenzialità del loro corpo, e per fare questo hanno bisogno di sapere «come» fare.

Dalla ricerca del gesto...

Il gruppo si è già formato.
In un ambiente confortevole e spazioso, possibilmente con pavimento di legno o ricoperto di moquette, arrivo con cartelle colme di cartoline, stampe, immagini prese da rotocalchi, schizzi fatti a matita. Voglio iniziare i ragazzi alla lettura dei testi.
Fermiamo l'attenzione sull'atteggiamento espressivo, soprattutto facciale; analizziamo semplicemente, senza interpretare. Mi sono trovata a utilizzare, in altre culture, una serie di cartoline di affreschi a bassorilievi di figure dell'Antico Egitto. I ragazzi vi hanno letto gesti di dominio, di lavoro, di preghiera e di offerta. Per limiti di spazio accenno solo a quale ricchezza ci sia nella lettura delle icone orientali, e rimando ad un breve studio già fatto.[1] Lo stesso si può dire per i mosaici, per gli affreschi presenti nelle grandi chiese d'Italia.
Un secondo passo, che realizzo meglio dividendo i ragazzi in gruppi di due o di tre, è la ricerca dello stato « interno » che ha motivato il gesto.
Senza che i ragazzi se ne accorgano, lavorano già sulla interiorizzazione che è facilitata dalla scoperta in altri (o meglio, nelle immagini) degli stati «interni» motivazionali.
Dopo aver lasciato la libertà di commenti ed espressione, invito qualcuno a fare una associazione di parole o situazioni al gesto. Le frasi, di solito, le inventano i ragazzi. Per qualcuno è più facile ricorrere alla memoria. L'immagine di un feto di pochi mesi ha richiamato: «Come conchiglia che perla sua racchiude, mi porti in te», molto probabilmente da una poesia che non sono riuscita a rintracciare.
Gli esercizi proposti suscitano un forte interesse nei ragazzi, interesse che di solito sfocia nella ricerca e raccolta di materiale simile a quello presentato dall'animatore.
Un buon esercizio propedeutico, precedente ogni insegnamento, è chiedere di interpretare gestualmente semplici frasi o situazioni; in altre parole, si tratta dell'operazione contraria all'ultima tappa sopra descritta. Ottimi suggerimenti vengono offerti da Bossu e Chalaguier.[2] Altro esercizio, sempre precedente l'insegnamento sistematico, consiste nel chiedere ai ragazzi di imitare un'azione quotidiana (vestirsi, svestirsi, camminare, salire le scale) e mentre sono intenti ad eseguirla, «gelare» il movimento, farli cioè fermare di botto e analizzare il gesto (perché il movimento «gelato» diventa solo un gesto). Aiuta anche far eseguire dei movimenti quotidiani «al rallentatore», così come si vede a volte nei film. L'attenzione in questi casi è molto più affinata e la precisione ne guadagna. Da poco ho provato a chiedere l'imitazione di movimenti e gesti «visti» come se in sala ci fosse solo la luce stroboscopica. L'entusiasmo dei ragazzi è stato grande. Buoni da praticare: la corsa, il grido di paura (grido silenzioso), l'essere colpiti e cadere a terra, l'entusiasmo di un tifoso che vede la sua squadra vincere. L'imitazione è a scatti e aiuta il frazionamento del gesto nelle sue componenti più elementari; il salutare con ampi movimenti delle braccia sarà spezzettato, come pure l'oscillazione del busto. E' positivo chiedere ai ragazzi di osservarsi a vicenda, di completare, «da spettatori» quello che vedono l'altro fare. Lo spirito di gruppo va crescendo e prepara l'ambiente per la seconda tappa.

... alla ricerca della qualità

Senza voler sostituire l'esperienza e la tecnicità dell'animatore all'esperienza di chi apprende, è indispensabile seguire una tassonomia precisa. Ho scelto quella di R. Dave che segna l'imitazione quale punto di partenza dello sviluppo delle capacità motorie. L'animatore si guarderà bene dal dire: «fate come faccio io», ma dirà invece che «sente» così, ad esempio l'attenzione; mostrerà come «dire» col volto l'attenzione sorpresa, l'attenzione sospetta, l'attenzione inquisitiva, l'attenzione paurosa, l'attenzione astiosa... I ragazzi sono portati spontaneamente all'imitazione, ma non essendovi esplicitamente richiesti, vi mettono una componente di creatività (stimolata anche dagli esercizi di interiorizzazione la cui descrizione segue quelli motori, ma che sono portati avanti parallelamente).
All'imitazione segue la manipolazione: i movimenti si differenziano a poco a poco e si sceglie quello più rispondente alla situazione, non si è però arrivati all'automatismo e alla rapidità. R. Laban, nel suo libro «Effort training» [3], indica un grande numero di esercizi da eseguire senza strumenti né oggetti, per affinare la motricità. I limiti di spazio ci permettono solo qualche accenno: tagliare cuoio con un coltello tagliente; battere un tappeto col battipanni; lanciare carbone con una pala o lanciare un pacco da una mano all'altra; tirare al massimo un pezzo di elastico; agitare l'acqua con la mano; scuotere una bottiglia come se la si risciacquasse; spezzare spago con le mani. Ho citato esercizi riguardanti le braccia e le mani. Un insegnamento sistematico fa seguire o precedere a questi, esercizi con le gambe (tipica la marcia, citata da quasi tutti gli autori di espressione corporale: marcia su strada diritta, salita, discesa; andare in bicicletta; salire una scala), esercizi che vedono impegnato tutto il corpo (classico il tiro alla fune citato anche da L. Ferraris).[4]
Con gli esercizi sul corpo, un lavoro più delicato riguarda l'espressione del volto, lo sguardo, il sorriso, la mimica facciale corrispondente ai più svariati stati d'animo.
La terza tappa, nella tassonomia di Dave, è la precisione. Scrivevo nei sottotitoli: dalla ricerca del gesto alla qualità del gesto. Il gesto esteriorizza ciò che è nascosto, fa vedere all'esterno ciò che abita nel più intimo, deve perciò essere preciso, sobrio, non ambiguo, per corrispondere con verità a quanto è «sentito». Quando raggiunge la precisione, si passa alla coordinazione che è armonizzare in unità ciò che più parti del corpo sanno già fare con precisione. L'ultima tappa è la naturalezza, cioè l'automatizzazione, che richiede un minimum di energia psichica che viene così utilizzata per uno sforzo più grande di interiorizzazione.
L'obiettivo abilitante descritto ci ha detto che si è il proprio corpo quando ci si muove con libertà, scioltezza, precisione. Si impara però a parlare con il corpo quando si mette in moto il processo di interiorizzazione, secondo obiettivo abilitante.

VIAGGIARE DENTRO PER CAPIRSI

Le radici del gesto riposano al centro del nostro essere. Ecco perché faccio intraprendere ai ragazzi un viaggio all'interno del proprio corpo, perchè riescano a capirlo. Spiego come la strada per iniziare sia seguire la risonanza che ha in noi una parola di lode o di amicizia: è quasi un suono di campana che si amplifica dentro o, meglio, è il battacchio, e la campana siamo noi.
Già Dewey diceva che «non possiamo acquisire idee, sentimenti, tecniche se non quando li viviamo», e viverli vuol dire sentirli nel tessuto del proprio corpo.
Mi si chiede come. concretamente aiuto i preadolescenti a interiorizzare.
Nell'ambiente dove ci incontriamo o, se le giornate lo permettono, seduti su un prato, faccio chiudere gli occhi e chiedo semplicemente di provare, di tentare di «sentire» le cose che dico. Parlo del passato, dei milioni di anni incisi nelle stalattiti e stalagmiti di una grotta immensa; chiedo di «sentire» i millenni che si accumulano, goccia su goccia. Cambio bruscamente soggetto e chiedo di «sentire» la sete di una pianta che da parecchi giorni non riceve acqua. Chiedo ancora di camminare in un tunnel lunghissimo e poi, di trovarsi di colpo col cielo di fronte.
Questi momenti di interiorizzazione non devono essere prolungati, vanno anche preceduti da una attenta preparazione e soprattutto seguiti da quello che chiamo il «compito». Un esempio: cogliere nelle persone che si incontrano durante una giornata, sul bus, per la strada, le espressioni esterne e da queste risalire a quel che sentono dentro. Man mano che si va avanti con il processo di interiorizzazione e, parallelamente, con l'esercitazione motoria, si potrà chiede ai ragazzi di esprimere. Per l'espressione parto sempre da situazioni sul pavimento. Il pavimento dà sicurezza e fiducia. Chiedo ai ragazzi di esprimere le radici di una pianta per poi farli risalire lentamente lungo il tronco, su verso i rami ... e finalmente far sbocciare un fiore.
Penso che il taglio esemplificativo, anche se molto limitato, sia di aiuto. Ciò che si esprimeva attraverso i gesti può difficilmente essere espresso a parole. I ragazzi apprezzano molto questa nuova abilità acquisita e mi chiedono compiti sempre più difficili. Ho dato loro una volta: «leggete uno sguardo ... e rispondete esattamente a ciò che vi dice». Non so se noi, adulti, ci sentiremo capaci di farlo. Eseguono il compito con serietà, come un vero lavoro di precisione.
Quando l'aspetto motorio va perfezionandosi, tento esercizi più impegnativi. Do la situazione: «tra le pietre, sopra le pietre, un cerbiatto impaurito, no, pazzo di paura, corre fino a sentire il cuore scoppiargli nel petto». Alterno gli esercizi che abbinano i due obiettivi a semplici esercizi di interiorizzazione.
Chiedo ai ragazzi di sentirsi, di volta in volta, l'acqua, chiara come il cristallo; la pietra, sulla quale passa l'acqua; la sabbia fine che l'acqua accarezza e lo scoglio contro il quale l'acqua si frange. Questo esercizio di «passaggio» è propedeutico per l'espressione di monologhi corporali, quando si è alternativamente chi supplica e chi concede o chi aggredisce e chi soccombe. Ho conosciuto animatori che confondevano questa abilità di monologare col corpo con la piatta ripetizione gestuale delle parole che venivano dette o declamate. A rischio di essere banale, esemplifico. La frase «Signore, Dio dell'universo, guarda», veniva abbinata al gesto di guardare, magari con la mano sulla fronte per vederci meglio. No. Sono io che prego, perciò mi tendo come un arco perché Dio mi veda, alzo le braccia perché accetti quanto voglio dirgli, guardo, io, verso l'alto, per incontrare il suo sguardo.
In una delle ultime tappe, lancio un vocabolo, ad esempio «pace», e sono i ragazzi che dicono a me cosa devo «sentire». Quando ho detto «gioia» mi hanno risposto: «senti il cuore pieno di stelle». Ci ho provato. Era incantevole. A «fiducia» potrebbero suggerire: «senti il cuore di un amico tra le mani, mentre ti confida un segreto. Sentilo battere».
L'ultima tappa, nel processo di interiorizzazione, porta ad affrontare chiari contenuti spirituali per far assaporare ai ragazzi l'espressione della preghiera non più o non solo attraverso parole, ma attraverso il corpo. Leggo il passo di Ezechiele e mi fermo sulla frase: «toglierò dal vostro petto il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne». Sentiamoci il cuore di pietra, freddo, pesante, insensibile. Dio decide di cambiarcelo, e lo fa poco alla volta. Da cuore di pietra diventa cuore di cristallo; è sempre duro, ma una fiamma si è accesa all'interno, lo riscalda, diventa sempre più caldo. Dio ci chiede di «addomesticare» il nostro cuore, di riscaldarlo. Piano piano prende vita, comincia a pulsare. E' vivo. Batte forte, il sangue va e viene, lo sentiamo in mezzo al petto, nelle vene del collo, nelle tempie. Scorre dappertutto. E' il cuore di carne che lo lancia in tutto il corpo. E il cuore che mi fa. Sono unico. Sono vivo. Sono una cosa santa. Sono io! L'esperienza, ripetuta con gruppi diversi, è stata sempre unica. Quasi un avvicinarsi all'altare. A passi lenti. Con tutti i limiti del codice scritto ho tentato di comunicare la strada per raggiungere i due obiettivi abilitanti. Ogni animatore, con la propria sensibilità, esperienza e nella particolare situazione ambientale in cui vive saprà trovare altro materiale.
Non penso di essere insistente se ripeto che la preadolescenza è l'età migliore per iniziare questo tirocinio di espressione attraverso il corpo. E' triste quando un adulto non sa snodare i propri sentimenti e scioglierli in gesti; quando si ricopre di una corteccia per difendersi dal contatto con gli altri; quando ha in suo potere solo il ponte della parola, così spesso ambigua. Quando il più potrebbe dire la semplice punta di un indice che sfiora una mano. Certo, l'ideale sarebbe iniziare con bambini molto piccoli, - e l'ho tentato - di quattro o cinque anni.
Provate a farli «sentire» ciliegie che fanno provvista di sole per addolcirsi...

ESPERIENZE DI COMUNICAZIONE

Il recupero del corporeo è fatto con una precisa finalità: celebrare il corpo attraverso messaggi di comunicazione. Propongo qui pochi esempi da realizzare sia per la gioia di esprimersi in gruppo che per quella di un pubblico (un gesto che fa crescere chi lo fa e chi lo legge).
Il primo nucleo riguarda una lettura dai Salmi. Indico qua e là dei contributi scenografici e musicali.

«Sarà come un albero
piantato lungo corsi d'acqua,
che darà frutto a suo tempo
e le sue foglie non cadranno mai.
Non così, non così gli empi,
sono come pula che il vento disperde»
(dal salmo 1).

Nella prima parte i gesti richiamano quelli suggeriti nelle tecniche di interiorizzazione; nella seconda sono giri vorticosi e movimenti liberi fino alla caduta a terra. La musica di Moussorsky «Notte sul monte Calvo», è buona per le due parti; nella seconda sarà aumentato il volume.

«Chi mi darà ali come di colomba,
per volare e trovare riposo?
Ecco, errando, fuggirei lontano,
abiterei nel deserto.
Riposerei in un luogo di riparo
dalla furia del vento e dell'uragano»
(dal salmo 55).

Ho sempre desiderato rappresentare questo salmo al mattino, all'aperto, con ragazzi vestiti in abiti leggeri e ampi, attraverso i quali potesse passare il sole, sorto da poco. Su tema musicale di Strawinsky (prima della «Sagra di Primavera» ), si eseguono evoluzioni imitative del volo, intercalate a brevissime pause d'immobilità.
Accenno ora a salmi di facilissima interpretazione. Una scelta di versetti dal salmo 118:

«Aprimi gli occhi perché io veda
le meraviglie della tua legge...
Sono prostrato nella polvere,
dammi vita seconda la tua parola...
Io piango nella tristezza,
sollevami secondo la tua promessa...
Alzerò le mani ai tuoi precetti che amo,
mediterò le tue leggi...
Le tue mani mi hanno fatto e plasmato».

Dopo alcuni incontri di interiorizzazione il salmo è stupendamente interpretato dai ragazzi. Ho felicemente abbinato al testo il motivo del film «Segni di vita» di Herzog. Altro salmo è il 103. Canta gli splendori della creazione. E' stato realizzato anche con bambini della scuola elementare.
Accenno ai salmi 121: «Quale gioia quando mi dissero», e 136: «Sui fiumi di Babilonia là sedevamo piangendo», come a salmi di massa. Sono tipici per l'espressione della folla e fanno vibrare i corpi come se un'anima sola li pervadesse. Il primo canta gioia e fiducia; il secondo tristezza e angoscia. Ai gesti del primo si abbina bene la Sinfonia in Fa di Beethoven, al secondo «Pavane pour un enfant mort».
Chiudo questo nucleo con alcuni versetti dal salmo 18, dal titolo: «Situazione dell'uomo che soffre e risposta di Dio». Io lo associo al mistero pasquale.

«Mi circondavano funi di morte,
mi travolgevano torrenti impetuosi;
già mi avvolgevano i lacci degli inferi,
già mi stringevano agguati mortali.
Nel mio affanno invocai il Signore,
nell'angoscia gridai al mio Dio Abbassò i cieli e discese,
cavalcava un cherubino e volava,
si librava sulle ali del vento...».

Nella prima parte, con sottofondo di «Machines» di G. Moroder, sentirci come dentro una sfera di cristallo che diventa sempre più piccola e ci schiaccia. Radunare le membra come se il corpo prendesse realmente la forma di una sfera: mani prima sul capo, poi attorno alle braccia, mentre il capo Si china sul petto. Le gambe sono contro il busto che si piega. Luci fredde, verdi o azzurre, lasciano il posto a calde luci arancio e rosse per la seconda parte «Melody Strange» di S. Schlaks accompagna la seconda parte. Sulle quinte, numerose e mobili, sono disposti nastri di varie lunghezze, per permettere ai ragazzi di girarvi attorno e impigliarvisi. Mi appello all'immaginazione di chi legge per supplire quanto la parola non riesce ad esprimere.
Il secondo nucleo, molto ricco di spunti per l'espressione, è presente nei libri della Genesi e dell'Esodo: la schiavitù d'Israele in Egitto; il viaggio nel deserto; i canti di liberazione. La storia di Giuseppe venduto dai fratelli ha ispirato uno stupendo musical per ragazzi, dove la gestualità abbonda: «The coloured robe» con musica di A. Webber. Si può attingere parecchio dai libri dei Profeti; è stata vissuta dai ragazzi «la canzone d'amore per la vigna», di Isaia.
Accenno alla liturgia come fonte di contenuti. Più plastiche di quella latina, le varie liturgie orientali offrono testi che aderiscono al gesto molto più che alla parola. Ho utilizzato brani dall'Ufficio Maronita del Sabato Santo per celebrare la morte e risurrezione del Signore:

«Chi è, figlio di Chi,
sorgente dalla tomba nella gloria,
senza aver conosciuto
la corruzione?
Chi è risalito dal combattimento
e si è liberato dalla mano
dello Shéol?
E sorto il mattino
e la notte é fuggita;
ecco l'avida morte abbattuta.
La luce è tornata
perché l'Eroe è risorto».

Una processione variopinta e danzante di ragazzi, sopraffatta dalla luce, avanza alle parole:

«Volgi il tuo sguardo, Sion,
e vedi, ecco che illuminati
d'una luce divina,
i tuoi figli vengono dall'Occidente
e dal Nord, dal Mare e dall'Oriente,
benedicendo in Te, Cristo,
la vita nei secoli»
(Ufficio Bizantino Dom. di Risur.).

Molto è rimasto da dire, chiuso nei gesti.
Senza la pretesa di far eseguire alla perfezione l'espressione, costanza e continuità devono accompagnare l'azione dell'animatore. Vedrei negativo l'intervento sporadico. Coltivare la forma e la discrezione nel gesto.
Far apprezzare ai ragazzi la capacità del corpo di scrivere messaggi nello spazio.
Di scriverli in fedele corrispondenza a quanto «sentono» dentro. Di esprimerli meglio che sanno. Perché la Bellezza salverà il mondo.

BIBLIOGRAFIA

BOSSU H., CHALAGUIER C., L'expression corporelle. Méthode et pratique, Centurion, Paris, 1974.
GARAUDY R., Danzare la vita, Cittadella, Assisi, 1974.
IMBERDIS P., Libérer l'expression, Chalet, Lyon, 1975.
LABAN R., A life for dance, Macdonald and Evans, London,
LAMB W., Posture and gesture, Gerald Duckworth, London,
LEBOULCH J., Verso una scienza del movimento umano. Introduzione alla psico-cinetica, Armando, Roma, 1975.
LE BOULCH J., Educare con il movimento. Esercizi di psicocinetica, Armando, Roma, 1979.
RUSSELL J., Creative dance in the secondary school, Macdonald and Evans, London, 1969.
ORLIC M. L.., L'educazione gestuale, Armando, Roma, 1979.

NOTE

[1]CANGIÀ C., Uno stile di espressione corporale: la lettura delle icone, DMA, ottobre 1980.
[2]BOSSU H., CHALAGUIER C., L'espression corporelle, Centurion, Paris, 1974.
[3]LABAN R., LAWRENCE F.C., Effort training, Macdonald and Evans, London, 1974 2, p. 33-42.
[4]FERRARIS L., Sessioni pratiche di espressione, Elle Di Ci, Torino, 1976.

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