Il profilo carismatico salesiano:

parrocchia e oratorio

nella comunità religiosa

Pier Fausto Frisoli

Introduzione

Al termine di queste intense giornate, desidero esprimere la mia piena soddisfazione. Anzitutto per il lavoro serio svolto dai membri del Servizio nazionale Parrocchie e Oratori nella fase preparatoria e nella conduzione del nostro incontro. In secondo luogo, per la vostra partecipazione numerosa e costruttiva. Abbiamo più volte ripetuto che non intendevamo tanto organizzare un evento, quanto avviare un processo di rinnovamento della catechesi di iniziazione cristiana in atto nelle parrocchie ed oratori salesiani della Regione. Esprimo anche la mia piena soddisfazione per la qualità delle relazioni che hanno stimolato la riflessione e che arricchiscono il patrimonio delle nostre convinzioni.
Abbiamo voluto concentrare la nostra attenzione sull’iniziazione cristiana per tre motivi evidenti: per partecipare al grande movimento di rinnovamento della catechesi e della pastorale in atto nella Chiesa italiana, per assumere la linea di azione n.6 del Capitolo generale 26° in riferimento alla “Urgenza di evangelizzare”, ed infine per un atto di responsabilità verso le migliaia di fanciulli e ragazzi (e verso le loro famiglie) che nelle 161 Parrocchie affidate alla Congregazione nella Regione, percorrono il cammino della iniziazione cristiana.
Dopo aver ascoltato le relazioni ed aver colto la sensibilità dell’assemblea mi sembra che si possa dare per assodata una prima conclusione e cioè che intendiamo partecipare al cammino di rinnovamento della catechesi in atto nella Chiesa italiana. Passare dalla lezione di catechismo, alla catechesi di preparazione ai sacramenti, ad un percorso molto più ampio e più ricco di iniziazione alla vita cristiana non può non entusiasmarci e smuovere il nostro impegno di Salesiani. Vogliamo assumere con convinzione questo compito, studiare i documenti della Chiesa, riprendere le relazioni di Don Luca Bressan e da Don Andrea Fontana, attingere alla bibliografia suggerita, ma soprattutto vogliamo coinvolgere i catechisti, formarci assieme a loro e poi, sperimentare.
Una seconda conclusione che ci trova tutti concordi è che intendiamo partecipare a questo cammino di rinnovamento, da Salesiani. Non vogliamo ritagliarci degli spazi nostri, né intendiamo costruire una “cattedrale salesiana”. Vogliamo entrare con tutto il popolo di Dio, i confratelli sacerdoti diocesani, i religiosi e le religiose, nell’unica cattedrale della Chiesa locale, ma entrarvi da Salesiani. E cioè riscoprendo, apprezzando, valorizzando e proponendo quel ricco patrimonio di intuizioni e scelte educative e pastorali denominato complessivamente “sistema preventivo”, “criterio oratoriano” e che può, a pieno titolo, essere definito un vero cammino di iniziazione cristiana. Tutta gli sforzi di Don Bosco erano orientati precisamente a questo: iniziare alla vita cristiana, fino alla santità. Dimenticare questa “pedagogia della santità”, farebbe di noi dei operatori socio-culturali o pastorali generici e priverebbe le Chiese locali di un apporto originale ed atteso.
Alla luce di queste due conclusioni, ne traiamo una terza che da esse scaturisce. La riflessione sugli “itinerari di educazione alla fede” che dalla seconda metà degli anni ’80 ha coinvolto numerosi confratelli in Italia e che si vorrebbe riprendere ed attualizzare non può prescindere dalla contemporanea riflessione della Chiesa italiana sulla iniziazione cristiana e sui suoi percorsi. Non si tratta di voler trovare a tutti i costi quello che è “nostro”, differenziandoci, distanziandoci, ma di riscoprire ciò che è tipicamente “nostro” e che è ormai diventato patrimonio comune della Chiesa e, nello stesso tempo, di assumere con gratitudine ciò che la Chiesa ci propone, per riscoprire, arricchire ed integrare il “nostro” patrimonio. Ma alla luce di At 2, 42-48 possiamo dire propriamente che qualcosa è “nostro”? Il carisma salesiano non è forse un dono dello Spirito per la Chiesa e – aggiungiamo – per la vita piena di tanti giovani? In questo quadro colloco alcune riflessioni su parrocchia, oratorio, comunità religiosa.

1. La comunità religiosa

Un dato ha attraversato le quattro relazioni fondative del percorso: la rilevanza del “soggetto comunitario” nei processi di iniziazione cristiana. Se – come è stato più volte ricordato - “prima sono i catechisti e poi i catechismi, anzi, prima ancora sono le comunità ecclesiali” (RdC, n. 200), può la comunità religiosa, (con la immagine che essa dà di se stessa) risultare ininfluente ai fini della testimonianza della fede? È vero la comunità religiosa non è tutta immediatamente collocata sulla prima linea dell’attività pastorale, ma essa non è invisibile. In particolare le nostre comunità salesiane, così accessibili e intercomunicanti con il territorio, possono passare inosservate? Non è forse vero il contrario, e cioè che la gente ci conosce, ci osserva, ci “pesa”?
Di qui nasce l’attenzione alla qualità della nostra vita sotto tre particolari aspetti, comuni ad ogni forma di Vita consecrata: essa è confessio trinitatis, signum fraternitatis, servitium caritatis e cioè, epifania dell’amore di Dio nel mondo, segno di comunione nella Chiesa, proclamazione e lode del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo (GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica post sinodale Vita Consacrata, 25 marzo 1996).
Sono le tre dimensioni, inseparabili ed interdipendenti, che rendono visibile ed eloquente una comunità religiosa: “La missione apostolica , la comunità fraterna e la pratica dei consigli evangelici sono gli elementi inseparabili della nostra consacrazione” (Cost. 3).
“Dal punto di vista dell’evangelizzazione e in riferimento al nucleo portante della CEP, la comunità religiosa, va presa sul serio l’affermazione forte che le comunità vanno prima evangelizzate per poter diventare evangelizzatrici” (CG 26, n. 23). A questo i confratelli di ogni parte del mondo, membri del Capitolo generale 26°, hanno dedicato una delle 17 Linee di azione, la quarta: “Mettere l’incontro con Cristo nella Parola e nell’Eucaristia al centro delle nostre comunità, per essere discepoli autentici e apostoli credibili” (CG 26, n. 32).
Le conseguenze sono molte e facilmente immaginabili. Se la comunità è la residenza dei singoli operatori pastorali, se la preghiera comune non ha il tempo e la dignità di una vera confessio trinitatis quotidiana, se mancarono tempi e gesti di fraternità, e di accoglienza, il segno sbiadisce e si diventa insignificanti. Quanto invece è eloquente la testimonianza semplice di una comunità che prega, dove si respira “spirito di famiglia” e l’azione apostolica è una “impresa collettiva” a cui tutti sono chiamati a dare del proprio! È già proclamazione vissuta del Vangelo. In questo senso ha sneso parlare, nella iniziazione cristiana, di un “intro-ducere”.

2. La parrocchia

Sulla scia del Concilio Vaticano II che ha parlato della parrocchia come di un “gruppo di fedeli” (coetus fidelium SC, 42), di “cellula” (AA, 30; SC, 42, CD, 30) il nuovo Codice di diritto nel presentare le parrocchie evidenzia precisamente il fatto comunitario, definendola come “una determinata comunità di fedeli, che viene costituita stabilmente nell’ambito di una Chiesa particolare, e la cui cura pastorale è affidata, sotto l’autorità del Vescovo diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore”.
È interessante sottolineare la dimensione comunitaria per superare ogni forma di “concezione patrimonialistica della parrocchia”, fonte di equivoci, conflitti e del tutto estranea al Magistero della Chiesa. Se è corretto affermare: “Il Parroco sono io!” nel senso pieno delle responsabilità connesse con il compito, ciò non potrà mai significare “la parrocchia è mia” o “io ono la parrocchia”
Mi piace citare alla lettera le parole di un carissimo confratello della ispettoria meridionale, don Alfonso Rocco, che il 24 settembre 1968, nell’assumere il compito di Primo parroco salesiano della Parrocchia Sacro cuore a Foggia, così si esprimeva: “Il nostro programma è cosi bene delineato. Come amici e sacerdoti vostri diamo generosamente non solo ciò che abbiamo, ma anche ciò che siamo, memori che non è esatto dire: ‘Abbiamo ricevuto una parrocchia’, ma piuttosto: ‘Siamo stati dati ad una Parrocchia’. Il nostro intento si riassume così: fare della parrocchia una comunità, perché sia la casa di tutti, specie dei giovani”.
Quali le conseguenze del rispetto della natura comunitaria della parrocchia? Le riassumo con le 4 parole programmatiche del Capitolo Generale 24°: coinvolgimento, corresponsabilità, formazione, comunicazione.
La comunità educativa pastorale, in qualunque forma e denominazione che “coinvolge in clima di famiglia, giovani e adulti, genitori ed educatori, fino a poter diventare un’esperienza di Chiesa, rivelatrice del disegno di Dio” (Cost. 47) è un elemento irrinunciabile.
Ci sono indicatori che possono permettere di valutare il buon funzionamento di una comunità educativa? Mi sembra possano essere tre: la partecipazione, la presenza di un nucleo animatore, la formazione continua. Il livello di partecipazione di una comunità si misura dall’ estensione, vale a dire quanti partecipano; dalla profondità, cioè a quali questioni si partecipa, dallo stile aperto all’accoglienza di tutte le istanze e proposte ma sostanzialmente convergente, dalla accessibilità delle relazioni che permettano l’incontro delle persone e lo scambio delle idee.
La presenza del nucleo animatore fa riferimento ad un nucleo che non è un vertice che emana ordini, ma un centro propulsore di energia e di sensibilità, che provoca la riflessione, rafforza il senso della identità salesiana nella comunità educativa, testimonia una storia.
Alla luce di ciò ogni discussione sui “confini”, su ciò che è “mio” e ciò che è “tuo”, o il ricorso alla freddezza di un regolamento, perde ogni significato.

3. L’oratorio

L’oratorio, per noi salesiani, è prima di tutto passione, poi criterio ed infine ambiente.
Esso è passione. Faccio riferimento ad un testo riportato negli annali della nostra Congregazione. Un giovane confratello viene incaricato da Don Rua di aprire un nuovo oratorio. Alle obiezioni del chierico che lamenta l’assenza di ogni struttura e strumento, Don Rua risponde: “Và, perché l’oratorio è dentro di te”. L’oratorio è dunque anzitutto quella passione educativa che ciascun salesiano porta nel cuore.
L’incontro con Bartolomeo Garelli è illuminante. Lo abbiamo quasi sempre letto come un aneddoto degli inizi. È molto di più. Esso non riguarda le “domande da fare” nel colloquio di pochi minuti con un ragazzo, ma scandisce gli elementi fondamentali di un lungo itinerario educativo e pastorale. È, dunque, un paradigma. (A lei che importa? Importa assai, è un mio amico, chiamatelo sull’istante, ho bisogno di parlare con lui … Gli dissi coll’amorevolezza a me possibile … ho piacere di un affare che ti farà piacere … Come ti chiami? … Di che paese sei? … Vive tuo padre? … Quanti anni hai? … Sai leggere e scrivere? … Sei stato ammesso alla prima comunione? … Ti sei già confessato? … Ora vai a catechismo? … Stai tranquillo che niuno ti maltratterà, anzi tu sarai mio amico).
Mi sembra, se correttamente decodificato, un testo fondamentale della iniziazione cristiana in stile salesiano: desiderio di contatto e di simpatia, accoglienza incondizionata di ciascun giovane, accettazione della situazione di partenza per quanto debole e precaria essa sia, attenzione individualizzata, conoscenza del contesto ambientale e familiare, analisi delle risorse disponibili, offerta di mete percorribili ed appetibili, coinvolgimento del giovane nel suo processo di crescita, priorità della relazione, centralità della Eucaristia e del Perdono, apertura alla conoscenza ed esperienza dell’amore di Dio, ecc.
L’oratorio è criterio, con riferimento all’articolo 40 delle Costituzioni (casa che accoglie, parrocchia che evangelizza, scuola che avvia alla vita, cortile per incontrarsi da amici e vivere in allegria”. Alla luce di queste parole comprendiamo in che senso “la parrccchia affidata alla Congregazione … considera l’oratorio e il centro giovanile parte integrante del suo progetto”. Non si riferisce alla struttura edilizia o alla armonizzazione dei servizi pastorali, ma ad uno spirito, ad uno stile che caratterizza la pastorale salesiana.
L’oratorio è infine ambiente ben descritto in Reg. 11, con caratteristiche sue proprie, in relazione al Centro Giovanile di Reg. 12. I due termini non sono sinonimi, ma indicano due progetti complementari fondamentali: ampia a accoglienza e capacità di offrire proposte e messaggi, apertura missionaria e qualità formativa. Mi sembra siano ambienti particolarmente deputati al “primo annuncio”, così come lo abbiamo inteso in questi giorni, in relazione non alla cronologia, ma alle situazioni esistenziali della vita, una presenza di Chiesa diversa da quella istituzionale della parrocchia classica, ma non meno ricca.
Comunità religiosa, parrocchia, oratorio, li vedo quindi non tre ambienti fisici, separati da mura, porte, chiavi, a difesa di “fondi chiusi” nei quali è “vietato l’ingresso e la caccia”, ma tre risorse a servizio della evangelizzazione e della iniziazione cristiana, fortemente interdipendenti e permeate dallo Spirito, dalla fraternità, dalla accoglienza, dal desiderio di “vivere e lavorare insieme” (Cost. 49).

Conclusione

Il nostro incontro non si chiude, ma si apre a processi da avviare nella Regione.
Non torniamo a casa come siamo venuti. Siamo certamente più ricchi ed abbiamo desiderio di approfondire, di sperimentare. Mi sembra che alcune linee siano state confermate.
Anzitutto la ricerca avviata dal Servizio nazionale Parrocchie ed oratori sulla iniziazione cristiana. Vogliamo proseguirla e partecipare alla riflessione della Chiesa italiana.
Abbiamo colto poi, germi fecondi nella nostra tradizione salesiana, in ordine alla iniziazione cristiana. Intendiamo continuare a studiare ed offrire il contributo della nostra storia e del nostro carisma.
Certamente una riflessione come quella di questi giorni va ripresa ed approfondita tra confratelli e laici di ciascuna Ispettoria, a cura degli uffici Parrocchie ed oratori ispettoriali. È talmente centrale e decisivo il tema che non può essere accantonato.
Valuteremo, anche a partire dai vostri suggerimenti, il contributo che il Servizio nazionale Parrocchie ed oratori può rendere alle ispettorie od a gruppi di ispettorie per la formazione dei confratelli e dei laici coordinatori della catechesi.
Ai membri di questa équipe ed a tutti voi un profondo e sincero ringraziamento.