«Nato da donna»

 

Maria in Paolo

 

Stefano de Fiores

 

natodadonna

 

 

È raro trovare l'accostamento di Paolo di Tarso e Maria di Nazaret, due figure bibliche senza evidente legame o necessario richiamo. Basti consultare il Dizionario di Paolo e delle sue lettere per accorgersi che il nome di Maria è completamente ignorato, anche come donna che ha generato il Figlio di Dio (Gal 4,4), passo saltato perfino nella voce «Lettera ai Galati». A prima vista sembra che in realtà non ci sia niente di comune tra i due personaggi di rilievo nella Chiesa delle origini. Paolo è il missionario teologo, l'apostolo delle genti e il rappresentante di un cristianesimo libero dalla legge di Mosè e aperto all'ellenismo, Maria è una donna tenuta in grande considerazione come Madre di Cristo, ma professante come Pietro Giacomo un giudeo-cristianesimo fedele alle prescrizioni legali in seno alla comunità di Gerusalemme. Eppure il legame tra Paolo e Maria esiste, dal momento che dobbiamo all'Apostolo il primo testo del Nuovo Testamento dove si parla di Cristo come «nato da donna» (Gal 4,4). Riflettendo sul piano della salvezza e in particolare sull'incarnazione, Paolo non può fare a meno di riferirsi a quella donna d'Israele che ha generato il Messia. Come è risaputo, i discorsi kerigmatici di Pietro (At 2,14-39; 3,12-26; 4,9-12; 5,29-32; 10,34-46) e di Paolo (At 13,16-30; 17,22-31) mirano a comunicare il contenuto essenziale della storia della salvezza: Cristo morto e risorto. Solo una volta si fa riferimento all'attività sanatrice ed esorcista di Gesù dopo il battesimo di Giovanni (At 10,38) e solo una volta si menziona la discendenza davidica di Cristo: «Dalla discendenza di lui [Davide], secondo la promessa, Dio trasse per Israele un salvatore» (At 13,23). In questa prima fase non si nomina mai Maria. La ragione di questo silenzio sulla madre di Gesù è comprensibile: essa rientra nel più vasto silenzio circa l'intero arco della vicenda storica di Cristo (che sarà oggetto di considerazione accurata da parte degli evangelisti), perché il centro di interesse degli apostoli è l'annuncio del mistero pasquale.

 

Paolo rompe il silenzio su Maria offrendo in Gal 4,4 la più antica testimonianza mariana del NT, che risale al 49 o al massimo al 57 d.C., cioè una ventina d'anni dopo l'ascensione. Occasione della lettera ai Galati è l'infiltrazione nella comunità della Galazia in Asia minore (attuale Turchia) di alcuni cristiani giudaizzanti , che insegnavano la validità della legge giudaica per nulla abolita da Cristo. A questi Paolo oppone il suo Vangelo, ossia la salvezza mediante la fede in Cristo. Da autentico teologo, Paolo pone il dilemma: chi ci salva Cristo o la legge ? Se la salvezza viene dalla legge, allora «Cristo è morto invano» (Gal 2,21). Ma se Cristo è il salvatore, allora la legge perde la sua funzione e necessità, sicché le genti possono credere ed essere battezzate senza passare dall'obbedienza alle prescrizioni mosaiche. Con questa soluzione, che raccoglie l'accordo degli apostoli e comunità, il cristianesimo cessa di essere un semplice gruppo ebraico (pur mantenendone la fede monoteistica e la profonda spiritualità), e diviene una comunità universale.

In tale contesto polemico contro i giudaizzanti, Paolo introduce il testo di alto interesse cristologico in cui si fa menzione «tangenzialmente e in forma anonima» (A. SERRA, «Gal 4,4: una mariologia in germe», in Theotokos 1 (1993)2,8) di Maria, la «donna» dalla quale nacque Gesù: «Quando venne la pienezza del tempo, Dio e mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli» (Gal 4,4). Nonostante la sua laconicità, tale testo è considerato di altissimo interesse mariano, quasi una «mariologia in germe», in quanto «nucleo germinale» aperto «alle successive acquisizioni del Nuovo Testamento». Lo storico dei dogmi mariani Georg Söll giunge ad affermare: «Dal punto di vista dogmatico l'enunciato di Gal 4,4 è il testo mariologicamente più significativo del NT, anche se la sua importanza non fu pienamente avvertita da certi teologi di ieri e di oggi. Con Paolo ha inizio l'aggancio della mariologia con la cristologia, proprio mediante l'attestazione della divina maternità di Maria e le prima intuizione di una considerazione storico-salvifica del suo significato» (G. SÖLL, Storia dei dogmi mariani, Roma 1981, 31). L'importanza del testo paolino è dato dal fatto che esso ha una struttura trinitaria e insieme storico-salvifica. Paolo ricorre chiaramente allo schema di invio . Il soggetto della frase è il Padre, che determina la pienezza del tempo . Il tempo è considerato dall'AT come un recipiente che si riempie, ma per Paolo la pienezza è determinata da Dio, che fissa la data della fine della tutela dei pedagoghi per entrare nell'età adulta e libera.

 

In questo senso si comprende la posizione degli esegeti, al seguito di Lutero: «La missione del Figlio di Dio non è conseguenza della pienezza del tempo, ma è proprio il suo ingresso nella storia che realizza tale pienezza, trasformando il chrónos [tempo cronologico] in kairós [tempo salvifico]» (A. VALENTINI, Editoriale , in Theotokos 1 [1993]2,3). Per Paolo è il tempo propizio alla salvezza dopo il periodo di sudditanza e di maturazione (Gal 4,1-2), e decide l'invio di suo Figlio. Questi, che preesiste per poter essere inviato, viene nel tempo secondo due modalità e finalità intimamente connesse e contrapposte: nasce in condizioni di fragilità (nato da donna ) e di schiavitù (nato sotto la legge ) in vista della liberazione dalla schiavitù (per riscattare coloro che erano sotto la legge ) e del dono della figliolanza divina reso possibile dallo Spirito (Gal 4,6) (perché ricevessimo l'adozione a figli ).

 

Maria è la donna che inserisce il Figlio di Dio nella storia in una condizione di abbassamento, ma ella è situata nella pienezza del tempo e si trova coinvolta nel disegno storico-salvifico della trasformazione degli uomini in figli di Dio. Nei due versetti (Gal 4,4-6) sono presenti le persone della Trinità in un orizzonte storico-salvifico, sicché si può giustamente osservare che la donna da cui nasce Cristo è incomprensibile al di fuori della sua relazione con le tre persone divine e con la storia della salvezza: «Il “mistero” della donna in Gal 4,4ss è totalmente inserito in un disegno cristologico-trinitario-ecclesiale e posto a garanzia dell'effettiva libertà dei figli di Dio. La donna, di cui non si menziona neppure il nome, è interamente al servizio dell'evento salvifico che impegna la Trinità intera ed è a vantaggio di tutti gli uomini» (A. VALENTINI, Maria seondo le Scritture. Figlia di Sion e Madre del Signore, Ed. Dehoniane, Bologna 2007, 31). Potremmo dire - con il linguaggio del teologo riformato Jean -Jacques von Allmen - che Maria è coinvolta nel «complotto» di Dio, meglio nel suo misterioso e sorprendente «disegno», per la salvezza degli esseri umani: «[Maria] è colei che porta in sé Gesù Cristo; ma non vuole conservarlo per sé, perché infine è colei che lo porta al mondo: in questo senso partecipa - come la Chiesa - a quello che si potrebbe chiamare il «complotto» di Dio per salvare il mondo, e si può celebrarla come quella che ha introdotto segretamente tra gli uomini il Cristo, nel quale il regno di Dio è presente» (J.-J. VON ALLMEN, «Nomi propri/2. Maria, la madre del Signore», in J.-J. VON ALLMEN (ed.), Vocabolario biblico, AVE, Roma 1969, 324).