Perdere la vita

per trovarla

Paola Bignardi

L'incontro con il mistero trasforma la vita. La Scrittura è piena di episodi che narrano la forza travolgente dell'incontro con Dio. Zaccheo smette di essere ladro e distribuisce ciò che ha accumulato rubando; coloro che sono chiamati si pongono al seguito di Gesù; Paolo, dopo l'esperienza del Risorto sulla via che lo porta a Damasco a perseguitare i discepoli del Signore, diventa apostolo. Dopo di loro, schiere di persone hanno cambiato il corso della loro esistenza, dopo aver intuito che essa ha dimensioni più profonde e diverse da quelle che si colgono restando alla superficie di essa. Spesso i cambiamenti che la fede ha immesso nella vita non sono così clamorosi come quelli citati prima; sono semplicemente un altro modo di guardare l'esistenza, scorgendo in essa ciò che risulta invisibile all'occhio superficiale o avido o egoista.
L'esperienza che i cristiani hanno fatto fin dall'inizio riguarda la ricerca relativa a come vivere, dopo aver accolto la chiamata di Gesù a diventare discepoli. Come tornare alle occupazioni quotidiane, dopo l'incontro con il Signore? Come tenere insieme l'assoluta straordinarietà del rapporto con il Risorto e le responsabilità di ogni giorno, gli impegni quotidiani, le relazioni di prima? Che valore assume la vita di ogni giorno dopo aver scoperto di essa altre e inedite dimensioni? Che cosa cambia della vita, se si crede che il Crocifisso è il Risorto?
L'antico scritto A Diogneto risponde a questo interrogativo con una famosa descrizione della vita del cristiano nel mondo. Nella suggestione che essa continua ad esercitare, vale la pena riascoltarla: «I cristiani non si differenziano dagli altri uomini né per territorio né per lingua o abiti. Essi non abitano in città proprie né parlano un linguaggio inusitato; la vita che conducono non ha nulla di strano [...]. Abitano nelle città greche o barbare, come a ciascuno è toccato, e uniformandosi alle usanze locali per quanto concerne l'abbigliamento, il vitto e il resto della vita quotidia
na, mostrano il carattere mirabile e straordinario, a detta di tutti, del loro sistema di vita... Abitano nella propria patria, ma come stranieri... Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è terra straniera [...]. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi».
Chi ha familiarità con il Vangelo, si rende conto dell'insostenibilità di quel cristianesimo triste e un po' arcigno che talvolta si incontra in chi ha perso i contatti con le fonti della vita cristiana. Il cristianesimo è l'esperienza di donne e di uomini che amano la vita, che vivono con gioia la loro esperienza familiare e sociale; le relazioni con gli amici e con i vicini di casa; la politica e la professione; che sanno apprezzare l'umanità in tutte le sue dimensioni: affetti, responsabilità, fatica, amore; che sanno dare un senso alle esperienze difficili che segnano l'esistenza di tutti: la malattia, il dolore, il limite, la solitudine, la morte; che non subiscono la loro umanità e le forme con cui si esprime nella cultura di oggi. Sono persone che hanno scoperto come il Vangelo dia pienezza all'umanità; «sono uomini come tutti gli altri, pienamente partecipi della vita nella città e nella società, dei successi e dei fallimenti sperimentati dagli uomini; ma sono anche ascoltatori della Parola, chiamati a trasmettere la differenza evangelica nella storia, a dare un'anima al mondo, perché l'umanità tutta possa incamminarsi verso quel Regno per il quale è stata creata» (CEI, Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, 35).
Per questo, i cristiani non cercano di appartarsi rispetto allo scorrere della vita quotidiana e alle responsabilità che essi condividono con ogni persona; soprattutto di essa si sentono partecipi con interesse, con cordialità, desiderosi di essere fino in fondo cittadini, consapevoli che per esserlo così devono farsi un po' anche "stranieri": stranieri come può esserlo chi guarda il mondo e lo ama con il cuore di Dio: stranieri a ogni interpretazione dell'esistenza di basso profilo; alla mondanità, a ogni esaltazione dell'individuo e dei suoi interessi a prescindere dagli altri; stranieri alla smania di successo e di potere; stranieri non per rimarcare le differenze o per segnare una lontananza, ma per dare della vita un'interpretazione originale, non owia, non consueta.
Spesso è difficile stare su questo crinale, tra l'esigenza di abitare le ordinarie condizioni della vita di tutti e la necessità di non confondersi. La tendenza diffusa nella società di oggi è quella che porta verso l'omologazione dei comportamenti, delle abitudini, delle valutazioni su fatti e situazioni. La pressione dei mass media, la moda che fa sentire degli arrivati, la superficialità diffusa – insieme a tanti altri fattori – esercitano una pressione che influenza soprattutto i più giovani e induce ad assumere i comportamenti di tutti, ad avere gli oggetti che hanno tutti, a vestire tutti allo stesso modo... Si direbbe che ci sia bisogno di adeguarsi alle regole del costume diffuso per sentirsi appartenenti a una società che dà identità e fa sentire inclusi attraverso questi segnali. Queste linee di tendenza, che non riguardano solo la fede, ma i comportamenti diffusi, rendono difficile vivere il carattere alternativo della vita cristiana. Il «tra voi non sia così» del Vangelo appare una legge che colloca in una singolarità che spesso non si ha la forza di elaborare, di sostenere, di motivare. Eppure, solo se come cristiani e come comunità sapremo mostrare che c'è anche un altro modo di vivere le esperienze comuni della vita di ogni giorno, avremo qualcosa da dire alle persone con cui condividiamo il giorno per giorno. Questo è tempo per scoprire la straordinaria bellezza della vita vissuta da cristiani, secondo il Vangelo, anche nei suoi caratteri alternativi al modo corrente di pensare e di comportarsi. Alternativi: è diverso da stravaganti o strani. L'alternativa non nasce dal gusto di essere diversi, ma dalla necessità di far emergere l'originalità di una visione della vita che può rigenerare il modo ordinario di impostare l'esistenza, dentro le differenti culture. Alternativi non per il gusto di rimarcare le identità ed evidenziare le differenze, ma per mostrare un altro senso della vita.

 

Tra voi non sia così

Vi sono alcuni aspetti della vita di un laico cristiano che merita- 85 no di essere fatti oggetto di una considerazione attenta.
Nell'uso dei beni materiali i cristiani rischiano di non distinguersi molto dagli altri: siamo consumatori come tutti, un po' acritici, guidati più dalle nostre disponibilità economiche che da una valutazione critica dei nostri desideri e bisogni. È difficile parlare di un'etica dei consumi, per la grande generalità delle persone che sono cresciute nel benessere, avendo a disposizione molto più di ciò di cui avrebbero bisogno. Un tempo forse non c'era la necessità di fare grandi considerazioni sull'uso di beni materiali che erano scarsi per tutti; oggi il cristiano su questo aspetto ha la necessità di prendere in considerazione con nuova attenzione il Vangelo. Esso non induce al disprezzo per le cose, ma piuttosto mette in guardia dalla ricchezza e da un uso acritico dei beni. «Non potete servire a Dio e a mammona», dice il Vangelo di Matteo (cfr. 6,24). «La ricchezza è sempre pericolosa» (C.M. MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme, Mondadori, Milano 2008, p. 13), afferma il cardinale Martini, soprattutto quando essa rende i beni più importanti di noi stessi, quando il desiderio di avere sempre di più genera ingiustizie e rende ciechi di fronte ai poveri (cfr. Luca 16,19-31), letteralmente incapaci di accorgersi di loro.
L'alternativa cristiana in ordine all'uso dei beni oggi consiste nello scoprire insieme il valore della sobrietà e della solidarietà. La sobrietà è un modo per affermare di fronte a noi stessi che noi valiamo ben più delle nostre cose e non intendiamo metterci sullo stesso piano, né confonderci con esse. Essa implica forme di autolimitazione, che portano a quel dominio di sé che è via alla libertà; e che configura uno stile personale non abbandonato alle mode del momento. La solidarietà nasce dalla consapevolezza di tutto quello che ciascuno di noi ha ricevuto dalla vita, evolve nella coscienza della condizione di bisogno di tanti fratelli che vivono accanto a noi, matura nella decisione di operare con scelte di giustizia, di aiuto, di vicinanza: «C'è una solidarietà umana da ritrovare nei nostri paesi e nelle nostre città per uscire dall'anonimato e dall'isolamento, perché chi vive momenti di difficoltà non si senta abbandonato» (D. TETTAMANZI, Non c'è futuro senza solidarietà, San Paolo, Cinisello Balsamo 2009, p. 13).
Un altro degli ambiti in cui è difficile e importante vivere il carattere alternativo della vita cristiana è quello dell'amore: gli affetti, i sentimenti, la sessualità, la relazione di coppia. Si tratta di esperienze grandi e difficili in ogni tempo, perché l'amore vero è dono di sé e non sgorga dalla nostra vita con naturalezza; è un'impresa impossibile senza il riferimento alla Pasqua di Cristo; lo è tanto più oggi, dal momento che la cultura sessuale diffusa porta a vivere la sessualità come gioco e prescinde dalla responsabilità; rappresenta di continuo il disordine dei sentimenti come l'unico modo interessante di vivere una vita affettiva appassionata; rappresenta la banalizzazione dell'amore, insieme all'esibizione e all'uso commerciale del corpo femminile. A fronte di questa cultura sessuale, gli adulti oscillano tra l'uniformarsi ai comportamenti più diffusi e il rispetto formale di precetti morali di cui spesso non comprendono il significato. Prova ne sia il fatto che faticano a tradurre in parole per i più giovani il senso che ha vivere l'amore in modo serio. I giovani incontrano spesso il silenzio degli educatori che, consapevoli dell'inutilità e del danno che possono fare posizioni moralistiche, talvolta non hanno né argomenti né parole per annunciare la bellezza dell'amore cristiano; la beatitudine di coloro che sono puri di cuore, puri dentro; la regola evangelica che dice che ha compiuto adulterio «chi guarda una donna per desiderarla»; che annuncia e racconta di un amore che sa donarsi, che sa attendere, che sa farsi responsabile della vita dell'altro e di altri.
Oggi si fa fatica ad assumersi delle responsabilità: si tende a prendersi qualche impegno se c'è un ritorno; se è a tempo; se questo non modifica il proprio ritmo di vita... L come volersi riservare sempre la possibilità di ritirarsi; conservare la regia definitiva della propria vita, senza lasciarsi coinvolgere nelle situazioni fino al punto che queste lascino un'impronta nel proprio progetto di vita... Credo che anche in questo il cristiano debba saper essere alternativo: cioè accettare di prendersi degli impegni e di rispondere di essi, accettare di essere a servizio, di fare ciò di cui c'è bisogno, prima di ciò che gli serve, gli fa piacere o gli interessa... Il cristiano accetta che nella sua vita vi siano non solo degli sporadici gesti generosi, ma scelte che lo legano, che lo compromettono non solo nell'ambito di ciò che è dovuto, ma anche negli spazi del gratuito; scelte che parlano di interessi che vanno al di là del proprio piccolo tornaconto, ma che si aprono agli orizzonti del mondo e soprattutto dei più poveri. «Mi interessa» era il motto dei ragazzi di Barbiana, cui don Milani insegnava giorno per giorno a fare la propria parte nella vita. Scelte che parlano di cristiani capaci di osare, di credere in un mondo migliore e per questo disposti a dare il proprio piccolo ma concreto contributo alla sua realizzazione.
Anche l'esperienza del dolore ha bisogno di essere interpretata e vissuta secondo modelli diversi da quelli della mentalità corrente. Il dolore è la malattia che ci piomba addosso all'improvviso; è la morte di una persona cara; è lo spezzarsi di un legame cui tenevamo molto; è la perdita del lavoro; è una situazione familiare difficile e penosa. Il campionario delle situazioni che sono fonte di dolore è veramente sconfinato. In passato, di fronte alla sofferenza o alla sventura, ci si poneva con una sorta di rassegnazione sottomessa; oggi le situazioni di dolore, quando non si prestano ad essere trasformate in spettacolo, vengono avvolte di silenzio, quasi una macchia, un segno della fragilità e del limite. Soprattutto la morte viene occultata: si muore in strutture asettiche, fuori dalla propria casa, spesso lontano dalla famiglia. Non è facile contrastare la sensazione naturale del dolore come di qualcosa che mortifica la vita, e della morte come negazione radicale del nostro anelito all'eternità e alla pienezza. Il cristiano mostra che egli crede in un Signore morto e risorto se sa affrontare la morte testimoniando che essa non è la fine della vita ma l'incontro con il suo Signore; vivendo il dolore con la mitezza di chi prende tutto dalle mani di Dio, abbandonato alla sua volontà, nella fede convinta che, al di là di tutte le apparenze, Dio si prende cura di noi e ci vuole bene anche nei momenti difficili. Occorre però contrastare quella sensibilità dolorista che spesso in passato ha fatto una vera e propria esaltazione del dolore e della sottomissione ad esso. Il Signore non ha amato il dolore e la morte che lo attendevano; ha provato orrore davanti alla prospettiva della Passione, anche se l'ha affrontata con cuore obbediente al Padre. Vivere fragilità e limite in comunione con il Signore è un modo molto importante per testimoniare la speranza cristiana.
C'è poi spazio per l'alternativa nell'ambito dei comportamenti civili; molti di essi oggi sono tutt'altro che ovvi, a partire dalla legalità. «Occorre una mentalità, una cultura che veda nella legge, cioè in questa prima e insostituibile "misura" delle azioni comuni, non un ostacolo o un limite da oltrepassare a proprio piacimento, ma la guida per un agire sociale ordinato al bene di tutti. Non si tratta di educare a un'osservanza soltanto esteriore, formale della norma giuridica, ma a una responsabilità che faccia comprendere che il primo modo per dare il proprio contributo al bene comune [...] è proprio osservare le leggi che, fino a che non entrino in contrasto con l'ordine morale, vanno osservate» (D. TETTAMANZI, Non c'è futuro senza solidarietà, cit., p. 80)
E poi vi sono gli atteggiamenti verso il fisco, la serietà nel vivere il lavoro, la questione del rapporto verso il più debole, l'attenzione verso l'altro, soprattutto il fratello straniero. Si va oggi diffondendo un egoismo civile, che porta a vedere solo il proprio tornaconto, a immaginare una società ripiegata nella difesa dei propri interessi, chiusa in atteggiamenti di esclusione, soprattutto nei confronti di coloro che riteniamo ci defraudino di beni che ci spettano: gli stranieri, i meridionali per i settentrionali, i rom... Sulla spinta della difesa a oltranza del proprio diritto stanno tornando nella nostra società comportamenti razzisti e xenofobi; si stanno manifestando atteggiamenti che rivelano una durezza d'animo inconciliabile con una comune sensibilità umana, e ancor più con i valori del Vangelo. Si tratta di una sensibilità che sta contagiando anche non pochi cristiani; ma è difficile capire come logiche di esclusione e di violenza si accordino con il Vangelo; come il disinteresse nei confronti del contesto in cui si vive si accordi con la visione solidaristica dell'insegnamento sociale della Chiesa. È come se una cattiva politica, priva di tensione ideale e di spessore culturale, stesse plasmando i comportamenti diffusi e stesse prestando anche a tanti cristiani una cultura che non può appartenere a una visione cristiana della vita.


Vivere con amore

Uno stile alternativo è possibile se il cristiano vive secondo la legge fondamentale del Vangelo: fare dono di se stessi come il Signore Gesù; voler bene nel modo disarmato di chi non ha niente di proprio da salvare, nemmeno se stesso: «Chi perderà la propria vita, la salverà», aveva detto Gesù ai suoi. Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, non porta frutto. E perdere la propria vita non significa necessariamente morire, ma piuttosto vivere per gli altri, fare dono di sé senza risparmio e senza compromessi; se necessario, «fino alla fine». È la legge della Pasqua distesa nel tempo, portata dentro le dimensioni dell'esistenza quotidiana.
Il laico cristiano "perde la sua vita" ogni giorno nel lavoro, nella famiglia, nella responsabilità sociale e politica, nell'economia, nelle relazioni più semplici. Dal punto di vista esteriore la vita di un laico può essere narrata in molte forme diverse, sapendo però che si parla sempre di un'unica realtà: il dono di sé senza calcolo, senza ritorno, senza riserve.
«Siccome Dio ci ha amati per primo (cfr. 1 Giovanni 4,10), l'amore adesso non è più solo un comandamento, ma è la risposta al dono dell'amore, col quale Dio ci viene incontro». Con queste parole l'enciclica Deus caritas est tratteggia la vita dei cristiani: una vita immersa nell'amore: quello ricevuto e quello donato, come due espressioni della stessa realtà. L'amore con cui rispondiamo all'Amore è espresso nel Vangelo nella forma del comandamento, ma l'anima di esso attinge alla gratuità del dono ricevuto.
Amare Dio e amare l'uomo sono due volti di uno stesso amore; due forme inscindibili di un amore che osa volgersi a Dio con confidenza e tenerezza filiali; un amore che si volge al fratello attingendo all'amore di Dio e come esigenza che, con la concretezza, dà credibilità all'amore verso Dio. La Prima lettera di Giovanni è perentoria: «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede!» (4,20).
L'amore diviene dunque l'aria che il cristiano respira e che si traduce nei gesti semplici della vita di ogni giorno: gesti comuni, che sembrano fatti di niente e che creano attorno a noi e ancor prima dentro di noi un clima di serenità, di amore e di fiducia nella vita: è una parola taciuta perché avrebbe potuto ferire o una parola difficile detta per il bene degli altri; una disponibilità all'aiuto, quando magari anche noi siamo già stanchi; rinunciare a qualcosa cui tenevamo, per poter essere di aiuto... Basta pensare ad una giornata qualsiasi, per rendersi conto di come siano frequenti queste occasioni, nel rapporto con i familiari, con i colleghi di lavoro, con le persone che incontriamo o con gli amici. E queste sono le occasioni più semplici. Talvolta, al termine di una giornata in cui ci sembra di non aver fatto niente, capita di sentirsi stanchi più per lo sforzo di non pensare a noi stessi che per la consistenza di ciò che abbiamo fatto. Se ci capita di sentirci consumati dall'impegno di voler bene in concreto, allora questo è il segno che la nostra giornata si è svolta nell'amore. E se abbiamo pensato, magari negli anni della giovinezza, che l'amore, la carità, il servizio siano scelte importanti, che acquistano consistenza in gesti altrettanto importanti, a poco a poco ci rendiamo conto che niente più dell'amore-carità sembra fatto di niente, e che quello che decide del loro valore è il cuore, l'anima con cui tutto è fatto. Allora le nostre giornate "fatte di niente", vissute nella benevolenza, nella prossimità, nell'attenzione cordiale e solidale a tutti, acquistano la loro vera grandezza, riempiono di pace la nostra coscienza, ci donano il senso della nostra realizzazione nella profondità di noi stessi.
Il Vangelo, poi, ci indica una responsabilità fondamentale: quella dell'amore preferenziale per il povero. Nessun discepolo del Signore, nessun laico può dimenticare questo. Il povero è lo straniero che bussa alla nostra porta; è il collega d'ufficio che vive un dramma familiare; è il vicino di casa che soffre la solitudine; sono i nonni che cercano attenzione e compagnia... Ciascuno sa quali e quanti sono i poveri che incontra in una giornata e quali sono gli atteggiamenti e le scelte che in concreto parlano sommessamente dell'amore di Dio. Nella sua lettera ai cristiani di Corinto, Paolo quasi esplode in un inno alla carità, un canto alla bellezza di un'esistenza nella quale l'amore si dispiega, una lode all'amore fatto di gesti concreti e quotidiani: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità. Tutto copre, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Corinzi 13,4-7).
Chi ha dato tutto sperimenta già da oggi di ricevere il centuplo in contraccambio: la libertà da se stessi, la compassione verso i poveri, e la possibilità di vivere consapevoli che il Signore è il tesoro della propria esistenza. Il segreto del Vangelo in fondo è questo: possiede la sua vita solo chi la dona, perché si possiede veramente solo ciò che si dona.
In questo modo, il cristiano contribuisce a una "vita risorta", la risurrezione entra già da ora nel mondo e nella storia umana, attraverso scelte, pensieri e stili di vita che attingono alla risurrezione del Signore e ne mostrano la forza trasformante già da ora. Certo occorre attendere il compimento di essa nell'ultimo giorno; ma già da oggi è possibile vedere i segni che la anticipano e ne sono la promessa.
Le esperienze umane più comuni acquistano un significato nuovo, quello che esse avevano nel progetto originario di Dio. Così, il lavoro non è semplicemente il luogo della necessità, ma l'esperienza nobile con cui l'uomo collabora alla creazione di Dio che continua nel tempo e ritrova il suo valore di azione solidale per la vita di tutti; l'amore umano recupera la sua bellezza di dono all'altro; la famiglia è l'esperienza attraverso cui l'amore di un uomo e una donna continuano a parlare dell'amore di Dio e a mostrarne la fecondità; l'educazione è l'aiuto per far sì che le nuove generazioni possano scoprire e sviluppare il dono di essere uomini e donne; la politica è il contributo che ciascuno dà, sulla base della sua competenza e delle sue conoscenze, per costruire la città dell'uomo e ritrova il suo valore di azione che costruisce una città in cui è possibile la dignità di ogni persona.
Dice lo scritto A Diogneto che i cristiani «mostrano il carattere mirabile e straordinario, a detta di tutti, del loro sistema di vita». Possiamo immaginare che la meraviglia, per chi guarda vivere un cristiano, provenga dal vedere quello stile di mitezza, di servizio, di dono di sé, di passione per la giustizia, di solidarietà che declina le beatitudini nell'esistenza quotidiana e dice che sovrano della patria cui i cristiani appartengono è un Signore crocifisso e risorto. Questo stile di vita può dire con i fatti che c'è una speranza; che la vita vale la pena di essere vissuta; che vale la pena di fare sul serio; che si può ricominciare ogni giorno. Chi ci guarda vivere, capisce che dentro di noi c'è un segreto che ci illumina e ci sostiene. Forse a poco a poco, attraverso la nostra testimonianza e la nostra parola, potranno capire che Gesù Cristo è morto e risorto perché noi possiamo vivere felici e dare un senso alla nostra esistenza; e potranno capire che le beatitudini sono il segreto della nostra felicità se ci vedranno vivere da poveri, da persone che amano la pace e sanno perdonare; se sapranno vedere la nostra misericordia e il nostro amore per la giustizia, la nostra libertà e la trasparenza della nostra stessa vita.


La sapienza del Vangelo

Prende forma così quella sapienza che si può vedere declinata in mille forme nell'esistenza di coloro che vivono nella fedeltà al Signore e al suo Vangelo: è fatta di gesti, scelte, sfumature, pensieri, atteggiamenti. Si manifesta nella mitezza con cui si affronta la vita; con la compassione che si commuove davanti al dolore; con la pietà verso chi è colpito dal male; con la solidarietà che si mobilita attraverso gesti semplici e comuni... Vi è un tratto che accomuna le diverse espressioni di questa sapienza: è il riuscire a interpretare con naturalezza le fragilità della vita, vivendole come il vaso di coccio che racchiude un tesoro. Questa sapienza riesce a dare ancora valore alle dimensioni deboli dell'esistenza: alla malattia, alla povertà, al fallimento, alla morte stessa, e mentre il mondo di oggi maschera questi aspetti della vita caricandoli quasi del significato di una maledizione, questa sapienza li accoglie come dimensioni della vita stessa; non con rassegnazione, non con lo spirito di chi è debole o vinto, ma con l'atteggiamento di chi riesce a vedere e andare al di là, nell'obbedienza a un mistero che è oltre la comune possibilità di capire. La fede genera così un'originale visione della vita e il cristiano spande attorno a sé il profumo del Vangelo, che è sovrabbondanza di amore, che, come nel gesto della donna di Betania, viene da un vaso di alabastro spezzato per amore.