In ascolto

dell'esistenza

di ogni giorno

Paola Bignardi

Il primo passo verso una più matura e cordiale attenzione alla realtà creata è quello di porsi in ascolto dell'esistenza quotidiana, per coglierne gli aspetti positivi e il valore, ma anche per accoglierne inquietudini, fragilità e interrogativi, essi stessi espressione di quella ricchezza della vita, che è grande anche senza essere perfetta e compiuta.
Benché quella dei laici sia la condizione della stragrande maggioranza dei cristiani, si ha spesso l'impressione che il pensiero ecclesiale sulla loro condizione e sui caratteri tipici della loro esistenza sia scarso o generico, soprattutto perché nella riflessione pastorale e spirituale c'è poco ascolto della vita, con la sua complessità, le sue ricchezze e le sue contraddizioni. D'altra parte i laici stessi sembrano poco inclini a dare valore alle dimensioni ordinarie della loro esistenza quotidiana, abituati come sono a collocare la fede in un orizzonte che trascende la vita.
C'è una tradizione spirituale che ha contribuito a svalutare la vita quotidiana e le sue responsabilità; il fatto di essere orientati dalla fede a un mondo ultraterreno, di essere sollecitati a spingere lo sguardo "oltre" il tempo, il contingente, il precario, ha contribuito a ridimensionare l'esperienza mondana e storica. La consuetudine ad avere come paradigma di vita cristiana quella monastica o religiosa, con il loro carattere di fuga mundi, fa sì che le domande, le intuizioni, le inquietudini, le modalità tipiche della vita dei laici restino sullo sfondo della riflessione. Ne è nato un pensiero sulla fede "senza vita", se non per le implicazioni morali; un riferimento al trascendente così assolutizzante da rendere totalmente relativa l'esperienza storica. Si è trattato di un processo che nel corso dei secoli ha reso la fede povera del suo riferimento esistenziale, con il rischio di allontanarsi dalla vita quotidiana delle persone e di non riuscire più a mostrarsi come forza che salva, che rigenera, che dà pienezza.
Il carattere prevalentemente deduttivo della ricerca teologica ha accentuato la distanza nei confronti delle modalità concrete del vivere cristiano dentro il mondo, nella relazione continua con diverse culture con le quali la testimonianza evangelica è chiamata a misurarsi. Ed è come se quella elaborazione irriflessa dell'essere cristiani, che si fa vivendo giorno per giorno, non avesse contributi interessanti per provocare o per interrogare la ricerca, finendo con ingenerare la convinzione che nella vita occorre semplicemente trasfondere ciò che la chiarezza del pensiero ha delineato. È anche così che nel corso del tempo la pratica pastorale e formativa ha ceduto al moralismo e al volontarismo, dando l'idea di una vita cristiana che disprezza il mondo e vede in esso solo peccato e ostacolo alla vita cristiana. È chiaro che la conseguenza di questa impostazione non può che essere la necessità di uscire dal mondo per "salvarsi". Spesso l'educazione e la formazione cristiana hanno contribuito a dare questa idea: una proposta in cui i no, i sacrifici, le rinunce hanno prevalso, soffocando la bellezza del dono della fede e dello stesso essere cristiani. Non si vuole qui giudicare modelli di formazione che hanno contribuito a fare generazioni di santi, anche tra i laici. Ma si tratta di modelli segnati dal loro tempo. Nel nostro tempo, in un'epoca caratterizzata da una cultura diversa, occorre chiedersi se noi, cristiani di oggi, sappiamo interpretare il nostro tempo e le esigenze della coscienza delle persone in esso, per mostrare oggi la ricchezza di una vita vissuta da cristiani.
Oggi, agli effetti negativi sulla vita cristiana dei laici dati da una concezione della fede che si estrania dalla vita, occorre aggiungere quello della mondanizzazione della fede, che rischia di confondersi con altro; di convivere con scelte e sensibilità che nulla hanno da dividere con il Vangelo, come la ricerca del benessere e della sua tutela ad ogni costo; o un modo di intendere la libertà, sciolta da ogni vincolo; o la cecità sulle condizioni di tanti poveri e di interi popoli che vivono nella miseria... C'è una mondanizzazione della fede che si riscontra anche nella comunità cristiana, ogni volta che essa assume gli stessi criteri di successo e di efficienza che valgono nel mondo. Anche il ritualismo crescente, la passione per l'esteriorità, l'enfasi di talune celebrazioni che sono più ridondanti che solenni, esprimono un desiderio di separatezza e forse mascherano la paura della relazione e del confronto.
È difficile cogliere tutta l'intensità e la fatica di una vita laicale, se non si ascolta l'esistenza nei suoi caratteri molteplici, vissuti dentro un mondo carico di sollecitazioni, di ricchezze, di provocazioni, di domande... Eppure è solo a partire da questo ascolto che è possibile tenere insieme fede e vita comune e quotidiana, mostrando come il Vangelo sia parola sulla vita, dentro e per l'esistenza delle persone e della comunità umana.
È auspicabile che chi, come il laico, ha scelto di vivere la sua fede nel mondo, non si senta in esso come condannato, ma che di esso sappia apprezzare valori, attese, esperienze, intensità.
La vita quotidiana e comune a tutti è la via ordinaria a Dio, è il luogo della fedeltà a lui: una fedeltà a volte crocifissa, spesso gioiosa e intensa, sempre chiamata a una pienezza promessa e già annunciata nella Pasqua. Sappiamo che l'esistenza quotidiana non ci si presenta con questa chiarezza di significati. Essa è anche carica di ambiguità, della pretesa di bastare a se stessa, di ergersi a esperienza senza confini e senza limite. Si potrebbe rischiare di vedere soprattutto questi, e di perdere il fascino della grandezza già presente, pur nella parzialità, per il solo fatto che essa non si presenta con la forza luminosa della pienezza. Ma i valori non si incarnano in maniera completa e piena dentro le esperienze e le realizzazioni storiche di cui i cristiani sono capaci: queste portano il segno della precarietà e del limite, e al tempo stesso spingono sempre al di là, in un superamento senza fine.
Così il vivere quotidiano è segnato della tensione: un mondo che ci affascina, perché è uscito dalle mani del Creatore e ne porta il sigillo e che non ci appaga, perché non è ancora la pienezza; un mondo in cui sappiamo di dover prendere delle responsabilità, perché ci appartiene ed è anche nostro e che ci sconcerta perché molte scelte in esso sono contro il Bene; un mondo nel quale viviamo il legame con tutti e al tempo stesso in cui sentiamo di dover conservare e custodire un'originalità, la nostra identità di cristiani, che è la nostra gioia e il senso della 33 nostra vita. Tensione che si tinge talvolta di dramma; che comporta scelte paradossali e l'esercizio di una libertà mai scontata.
Il percorso dei laici cristiani così riconosce e testimonia il valore della vita quotidiana, nella sua grandezza e nelle sue ambiguità; nella sua assolutezza e nella sua storicità; nella sua universalità e nel frammento; nella tensione che tiene il cristiano sul crinale di una vita sospesa fra tempo ed eternità, tra assoluto e concretezza.
Vorrei provare a declinare queste dimensioni, partendo dalla sommaria descrizione di alcune situazioni tipiche in cui si trova a vivere un laico cristiano, e dalle domande che giorno per giorno egli si pone.
Che senso ha la mia vita?
Che cos'ha la fede da offrirmi per dare senso alla mia esistenza? In che modo posso essere "sale" e "lievito"?
Come posso mostrare e annunciare il valore umano ed evangelico delle esperienze di cui è fatta l'esistenza di tutti?
I cristiani sono partecipi dell'inquietudine del cuore e del bisogno di cercare che coinvolge ogni persona pensosa. Attraversano le contraddizioni e le fatiche comuni a tutti e non sono esonerati da nessuna di esse, per il fatto di essere cristiani: la fede non è una forza magica che conduce fuori dalla vita con le sue dinamiche e nei suoi interrogativi. Ma nel vivere tutto questo, i discepoli del Signore hanno nel cuore la speranza che viene loro dal Risorto: vivendo l'esistenza di ogni giorno nella prospettiva della Pasqua, essi scoprono e mostrano la parabola possibile di una vita salvata già da ora: cioè di una vita risorta, che oggi immette nelle opacità della storia umana piccole luci che fanno intravedere la luce del Risorto già presente come salvezza dell'esistenza e della storia umana. 

La famiglia

L'amore umano è una delle più grandi esperienze che una persona possa vivere. ll Vangelo ha voluto porre l'accento sul valore dell'amore tra un uomo e una donna, raccontando un miracolo compiuto da Gesù per rendere più bella una festa di nozze e non consentire che nessuna ombra si posasse su di essa.
La possibilità che un uomo e una donna possano realizzarsi nel dono totale di sé è una fonte di felicità, così come lo è il vedere il proprio amore prendere forma al di fuori di sé, in un nuova creatura generata dall'amore: «L'amore è irradiante, contagioso, origine prima e sempre nuova della vita. Per amore siamo nati. Per amore viviamo. Essere amati è gioia. Senza amore la vita resta triste e vuota» (CEI, Lettera ai cercatori di Dio, Paoline, Milano 2009, p. 16).
L'esperienza della famiglia è quella di un piccolo mondo reso grande dall'amore che lega le persone; nella sua piccolezza, specchio del mondo di cui è parte e di cui riflette, nel bene e nel male, le dinamiche. Così, nella famiglia si riflette l'esperienza del lavoro, quella della scuola dei figli, quella della politica: in essa tutte le tensioni sociali che caratterizzano il contesto vi si specchiano, provocando disagi o sollievo e trovando in essa spesso una forza riequilibratrice a vantaggio di tutti.
Ma anche le esperienze più grandi conoscono il limite, l'ora della prova, dello scacco, del dolore: è l'esperienza dell'incomprensione tra i due; è quella di un figlio disabile, o quella del desiderio di un figlio che non viene; la malattia grave, una morte precoce; l'invecchiamento, la solitudine, il declino...
E poi, in un contesto complesso come quello di oggi, come conservare la fedeltà all'amore - non solo a quello del coniuge, ma all'amore come stile di vita - quando di esso ci vengono di continuo presentate le caricature? Quando di esso ci vengono mostrati i costi quasi come un furto alla nostra felicità? Quando, per voler bene, è chiesto di rinunciare a qualcosa di se stessi, della propria comodità, sicurezza, tornaconto?
La grandezza dell'esperienza familiare conosce le sue tentazioni, a partire da quella di chiudersi su se stessa, nel godimento egoistico del proprio benessere, quello di coppia o quello della famiglia tutta, nel suo insieme; quella di subire senza criticità l'impatto con la cultura e il costume corrente, con le sue ambiguità, le sue mode, le sue confusioni.
Nell'incontro tra grandezza, dolore e tentazioni si fanno strada le domande che inquietano e tengono desta la coscienza cristiana.
«Come divenire capaci di amare oltre ogni possessività, ingratitudine e prigione del cuore?» (CEI, Lettera ai cercatori di Dio, cit., p. 18). Come far emergere dall'esperienza di ogni giorno, che rischia di consumarsi nella routine e nel grigiore, la bellezza dell'amore umano? Come vivere la ricchezza con cui il sacramento dà risalto e compiutezza ad esso? I cristiani sanno parlare di amore senza scivolare nel moralismo?
Quale equilibrio è possibile trovare tra dedizione alla vita e responsabilità? Quando il desiderio di generare si scontra con il problema della casa troppo piccola, lo stipendio troppo magro, la solitudine in cui la donna deve affrontare la maggior parte dei pesi della vita familiare?
Come continuare ad essere famiglia, di fronte al dolore? Di fronte all'invecchiamento dei propri cari? Di fronte alla malattia grave e senza speranza?
E quando l'amore si spezza e la famiglia sembra finire, quale parola si attendono i laici cristiani dalla Chiesa? Di fronte alla separazione? E al desiderio di rifarsi una famiglia? 

Il lavoro

Il lavoro è il modo comune e universale con cui normalmente si partecipa alla vita del mondo e alla sua continuazione, a servizio del bene di tutti.
Dietro la genericità della parola "lavoro", si affacciano tante storie personali che mostrano come nel lavoro confluiscano le dinamiche della società, ma anche la storia e il sistema di valori di ciascuno. C'è il giovane laureato che fa il magazziniere, in attesa di opportunità migliori; quello che si dichiara indisponibile a dare un minuto in più del suo tempo per il lavoro, perché «io ho la mia vita!». C'è il pendolare, che arriva a casa la sera sfinito per una giornata in cui ha più viaggiato che lavorato, e vorrebbe saper parlare con moglie e figli, ma si sente vuoto e basta...
Si potrebbe compilare un lungo elenco di storie simili a queste: chi lavora troppo per avere sempre più soldi; chi è disoccupato; chi è costretto a lasciare la propria terra per avere un'occupazione; chi, pur di avere un lavoro, accetta protezioni poco pulite; chi perde il lavoro e non è più in grado di rientrare nel mercato, perché le sue competenze sono ormai superate. Fino alla storia estrema che la cronaca di tanto in tanto riporta: quella di chi abbandona la famiglia o si toglie la vita dopo aver perso il lavoro. Perdere il lavoro non è solo rimanere senza la possibilità di guadagnarsi onestamente da vivere, ma anche perdere la propria identità e un po' del proprio valore sociale: «Se perdiamo il senso del lavoro, perdiamo il senso stesso della nostra vita» (CEI, Lettera ai cercatori di Dio, cit., p. 22), si legge nel documento della Commissione episcopale per la dottrina della fede della Conferenza episcopale italiana, dedicato ai "cercatori di Dio".
Dall'inizio dell'era industriale, la Chiesa si è occupata del lavoro soprattutto come questione sociale: riconoscere un salario equo e giusto e un orario di lavoro che non renda schiavi; non defraudare il lavoratore del suo lavoro e offrirgli un sistema di sicurezza sociale adeguato; in altre parole, affermare che l'uomo viene prima del lavoro.
Dal punto di vista sociale, oggi a queste esigenze si è aggiunta soprattutto quella di garantire a tutti un lavoro, diritto fondamentale della persona, che attraverso la sua attività realizza se stessa, partecipa alla storia del mondo, garantisce a sé e alla propria famiglia dignitoso sostentamento e libertà. I cambiamenti che caratterizzano oggi il lavoro, se da un lato vedono alleggerirsi la fatica umana ad opera di una tecnologia sempre più potente, dall'altro vedono anche diminuire i posti di lavoro, oppure rimanere disponibili solo quelli che richiedono una forte specializzazione o quelli così umili da essere rifiutati da tutti.
Il laico cristiano vive il lavoro umano, così com'è oggi, volendo dare ad esso il suo significato originario, come azione destinata a continuare a creare il mondo e a renderlo accogliente, a misura della dignità di coloro che lo abitano. Egli sa che questa esperienza è piena di tentazioni: la più seria è la banalizzazione che considera il lavoro solo come dura necessità e fa "sopravvivere" ad esso: così, si lavora aspettando le ferie; si vivacchia, magari dedicando le energie migliori al volontariato, senza chiedersi se il tempo "dovuto" è stato vissuto con la dedizione e la competenza che devono qualificare l'azione di chi collabora con Dio; si lavora per affermarsi, più che per realizzarsi; per arricchirsi, più che per guadagnarsi da vivere (Un'efficace descrizione delle tentazioni nel lavoro si trova proprio nella Lettera ai cercatori di Dio, cit., p. 23)..
Sorgono allora tante domande: come, nella vita quotidiana, dare senso a quel guadagnarsi il pane con il sudore della fronte che, dopo il peccato, è il prezzo dell'umano collaborare all'azione creatrice di Dio? Come integrare l'attività lavorativa nel progetto di vita personale? Potranno mai stare insieme lavoro e famiglia? Lavoro e giustizia? Lavoro e dignità della persona? Ci sarà un giorno in cui la giustizia si affermerà e l'uomo, non più sfruttato, potrà conoscere il senso e il gusto della propria attività? 

La partecipazione alla vita civile

Un'altra dimensione importante della vita di un laico cristiano è la responsabilità a vivere da cittadino. La politica, soprattutto, costituisce l'ambito in cui la dimensione di cittadinanza prende forma nei più alti livelli di responsabilità (Gaudium et spes, 75). .
La politica ha ricevuto dal Magistero alcune definizioni di altissimo valore; basta ricordare le affermazioni che la legano alla carità. ll Concilio ha un'affermazione impegnativa al riguardo: «La Chiesa stima degna di lode e di considerazione l'opera di coloro che, per servire gli uomini, si dedicano al bene della cosa pubblica e assumono il peso delle relative responsabilità». In questa prospettiva, essa non è un'attività tra le altre, ma ha in sé contenuti morali che ne dicono il valore per la comunità umana, e anche il carattere impegnativo nella storia personale dei singoli. Giorgio La Pira ebbe a scrivere: «La politica è l'attività religiosa più alta, dopo quella dell'unione con Dio: perché è la guida dei popoli [...], una responsabilità immensa, un severissimo e durissimo impegno» (G. LA PIRA, Lettera a Pio XII, 25 maggio 1958).
Eppure, come poche altre dimensioni, essa appare segnata dall'ambiguità, vede di continuo il rischio dello stravolgimento dei suoi fini, passando, da azione destinata al servizio al bene comune, ad azione di cui alcuni si avvantaggiano per sé. Nei meandri del potere rischiano di perdersi le intenzioni buone delle persone e l'orientamento delle loro azioni alla crescita della città e al bene di tutti.
La consapevolezza della mediocrità di tanta politica, talvolta amplificata da un sistema di comunicazione che contribuisce esso stesso a fare politica, ha fatto sì che a poco a poco si consumasse un distacco del cristiano comune dalla politica: una distanza che è avvenuta, prima che nei comportamenti, nella coscienza delle persone e nella crisi del loro senso di appartenenza alla città. L'individualismo che si respira ovunque tende a porre in primo piano i bisogni individuali, una soggettività senza legami, senza relazioni, senza responsabilità. È come se la persona avesse perduto la sua dimensione sociale e le fosse divenuto ogni giorno più difficile occuparsi di qualcosa di diverso dal proprio benessere, dalla propria sicurezza, dalle proprie necessità, dal proprio tornaconto.
Così, si fa fatica a partecipare perché non ci si sente parte, e dunque nemmeno coinvolti in una responsabilità collettiva. In questo clima sembra impensabile fare del servizio al bene comune un ideale di vita, cui dedicarsi con gratuità, semplicemente perché ci si crede.
La difficoltà ad essere cittadini nasce anche dalla percezione, non tematizzata, della debolezza della politica, incapace di avere la regia dei processi di cambiamento in atto, spiazzata dall'economia, dalla finanza, dalla tecnologia... Ci si rende conto che vi è una crisi della politica che va ben al di là della politica stessa.
La riflessione e l'azione politica si trovano oggi di fronte a nuove questioni: quelle relative alla vita, al suo principio e alla sua conclusione, alla persona, alla famiglia. Questioni nuove, da affrontare in un contesto in cui si è perduta l'omogeneità etica e culturale di un tempo. Voci autorevoli riflettono sulla ricerca di un'etica condivisa (cfr. E. BIANCHI, Per un'etica condivisa, cit.), ma i processi culturali sembrano muoversi inesorabili in un'ottica di frammentazione. Questioni nuove, che avrebbero bisogno di riflessione, di pensiero, di nuove competenze, senza paura, con pazienza. Il cristiano comune si sente spiazzato dagli interrogativi che si affacciano ogni volta che il dibattito politico lo mette di fronte a scelte difficili: come essere fedeli ai valori in cui si crede e al tempo stesso contribuire a costruire un tessuto sociale condiviso? Come far sì che il punto di vista dei credenti sia compreso e riconosciuto come fattore di crescita comune? L'esiguità della riflessione su questi temi ha messo in luce una certa povertà del modo attuale di concepire la politica, da cui spesso manca il senso di un bene che supera la visione di ciascuno e anche la coscienza del valore relativo della politica stessa, segnata dal limite e dalla parzialità degli obiettivi possibili.
Di fronte agli interrogativi più difficili si comprende quale risorsa potrebbe essere una comunità cristiana aperta e dialogica, capace di offrire a tutti i credenti, di qualsiasi orientamento e appartenza, un riferimento per il confronto, per il discernimento, per una ricerca condivisa. Ma oggi, all'interno soprattutto dei gruppi parrocchiali, prevale il silenzio. Di fronte alle scelte politiche il cristiano comune si sente solo con i suoi interrogativi, da quando la comunità cristiana, abbandonate le forme di collateralismo del passato, è stata essa stessa spiazzata dalla difficoltà del confronto sui temi civili: essi, implicando spesso vivaci passioni, rischiano di accalorare eccessivamente, portano con sé il timore che possano costituire elemento di divisione della comunità.
Molti cristiani si sono convinti che la politica sia un ambito in cui la testimonianza cristiana è impossibile, e si sono ritirati in ambiti di impegno più rassicuranti e meno esposti. Eppure la storia del movimento cattolico presenta l'esempio di grandi laici cristiani e grandi politici, persone che hanno affrontato e portato avanti il loro servizio alla città ai più alti livelli di responsabilità e al tempo stesso hanno reso una testimonianza eroica al Vangelo. Penso a La Pira, a Lazzati, a De Gasperi, per non citare che i più famosi: per tutti costoro, la Chiesa ha aperto un processo canonico, via per il riconoscimento della loro santità.
Qualche anno fa, Alberto Marvelli, un giovane riminese dell'Azione cattolica, è stato proclamato beato: morto in un incidente stradale mentre si recava a tenere un comizio, aveva fatta sua l'idea che la politica è il campo di una carità più vasta. Sulla porta del suo ufficio di assessore aveva messo un cartello: «I poveri hanno la precedenza».
Oggi non si vedono testimonianze che con questa chiarezza invitino ad essere cittadini leali e dedicati alla causa della città, e soprattutto mancano maestri credibili in grado di convincere ad assumersi le proprie responsabilità civiche e a indicare qualche percorso praticabile e convincente.
Queste rapide descrizioni, quasi un esercizio di ascolto della vita per avviare più ampi e dettagliati ascolti, mettono in eviden­za come l'esistenza cristiana, e particolarmente quella dei laici, sia tutta giocata sul filo di dimensioni apparentemente inconcilia­bili: tempo ed eterno; solitudine e comunità; dono e impegno...
È la dimensione paradossale dell'essere cristiani, che ha nel mistero della croce e risurrezione del Signore Gesù la sua espres­sione sorgiva e paradigmatica. Il senso delle esperienze fragili e frammentarie che costituiscono la vita quotidiana dei laici vanno dunque lette in una prospettiva più profonda, alla ricerca di un senso che va al di là dei fenomeni quotidiani.