Le isole generazionali

Inserito in NPG annata 1996.


(NPG 1996-05-57)


Una società caratterizzata da distanze e sganciamenti ad ogni livello vive di rapporti tra generazioni nei quali l'alterità si materializza nella dimensione dell'estraneità generazionale. Secondo una ricerca Censis del '95, il 40% degli italiani si sente più distante da una persona di un'altra generazione, che da un'altra classe sociale, di un'altra etnia o dell'altro sesso (tab. 1). E questa sensazione appare particolarmente marcata tra i giovani.
La separazione delle generazioni è d'altra parte un tratto culturale, più che un fatto biologico. Niente impedirebbe, pur nella diversa alchimia delle energie vitali e dei progetti, a soggetti di diversa età di dialogare e capirsi.
Eppure, la relazione tra giovani, adulti e anziani è così rara da colpire quando si verifica: un uomo adulto amico di un adolescente è guardato con sospetto, una giovane donna amica di un anziano è percepita dal senso comune con diffidenza.

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Il fatto è che in una società in cui i valori dell'alterità sono continuamente riaffermati, niente è più negato, anzi, reso tabù del rapporto con l'altro: è sufficiente pensare al colossale esorcismo che si recita quotidianamante intorno all'icona-bambino, onnipresente nella pubblicità e in Tv, mentre sistematicamente ne viene ignorata ogni effettiva necessità.
E la cultura italiana è forse in questo senso più perentoria di altre: al di là di una dichiarata tensione al confronto e alla conoscenza, bambini, giovani, anziani continuano a rappresentare mondi separati, non dialoganti con quello degli adulti. Si tratta di una distanza che sorprende e si materializza su uno scenario omogeneo sul piano valoriale, una omologazione che paradossalmente non attiva riconoscimento, solidarietà. Da questo paradosso (solo apparente), si può e si deve partire per far evolvere l'analisi e cogliere quanto di realmente importante sta accadendo, sul piano sociale e antropologico.
Guardare gli anni che precedono la nostra avventura di oggi significa ricordare un dato forte degli ultimi 40 anni, che attraversa come un filo rosso il rapporto tra le generazioni: dal malessere degli anni Cinquanta al conformismo dei primi anni Sessanta, dal conflitto esplicito dei Settanta al rampantismo sordo degli anni Ottanta, si è svolta sotto i nostri occhi la rappresentazione di una alienazione, in cui l'unica forma di rapporto reale tra le generazioni sembra essere stata la declinazione conflittuale dei tardi anni Sessanta, mentre per il resto si è assistito alla sostanziale negazione di una relazione, soffocata tra le spire di una consensualità subdola e pervasiva.
Una carenza dialogica che spesso ricorre al denaro come forma di compensazione e integrazione «povera»: secondo i dati di una ricerca Censis, la mancanza di dialogo familiare risulta strettamente correlata ad una maggiore disponibilità di denaro (tab. 2). I giovani che dichiarano uno scarso o inesistente dialogo con i genitori sono nel 50,5% dei casi quelli che godono di un'abbondante disponibilità di denaro, sia per quanto riguarda «la paghetta» mensile, sia rispetto al reddito complessivo della famiglia. Per converso, i giovani che dichiarano una minore disponibilità di denaro dichiarano un livello medio-alto (67,8%) di dialogo in famiglia, che appare dunque fondato più sul confronto armonico che sul consumo. Uno scenario che lascia intravedere una sorta di inquietante monetizzazione dei rapporti umani o del silenzio.
E, pur tuttavia, a fronte di un dialogo mancato che sempre più assume i contorni dell'indifferenza, non può bastare il riferimento alla difficoltà esistenziale del confronto con l'altro «vero».
Quello a cui stiamo assistendo è infatti una fenomenologia di recente deriva, la messa in crisi delle Weltanschauung generazionali, dei tratti, dei comportamenti, dei valori che fino a poco tempo fa comunque le definivano. Giovinezza, bellezza, entusiasmo, per i giovani; responsabilità, progettualità, competenza, per gli adulti; saggezza, solidità, generosità, per gli anziani; sono sempre meno gli elementi di definizione di modelli culturali generazionali, e sempre più patrimonio comune di un'unica grande «generazione virtuale», che condivide l'aspirazione ad una giovinezza biologica eterna e ad una potenza sociale improbabile.

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E ciò, mentre fenomeni demografici e socioculturali lascerebbero ipotizzare al contrario il rafforzamento delle identità generazionali: il decremento delle nascite e l'espansione della forza numerica degli anziani, le sovrarappresentazioni massmediali dell'infanzia e della gioventù. Né vanno dimenticate le trasformazioni sociostrutturali che attraversano la società italiana degli ultimi anni; l'evoluzione tecnologica accelerata che accresce le distanze nei paradigmi conoscitivi delle generazioni e destabilizza le gerarchie di status; l'emancipazione femminile che prosegue le sue traiettorie di coerenza, stressando i sistemi di relazione con le donne più anziane; la nuova prossimità di una società multietnica, che scava il fossato esperienziale dei giovani rispetto alle generazioni adulte.
Sono solo alcuni degli esempi volti a chiarire che nelle fenomenologie della distanza generazionale attuale convergono cattive abitudini di sempre (il rapporto con l'Altro di comodo, di superficie), tratti culturali del nostro paese (modelli relazionali fondati più sulla securizzazione tra pari che sull'esplorazione tra diversi), modificazioni strutturali di lunga deriva (l'emancipazione femminile, il gap tecnologico tra generazioni), convergenze dei sistemi valoriali verso un unico modello da società consensuale (il mito universale del bello/giovane/ricco/famoso). E proprio questa macro aggregazione valoriale, che sintetizza artificialmente tratti sociobiologici appartenenti a generazioni diverse (la giovinezza, la bellezza eterna da una parte; la capacità economica, l'autodirezione, l'autonomia dall'altra), prepara una mitologia che è al tempo stesso stimolo e frustrazione nei percorsi di approssimazione al modello, giacché tutti sono destinati a perdere la gara. Ma nel percorso di adeguamento si realizzano aggiustamenti e trasformazioni, si operano livellamenti un tempo impensabili, non tanto sul piano dei valori «supremi» (rispetto ai quali, in fondo, la convergenza è scontata) quanto su quello delle convinzioni e delle percezioni delle opinioni su aspetti e fasi significative della vita. È interessante rilevare, ad esempio, l'omogeneità di atteggiamenti rispetto alla «concezione del matrimonio» manifestata da soggetti tanto distanti nell'articolazione generazionale, in cui giovani e anziani condividono un'idea assai simile; in cui, ad esempio, l'importanza attribuita alla sessualità attraversa in egual misura le opinioni di giovani e anziani. Una sessualità, peraltro, che dietro un'apparente rilevanza appare nei fatti un valore negato ed esorcizzato. Un'omogeneità che trova pieno riscontro (tab. 3) nell'esplicitazione dei valori che si ritiene importante insegnare ai figli: tutte le generazioni convergono innanzitutto sul senso di responsabilità, seguito (a parecchia distanza) da tolleranza, rispetto, cultura e istruzione; mentre si deve registrare la sostanziale indifferenza, che attraversa tutte le generazioni, presenti nel campione, rispetto ai valori dell'etica pubblica, politica, sociale. In tal senso, la convergenza verso il senso di responsabilità appare più un'opzione facile, la rappresentazione compiuta di un abito civile «verosimile», che la reale interiorizzazione di un valore (tab. 4).
E forse è proprio questa, la verosimiglianza, il concetto che attraversa la realtà dei rapporti tra generazioni: giovani, adulti, anziani intrattengono rapporti verosimili, condividono valori verosimili, mettono in scena identità quasi vere. Resta da chiedersi se sotto il gioco delle apparenze covino gli stessi egoismi e le stesse solitudini.

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(Rapporto Censis 1995)