La questione

dell'educazione

alla/della fede

Paola Bignardi

 

Non si può parlare di educazione senza toccare una questione fondamentale, o quantomeno ritenuta tale, da quanti sono credenti e attribuiscono alla vita cristiana un'importanza decisiva, per sé, per i propri figli, per le persone che sono loro affidate.
Il titolo di questo capitolo fa riferimento a una duplice espressione: educazione alla fede e della fede. Non si tratta di sinonimi, ma di due dimensioni ugualmente necessarie. Educare alla fede indica il percorso verso la decisione: pensieri, inquietudini, atteggiamenti..., si tratta di rispondere alla domanda: come favorire l'incontro tra le domande del cuore, soprattutto dei giovani, e la persona del Signore Gesù? Come far loro scoprire che Gesù è il mistero che può dare pienezza alla loro domanda di vita?
L'educazione della fede è accompagnare quanti hanno accolto la chiamata del Signore a diventare giorno dopo giorno discepoli suoi, a scoprire il fascino rinnovato del suo Vangelo, a lottare contro ciò che è inautentico nella loro esistenza, a fare della loro vita tutta un'esperienza di ascolto e di obbedienza a Dio, cercato dentro le pieghe della storia quotidiana.
Tertulliano affermava che cristiani non si nasce, ma si diventa, evidenziando «la necessità della dimensione propriamente educativa nella vita cristiana» (CEI, Educare alla vita buona del Vangelo, cit., n. 26): non ci sono automatismi che fanno lo sconto sulla fatica e sul valore di compiere personalmente la propria scelta, di rinnovarla nel corso della vita e soprattutto di fronte agli eventi più significativi o più difficili, per una scelta di libertà non ovvia.
Non si nasce cristiani, come forse poteva accadere un tempo: cristiani si può solo diventare, in un'epoca che non è né più sfavorevole né più propizia di altre ma che ha sue caratteristiche tipiche. Ed è di questa originalità che occorre prendere atto. L'essere cristiani, seriamente, è sempre stato una scelta, in passato non meno di oggi. Eppure in un contesto culturale piuttosto omogeneo e in cui l'ispirazione cristiana costituiva uno degli elementi di connessione dello stesso tessuto sociale, era più facile essere orientati verso la vita e la pratica religiosa, essere sostenuti nella propria scelta di fede. Il luogo in cui si nasceva, la famiglia in cui si cresceva, il contesto ispirato ai valori cristiani potevano dare l'impressione che si nascesse cristiani.
Nella società plurale e fortemente secolarizzata di oggi, a diventare cristiani o si impara nella comunità dei fratelli di fede, o non si impara affatto; o si acquisisce attraverso una proposta esplicita, o si rimane estranei ad una visione cristiana della vita; o ci si avvicina alla fede per scelta personale, o si rimane indifferenti.
La distanza culturale ed etica della società di oggi dalla vita cristiana non deve spaventare: le società nelle quali ha posto radici il cristianesimo delle origini non erano più affini al Vangelo di quanto non lo sia la società occidentale di oggi. Qualcuno potrebbe osservare che rispetto alle primi comunità le persone di oggi hanno lo svantaggio di aver conosciuto il cristianesimo e di conservarne spesso una memoria banale, datata e senza energia. Davanti alla bellezza del Vangelo per molti è difficile oggi provare il soprassalto della sorpresa, che affascina e fa palpitare: tutto sembra già noto e vecchio. La proposta di vita cristiana delle comunità attuali per altro risente spesso di linguaggi usurati, di categorie culturali consunte, di una mentalità consolidata e spesso superata.
Come ridare alla proposta di educazione alla fede il senso della freschezza del Vangelo? Come far sì che esso non smetta di stupire anche noi, persone di questo tempo?
Non potendo affrontare la questione dell'educazione alla fede e della fede se non nel quadro di un discorso complessivo sull'educazione, vorrei indicare alcuni criteri che mi sembra possano avere una qualche validità per ripensare a questo aspetto dell'esperienza educativa, nel contesto della sensibilità di oggi e delle linee di tendenza della cultura ecclesiale e religiosa attuali.
Per educare alla fede, occorre educare a riconoscere l'oltre" verso cui è orientata la vita umana: saper leggere nella profondità di se stessi la propria domanda di senso, di felicità, di pienezza, comprendendo al tempo stesso che nella fede nel Dio di Gesù Cristo queste domande trovano un'attenzione, un ascolto, un'interpretazione; per qualcuno, la risposta definitiva. Senza questa profondità, senza la cura della dimensione interiore della vita, senza la capacità di leggere in se stessi è molto difficile accogliere Dio nella propria vita, riconoscerne l'alterità, coltivare con Lui un rapporto personale e profondo. Dunque l'educazione alla fede e della fede suppone anche l'educazione a contrastare la superficialità e impedire che l'effimero invada la coscienza, perché le domande della vita possano ancora avere accoglienza nelle persone di oggi, a cominciare dai giovani.
Occorre riscoprire le dimensioni più ovvie e note della vita cristiana, ritrovando di esse la genesi, il significato essenziale, il valore sostanziale. Oggi non si diventa cristiani solo per full immersion in un'esperienza di vita: quando lo si facesse, mancherebbero le ragioni per sostenere nella consapevolezza le esperienze e i passaggi fondamentali della vita cristiana. D'altra parte, non basta il senso di appartenenza, che per altro si è fatto debolissimo; occorrono ragioni personali e un cristianesimo consapevole e convinto, che potranno generare un nuovo senso di appartenenza alla comunità. Basti qualche esempio: partecipare alla liturgia, "fonte e culmine" della vita cristiana, può essere un'esperienza ovvia e insignificante, dove non sia stato possibile percorrere l'itinerario che porta a scoprire il significato che essa ha come lode corale del popolo di Dio al suo Signore. L'Eucaristia della domenica, ove non si sia compreso e sperimentato che essa è, tra l'altro, la forza per vivere un'esistenza di amore e di bontà nel giorno per giorno del cristiano, rischia di essere un rito vuoto e formale, vissuto come un obbligo e subìto come un'esperienza pesante e inutile.
Questo percorso ha bisogno di gradualità e di tempo; soprattutto ha bisogno che tutta la comunità si riappropri del valore dell'essenziale della fede e non lo offuschi dietro tante iniziative buone, ma che possono far perdere all'essenziale la sua brillantezza.
Il percorso della fede nei più giovani, ma soprattutto in tanti adulti per i quali essa va riscoperta, oggi non può che ripartire da una nuova coscienza della bellezza del Vangelo, della sua vitalità sorprendente, dell'interpretazione affascinante dell'umanità che esso offre. Questo è possibile solo se lo si vede incarnato in un'esperienza viva, di singole persone ma anche di comunità che mostrino che il Vangelo è praticabile, ragionevole, bello.
Gli educatori cristiani oggi devono riportare alla luce la perenne giovinezza del Vangelo, per affascinare con esso le nuove generazioni, e forse, ancor prima, se stessi. Il Vangelo va riscoperto come Parola che salva, e non solo come orizzonte etico quale spesso è stato ridotto da una formazione che ha dato per scontato tutto ciò che eccede la dimensione morale; con il rischio del moralismo, e soprattutto di una visione della vita nella quale i no sono stati più forti e più decisi dei sì; in cui i no sono stati espliciti, a fronte di troppi sì lasciati nell'implicito, quasi che alla pienezza della vita cui ciascuno aspira e cui il Vangelo chiama sia possibile giungere attraverso la mortificazione dei desideri belli del cuore. La sfida per la formazione cristiana di oggi è quella di mostrare e di far sperimentare «quel grande "sì" che in Gesù Cristo Dio ha detto all'uomo e alla sua vita, all'amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza; come, pertanto, la fede nel Dio dal volto umano porti la gioia nel mondo. Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale di Verona, 19 ottobre 2006). Gli educatori devono saper mostrare e dire la straordinaria fortuna di essere cristiani, far intuire il tesoro che custodisce nella sua coscienza chi vive una comunione con il Signore che trasforma, moltiplicandone il valore e la bellezza, tutte le esperienze della vita di tutti. Educare alla fede richiede che gli educatori sappiano far vedere con la loro vita, prima ancora che saper dichiarare con le loro parole, che il Vangelo racchiude questo straordinario sì alla vita. Occorre proporre la fede come adesione alla persona di Gesù. Una fede matura ha un cuore, ha un centro propulsore; sappiamo che non può essere né una somma di pratiche e di devozioni, né un codice di comportamenti e di abitudini. Il cuore è ciò che costituisce l'essenziale, che è l'adesione a Gesù. Se al cuore della fede vi è il mistero della persona del Signore, allora nella vita tutto si rapporta a Lui perché si vive con Lui. La fede matura a poco a poco nella gratuità e non si configura come risposta ai propri bisogni ma come scelta di rispondere a un amore che sempre ci precede e ci insegna a distinguere tra il Signore e le cose che si fanno in nome suo.
La fede oggi deve tornare a mostrare il suo carattere di proposta di vita alternativa rispetto alla cultura corrente; una fede che determini una rottura nella propria esistenza, com'è accaduto a Zaccheo, figura vicina alle persone del nostro tempo: immerso nei suoi affari, e tuttavia conquistato dal Signore; l'incontro con Lui gli rende naturale cambiare vita, con segni concreti e tangibili: «Ecco, Signore, io do la metà dei miei beni ai poveri; e se ho frodato qualcuno, restituisco quattro volte tanto» (Lc 19,8). Se la fede non cambia nulla, è perché offre poco di nuovo e di sconvolgente, ma solo qualche obbligo o qualche rito in più: ma allora a che serve? Nel nostro tempo occorre tornare a meditare l'antico scritto A Diogneto, riletto in prospettiva educativa, l'essere «cittadini» nel senso più pieno del significato: persone di oggi, che rifiutano ogni estraneità rispetto alla cultura, alla società, alla vita del loro tempo; l'essere «stranieri», capaci di mostrare una differenza che interpreta un'originalità; l'essere capaci di «suscitare la meraviglia» di chi guarda vivere i cristiani. La capacità di compiere scelte originalmente cristiane va oggi mostrata come elemento di identità, da vivere con fierezza. Si tratta di una questione bisognosa di particolare considerazione. Spesso si sentono genitori che riferiscono della loro difficoltà di proporre ai figli scelte diverse da quelle dei loro amici; una situazione comune e adatta a comunicare il valore di un certo modo di vivere, le sue ragioni e soprattutto la sua bellezza.
L'educazione della fede è cammino che conduce a riconoscere la necessità di lottare contro le realizzazioni inautentiche della propria umanità. L'impegno morale fa intravedere un modello di uomo e di donna che dal Vangelo attingono ragioni e prospettive per la realizzazione piena della loro vocazione umana. Tutto questo domanda alla cultura ecclesiale di oggi una revisione sul modo con cui ordinariamente vengono considerate le dimensioni dell'umano, con tutto ciò che di storico, laico, transitorio esso porta con sé. Il dare scarso valore all'umano, quasi che questo accrescesse il valore di una vita cristiana che lo considera solo come suo fondamento, non corrisponde né all'autenticità della visione cristiana che crede in un Dio che si è fatto uomo, né alla sensibilità delle persone di oggi, desiderose di veder riconosciuta la loro istanza di vita e di realizzazione umana. È compito dell'educazione della fede individuare i percorsi morali e ascetici che aiutino a comprendere e a sperimentare quanto per gli orizzonti del Vangelo passino le strade di un'umanità bella e realizzata.
Spesso si ripropone la questione dei contenuti del credere e della loro conoscenza, da parte soprattutto delle nuove generazioni che sono pressoché analfabete, rispetto alla conoscenza di una visione cristiana della vita. È una questione da porre tenendo conto del contesto di oggi e del prevalente disinteresse per le dimensioni religiose. Certo non si può essere cristiani creduloni, religiosamente ignoranti: ma la consapevolezza non può che seguire un interesse, un'attenzione, un fascino che sono maturati su un piano diverso da quello del mero sapere. In un tempo da rievangelizzare, è istruttivo tornare a meditare sugli incontri di Gesù quali ci sono narrati dai Vangeli: le persone che lo hanno seguito sono state affascinate da Lui, dalla sua parola, dai suoi gesti, dalla sua autorevolezza. Poi hanno approfondito la conoscenza di Lui e hanno compreso a poco a poco il mistero della sua persona: ma solo dopo aver deciso di seguirlo. Questo ci invita a rivisitare il rapporto che esiste tra i momenti della formazione cristiana consolidati dalla tradizione, con l'attenzione a non porre in alternativa educazione e conoscenza dei contenuti della fede. In essi, la catechesi occupa ancora un posto centrale; tuttavia, non è venuto il momento di collocarla al termine di un percorso in cui ha un posto decisivo l'annuncio, come esperienza nella quale si suscita l'attenzione per il Vangelo e per la bellezza esistenziale della vita cristiana? Il desiderio di conoscere e di approfondire segue questo primo momento. In tal modo si può far scoprire l'originalità della conoscenza della fede: che è il progressivo entrare nel mistero. Basti pensare all'esperienza dei discepoli: Pietro, alla domanda su chi sia Gesù, risponde esattamente, ma altro è sapere chi è Gesù, altro comprenderne il mistero: questo è un percorso di vita, che si sviluppa lentamente, secondo i tempi della grazia e non solo della razionalità.
Gli educatori della fede devono essere interpreti di questo cristianesimo bello, positivo, ricco di ragioni e di gioia. All'educatore di una volta, cui era chiesto soprattutto il "buon esempio" che doveva renderlo modello cui ispirarsi, nel nostro tempo occorre accostare un educatore come interprete vivace e creativo di un cristianesimo gioioso e appassionante; educatori che si propongono come testimoni soprattutto attraverso la loro umanità ricca e interessante: questa è la strada più efficace che può dare credibilità alla loro parola e interesse alle prospettive che propongono. Del resto, anche i contemporanei di Gesù lo ascoltavano perché non era un maestro come gli altri: erano «colpiti dal suo insegnamento, perché parlava con autorità» (Lc 5,32).
Non è possibile pensare l'educazione cristiana senza educazione; educazione all'umanità ed educazione alla e della fede percorrono sentieri che nella persona e nella sua coscienza trovano la loro unità e la loro sintesi. Non si dà educazione alla e della fede senza educazione dell'umanità, senza crescita della persona, nelle sue strutture fondamentali; senza una relazione che trasmette fiducia. La fede non prescinde dalla persona, non passa oltre la cura dell'umanità. È quanto ha affermato Benedetto XVI a Verona: «Perché l'esperienza della fede e dell'amore cristiano sia accolta e vissuta e si trasmetta da una generazione all'altra, una questione fondamentale e decisiva è quella dell'educazione della persona. Occorre preoccuparsi della formazione della sua intelligenza, senza trascurare quelle della sua libertà e capacità di amare» (Benedetto XVI, Discorso ai partecipanti al Convegno ecclesiale di Verona).
D'altra parte la fede non è qualcosa che si aggiunge all'umanità: non si dà un'autentica educazione che non comprenda e non conduca ad una scelta sul piano religioso.
E al tempo stesso, l'educazione della fede va oltre la formazione umana. Senza l'apertura all'esperienza di Gesù come pienezza dell'umano, senza la prospettiva dell'incontro con il mistero di Dio in Gesù, la comunità cristiana non assolve al suo compito più autentico, rischiando di privare le persone del tesoro prezioso che può dare compiutezza alla loro esistenza.