Familiari

con il mistero

Paola Bignardi


Se la debolezza del cammino cristiano di tanti laici è venuta dalla distinzione, quando non dalla separazione, tra dimensione religiosa e dimensione secolare dell'esistenza, occorre che per vivere in pieno la vocazione cristiana nel mondo si recuperi la reciproca appartenenza della fede e della vita, quella che permette di incontrare Dio dentro l'esistenza e l'esistenza in Dio.
Dentro e oltre i piccoli fatti di ogni giorno, il laico cristiano sa che esiste una dimensione più profonda. Spesso si rende conto di fare un'esperienza di mistero proprio dentro lo scorrere del tempo: è mistero una vita che si accende nel grembo di una donna; è mistero l'esistenza spensierata di un bambino che cresce; il perdono che rigenera le relazioni tra due persone; lo svelarsi di un pensiero importante, inseguito per tanto tempo con la fatica dello studio e della ricerca... Talvolta il mistero si carica di dramma, e lascia sgomenti e senza parole, consapevoli ancora di più che l'esistenza quotidiana va oltre se stessa.

 

Incontrare il mistero dentro la vita

Ogni persona incontra normalmente il mistero: talvolta lo riconosce, tal'altra sente di esserne colpita, senza riuscire a dargli un nome. È un incontro che può suscitare fascino o paura; attrazione o ostilità... Si può negarlo o accoglierlo, oppure lo si può trattare con banalità, come se fosse cosa a portata di mano. Il mistero che ci attrae è quello di Dio, del suo amore, della sua vita, della sua bellezza, della sua eternità e della sua grandezza infinita. Ma Dio non abita in un cielo lontano: il Dio che si è fatto uomo, che è entrato nella storia umana, che è morto appeso a una croce, è un Dio che sta dentro le pieghe della storia umana, che abita le gioie e il dolore del mondo, che conosce le oscurità della vita; è il Dio discreto che si mostra solo di spalle e al tempo stesso che non disdegna le contraddizioni dell'esistenza umana.
Esperienza di mistero si fa, allora, anche davanti ai fatti che accadono, davanti all'altro, al fratello. Non solo il Dio che sta oltre, ma anche il Dio che sta dentro – con la forza del suo Spirito – si dà a conoscere e si nasconde; si comunica e si sottrae. Stare di fronte al mistero nelle molteplici forme in cui esso si manifesta e negli infiniti luoghi che esso abita: questo per il laico è esperienza di contemplazione. Nella tradizione cristiana essa viene abitualmente associata a particolari condizioni esteriori: silenzio, raccoglimento, solitudine. Esperienze praticamente impossibili nel normale ritmo di vita di un laico cristiano. Ma se la contemplazione è un atteggiamento della vita ed è un modo di guardare ad essa, allora non solo è possibile a tutti, ma è dovere e responsabilità anche dei laici, la cui vocazione è quella di riconoscere e svelare il senso del mondo facendone in pieno l'esperienza.
Il cristiano crede che la sua storia personale, così come la storia del mondo, è un luogo della presenza dello Spirito, e che non c'è istante che non sia abitato dall'amore e dalla sapienza di Dio; questo genera gli atteggiamenti con cui egli affronta la vita: l'accoglienza, la gratitudine, l'attesa, l'obbedienza. Così il cristiano riconosce che nella trama delle sue giornate vi è un amore provvidente e misericordioso che si accompagna a lui. Chi attende il Signore può riconoscerlo mentre gli cammina accanto, nella terra dove, risorto, ha dato appuntamento ai suoi. Gli angeli dicono alle donne: «Dite ai suoi discepoli e a Pietro che egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (Marco 16,7). L'appuntamento non è in un luogo di culto o a Gerusalemme, centro della vita religiosa del tempo, ma in una terra di confine, oscura, confusa: come le nostre città, come i luoghi del nostro vivere di ogni giorno. Il Signore risorto ci attende in Galilea: la confusione delle nostre giornate, la fatica del tenere insieme un impegno con un altro; la passione per le persone cui vogliamo bene: quello è il luogo in cui il Signore Risorto ci dà appuntamento, la nostra Galilea. Quello con lui è sempre un incontro misterioso, mai scontato, che chiede l'impegno di stare con il cuore in ascolto e non esonera dalla fatica di scrutare la vita. Egli si fa conoscere a chi crede in lui dentro la trama delle giornate, lo scorrere degli eventi, il succedersi dei fatti, degli impegni, degli incontri e il loro risuonare nella profondità, anch'essa misteriosa, della coscienza.
L'incontro con il mistero, realizzato così, non ha un tempo definito per manifestarsi. Non ci sono dei tempi che cominciano e finiscono così che si possa dire: «Ecco, il tempo della vita cristiana del laico è questo impegno, questa iniziativa, questa esperienza», sia essa il pellegrinaggio, o la messa della domenica, o un evento ecclesiale. Il tempo dell'incontro con il mistero è tutti i giorni, tutti gli istanti di ciascun giorno. La semplicità di cui sono fatti i diversi momenti della vita può apparire banale, troppo mondana per essere rilevante per la fede: ebbene, proprio questo è il tempo dell'incontro con il Risorto.
Più il nostro sguardo si allena a intuire dentro la vita il mistero di Dio e più scopre l'intensità del mistero della vita stessa, il valore del vivere, la bellezza dell'incontrarsi, del volersi bene, del darsi da fare per gli altri; anche il dramma del dolore si carica di una nuova profondità e fa intuire che cosa significhi essere salvati dentro il limite. Serve la profondità di uno sguardo acuto per cogliere questo, di uno sguardo che non si accontenta della superficie delle cose, che rifiuta la banalità. Se questo avviene, è la vita di ogni giorno che vede trasformato il suo senso; essa acquista un'intensità nuova e riscatta tutto dal grigiore possibile della routine quotidiana.
Certo, la comunione con Dio non può fare a meno di momenti in cui il senso del mistero si coltiva. Il rumore tende ad annullare le differenze; ad appiattire tutto nel grigiore dell'abitudine, in cui tutto è sbiadito. Occorre coltivare il senso dell'alteri¬tà del mistero - di Dio, dell'altro - dall'orgoglio dei momenti in cui si vorrebbe difendere Dio o portarlo dentro le piccole que¬stioni umane, profanandone la grandezza. Occorre custodire il tesoro geloso dell'unicità di Dio nei giorni della dissipazione e del frastuono, davanti alla lusinga di tanti idoli. Occorre difendere il tesoro dell'amore nei giorni del dolore, conservare il tesoro della misericordia nei giorni del risentimento e del conflitto. Occorre lasciarsi provocare da Dio nei giorni della banalità e della chiusura.
Il cristiano che guarda la vita con questi occhi è una persona che può vedere oltre le apparenze, con lo sguardo di Dio. Si trat¬ta di un vero esercizio di contemplazione, in cui si mette in gioco la fede nel Signore e nella sua presenza: essa fa credere che il mistero è luce anche quando si vive nell'oscurità e il mistero sembra incomprensibile. Del resto il credente sa – perché lo sperimenta – che a volte c'è un'oscurità che è un mistero troppo luminoso, accecante, come la nube che guidava il popolo dell'Esodo sulla via della libertà di Dio.
Per il discepolo del Signore la contemplazione è radicale esperienza di fede. All'intelligenza umana la fede permette di giungere a quella sapienza cristiana, che fa vedere la cose dal punto di vista di Dio e che fa credere che esse hanno un senso anche quando tutto sembrerebbe contraddirlo. È necessario affinare questo atteggiamento con l'esercizio, giorno dopo giorno. Non si è abilitati a contemplare quasi naturalmente. La contemplazione è un desiderio e un anelito del cuore; essa diviene possibile se è una scelta della vita vissuta nella fede.

 

Dare un nome al mistero

Il mistero non è semplicemente il lato oscuro e più intenso della realtà, ma un Dio rivelato che ha voluto farsi conoscere, facendosi incontro al bisogno di eternità e di infinito che vi è nel cuore di ogni persona.
Vorrei soffermarmi su due icone bibliche, che aiutano a capire il modo con cui Dio si manifesta all'uomo.
Mosè, che ha accettato la missione di guidare il popolo fuori dalla schiavitù dell'Egitto, intrattiene con Jahvè un dialogo continuo. Ma il suo cuore brucia dal desiderio di vedere il volto di quel Dio che gli ha cambiato la vita, che ha avuto la forza di sottrarlo al Faraone e di guidare lui e il popolo in modo prodigioso attraverso il deserto. Per Mosè, è una presenza familiare, quella di Jahvè: gli ha parlato, lo ha sostenuto, di lui ha visto i prodigi compiuti a favore del popolo. Ma lui, non lo ha mai visto: ora per Mosè è arrivato il momento dell'incontro. «Mostrami la tua Gloria!» – chiede Mosè a Dio. Ma Jahvè gli risponde: «Tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vedermi e restare vivo» (Esodo 33,20). E così Mosè potrà vedere Dio solo di spalle.
Elia è inseguito dai sacerdoti di Baal. Fugge nel deserto, consumato dalla fatica, dalla stanchezza e dallo scoraggiamento. Giunto all'Oreb, entra in una caverna e Dio passa. La brezza leggera, quasi un soffio, in cui Dio si rivela, parla della discrezione di Dio (cfr. 1Re 19,11-13). L'immagine potente che l'uomo si è costruito di Dio tenderebbe a vederlo nel vento impetuoso o nel terremoto: Dio invece si manifesta in modo sorprendente, e chi non è veramente in ascolto, disposto ad accoglierlo diverso dalle immagini che si è costruito di lui, non lo può riconoscere.
Due icone che in modi diversi e con differenti forme parlano dell'anelito che c'è nel cuore dell'uomo di incontrare Dio, ma anche dell'imprevedibilità del suo manifestarsi, la paradossalità dei percorsi della sua salvezza, la irriconoscibilità per l'uomo, che cerca Dio nel segno della potenza, e si trova davanti un Dio discreto e sfuggente. Un Dio imprevedibile, e tuttavia vicino.
Il mistero che a poco a poco Dio insegna all'uomo ha un nome: è quello di Gesù, del Figlio, attraverso il quale i discepoli imparano a conoscere il volto di misericordia del Padre.
Tutta la vicenda umana di Gesù è nel segno della discrezione e del nascondimento, a cominciare da Nazaret. Gesù ha vissuto trent'anni della sua breve esistenza nella normalità di una vita comune a tutti i ragazzi e poi a tutti i giovani della Palestina del suo tempo: confuso in mezzo a loro, eppure così diverso da loro. Figlio di Dio e figlio dell'uomo. Un bambino e un ragazzo come siamo stati noi; un giovane che ha lavorato, amato, pensato: come noi. Ha avuto una famiglia, degli amici, ha saputo vedere la bellezza dei gigli del campo e dell'erba del prato... Il tempo di Nazaret contiene una dimensione importante della vita di Gesù,
la più misteriosa e la più difficile da raccontare. Non possiamo pensare che Gesù abbia salvato il mondo solo nei tre anni in cui ha parlato, ha compiuto miracoli, si è manifestato nella straordinarietà della sua natura di Messia. Gesù è stato il Messia e il Salvatore anche negli anni in cui la sua esistenza non aveva nulla che potesse essere raccontato: una vita avvolta dal silenzio, perché troppo comune, troppo ordinaria, troppo uguale a quella di ciascuno di noi. Ed era talmente comune la sua vita, da costituire pietra di inciampo. Dopo la moltiplicazione dei pani e il discorso con cui Gesù l'ha "spiegata" nella sinagoga di Cafarnao, i giudei dicevano: «Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di lui conosciamo il padre e la madre. Come può dunque dire: Sono disceso dal cielo?» (Giovanni 6,42).
Negli anni di Nazaret, la salvezza per noi è passata attraverso il suo vivere da figlio; attraverso il silenzio in cui Gesù ha fatto proprio l'amore del Padre per l'umanità e la sua decisione di salvarlo; attraverso la preghiera che alimentava la relazione con Dio e costituiva il "luogo" dell'incontro, del cuore a cuore, per rendere sempre più propria la verità che egli un giorno rivelò a Nicodemo: «Dio ha tanto amato il mondo da dare per esso il suo Figlio Unigenito» (Giovanni 3,16).
Dunque Nazaret entra nel mistero della storia umana, perché l'ha caricata di condivisione divina e di amore silenzioso; ha messo in essa, come germe di vita nuova, la decisione di una dedizione disposta a farsi sacrificio della vita perché l'umanità conoscesse quell'amore che è più forte della morte.
L'icona di Nazaret, cioè del tempo in cui Gesù è stato così simile a noi da essere in tutto confuso con ciascuno di noi, costituisce il paradigma della nostra vita cristiana ordinaria.
È la stessa logica di Nazaret quella che porta Gesù a fare dono della sua vita sul Calvario. Qui, appeso al patibolo della croce tra due ladri, muore il Figlio di Dio, dopo tre anni in cui la potenza dei miracoli e la forza della parola gli hanno dato la straordinaria popolarità di Messia. Ma ora, al momento cruciale, egli appare un Messia sconfitto; contro di lui, con poca difficoltà, hanno vinto i soldati romani, il popolo che lo ha osannato fino a pochi giorni prima, il tradimento degli amici, le trame del potere religioso alleato con quello politico. «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?», grida Gesù prima di morire. Ma Dio tace, nella misteriosa partecipazione alla morte per amore del Figlio. Il silenzio di Dio fa quasi da sigillo allo scandalo della morte di Gesù come un malfattore. È lo scandalo che Paolo ha cercato di evocare con forza drammatica nella Prima lettera ai Corinzi: «Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini»
56 (1,21-25). Per quanto vogliamo leggere nella fede l'evento del Crocifisso, esso non smette di essere scandalo: inciampo, esperienza che mette alla prova il cuore e la ragione, che rovescia il comune modo di pensare. Non dobbiamo privarlo della sua carica scandalosa, né pretendere di ricondurre nella logica della ragionevolezza umana un evento che continua ad attenere alla follia di Dio.
Prima dell'arresto, del processo e della morte, Gesù vive con i suoi la cena in cui compie il gesto in cui è racchiuso il significato della sua vita e della sua morte. Il Vangelo di Giovanni introduce il racconto della cena con queste parole: «Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine». È proprio quel «fino alla fine» che rende la Pasqua l'espressione di un amore "da Dio". È quella misura che nel Vangelo solo le donne sembrano aver compreso e sembrano essere in grado di accettare.
La Pasqua – passione, morte e risurrezione di Gesù – che colpisce con la forza scandalosa del dolore, della sofferenza, dell'umiliazione, nella sua natura più profonda è amore. Amore che si dona senza trattenere nulla per sé, nemmeno la vita. Anche noi saremmo stati nel numero di quelli che ai piedi della croce, pur senza scherno e irrisione, avremmo detto a Gesù: «Scendi dalla croce, il mondo ha bisogno della tua potenza misteriosa; continua a usare la potenza che hai mostrato nei tuoi miracoli sconfiggendo la morte, mostrando che la vita è più forte della morte».
E Gesù in effetti lo ha mostrato, ma lo ha fatto attraversando il dolore e la morte, facendoli suoi; essi fanno parte della storia umana; stanno dentro la storia dei poveri – e ogni uomo, quando soffre, è povero. Gesù ha voluto vincere la morte e il dolore non con un atto di potenza, ma con un atto di amore che è, al tempo stesso, debole fino alla morte e più forte del potere che sottomette il male. E la vita risorge, in un orizzonte divino.
Dunque il Calvario, prima che essere la storia dell'inganno, delle invidie, dei raggiri umani, politici e religiosi del Sinedrio e del potere, è la storia di un amore totale, solidale con tutti i dolori della terra, che si consegna al dolore, che fa dono della vita.
Dalla Pasqua in poi, dunque, è chiaro che il nome di Dio è Amore. Il nome del mistero che noi oggi incontriamo dentro la vita è l'amore di Dio che ha creato il mondo con la sua sapienza; ha fatto l'uomo a sua immagine con il soffio del suo Spirito; ha perdonato il suo peccato e gli ha riaperto la via della comunione con lui; ha guidato il suo popolo verso la libertà e la salvezza; continua ad essere presente nella storia di oggi per rivelare il bene cui siamo chiamati e la misericordia con cui il suo cuore di Padre avvolge l'esistenza di ogni persona.
Dio è amore, e così dà pienezza alla vita dell'uomo, che ha creato per amore; il Vangelo nel quale si è comunicato non è che una parola d'amore. Dio-Amore ci insegna che questa è la strada che, oggi più che mai, conquista coloro che sono alla ricerca di un senso per la loro vita.
Come incontrare questo mistero sfuggente? Come riconoscere la presenza di Dio dentro le trame complicate delle nostre giornate e delle vicende quotidiane?
La Scrittura ci insegna che incontra il mistero chi è disposto a lasciarsi sorprendere da Dio, chi non pretende di ricondurlo ai propri schemi e di imprigionarlo nella propria idea di Dio. In altri termini, chi è capace di riconoscere nella vita una dimensione "altra", che supera l'ordinaria capacità di comprensione di essa. Chi sa ammettere che esiste qualcosa che sta "al di là": un al di là che non solo è ancora sconosciuto, ma che appartiene ad un'altra dimensione.
Riconosce la presenza misteriosa del Signore chi è disposto a fidarsi di lui nella fede, perché si è lasciato conquistare da lui e vive di questo legame. L'esperienza dei santi non è altro che questo: consentire che il legame con il Signore sia il cuore attorno a cui ruota ogni significato, ogni scelta, ogni impegno. Dal momento in cui ha incontrato il Risorto sulla strada di Damasco, per Paolo egli diventa «il mio Signore», espressione che indica l'intimità, l'amore, la comunione che l'apostolo vive con lui. Questo amore diventa la sua forza nelle difficoltà, la sua libertà di fronte ad ogni potere, la sua consolazione davanti ad ogni incomprensione. La persona del Signore diventa tutta la vita di Paolo, che potrà affermare: «Per me vivere è Cristo» (Filippesi 1,21).
Riconosce la presenza misteriosa del Signore chi non si fida troppo delle proprie ordinarie comprensioni della vita, ma si lascia mettere in discussione da un'altra prospettiva, dalla paradossalità della logica evangelica, che si impara soprattutto attraverso una familiarità assidua e disponibile alla Parola.
Riconosce la presenza del Signore chi fa posto nella propria vita ai piccoli, ai poveri, a quanti hanno bisogno di aiuto e li accoglie come sacramento del Signore Gesù. L'ultimo giorno Dio ci chiederà quanto e come abbiamo vissuto la grazia dell'incontro con lui nell'affamato, nello straniero, nel profugo, nel bambino che ti ha messo alla prova, nel povero che ti ha insultato perché gli chiedevi di vivere all'altezza della sua dignità. Il Signore si cela anche in un'umanità umiliata e che si umilia; lui che ha scelto lo scherno della croce, chiede di riconoscerlo e di amarlo in ogni forma di umanità sfigurata.
Riconosce la presenza del Signore chi è disposto a raccontarlo ad altri. Nel giardino della Risurrezione, a Maria di Magdala che vuole trattenerlo, Gesù affida una missione: «Va' dai miei fratelli». Quello sarà il modo in cui lei continuerà a incontralo. Accettare di raccontare la bellezza del Vangelo permetterà anche ai discepoli di oggi di riconoscere il Signore che cammina accanto a loro e che è loro compagno di viaggio ogni giorno.
Tutto questo ha bisogno di diventare esperienza personale, di entrare nella storia di ciascuno in quel modo unico e originale che appartiene al dinamismo della vita.
Il cristiano è uno che crede che «non una formula ci salverà, ma una Persona, e la certezza che essa ci infonde: lo sono con voi!» (GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte, 29).
Allora il Signore è la misericordia che rende libero il cuore dalla preoccupazione del bene, dei precetti, dell'osservanza, non per disprezzo, ma perché il suo cuore offre una prospettiva più grande. La fiducia nella vastità del suo cuore rende liberi dalla preoccupazione per se stessi.
È silenzio che ti prende dentro come una Presenza, davanti alla bellezza della natura, all'intensità di certi momenti di grazia passati con persone care, alla luce dell'alba che annuncia la vita che riprende e il ritorno della luce.
È la compassione che si lascia commuovere davanti alla sofferenza, alla povertà, alla miseria; che rende consapevoli della propria meschinità con la tenerezza dell'amore...
Il Signore viene incontro così, discreto. Quando avvertiamo che ciascuno di questi momenti è pieno del suo mistero, pensiamo a lui con commozione, con fiducia, con pace.
L'amore al Signore e l'amore alla vita così si saldano, e sono lo stesso amore, senza conflitto e senza contrapposizione.
E tuttavia vengono i giorni opachi, in cui ci sembrerà di non aver incontrato nessuno, se non la nostra fatica. I giorni del dramma in cui ci sembrerà di aver incontrato solo il nostro silenzio saranno tanti e ci daranno l'idea che la vita sia muta e incomprensibile. È stata l'esperienza di Maria, la madre del Signore, trovatasi improvvisamente coinvolta in una maternità che le sconvolgeva l'esistenza. Il Vangelo dice di lei che «conservava nel suo cuore tutte queste cose» (Luca 2,19). Maria conserva nel cuore i fatti della vita sua e di quella della sua famiglia. Di questi fatti, ella non capisce il senso, eppure crede che essi sono una parola pronunciata per lei. Se oggi non si comprende, occorre attendere che il mistero maturi nella storia, perché nulla accade per caso e dunque nulla è senza significato.
Il senso dei fatti quasi mai si svela immediatamente. Essi rivelano il loro significato se sappiamo conservarli nel cuore, se sappiamo continuare a interrogarli; se sappiamo attendere che essi manifestino a poco a poco il loro messaggio più vero. E possiamo interrogarli interrogando la Parola. Così quanto accade nella vita, dalla Parola può essere illuminato; e quanto è scritto nella Parola, può venire ricreato, rivissuto, reso contemporaneo dai fatti.
La vita rivela il suo mistero a poco a poco, se abbiamo la pazienza di conservare tutto dentro di noi con la scelta di custodire in un'interiorità sensibile a quello che accade. La fede sarà sostegno nel credere che la luce prevarrà e mostrerà la verità dell'esistenza.