Nella vita

della Chiesa

Paola Bignardi

Dal Concilio in poi, tutti i documenti del Magistero parlano della vocazione laicale come di una condizione strettamente organica alla vita della Chiesa. I laici sono coloro che «dopo essere stati incorporati a Cristo col battesimo e costituiti popolo di Dio [...] per la loro parte compiono, nella Chiesa e nel mondo, la missione propria di tutto il popolo cristiano» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 31). Dopo le affermazioni conciliari, tra slanci e incertezze, non è più stato messo in discussione il fatto che i laici cristiani siano quei fedeli che in virtù del battesimo e di niente altro sono parte viva e costitutiva della Chiesa, sottratti alla solitudine di una fede individualistica e raggiunti dal dono di appartenere alla comunità dei figli di Dio, avendo per fratello Cristo ed essendo partecipi della sua funzione sacerdotale, profetica e regale. La stessa costituzione conciliare sulla Chiesa afferma che i laici «sono chiamati a contribuire come membra vive, con tutte le forze ricevute dalla bontà del Creatore e dalla grazia del Redentore, all'incremento della Chiesa e alla sua santificazione permanente. L'apostolato dei laici è quindi partecipazione alla missione salvifica stessa della Chiesa; a questo apostolato sono tutti destinati dal Signore stesso per mezzo del battesimo e della confermazione» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 33).
Il cammino dei laici cristiani ha progressivamente assaporato il valore e la grandezza di una prospettiva che li rende protagonisti nella Chiesa non per decisioni o per impegni particolari ma semplicemente per il battesimo e i sacramenti ricevuti. I laici sono diventati familiari all'idea che la Chiesa non è una dimensione che si aggiunge alla loro vita cristiana, ma è il loro essere partecipi della realtà e della storia di un popolo; è la possibilità di compiere il cammino della fede non nella solitudine, ma avendo come riferimento essenziale e come primo compagno di viaggio il Signore stesso e i fratelli, ricevuti attraverso la fede in lui. La Chiesa è dono per vivere la fede, è famiglia in cui siamo generati, è responsabilità e impegno, costitutivo perché connaturato al fatto stesso di essere battezzati.
Il legame con la Chiesa e il legame con Cristo fanno parte dello stesso respiro; anche il laico, per la grazia del battesimo, viene così coinvolto nel mistero di Cristo, partecipe del modo in cui egli continua, nel tempo, a salvare il mondo. Questo è il significato dell'affermazione che i laici sono «resi partecipi dell'ufficio sacerdotale, profetico e regale di Cristo». Certo il loro modo di compiere la missione di tutto il popolo cristiano è particolare, segnato dall'indole secolare che li caratterizza; e proprio per questo, indispensabile in ordine alla missione della Chiesa, perché «essi sono soprattutto chiamati a rendere presente e operosa la Chiesa in quei luoghi e in quelle circostanze, in cui essa non può diventare sale della terra se non per mezzo loro» (Ibidem).
Fino qui, il magistero conciliare, ribadito da documenti successivi, tra cui in particolare la Christifideles laici (1989), a seguito di un sinodo dei vescovi dedicato ai laici.
Questo magistero stenta ad entrare nella pratica di vita dei laici e delle comunità, per il permanere – tra l'altro – di una mentalità orientata a una scarsa valorizzazione delle dimensioni secolari della vita cristiana e al pragmatismo pastorale, e per il persistere di modelli ecclesiali segnati da una storia abituata a interpretare l'esperienza cristiana secondo impostazioni appartenenti ad altre vocazioni. Queste tre motivazioni contribuiscono a spiegare perché la vocazione laicale stia trovando con grande fatica la via di un rinnovamento che renda possibile il protagonismo di questa condizione di vita, senza la quale il Vangelo rischia di rimanere esterno quando non estraneo al mondo e alla sua storia.


Partecipi della funzione sacerdotale, profetica e regale di Cristo

A proposito della funzione sacerdotale, il Concilio afferma che i laici sono chiamati a continuare la testimonianza sacerdotale di Cristo, esercitando un culto spirituale. «Tutte infatti le loro attività, preghiere e iniziative apostoliche, la vita coniugale e familiare, il lavoro giornaliero, il sollievo spirituale e corporale, se sono compiute nello Spirito, e anche le molestie della vita, se sono sopportate con pazienza, diventano offerte spirituali gradite a Dio attraverso Gesù Cristo [...]. Così anche i laici, in quanto adoratori dovunque santamente operanti, consacrano a Dio il mondo stesso» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 34). Le esemplificazioni contenute nel documento sono così concrete, da dare l'idea chiara di come tutto possa diventare materia per l'offerta della vita, e come dunque anche l'esistenza del laico sia sacerdotale nel suo concreto e quotidiano scorrere, contribuendo in tal modo a dare attuazione alla missione della Chiesa.
Il laico così è sacerdote della vita e dentro la vita, offrendo a Dio l'esistenza di ogni giorno, materia quanto mai laica e comune a tutti, carica della polvere della storia, delle sue contraddizioni, delle sue ambiguità, delle sue gioie, delle sue attese. Proprio la materia comune dell'offerta del laico cristiano fa sì che egli percepisca lo stretto legame che esiste tra la sua personale offerta, e quella di ogni uomo e di ogni donna, di cui egli condivide la vicenda umana. Così la sua offerta è anche a nome di altri fratelli, forse credenti o forse no; forse consapevoli, oppure no, del valore dello snodarsi dei fatti quotidiani. Offrire la vita di ogni giorno significa accoglierla come un dono dalle mani di Dio, qualunque essa sia, e trasformarla in benedizione. È vivere con amore, con la mitezza di chi tutto accoglie come dono di Dio e crede che esso contenga una parola buona, anche quando oscura e misteriosa.
Sulla funzione profetica dei laici il Concilio afferma che Cristo costituisce i laici suoi testimoni «provvedendoli del senso della fede e della grazia della parola, perché la forza del Vangelo risplenda nella vita quotidiana, familiare e sociale» (ivi, 35). Si direbbe che il Concilio voglia insistere sull'aspetto della vita: si parla di Vangelo mostrandolo, attraverso stili, scelte, comportamenti che parlano del Signore facendo vedere, anche senza parole. Senza nulla togliere al valore di quegli impegni che vedono i laici coinvolti nel servizio diretto alla Parola, qui si sottolinea come dimensione ordinaria e comune a tutti, ad ogni età e in ogni condizione, l'importanza della testimonianza della vita. La funzione profetica dei laici si esercita dunque in primo luogo attraverso il concreto modo di vivere e di dare significato, da cristiani, all'esistenza. Le forme della testimonianza variano con il mutare delle epoche e delle culture, mostrando come il Vangelo conservi la forza immutabile dei suoi valori dentro la concretezza – provvisoria e mutevole – della storia stessa, di cui assume caratteri, forme culturali, espressioni.
Il primo linguaggio a disposizione della testimonianza di un laico cristiano è la sua umanità, cioè il modo in cui può mostrare come l'incontro con il Vangelo dà all'esistenza una pienezza inedita, che è pacatezza, che è senso di appagamento, che è pace. In tal modo si "parla" del valore dell'umanità come dono di Dio. Il linguaggio dell'umanità mostra la grandezza di ciò che ciascuno di noi ha in comune con ogni persona e parla anche della fiducia nell'amore con cui Dio accompagna le nostre giornate. La nostra umanità che si manifesta nel modo sereno con cui affrontiamo noi stessi e l'esistenza e nella cordialità con cui accogliamo gli altri, costituiscono una forma importante ed efficace per dire il Vangelo. Il linguaggio delle parole ha bisogno di traduzioni; l'umanità è invece un linguaggio immediato, come lo è la capacità di dare valore alle persone, di andare incontro agli altri, di spendersi per un ideale di solidarietà e di dedizione.
Si potrebbe dire che la forza più dirompente della profezia, anche e particolarmente di quella dei laici, è la santità. I percorsi dei santi laici sono caratterizzati dalla fedeltà alla propria umanità abitata da Dio. Per vivere questo, ognuno di loro si è affidato al cammino spirituale della Chiesa e qui ha trovato il suo personale percorso, che ha fatto emergere nella coscienza di ciascuno il mistero che essa portava e che si è espresso come chiamata, come provocazione, come dono in forme diverse e tutte legate all'esistenza concreta. A nessuno è stato chiesto di uscire dalla vita per vivere la propria vocazione cristiana, e questo ci illumina sulla compatibilità della vocazione alla santità con ciascuna condizione di vita, con ogni tempo e con ogni situazione concreta. Profezia laicale è una vita cristiana che diventa così una buona notizia sulla vita. Oggi si parla tanto di evangelizzazione, di nuova evangelizzazione, di annuncio. Sembra una questione di impegno o di nuove iniziative; ma non vale la pena andare alla ricerca di nuove strategie pastorali, rinnovare i metodi, cercare nuove esperienze, se non si rinnoverà ciò che i cristiani e la Chiesa ritengono di dover dare al mondo. Annuncio è far vedere la bellezza della vita cristiana e mostrare il fascino che essa assume quando viene interpretata alla luce del Vangelo. La vera sfida per l'evangelizzazione di questo tempo è mostrare quanta bellezza vi sia nelle comuni esperienze umane, quando siano vissute nella prospettiva del Signore perché «gli uomini del nostro tempo, magari non sempre consapevolmente, chiedono ai credenti di oggi non solo di "parlare" di Cristo, ma in certo senso di farlo loro "vedere"» (GIOVANNI PAOLO II, Novo millennio ineunte, 16).
I laici cristiani sono partecipi della funzione regale del Signore Gesù, che «desidera estendere il suo regno anche per mezzo dei fedeli laici: il suo è regno di verità e di vita, regno di santità e di grazia, regno di giustizia, di amore e di pace» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 36). In esso anche tutte le creature saranno «liberate dalla schiavitù della corruzione» e il mondo, impregnato dello spirito di Cristo, potrà raggiungere più efficacemente il suo fine nella giustizia, nella carità e nella pace. «Nel compimento universale di questo ufficio – afferma il Concilio – i laici hanno il posto di primo piano. Con la loro competenza quindi nelle discipline profane e con la loro attività, elevata intrinsecamente dalla grazia di Cristo, portino efficacemente l'opera loro, affinché i beni creati, secondo i fini del Creatore e la luce del suo Verbo, siano fatti progredire dal lavoro umano, dalla tecnica e dalla cultura civile per l'utilità di tutti gli uomini senza eccezione, e siano tra loro più convenientemente distribuiti e, secondo la loro natura, portino al progresso universale nella libertà umana e cristiana» (ibidem).
Questa lunga citazione dalla Lumen gentium aiuta a entrare, più di tante argomentazioni, nello spirito di quella che il Concilio chiama la «funzione regale» della vocazione dei laici. Il termine "regale" non appartiene al linguaggio attuale e fa venire alla mente categorie lontane dalla sensibilità di oggi. Tuttavia, le riflessioni che il magistero conciliare suggerisce evocano prospettive tutt'altro che estranee al sentire di oggi. Il Regno che i laici sono chiamati a realizzare è quello della giustizia, della pace, dell'amore. Questo è il Regno di cui ogni giorno, nella preghiera al Padre, invocano l'avvento. Il "regno di Dio" non è un territorio, non è un ambito di potere: è l'effettivo diffondersi dell'amore di Dio a favore dell'uomo. Dio regna mettendosi dalla parte degli ultimi, degli infelici, dei poveri. Sappiamo quali sono i segni dell'awento del Regno, quelli che ha detto Gesù stesso mandando la sua risposta al Battista: i ciechi vedono, i sordi odono, gli storpi camminano, i poveri ascoltano una parola d'amore per loro. e come dire: l'umanità recupera la sua pienezza e l'armonia che essa aveva quando è uscita dalle mani del Creatore. Sappiamo che è una signoria molto diversa da quella del mondo, che ragiona in altro modo. Alla madre dei figli di Zebedeo, Gesù lo dice chiaramente: «I capi delle nazioni, voi lo sapete, dominano su di esse e i grandi esercitano su di esse il potere. Non così dovrà essere tra voi; ma colui che vorrà diventare grande tra voi, si farà vostro servo, e colui che vorrà essere il primo tra voi, si farà vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo, che non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti» (Matteo 20, 26-28).
Gesù è re che si rivela tale nel momento di maggior debolezza: inerme e preso in giro da tutti, senza eserciti, umiliato dal potere politico, travestito con una corona di spine e un manto rosso. Ma egli, con la sua vita e la sua morte, è venuto a rivelare un altro modo di vedere la vita, che ridimensiona e trasforma l'idea mondana del potere.
Questo Regno, inscritto nelle cose create e nella storia, corrisponde al disegno creatore e redentore del Padre. Nel tempo, si realizza se vi sono uomimi e donne disponibili a far emergere e a dare forza al progetto di bene che è impresso nel mondo. La regalità è per i laici dono e compito al tempo stesso; il suo contenuto – come per il Signore Gesù – è il servizio: egli è il «Re, servire al quale è regnare» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 36). Chiamato a vivere come il Signore Gesù, per il laico la regalità è amore che dà tutto, senza riserve, fino alla fine. E questo servizio richiede la libertà dello spirito, la capacità di essere signori delle cose perché liberi da esse e dalla suggestione che esse possono esercitare.


Gli slanci del magistero e la timidezza delle realizzazioni

Il magistero del Concilio ha sollecitato i laici cristiani a pensare in modo nuovo il loro rapporto con la comunità cristiana, aprendo alla loro esperienza delle prospettive di grande respiro e al tempo stesso di impegno: il rapporto con la Chiesa è divenuto più consapevole e ha chiesto alle persone delle prese di posizione personali. Vi è stato un nuovo impulso partecipativo da parte di alcuni, ma anche l'estraniarsi di altri; vi è stato un nuovo amore alla Chiesa, insieme ad un attivismo con poca anima; in molti casi vi è stata una progressiva ritirata intraecclesiale dei laici, che li ha resi poco interessati agli aspetti secolari della loro esistenza cristiana, contribuendo così all'approfondirsi del divario tra la fede e la vita non solo in termini morali, ma in termini di significato e di responsabilità.
In ogni caso, si può dire che la dimensione ecclesiale della fede ha cominciato ad essere vissuta in maniera nuova e più consapevole. Certo, non sono mancati i cristiani che, all'insegna dell'affermazione «Cristo sì, Chiesa no», hanno scelto una fede individualistica e privata. Ma coloro che hanno compreso che dalla Chiesa vengono doni fondamentali per vivere la fede – la Parola, la liturgia, l'Eucaristia, la comunità – hanno iniziato percorsi interessanti di maturazione ecclesiale, che hanno portato a un nuovo senso della Chiesa, fatto di amore libero e dedicato. Si potrebbe dire che per molti inizia così quel processo che Romano Guardini definiva come il risveglio della Chiesa nelle coscienze: «Un processo di incalcolabile portata è iniziato: il risveglio della Chiesa nelle anime» (si tratta di un'espressione contenuta nelle lezioni sulla Chiesa tenute all'università di Bonn agli inizi degli anni Venti del secolo appena concluso e pubblicate nel volume ll senso della Chiesa, Morcelliana, Brescia 2007). Si comprende sempre più che la Chiesa non può ridursi alle dimensioni esteriori dell'appartenenza ad essa: riti, iniziative, eventi, ma deve essere un'esperienza che avviene nella coscienza, e che può essere colta solo se si acquisisce uno sguardo contemplativo, capace di vedere in essa il mistero che racchiude. Se questo sguardo si appanna, la Chiesa si riduce a istituzione puramente umana, a un'organizzazione burocratica, o al massimo a una struttura di solidarietà e di beneficenza. L un legame, dunque, che non si può cogliere nella sua verità se si rimane entro una prospettiva puramente umana. Quando la si vive per ciò che è, dà un'impronta all'itinerario spirituale personale: ci si rende conto che esso non può che essere scandito dal cammino della Chiesa: Eucaristia della domenica, anno liturgico, vita sacramentale, vicende concrete della comunità di cui si è parte... Il legame con la Chiesa è spirituale e affettivo, interiore e operativo. Quando la Chiesa prende il volto della Chiesa diocesana, e soprattutto della parrocchia, contribuisce a dare radici, a rendere solidali con un territorio, a far fare un'esperienza comunitaria di condivisione, di fraternità e di responsabilità.
Oggi, complessivamente, il rapporto dei laici con la comunità cristiana vive un periodo di difficoltà e di crisi, la cui prima ragione può essere ricercata nella crisi stessa delle comunità cristiane, soprattutto nei contesti di più antica tradizione. Una crisi che, secondo le parole di Giordano Frosini, suscita «sconforto, stanchezza, confusione» (G. FROSINI, La Chiesa siete voi, Editrice Esperienze, Fossano 2009, p. 102) e che induce molti laici a farsi da parte, perché si sentono estranei al modo e allo stile con cui tale crisi viene affrontata.
Negli anni seguiti al Concilio, la Chiesa e le singole comunità hanno affrontato con entusiasmo e con fiducia la stagione del rinnovamento conciliare; poi la fiducia ha lasciato il posto ad atteggiamenti impauriti e difensivi, davanti ai rapidi cambiamenti in atto nella società. Il rapporto con il mondo si è fatto via via più debole, rendendo difficile quella delicata azione di sintesi tra la fede e la vita, tra la Chiesa e il mondo, che caratterizza la vita dei laici. Così, la dimensione secolare della vocazione dei laici è stata vissuta in modo sempre più debole: troppo poco capita e poco valorizzata. La presenza dei laici cristiani nella famiglia, nella scuola, nelle professioni, nella politica, nella cultura, nella comunità cristiana oggi sembrano questioni private, da giocare solo sulla coerenza della testimonianza personale, e non un modo specifico (cfr. Lumen gentium, 31; Evangelii nuntiandi, 70) di contribuire alla missione della Chiesa. La comprensione del valore missionario della vocazione laicale nel mondo si è attenuata nella coscienza delle comunità e anche nella stessa coscienza dei laici; si è assistito a poco a poco all'emergere di un laicato anemico, clericale, ripiegato sulle cose di Chiesa (cfr. F. DE GIORGI, Il brutto anatroccolo, Paoline, Milano 2008, p. 85).
I laici che continuano ad avvertire l'esigenza di fare della loro vita quotidiana, con i suoi caratteri e i suoi impegni, il luogo della loro corresponsabile partecipazione alla missione della Chiesa, sperimentano la scarsa rilevanza ecclesiale della loro testimonianza vissuta nella "dispersione" dell'esistenza feriale: i laici che non sono impegnati nella pastorale rischiano di essere "invisibili" e percepiti come presenze che non sono così decisive e importanti per la realizzazione della missione della comunità che, troppo coinvolta nei suoi progetti, diventa miope e non si accorge che i laici sono coloro che possono portare il Vangelo laddove essa non arriva. E purtroppo questa miopia colpisce anche tanti laici che lavorano nella pastorale: o non vedono chi è impegnato su altri fronti o non considerano di impegnarsi in altri fronti o di far maturare altre vocazioni laicali.
La pastorale ha dedicato molte delle proprie energie ad un'azione di riorganizzazione, che l'ha resa sempre più specialistica, ricca di iniziative, ma non di pensiero e di corresponsabilità. In questo contesto, la presenza dei laici è diventata quasi esclusivamente esecutiva. Essi fanno molte cose e portano avanti molte attività, ma con scarso coinvolgimento, soprattutto in ordine al compito di pensare globalmente l'esperienza della Chiesa e della propria Chiesa particolare.
Si è spento a poco a poco il dialogo intraecclesiale e si è impoverita la comunicazione nella comunità cristiana, fatto questo che ha generato anche un impoverimento della cultura di ispirazione cristiana, che è divenuta sempre più astratta e generica. I laici hanno scarsa possibilità di prendere la parola nella Chiesa: mancano i luoghi effettivi in cui, fra cristiani, è possibile parlarsi; manca l'interesse a farlo, come se solo le attività fossero importanti. Nelle nostre comunità, soprattutto per i laici che non hanno compiti pastorali, le opportunità per esprimersi, per portare i propri problemi, le proprie domande, ma anche semplicemente il racconto dei propri vissuti, sono scarse o addirittura non esistono.
Può darsi che queste valutazioni appaiano troppo critiche e che non vogliano riconoscere la crescita che è avvenuta nelle comunità cristiane negli anni seguiti al Concilio. Nessuna intenzione di misconoscere il positivo che si è affermato e tanto meno di svalutare la generosità di tante persone che nella semplicità mettono a disposizione della Chiesa le loro energie, il loro tempo, la loro dedizione. Ma resta il fatto che la crescita di partecipazione e di impegno dei laici è avvenuta quasi a prescindere dalla loro laicità; che la loro laicità non si è vista emergere nelle comunità cristiane, né modificare lo stile del rapporto di esse con la società e la vita di ogni giorno. Ciò che è mancato e che manca tuttora mi pare che sia la laicità dei laici, e questo costituisce la vera questione del laicato.
La modestia delle realizzazioni di una nuova maturità ecclesiale appare ancora più evidente, a fronte della grandezza della dignità riconosciuta ai laici dal magistero. Se effettivamente i laici vivessero in pieno la loro vocazione, se effettivamente le comunità fossero convinte del valore della loro esperienza e ne promuovessero l'espressione, questa ricchezza si rifletterebbe nel rapporto tra la Chiesa e il mondo. Si potrebbe registrare un dialogo più intenso e cordiale, e una maggiore reciproca apertura.
Quella dei laici nella Chiesa non è una questione a sé, ma piuttosto espressione di una cultura ecclesiale, in cui è in gioco soprattutto la relazione della Chiesa con il mondo.
Una Chiesa senza laici è una Chiesa che tende a chiudersi su se stessa; una comunità con un laicato tutto dedito alle cose di Chiesa ha un dialogo povero con la cultura e il territorio circostanti; un laicato che nella comunità non porta il suo interesse per la vita non riuscirà a mettere la comunità in ascolto del mondo e delle domande del nostro tempo.
Esiste, dunque, una stretta correlazione tra Chiesa e laicato; tra comunità cristiana e modo di vivere dei laici. Una maggiore valorizzazione dei laici è responsabilità della comunità cristiana e si rifletterà sulla qualità della sua vita: ma sarà anche frutto di una maturazione ecclesiale e vocazionale di cui i laici stessi devono essere protagonisti. Si può uscire dalla stagnazione attuale solo attraverso una reciproca crescita, della comunità e dei laici: crescita in consapevolezza, in capacità di dialogo, in fantasia, in apertura al mondo, in impegno spirituale e culturale.
Corresponsabilità, comunione, discernimento, dialogo sono le esperienze che possono generare un nuovo stile di Chiesa e dare attuazione alle indicazioni del Magistero. Eppure esse suonano come parole consunte, logorate da un uso astratto, non verificato da una pratica in grado di mostrarne la fecondità e al tempo stesso di offrire nuovi contenuti per la loro pratica. Eppure occorre tornare a considerare e a dare valore a queste esperienze, per ridare slancio e apertura a comunità cristiane che si stanno sempre più chiudendo sulle loro cose e sulle loro attività.
Credo che la scelta di fondo che potrà ridare vigore alle parole-chiave del lessico ecclesiale del Concilio sia quella dell'ascolto della vita per conoscere meglio ciò che accade oggi; per conoscere le attese e i problemi concreti delle persone di oggi.
L'ascolto della vita, più che una pratica, è un atteggiamento interiore fatto di attenzione, di interesse a capire al di là di ciò che conosciamo già; è disponibilità a lasciarsi spiazzare, provocare, interrogare; è rinunciare alla pretesa di mettere un ordine assoluto tra le nostre abitudini e le nostre attività.
Ascolto della vita è rinunciare alla pretesa di aver già capito tutto, e ancor più a quella di ricondurre i grandi e inediti cambiamenti di oggi entro gli schemi delle nostre precedenti comprensioni della realtà. Nel libro-intervista Conversazioni notturne a Gerusalemme, il cardinale Martini afferma che la cattedra dei non credenti cui diede vita durante gli anni del suo episcopato milanese aveva l'intenzione di mettere i credenti in ascolto dei non credenti «per sentirli parlare del loro contributo alla salvezza del mondo e di ciò che hanno da dire all'uomo» (C.M. MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme, cit., p. 104). Si potrebbe affermare la stessa cosa per l'ascolto della vita e dei laici che la comunità cristiana dovrebbe fare oggi. In ascolto della vita, la comunità cristiana si lascia sospingere sempre più in là dagli eventi, dalla sensibilità diffusa, dalle domande delle persone, dall'affacciarsi di modi nuovi di credere. In ascolto, si può essere testimoni della verità e del valore di ciò che scrive papa Benedetto nell'enciclica Caritas in veritate: «La Chiesa illumina con una luce che non muta i problemi sempre nuovi che emergono» (BENEDETTO XVI, Caritas in ventate, 12). Solo accogliendo il nostro tempo, con tutto ciò che racchiude, sarà possibile l'incontro della vita con la Parola che salva. Il Vangelo può entrare in rapporto con ogni cultura e può essere vissuto in ogni epoca; non occorre né immaginarne, né crearne una ideale. Per tutte, può costituire forza che salva, che purifica, che riconosce ricchezze e valori già presenti, offrendo al tempo stesso nuovi orizzonti; a patto di restare libero da ciascuna di esse, disponibile sempre alla relazione con tutte.
Perché questo ascolto si realizzi e porti frutto nella comunità, sono necessari luoghi in cui questo possa avvenire; oppure è necessario riconoscere e valorizzare luoghi che già esistono. Luoghi di ascolto, di discernimento, di cultura. Le comunità cristiane oggi non hanno bisogno solo dei luoghi della pastorale, ma di una maggiore varietà di contesti. Tali contesti non necessariamente hanno sede dentro la comunità e la sua programmazione: penso a gruppi culturali, a centri di cultura, ad associazioni; penso anche a quelle famiglie che sempre più si fanno disponibili ad accogliere momenti di incontro, in cui, nell'informalità del clima domestico, si affrontano questioni legate al nostro tempo e alla testimonianza dei cristiani in esso. È un'immagine nuova di comunità che si va delineando: una comunità policentrica, dal punto di vista pastorale, culturale e umano, resa una attraverso e attorno all'esperienza fondamentale dell'Eucaristia della domenica; coordinata nelle sue strategie pastorali da quegli organismi di partecipazione e di corresponsabilità che sono prima di tutto luoghi in cui si condividono esperienze, visioni della realtà, consapevolezze maturate nella ricchezza di dialoghi che giorno per giorno si fanno nei luoghi della vita.
È una pastorale un po' destrutturata questa, rispetto a quella forse troppo strutturata cui siamo abituati oggi; questa pastorale diviene capace di una tensione missionaria che passa attraverso i contesti multiformi dell'esistenza e le sue imprevedibili occasioni. Si deve pensare a comunità cristiane che si frammentano e perdono la loro unità? O piuttosto a comunità – penso soprattutto alla parrocchia – che trovano la propria unità e il proprio tessuto strutturante non nella programmazione e nelle iniziative che propongono, ma in alcuni momenti forti della loro vita di fede, a cominciare dall'Eucaristia domenicale; momenti cioè qualificanti, che danno identità sul piano della vita cristiana e generano appartenenza coinvolgendo nelle esperienze generative della Chiesa.
In questa comunità la responsabilità è diffusa, la corresponsabilità non è una scelta assunta a tavolino, ma una pratica naturale che si rende evidente nei luoghi e nei momenti della partecipazione ecclesiale. La sinodalità è lo stile in cui converge l'esperienza, ricca o problematica, di ciascuno.
La sinodalità è una delle forme in cui si concretizza la comunione ecclesiale. Dono di Dio, essa diviene stile attraverso una pratica ispirata alla carità, nelle diverse sfumature che essa assume quando anima la concretezza delle relazioni tra le persone e i gruppi.
Ma nel clima di individualismo anche ecclesiale di oggi, le decisioni solitarie sono tornate a prevalere su quelle condivise, a scapito di quel respiro della vita di cui avrebbero grande bisogno soprattutto le scelte che toccano più da vicino l'esistenza delle persone.
Nelle comunità cristiane oggi c'è bisogno di coltivare relazioni che siano ispirate non alle "buone maniere" ma a quella maturità che caratterizza le relazioni tra persone adulte: senza dipendenze e senza arroganze; con la capacità di assumersi le proprie responsabilità e con la maturità di chi sa riconoscere i limiti entro cui si svolgono le attività umane e si assumono le decisioni. Sulla base di questa espressione di maturità umana sarà possibile rilanciare il dialogo intraecclesiale, condizione per l'elaborazione di un pensiero e di orientamenti culturali vivi e condivisi, veramente tessuto connettivo del pensiero dei credenti di una comunità. Questo dialogo ha bisogno di alimentarsi di interessi vasti e vivi, di contenuti assunti dalle grandi questioni che coinvolgono le persone di oggi; al tempo stesso ha bisogno di franchezza, di libertà. La tendenza all'omologazione, scambiata per comunione, la suggestione dell'uniformità scambiata per consenso, costituiscono alcune delle malattie che rendono anemico il pensiero delle nostre comunità e povero il loro slancio missionario. Le prime comunità non hanno avuto timore di riconoscere nelle diverse posizioni di Pietro e di Paolo due prospettive altrettanto necessarie al futuro della Chiesa; Paolo non ha temuto di distinguere la sua strada da quella di Barnaba, di cui non condivideva le scelte. La responsabilità delle proprie posizioni, assunte con spirito fraterno, non uccide la vitalità di parrocchie e diocesi; la uccidono molto di più il silenzio e l'ambiguità di chi teme di manifestare ciò che pensa.


Tra comunione, corresponsabilità e autonomia delle scelte secolari

Tra le questioni avvertite soprattutto da coloro che hanno responsabilità impegnative in ambiti secolari, vi è quella dell'autonomia.
La Lumen gentium afferma che spetta alla coscienza dei laici «di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena» (CONCILIO VATICANO II, Lumen gentium, 36). Questo invito a mettere a frutto la propria competenza, a vivere una primaria responsabilità nei confronti delle realtà terrene e ad assumere iniziativa nell'attività umana percorre qua e là diversi documenti conciliari. Ancora nella Lumen gentium si legge: «Assumano essi [i laici] la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero» (CONCILIO VATICANO II, Gaudium et spes, 43),
Le indicazioni del Magistero sono state diversamente interpretate e vissute. Mi pare di poter affermare che la questione della responsabilità delle scelte laicali sia andata evolvendo in forme e su percorsi differenti.
Il laicato che si è dedicato soprattutto all'impegno pastorale ha avvertito la questione dell'autonomia come esigenza di vedere riconosciuto il valore dei propri punti di vista sui temi interni alla vita della comunità. La questione dell'autonomia ha preso la forma di una domanda di corresponsabilità, intesa come possibilità di contribuire alla presa di decisione sugli orientamenti dell'azione pastorale, ma intesa anche come riconoscimento di una competenza sul mondo, ritenuta rilevante sul piano ecclesiale e pastorale. Scrive Giordano Frosini che «nella loro voce riecheggia la voce del mondo, degli ambienti vitali, dei segni dei tempi» (G. FROSINI, La Chiesa siete voi, cit., p. 115). I laici sono convinti di poter portare un parere autorevole sulla testimonianza cristiana nel mondo, che appartiene principalmente a chi è a contatto con la gente comune ed è immerso nelle situazioni comuni della vita con chiara coscienza credente; così pensano di poter portare nella comunità il riflesso consapevole e responsabile di tale esperienza, potendo assumere posizioni in ordine al modo con cui la Chiesa entra in rapporto con esse. La corresponsabilità ha conosciuto alcuni tentativi negli anni Settanta e Ottanta nei consigli pastorali, ma a poco a poco la pratica della collaborazione ha preso il sopravvento, e la prassi esecutiva ha prevalso sull'iniziativa, espressione di autonomia.
Diversa e più difficile evoluzione ha avuto la storia di quei laici che hanno privilegiato la responsabilità negli ambiti secolari. II loro rapporto con la Chiesa sembra la storia di un dialogo interrotto.
Ad essi la Chiesa rivolge il suo magistero, ma il rapporto con larga parte di essi è debole. Quanti non hanno responsabilità pastorali hanno così scarse possibilità di contatto con la comunità – al di fuori della liturgia – da risultare marginali ad essa. A loro altro non resta che portarsi la Chiesa nella coscienza, anche se questo chiede una grande maturità ecclesiale. Essi vivono la loro testimonianza nel mondo cercando di essere attenti al Magistero, ed esercitando la responsabilità delle loro scelte nella libertà che talvolta è resa drammatica dalla solitudine della coscienza e dalla difficoltà di interpretare l'originalità cristiana entro la complessità delle responsabilità e delle scelte storiche. Le decisioni assunte nell'ambito della storia, con il suo carattere di limite e di parzialità, si prestano a scelte diverse e a differenti valutazioni: in questo spazio, il cristiano sa che deve tener conto dei grandi principi e delle grandi verità, ma non può che interpretarle nella sua situazione contingente, nell'incertezza data talvolta da un conflitto tra valori contrastanti.
Non si può dire che questi laici non esercitino l'autonomia delle loro scelte cristiane, ma essi non hanno altro rapporto con la comunità che quello della liturgia della domenica e di una comunicazione della fede povera di quella mediazione culturale che è necessaria per comprendere e vivere il rapporto tra il Vangelo e il proprio tempo. Spesso le omelie presentano la vita cristiana in forme che sembrano fuori dal tempo e che non riescono a mostrare la bellezza del Vangelo. Lo scarso ascolto che nella comunità cristiana si fa dei laici, della loro esperienza e delle loro esigenze, fa sì che il messaggio cristiano, soprattutto quello più ordinario e quotidiano, appaia lontano dalla vita di ogni giorno. Non che questi laici chiedano alla Chiesa di accomodare il messaggio alle esigenze soggettive, ma piuttosto che essa mostri quell'attenzione alle persone, quella comprensione, quella misericordia, quella vicinanza, quell'umanità che convincerebbe del Vangelo.
Anche per questa strada spesso si consuma la lontananza di tanti dalla Chiesa, senza che questo fatto nasca da un allontanarsi dalla fede. È piuttosto un allontanarsi da casa, che con il tempo fa perdere la familiarità con l'insegnamento della Chiesa, e con il sapore più originale del suo messaggio. Oggi si parla di scisma sommerso; ma forse si dovrebbe parlare, in termini meno dottrinali e più umani, di figli che si sentono poco figli.
Non pochi laici cristiani oggi sentono il bisogno di una comunità: non basta loro la Chiesa-istituzione, che essi incontrano nel momento del culto o che vedono nella sua organizzazione. Essi awertono l'esigenza che la Chiesa si faccia esperienza di comunità, luogo di incontro, di fraternità, di relazioni interpersonali, di condivisione di un cammino spirituale. Vi è un modello di organizzazione delle comunità e un tipo di conduzione che spesso induce alcuni laici a diventare "cristiani della domenica", al di là delle loro intenzioni: sarebbero disposti a coinvolgersi nella comunità, ma non sanno come e non riescono a trovare un loro posto. Se la Chiesa è comunione, le comunità cristiane non possono favorire l'individualismo della fede e soprattutto non possono non farsi provocare dalla domanda di comunità che alcuni si portano dentro. Se non si risponderà a questa domanda, altri legami si allenteranno, altri laici se ne andranno: e ancora una volta, non sarà l'abbandono della fede, ma un allontanarsi da "casa".

 

Relazioni fraterne tra preti e laici

Nella questione dei laici e della valorizzazione della loro vocazione ha un ruolo importante il tipo di relazioni che si instaurano tra i presbiteri e i laici nella comunità: in fondo, sono le relazioni di ogni giorno il banco di prova delle grandi prospettive. Si tratta di un rapporto non sempre facile, per molte e complesse ragioni, alcune delle quali appartengono alla storia e alle consuetudini, altre dipendono dal modo in cui viene interpretata da ciascuno la propria vocazione e la vocazione dell'altro; altre ancora sono legate alla relazione tra le persone, e alle loro differenze di cultura, sensibilità, temperamento.
In questo tempo di ritorno a forme sottili di clericalismo, forse è bene riprendere tra le mani una della pagine umanissime e sapienti della Lumen gentium: il numero 37, dove si parla dei rapporti tra la gerarchia e i laici. Vi si parla di «familiari rapporti tra laici e pastori», rapporti ispirati ad ascolto, rispetto, reciproca valorizzazione. Basti rileggerne qualche passaggio: «I laici, come tutti i fedeli, hanno il diritto di ricevere abbondantemente dai sacri pastori i beni spirituali della Chiesa [...]. Secondo la scienza, competenza e prestigio di cui godono, hanno la facoltà, anzi talora anche il dovere, di far conoscere il loro parere su cose concernenti il bene della Chiesa. [...]. I pastori, da parte loro, riconoscano e promuovano la dignità e la responsabilità dei laici nella Chiesa; si servano volentieri del loro prudente consiglio, con fiducia affidino loro degli uffici in servizio della Chiesa e lascino loro libertà e margine di azione, anzi li incoraggino perché intraprendano delle opere anche di propria iniziativa. Considerino attentamente e con paterno affetto in Cristo le iniziative, le richieste e i desideri proposti dai laici e, infine, rispettino e riconoscano quella giusta libertà, che a tutti compete nella città terrestre. Da questi familiari rapporti tra i laici e i pastori si devono attendere molti vantaggi per la Chiesa: in questo modo infatti si afferma nei laici il senso della propria responsabilità, ne è favorito lo slancio e le loro forze più facilmente vengono associate all'opera dei pastori. E questi, aiutati dall'esperienza dei laici, possono giudicare con più chiarezza e opportunità sia in cose spirituali che temporali; e così tutta la Chiesa, forte di tutti i suoi membri, compie con maggiore efficacia la sua missione per la vita del mondo».
Nella chiara concretezza delle indicazioni di questa pagina del Concilio, vi è tale ricchezza di elementi che potrebbero risolvere molti dei problemi di relazione che spesso avvelenano le nostre comunità.
A conclusione di questa riflessione sul rapporto tra i laici e la comunità cristiana, vorrei riportare la testimonianza del cardinale Martini, tratta da Conversazioni notturne a Gerusalemme: «Un tempo avevo sogni sulla Chiesa. Una Chiesa che procede per la sua strada in povertà e umiltà, una Chiesa che non dipende dai poteri di questo mondo. Sognavo che la diffidenza venisse estirpata. Una Chiesa che dà spazio alle persone capaci di pensare in modo più aperto. Una Chiesa che infonde coraggio, soprattutto a coloro che si sentono piccoli o peccatori. Sognavo una Chiesa giovane. Oggi non ho più di questi sogni. Dopo i settantacinque anni ho deciso di pregare per la Chiesa» (C.M. MARTINI, Conversazioni notturne a Gerusalemme, cit., p. 62).
Sognare e pregare. Pregare e sognare.
Con il coraggio di chi non smette di gettare lo sguardo lontano; con la fiducia che il Signore, alla sua Chiesa, non farà mai mancare ciò che serve per vivere e per comunicare speranza.