Un progetto

di spiritualità

CSPG - Roma

 

1. La vita chiama Dio

1. IL DESIDERIO DI VIVERE

Ci sono momenti in cui uno è giù di corda e momenti in cui si sente alle stelle. Momenti in cui si sente soffocato e momenti in cui si vede esplodere dentro di sé il «voler vivere»
È molto misterioso il sentire che si vuol vivere. Da dove arriva questo soffio di vita che ci pervade, ci scuote, ci abbandona nei momenti più neri?
A volte si ha l'impressione di essere vissuti dalla vita, di essere abitati dalla vita. Ma la vita che scorre in noi, che cosa è? Tante volte, è facile rendersene conto, la vita in noi è soffocata, impacciata, quasi impedita da forze interne e anche da forze e condizionamenti esterni. Ma, lo sappiamo, anche questa è vita. A volte ci si arrende. A volte si combatte, si reagisce. Anche questa è vita.
E di tutto questo ognuno di noi, soprattutto in momenti di forte esaltazione o di intensa crisi, è «consapevole». Si rende conto di vivere e di voler vivere. Si rende conto che vivere è portare ad espressione in tutta la sua ricchezza la vita che è in lui. Perché si vuole questo?
Non è che chi soffre o è in crisi, o anche chi si suicida, non ami la vita, non voglia vivere. Soltanto soffre, soltanto ne ha una grande nostalgia. Soltanto sa che — magari — è una ingiustizia grande e inspiegabile che la vita in noi e negli altri non riesca a farsi strada.

COLLOQUIO

Mio Dio e creatore,
che cosa è la vita che scorre dentro di me?
Da dove arriva e dove va?
Perché questo mio voler vivere,
anche se espresso in modo povero
e a volte meschino?
Ogni volta che provo a guardarmi dentro e scrutare la vita che scorre in me,
quasi fosse diversa da me,

mi stupisco dell'energia
che costituisce il mio esistere.
Mio Dio, non voglio
che la vita si deteriori dentro di me o intristisca come un fiore
dopo un giorno di arsura.

2. LA VITA È PIENA DI DIGNITÀ

Ci sono momenti in cui si ha la sensazione che non si vive, ma si è vissuti, abitati dalla vita.
Sono quei momenti in cui la vita si fa strada per conto suo. Ma non è questo l'aspetto più misterioso della nostra vita. Inizialmente uno tende a far coincidere la vita con quello che vuole e con quello che fa e realizza. Trova gusto a vivere per le cose che progetta e realizza.
Eppure questo non è tutto. In certi momenti si afferra che la vita ha una sua dignità, al di là delle cose che un uomo pensa, progetta, realizza. La vita che scorre in noi chiede «rispetto» per se stessa, prima che per quello che realizza.
Lo si riconosce facilmente con le persone care. La loro vita è a noi cara non per quel che fanno, ma per quello che essi sono: per la vita che scorre in loro. In loro esiste una dignità antecedente le cose che fanno e costitutiva di ogni uomo e persona. Una dignità che sconvolge la «mia» esistenza: sono uomo per dono, per una dignità che è l'essenza stessa della vita.
In se stessi e negli altri, ovunque c'è un briciolo di vita, si sperimenta una dignità di cui non si percepiscono i confini. È una dignità oggettiva, di fatto, costitutiva. Il suo fondamento è più misterioso dello stesso scorrere della vita.
Si è uomini quando si scopre questa dignità negli altri, la si accoglie gratuitamente, la si rispetta. Quando si afferra la propria dignità e ci si accetta non per quello che si vuole e si fa, ma perché la vita in noi ha una sua dignità e chiede assoluto rispetto.

COLLOQUIO

Mio Dio e creatore,
consapevole della vita che scorre in me, afferro anche che essa
ha una sua ricchezza e dignità
prima ancora che io la progetti e realizzi.
Sento che divento più uomo
se sono consapevole della dignità della vita in me, negli altri, in tutto il mondo.
Sento che divento uomo se assumo la vita con un assoluto rispetto,
se la accolgo come dono grande e misterioso.
Signore, mio Dio,
la vita è mia, ma affonda le radici in un terreno che non sono io e da cui riceve sostanza e linfa:
tu sei la linfa di cui tutto si nutre.

3. L'AMORE ALLA VITA

Voler vivere non è tutto. Lo si vuole anche senza pensarci. Ma non basta per essere uomini.
Chi diventa consapevole della dignità della vita, afferra insieme, nel più intimo della propria coscienza, che questo richiede una scelta: fare del rispetto e amore per la vita la legge ultima della propria esistenza.
L'amore alla vita, il volerla non solo custodire passivamente ma anche costruire attivamente, è la norma suprema da osservare. Vivere è obbedire alla vita. Accogliendola e inventandola. Amandola e rispettandola.
Ognuno sa che, per quanto si dia da fare, la vita rimane sempre qualcosa di fragile, minacciato, povero, piccolo. Per questo non merita rispetto? Anzi. La vita la si ama con tenerezza e passione, pronti a sopportare la sconfitta e il dolore, la fatica ed il prezzo per farla crescere.
Amare la vita richiede impegno, fantasia, creatività. Alla vita si presta obbedienza solo se si è ricchi di fantasia e solo se si sa rischiare per farla crescere.
Così facendo non ci si abbandona ad essa come ad un qualcosa da succhiare e buttare, da consumare e basta.
Così facendo non si guarda con diffidenza o disprezzo alla vita nella sua quotidianità. La dignità è nascosta, come un tesoro dentro le cose che si vivono. E l'amore si dispiega solo facendo loro assumere una qualità, un tono, un colore; quello della vita.

COLLOQUIO

Mio Dio e creatore,
voglio vivere ogni giorno
della mia lunga o breve esistenza su questa terra amando e rispettando la vita.
Voglio vivere per allargare gli spazi di vita, abbattendo i troppi muri di morte.
Voglio vivere assumendo
il mio vivere quotidiano con passione, pronto a pagare il prezzo
per un futuro migliore in me e negli altri.
Amerò questa vita così come è, perché possa essere diversa,
più ricca di quello che essa oggi è.

4. LA LOTTA CONTRO LE FORZE DI MORTE

Amare la vita. Non è forse una soluzione ingenua, zuccherosa, e perché no, crudele e perfida, di fronte ai tanti problemi dell'uomo? Come si può proclamare l'amore alla vita di fronte ad un bambino che muore di fame, di fronte al disoccupato e all'oppresso dai potenti?
Ma davvero si può amare la vita oggi?
Non si ha il diritto di proclamare l'amore alla vita a parole, finché non si lotta contro la morte nelle sue varie forme. L'amore alla vita non è un modo di dire, ma un modo di vivere. La grande lotta tra vita e morte continua anche oggi e chiede ad ognuno di schierarsi. Consapevoli che certe battaglie possono essere vinte. Consapevoli che tanti mali sono frutto della malvagità dell'uomo.
Non c'è amore alla vita se non si individuano alcune forze di morte contro cui combattere. Qui ora. Nel posto in cui siamo. Con uno sguardo tuttavia non solo ai nostri piccoli (grandi) guai, ma anche agli enormi e spaventosi problemi dell'umanità.
La lotta è lotta perché l'uomo non sia più nemico dell'uomo e perché nell'amicizia reciproca sorgano strutture di giustizia per tutti.
Creare spazi di amicizia, fraternità, comunione non basta se insieme non si creano strutture di giustizia.
Ma creare strutture di giustizia non è neppure sufficiente, se l'uomo non si sente accolto come persona, trattato come amico.

COLLOQUIO

Mio Dio e creatore,
afferro la grande lotta
tra vita e morte che avvolge,
da sempre, il mondo e ogni uomo.
L'amore ed il rispetto per la vita
richiedono di immergermi in questa lotta. Signore, eccomi: io ci sono.
Voglio essere alleato della vita contro la morte. Voglio essere un buon combattente,
qui dove sono, per allargare le aree di vita: creare amicizia e fraternità,
creare giustizia e lavoro per tutti.
Ma come non confessare che le forze dell'uomo sono impari a tale lotta,
anche dove il male è colpa dell'uomo?
Chi poi garantirà la vittoria alle forze di vita nell'individuo e nella storia?

5. L'AMORE ALLA VITA NELLA FINITUDINE

Ci sono mali e problemi che l'uomo è in grado di affrontare e vincere; ma anche mali e problemi, a volte suscitati dall'uomo, che ormai sono, almeno a breve termine, irrisolvibili. Chi ci libererà dalla fame e dalla guerra, dalla solitudine e dall'angoscia in cui ci siamo precipitati reciprocamente?
C'è chi a queste cose si rassegna e, almeno in superficie, evita di porsi l'interrogativo. C'è chi lo annega nella disperazione, e dunque lascia intendere una risposta negativa.
Ma né il non rispondere, né il lasciarsi prendere dalla disperazione possono bastare a chi ama davvero la vita, consapevole gativo?
della sua misteriosa dignità. Quale allora la risposta all'interno_ A questo interrogativo si aggiunga il senso di incompiuto, di non finito che avvolge anche le cose compiute e finite permeandole tivi e domande su che cosa?
di nostalgia, di nuovi interrogativi. Nostalgia di che? Interroga
Nostalgia e domande che fanno sprofondare l'uomo in una ricerca da cui non si esce con il ragionamento. Nessun ragionamento può saziare la nostalgia che si prova ad amare senza riuscire a esaurire il desiderio di amare, a sentirsi aienza.
mare che una parte di noi non si senta amata a sufficti e percepi C'è chi trova questo normale e scontato. E c'è chi invece non lo trova scontato, si ribella, e cerca altro.
Viene così a porsi domande immense, più ricche di silenzio che non di parole, più dense di sentimento che di analisi ragionate. Si sprofonda nel mistero della vita. In un vortice al fondo del quale il credente afferra, in ginocchio, la presenza di qualcosa di altro in dall'uomo, di altro (ma fino a che punto?) dalla vita che scorre

COLLOQUIO

Mio Dio e creatore,
mi ribello al male che avvolge il mondo
senza che, di fatto, lo si possa vincere del tutto.
Questa ribellione, mio Dio,
è tuttavia solo parte
di una domanda più profonda che perfora
il mistero dell'esistenza cogliendone
la radicale povertà:
la vita da sola non potrà dare vita a se stessa.
Essa ha confini che sfociano nell'infinito.
Sconfinano in te, mio Dio.
Molti non lo sanno, molti non vedono e non so perché. Io vedo e non vedo; so e non so insieme:
io credo che la vita affonda le sue radici
in te che sei la Vita.
Voglio riempire questa parola «Dio»
girando il mondo per percepire
come ad ogni uomo ti fai presente:
nel volto del fratello, nella miseria del povero, nella natura e nelle galassie,
nella dignità di ogni uomo
e nell'obbedienza alla propria coscienza.
Solo così il tuo nome non sarà più vuoto e la mia parola sarà piena
della domanda di vita di ogni uomo e del tuo volto, Signore della vita.


2. La comunità dei credenti racconta di Gesù, Signore della vita

1. L'ACCOGLIENZA NEL NOME DI GESÙ

La fede personale in Gesù nasce normalmente dall'esperienza di essere accolti in modo gratuito, disinteressato da cristiani che si sono dedicati alla promozione della vita.
All'inizio della fede c'è un ambiente, una persona, qualcuno che con il suo servizio gratuito ha lasciato intuire un amore alla vita così semplice e così profondo da far decidere di imitarlo e condividerne le ragioni di vita.
Si è diventati credenti per imitazione di coloro che per noi hanno dato la vita.
Alla domanda perché vivere, la risposta non è, almeno di solito, intellettuale. Difficilmente la si trova in un libro, fosse anche la Bibbia.
Come la domanda sulla vita e l'invocazione per una sua pienezza si pongono in fatti concreti, così la risposta la si coglie in fatti e persone altrettanto concreti al nostro fianco.
Si attua una sorta di osmosi: se qualcuno riesce a farsi carico fino in fondo della nostra domanda di vita, diventiamo capaci di accogliere la sua intuizione sul «perché» e sul «come» vivere nel rispetto per la vita, fino ad apprendere a dialogare con il suo fondamento ultimo, Dio.
Se poi questi uomini sono cristiani, essi sono testimoni non solo del mistero di Dio insieme ai credenti di tutte le religioni, ma anche del grande «racconto» della Bibbia che dall'origine del mondo, attraverso le vicende che culminano in Gesù di Nazaret, arriva fino a noi, pervade la nostra esistenza e la trasforma.

COLLOQUIO

Dio e Signore,
riconosco in tante persone che mi hanno amato la tua indicibile presenza.
Intuisco, nel loro modo di vivere e farmi compagnia, una risposta affascinante
alla insaziabile domanda di vita che ci avvolge. Riconosco nella povertà dei loro gesti e parole un grande e sublime evento:
tu ti sei fatto vicino all'uomo
e essi sono testimoni della vita
che sgorga da te e trasforma ogni esistenza.
Molti di loro non hanno mai parlato di te, ma hanno lavorato, giocato, sorriso con me insegnandomi ad amare e donare la vita. Non mi hanno parlato di te,
eppure mi hanno avvicinato a te.
Attraverso loro, tu mi hai aiutato
a credere nel tuo amore e nella vita.

2. IL GRANDE RACCONTO DEI CRISTIANI

Da coloro che si sono guadagnati con i fatti credibilità abbiamo appreso un grande racconto. Essi ce lo hanno narrato ed ancora ce lo narrano per penetrarne l'immensa ricchezza.
È un racconto che da duemila anni e prima ancora riscalda il cuore dell'uomo e lo apre alla speranza. Un racconto che trova in Gesù di Nazaret il suo momento più alto e sublime, ma che assume grandiosità fin da quando Dio crea il cosmo e l'uomo, e ha inizio la storia.
Fin da quando il peccato avvolge il mondo, ma Dio non si arrende e decide di combattere a fianco dell'uomo la battaglia della vita. Fin da quando scende a fianco del suo popolo Israele per liberarlo dalla schiavitù e farlo entrare in una terra promessa: la terra dove la vita fiorisce e dove l'uomo apprende continuamente a spostare i confini della morte e a sognare un mondo senza più lacrime, morte, oppressione.
Di questa terra e di questo sogno Gesù di Nazaret si fa il grande annunciatore e realizzatore: «Ecco è giunto a voi il regno di Dio». Egli proclama il regno di Dio. Dove passa guarisce i malati, risuscita i morti, consola gli sconsolati, difende gli oppressi.
Fare il regno di Dio, fin da ora sulla terra, diventa la causa per cui Gesù vive giorno per giorno, affrontando la lotta contro il male fino alla morte in croce.
Di questo regno egli è il grande Signore dal tempo della sua risurrezione dai morti: la pienezza di vita non è più un sogno. Se fin da oggi si compie nella povertà delle nostre vite, essa avrà un compimento ultimo e definitivo nella grande risurrezione, in quei cieli nuovi e nuova terra verso cui siamo incamminati seguendo Gesù.

COLLOQUIO

Mio Dio e Signore, faccio mio
il grande racconto di speranza per tutta l'umanità.
Io sono Adamo, che tu hai creato ma che ti ha tradito.
lo sono Abramo che lascia la sua terra
per trovare il paese della vita.
lo sono Mosè ed il suo popolo in cammino
verso la terra promessa.
Io sono nel grande sogno della terra promessa:
sono un pezzo della tua terra promessa.
Una terra che porta i frutti della fatica di ogni uomo,
ma anzitutto i frutti della morte di Gesù.
Da allora amare la vita non è più un dovere, ma un dono. Vivere la vita non è più una conquista fortunosa
ma una possibilità offerta ad ogni uomo.
Una possibilità che tu offri anche a me,
sottraendomi alla presunzione di danni la vita
e alla disperazione di chi tocca con mano la sua impotenza.

3. IL VERO VOLTO DI DIO E DELL'UOMO

L'uomo da sempre ha cercato Dio, ma spesso se ne è fatto un idolo a immagine delle sue paure e desideri. A lui ha attribuito il suo volto, di lui ha preteso di sapere tutto, di lui ha abusato coinvolgendolo nelle sue guerre, sacrificandogli vite innocenti. Le rughe e le macchie sul volto di Dio sono lo specchio delle rughe e delle macchie sul volto dell'uomo. L'uomo, spesso, ha un'immagine distorta di se stesso. Il suo volto intimo e il suo andito supremo gli sfuggono.
Nel grande racconto che come credenti ci narriamo, il volto di Gesù di Nazaret è il volto di Dio rivolto a noi.
Pur rimanendo ineffabile, Dio si mostra. Pur rimanendo invisibile, Dio si fa vedere. Pur rimanendo indicibile, Dio si fa parola. Pur rimanendo nella penombra, Dio si fa attivo. In Gesù il volto umanissimo è il volto di Dio.
Le sue parole di speranza, il suo gesto di solidarietà con i poveri e gli ultimi, il suo ridare la vita al figlio della vedova, sono l'agire di Dio, sono le parole di Dio. In Gesù diventa chiaro che la gloria di Dio è l'uomo vivente, l'uomo felice.
Dio è presente, ma non si sostituisce alla libertà dell'uomo. Lo invita, lo provoca a realizzare la vita, ma lo lascia libero. Libero davvero: l'uomo, nella situazione in cui si trova, qualunque essa sia, anche la più avvilente, può compiere un gesto che lo umanizza.
In Gesù la pienezza di vita diventa possibile nella concreta povertà dei gesti che l'uomo può compiere. Ad ogni uomo viene restituita la possibilità di diventare uomo nuovo fin da questa vita e di fare parte del «nuovo cielo e della nuova terra».

COLLOQUIO

Mio Dio e Signore,
quante volte rischio di farti a mia immagine e somiglianza, e cerco di usarti compromettendoti con le mie meschinità!
lo ti rendo la tua libertà, mio Dio.
Ti riconosco dentro i miei desideri,
ma tu non sei tali desideri.
Ti riconosco dentro le mie paure e angosce, ma tu non sei tali paure e angosce.
Una grande possibilità tu offri ad ogni uomo: diventare uomo davvero.
Nella povertà dei gesti di ogni giorno
si compie il sogno dell'uomo:
fare il regno di Dio già sulla terra
e vivere la vita come pienezza.
Grazie a te, Signore della vita.

4. IL Sì ALLA VITA ACCOGLIENZA DEL SIGNORE DELLA VITA

L'ascolto del grande racconto della Bibbia e la sua accoglienza producono la conversione: l'uomo accetta che il rispetto per la vita e la invocazione profonda a Dio che ne nasce trovano compimento e risposta in Gesù di Nazaret.
Non tutti i problemi che l'invocazione umana solleva, trovano in Gesù risposta immediata, ma la vita nel suo insieme trova senso. Avvicinandosi a Gesù di Nazaret si conferma, in modo insperato, quello che il cuore dell'uomo appena osava dire: val la pena vivere; val la pena amare la vita.
Di più, il credente scopre che accogliendo con rispetto la vita, accoglie colui che della vita è il Creatore e Salvatore. La fede in Gesù di Nazaret, Dio fatto uomo, ci fa dire che noi comunichiamo con Dio attraverso l'umanità di Gesù e attraverso tutto ciò che è umano a sua misura: «Chi accoglie uno di questi piccoli, accoglie me. E chi accoglie me, accoglie colui che mi ha mandato». Così dice Gesù.
Ecco il grande annuncio della fede cristiana: val la pena vivere, perché in Cristo la morte è stata definitivamente sconfitta e la nostra sete di vivere non è una falsa illusione.
Quello che il cuore dell'uomo misteriosamente cerca, è il Signore della vita. Quello che il cuore dell'uomo misteriosamente incontra nell'amare la propria e altrui esistenza, è il Signore della vita. Il luogo primordiale e radicale in cui incontrare il Signore della vita non è più uno spazio, un tempo, un rito, una preghiera a ciò riservati. Dio, in modo implicito ma non per questo superficiale, lo si incontra nell'amare radicalmente la vita. Ciò che Dio in Cristo richiede per incontrarlo è di non sottrarsi alla gioia e alla sofferenza del vivere quotidiano.

COLLOQUIO

Gesù Signore, Dio della vita,
tu sei colui che il mio cuore cercava
e cerca ancora nelle tante vicende di ogni giorno.
Ora ti riconosco nel mio voler vivere:
sei tu che lo alimenti.
Ora ti riconosco nella mia ribellione alla sofferenza:
sei tu che la alimenti.
Ora ti riconosco nel lasciarmi prendere dalla gioia:
sei tu che la sostieni.
Mio Signore, ora so di essere sempre davanti a te: nella gioia e nel dolore, nella fatica e nel riposo, nell'amare il fratello e nel rispettare la mia vita. Signore Gesù, a te ogni giorno voglio dire: tu sei il Signore della vita che amo.

5. CON GESÙ PER LA CAUSA DEL REGNO DI DIO

Dire sì alla vita è dire sì al Signore della vita. È così per ogni uomo, non solo per chi ne è consapevole: «Quando voi avete dato da mangiare al povero, lo avete dato a me». Direttamente a lui attraverso il povero, anche senza saperlo.
E così, misteriosamente, ogni uomo incontra Dio nel fratello e nell'assumere responsabilmente la propria esistenza.
Per la gran parte degli uomini questo è l'unico modo che è loro dato per fare esperienza di Dio: lo incontrano e hanno parte alla sua promessa, pur senza conoscerlo esplicitamente. A coloro che hanno la gioia di far parte di una comunità di credenti e di ascoltare il grande racconto evangelico, è dato invece di conoscere questo dialogo tra Dio e l'uomo, iniziato con Gesù. La risposta personale al racconto evangelico è la fede. Essa è all'incrocio tra il racconto e la risposta personale. Credere in Gesù è certamente dono, offerta gratuita di Dio, ma è anche risposta e scelta del tutto personale. Ma cosa è fede? Fede è anzitutto accogliere, fare proprio il grande racconto di Gesù e sentirsi coinvolto nelle sue vicende. Fede è credere che, in Gesù di Nazaret, Dio offre all'uomo la possibilità di diventare uomo, nonostante il proprio peccato, e di vincere la battaglia della vita contro la morte.
Ma fede non è solo questo.
Fede è lasciarsi commuovere da questa «buona notizia» e abbandonarsi a un dialogo ricco di affetto con il Signore della vita. Si sente il bisogno di diventare intimi con Gesù, frequentarsi, dialogare, vivere la vita come lui l'ha vissuta, amare le persone come lui le ha amate, valutare i fatti come lui li ha valutati. C'è un altro passo. L'amore per Gesù non si limita alla sua persona, ma si allarga per condividere la causa per cui è vissuto: la causa del regno di Dio, come salvezza degli uomini qui ora, in attesa di un «cielo nuovo e una nuova terra». Non c'è fede senza questo dedicarsi alla causa del regno di Dio, e dunque all'allargamento degli spazi di vita contro quelli di morte e all'annuncio a ogni uomo del grande racconto della speranza.

COLLOQUIO

Io credo, Signore.
Io credo che tu sei il salvatore del mondo, il Signore della vita in ogni uomo.
Io credo che ogni uomo ti incontra nell'incontrare l'uomo e servirlo.
Io ti amo, Signore.
Io amo te, che sostieni l'albero della vita
e gli offri la possibilità di fiorire e portare frutto. Io amo le cose che tu hai fatto:
mi entusiasmo per la tua vicinanza ai poveri, la tua lotta contro i prepotenti,
il tuo affetto per i piccoli.
Io ti amo, Signore: alla tua presenza
la mia vita riprende colore e forza.
Io spero, Signore.
Io spero nel tuo regno e lo spero creando spazi di vita dentro di me e attorno a me, amicizia e giustizia fra gli uomini.
Io spero, Signore, e racconto
il grande vangelo della speranza.
Perché altri credano, altri amino, altri sperino.


3. La responsabilità del cristiano verso la vita

1. IL COMPITO DI INVENTARE LA VITA

Essere cristiano è fare di Gesù il punto di riferimento decisivo della propria vita. Si comincia da capo. Si prende in mano il proprio progetto di vita, quello non scritto dalle parole ma dai fatti di ogni giorno, e lo si sottopone a severa verifica.
La decisione di amare la vita che ogni uomo prende nel profondo dell'esistenza, a contatto con il Cristo viene a consolidarsi e arricchirsi. Ora è più facile sapere che val la pena vivere. È più facile trovare la forza per creare spazi di vita.
Scegliere Cristo è alimentare l'amore per la vita. Ma non solo. È fare dello stile di vita del Cristo il modello della propria vita. Imitando Gesù si apprende ad amare la vita. La vita intera lentamente, viene a ristrutturarsi. Alla sequela di Gesù, infatti, si apprende a privilegiare alcuni valori, atteggiamenti, sentieri di umanizzazione.
Questo è «convertirsi a Cristo». L'intero progetto di vita viene a ristrutturarsi, ma per assumere con più coraggio quella decisione di rispettare la vita, che l'uomo aveva già intuito come legge morale fondamentale.
Alla scuola di Cristo si apprendono tuttavia solo le grandi scelte, i grandi valori, i grandi sentieri.
Come vivere ogni giorno, che fare in concreto, come comportarsi qui ora, non è scritto da nessuna parte. Il cristiano sa di essere libero, cioè di avere per dono le forze, la fantasia, l'intelligenza per inventare la vita. Egli sa che si ha davvero la possibilità di inventare e realizzare il «progetto uomo».
E così il cristiano riconosce di avere una originale vocazione: non tanto eseguire piani prestabiliti, quanto inventare responsabilmente la vita nel servizio alla causa del regno di Dio.

COLLOQUIO

Signore Gesù,
non è facile rimettere tutto in discussione davanti a te e al tuo vangelo.
Questo confronto conduce ad appassionarmi alla vita, ma richiede anche di distruggere per costruire, di morire a certi modi di pensare e di fare
per assumere i tuoi modi di pensare e di fare.
È faticoso tutto questo:
è morire a una parte di me,
rinunciare a qualcosa che mi affascina. Accetto di essere alla tua scuola; convinto che camminando con te
realizzo in pienezza quell'amore alla vita
che è la mia grande aspirazione.
Accetto di essere alla tua scuola affascinante e dura.

2. LA CONDIVISIONE DELLA CAUSA DEL REGNO DI DIO

Condividere la causa del regno di Dio, per il quale Gesù ha dato la vita, è una scelta del tutto personale. Tocca l'intimo di ogni uomo. Tuttavia se si sceglie da soli di credere, non si è soli nel credere e nel vivere per la causa del regno di Dio.
A questo regno lavorano infatti tutti gli uomini che fanno del rispetto per la vita la legge della loro esistenza. Anche se non lo sanno, animati dallo Spirito del risorto, gli uomini di ogni cultura, credenti ed anche indifferenti, se accolgono responsabilmente il mistero della propria ed altrui esistenza, lavorano per allargare i confini del regno di Dio.
A questo regno lavorano, in particolare, i cristiani. Lo fanno, però, consapevoli che i non credenti spesso sono più impegnati. Lo fanno con un profondo senso del limite, consapevoli che il regno di Dio è anzitutto dono dall'alto, prima che conquista dell' uomo. Lo fanno con entusiasmo, sicuri che il regno può davvero, in forza della risurrezione e della presenza dello Spirito, trionfare. L'essere consapevoli della presenza del regno, e, prima ancora, condividere il racconto evangelico, non è cosa da poco: l'uomo ne è trasformato e sente il bisogno di condividere con altri la sua esperienza.
Chi accoglie il Vangelo del regno è invitato ad entrare in modo esplicito nella comunità, nella chiesa di Gesù. Nella chiesa il cre
38dente può immergersi nel grande racconto, può condividerlo con altri, può gioire e soffrire per la presenza del regno e per il suo dispiegarsi nel tempo.
Nella chiesa il credente può ricercare come realizzare il regno in se stesso, negli altri, nella società. Parlandone insieme, diventa più facile comprendere ciò che Dio si attende dagli uomini. Nella chiesa, infine, il credente può celebrare, soprattutto nell'eucaristia, il grande dono della vita gratuitamente offerta all'uomo. Nella preghiera e nella liturgia, senza confondere il proprio impegno con la forza dello Spirito, apprende che lo Spirito abita in lui ed attraverso le sue forze costruisce il regno.

COLLOQUIO

Mio Signore e mio Dio,
credo da solo, ma non sono solo a credere.
Credo con quanti, per mille motivi, non credono ma silenziosamente,
in ogni pane della terra, lavorano per il tuo regno.

La fede non mi allontana da loro, ma mi fa sentire in loro compagnia,
in cammino verso la stessa casa. Credo nella presenza dello Spirito in loro:

ciò che essi fanno per accrescere la vita
è frutto della morte e risurrezione di Gesù.
Credo «dentro» la chiesa, insieme agli altri cristiani. Credo che la chiesa è abitata
in modo misterioso e particolare dallo Spirito. Per questo credo la chiesa:
nonostante le sue miserie è la chiesa del Cristo.
In questa chiesa accolgo e medito
il grande Vangelo della vita
insieme al Papa e ai vescovi.
Con questa chiesa
voglio cercare come costruire il tuo regno.

3. LA CAPACITÀ DI DARE RAGIONE DELLA PROPRIA VITA

Viviamo in un tempo in cui, per molti, la vita non ha senso. Non lo dicono a parole, ma con la tragica gaiezza con cui vivono le vicende quotidiane, abbandonandosi al consumismo o al lavoro incessante. Lo dicono con il distacco dalle cose, quasi queste fossero incapaci di saziare la loro sete di vita, rifugiandosi nella droga o chiudendosi in se stessi, nei loro piccoli egoismi.
Lo dicono con il credere più a nulla. Nessun problema o interrogativo li affascina, li fa soffrire, li fa ricercare. Nessuna riflessione li attira, disillusi di ogni forma di pensiero umano. Il credente condivide la sofferenza di chi si chiede se val la pena vivere: soffre attraversato dalle stesse perplessità. Ma non si adagia nella disperazione o nel non senso.
Pur senza illudersi sulla fragilità della vita, sa che essa non è insensata. Nella fragilità, infatti, l'uomo, in qualunque situazione si trovi, può compiere un gesto che libera la vita dalla schiavitù e lo realizza per intero come persona.
La vita non è insensata. Può essere, davvero, il luogo in cui l'uomo compie se stesso. Il mondo non è insensato, nonostante le guerre e le miserie: in questo mondo, l'uomo può compiere un gesto che umanizza e redime.
Queste affermazioni non sono dimostrabili. Non sono frutto di un ragionamento, ma di una scommessa, di una fede che trova il suo fondamento, nella risurrezione di Gesù.
Il credente apprende a darsi ragione. Sollecitato dagli eventi e alla luce del vangelo, apprende a costruirsi una visione della vita, a darsi una ragione per cui vivere. Egli affronta i piccoli e grandi interrogativi sulla vita. Non li nasconde, ma li soffre con gli altri. Giorno dopo giorno, la sua fantasia di credente lo aiuta a darvi risposte. Piccole risposte, ma piene di una grande speranza.

COLLOQUIO

Mio Signore e mio Dio,
l'uomo d'oggi soffre e si interroga.
Come credente riconosco che soffro con loro il grande interrogativo: ma ha senso la vita?
Mio Dio, nel mio intimo so che val la pena vivere. Non perché le cose stanno bene così,
ma perché, per tuo dono, ogni uomo può dar senso alle cose, nella fragilità può dar senso alla vita.
Questa mia certezza affonda in te le sue radici. Una certezza che si mostra a me con evidenza e che mi rilancia nel vortice della vita
con una grande speranza per me e per gli altri: ora, come germe, si compie la vita
e domani, come pianta, darà frutti di eternità.

4. LA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DELLA SOCIETÀ

Il cristiano non ha un mondo diverso dagli altri in cui vivere. Vive nella società e collabora con tutti per umanizzarla. Inventare la vita è inventare la società. Questa è la grande vocazione che il credente si appresta a vivere senza illusioni.
Non solo la società è segnata dal male e ogni sua realizzazione è povera, ma gli stessi progetti per il futuro sono sempre segnati dal limite.
Di questo il cristiano soffre ma senza disperarsi o rinunziare, perché realizzare l'unica società qui ora realisticamente possibile è già costruire un angolo di regno di Dio.
E così il cristiano, anche se spesso ha un atteggiamento critico verso la società e i suoi progetti, non è uno scettico o un illuso. Vive di una speranza che fa i conti con la lentezza del cammino di umanizzazione.
Egli è pure consapevole che ogni passo in avanti rischia di essere un passo indietro, se non è ripieno di fraternità e giustizia. Non crede che progresso voglia dire sempre mondo più umano e che ogni nuovo strumento e tecnica siano sempre fonte di urnanizzazione.
Il cristiano non se ne sta in disparte, sempre pronto a giudicare gli altri senza compromettersi concretamente, ma accetta che il bene è sempre frammisto a tracce, più o meno visibili, di male. Per dare una mano alla società in cui vive egli si prepara e qualifica. Sa che la buona volontà non basta. Ci vuole competenza, capacità tecnica, professionalità. Tutte cose che, a loro volta, presuppongono studio, lavoro faticoso, tempi lunghi, spirito di sacrificio, capacità di stare dentro le situazioni anche nei momenti più conflittuali.
Allo stesso modo egli consolida la sua coscienza morale, per essere in grado di resistere alla pressione del conformismo e del potere, alle illusioni dei vecchi e nuovi miti sociali, alla assunzione inconsapevole dei modelli di vita consumista ó di piacere che si condannano negli altri.

COLLOQUIO

Mio Signore e mio Dio, non voglio essere ingenuo: mi rendo conto delle ambiguità
che attraversano il mondo in cui vivo.
Mi rendo conto dei giochi di potere, delle sopraffazioni, dell'arrivismo, delle tante forme di terrorismo, delle ingiustizie verso il terzo mondo.
Di tutto ciò mi rendo conto,
e quasi guardo con distacco e stanchezza
quel che oggi succede.
Eppure è questo mondo
che dobbiamo trasformare in regno di Dio.
So che per tuo dono è possibile, anche se non è facile. Se faremo il possibile,
il tuo regno sarà in mezzo a noi:
nella nostra società e cultura,
nella sua povertà di mezzi e strutture.
Non voglio sognare una società ideale, Signore, ma realizzare l'unica qui ora possibile.
Da questa impresa non voglio tirarmi indietro.

5. LA COSTRUZIONE DEL FUTURO CON IL LAVORO E LA POLITICA

Il lavoro, con tutto quello che esso comporta, dalla ricerca scientifica all'applicazione della tecnologia, alla sperimentazione di nuovi materiali e strumenti, alla ristrutturazione dei modi di vivere, è un grande strumento di umanizzazione.
Esso è uno dei luoghi in cui l'uomo dimostra il suo amore alla vita ed il credente la sua fede nel regno di Dio.
Ma il lavoro è anche segnato da profonde ambiguità, soggettive e oggettive.
Per alcuni è solo un fatto marginale della esistenza. Per altri è un modo per sopraffare gli altri. Per altri è un tranquillante per annegare l'angoscia. Per altri è esperienza di sfruttamento e oppressione. Per altri è disoccupazione o sottoccupazione. Il lavoro umano comporta sempre sofferenza e fatica. Ma non per questo va vissuto come condanna o come prezzo, più o meno salato, da pagare per vivere. La passione per il lavoro e la volontà di umanizzarlo sopportandone le ambiguità e elaborandone i conflitti, sono un punto fermo soprattutto per il credente. Se il lavoro è opera di umanizzazione, esso è luogo privilegiato di esperienza di Dio: dar da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete è sempre dar mangiare e bere al Signore della vita. Il lavoro non può essere disgiunto dalla politica. Sempre ed in ogni momento l'uomo fa politica, cioè si interessa del bene di tutti e offre il suo contributo. Esiste una buona politica ed esiste una cattiva politica. Esiste una piccola e meschina politica ed esiste una grande umanizzante politica.
Fare politica è un imperativo morale e religioso. Sapendo che anche la politica è una realtà ambivalente e va fatta misurandosi su quello che è davvero possibile qui ora. Con realismo certo, ma anche con l'utopia di chi crede nella giustizia e, prima ancora, nell'amore di Dio per ogni uomo.

COLLOQUIO

Mio Signore,
è fin troppo facile lavorare senza gusto
o trovare gusto solo nel lavorare e produrre. Ma non è facile vivere un lavoro umanizzante: non lo è per tanti operai,
non lo è per interi popoli del terzo mondo, non lo è per chi è senza lavoro.
Eppure è il grande strumento di umanizzazione che tu hai posto nelle nostre mani.
Mio Signore, voglio appassionarmi al lavoro per creare una società più giusta.
Voglio lavorare, sopportando i tanti sfruttamenti ma insieme lottando contro ogni sfruttamento.
Voglio lavorare e fare politica in modo umano
perché possano essere attività «religiose» nella loro povertà, modo divino di incontrare te, Signore.

6. LA CREAZIONE DI SPAZI DI AMICIZIA GRATUITA

Una società più giusta si costruisce attraverso nuove leggi e strutture sociali, e attraverso il lavoro. Ma questo non è sufficiente per umanizzare la vita, per rispettarla fino in fondo. Ogni uomo va anche riconosciuto come persona, accolto e amato attraverso rapporti a faccia a faccia, garantendogli che abbia amici, persone care, legami interpersonali positivi.
Per un credente questo è decisivo, anche perché solo da persona a persona si trasmette quel grande racconto che riscalda il cuore dell'uomo e lo invita alla speranza. Solo a faccia a faccia si trasmette la profonda solidarietà che Dio ha stabilito con l'uomo, amandolo con il cuore di un uomo, Gesù di Nazaret.
Non bastano dunque una nuova giustizia sociale, pane e lavoro per tutti. Essere credenti è intuire, con gli altri e più degli altri, la necessità di stare vicini alle persone per condividerne gioie e dolori, fatiche e speranze. Solo quando si è gratuitamente riconosciuti ed amati si diventa uomini in pienezza.
Contro una società massificante, che privilegia i rapporti tra ruoli anonimi e abitua ad indossare una maschera nel rapporto con gli altri, il credente si mostra come persona, senza difese, senza paura di essere se stesso.
In questo contatto immediato, a tu per tu, egli sperimenta che il contatto con l'uomo è contatto con Dio; il servizio all'uomo, soprattutto il più povero ed indifeso, è esperienza di Dio. Gli altri a cui ci doniamo, donano misteriosamente ma realmente Dio. Noi diamo noi stessi ed essi ci offrono Dio. È l'esperienza sconvolgente che si vive nella coppia, nella famiglia, nell'amicizia, nei piccoli gruppi, nel volontariato solidale con gli emarginati, con gli anziani, gli handicappati.

COLLOQUIO

Mio Signore e mio Dio,
è sconvolgente che accogliere un altro
sia accogliere te:
nell'amicizia disinteressata l'uomo è davanti a te, nell'affetto della coppia l'uomo è davanti a te,
nella vita con i propri cari l'uomo è davanti a te, nel servizio all'emarginato l'uomo è davanti a te.

Io non posso conquistarti, mio Dio,
ma tu vieni gratuitamente a me
quando vado gratuitamente agli altri.
Spesso lo dimentico e perdo la ricchezza della mia vita.
Questo incontro con te avviene sempre,
anche quando non ci penso, perché penso all'amico, anche quando non prego te
perché sto a parlare con un anziano solo.
Tutto questo avviene
e lentamente mi arricchisce e trasforma.

7. L'ANTICIPAZIONE DEL FUTURO NEL RIPOSO, GIOCO E FESTA

Grandi luoghi di umanizzazione e costruzione del regno di Dio sono il riposo, il gioco e la festa.
Nel riposo, nel gioco e nella festa l'uomo afferma che la sua dignità è fondata, prima che sul lavoro, sul fatto di esserci ed esistere. La esistenza è valore per se stessa.
In effetti, in tali momenti l'uomo vive esperienze che liberano energie altrimenti assopite, come la gioia, l'amicizia, il gusto del raccontare la vita e di ricercarne i significati, lo sviluppo dell'immaginazione creativa, lo scatenamento delle emozioni e degli affetti.
Nel gioco, nel riposo e nella festa il credente viene poi a dire un originale sì alla vita e al Signore della vita. Il suo è gioco, riposo e festa nel nome del Signore. Il mondo è stato creato come grande gioco e Dio alla fine si è riposato. Il popolo ebraico esce dall'Egitto e trova il suo compimento nella festa dell'agnello pasquale. Cristo Gesù risorge e la sua vittoria è prendere in trappola, un giocare la morte che tentava di ghermire l'uomo. Per questo, anche l'uomo d'oggi, è chiamato a fare festa.
Gioco, riposo e festa hanno anche un grande significato sociale e culturale. In tali momenti ci si sente più liberi e si sperimentano nuovi modi di fare e di stare, si rompono i soliti schemi e gerarchie sociali. Si apprende, non senza fatica, che la vita può essere diversa da quella attuale, che le regole che oggi sembrano opprimerci possono essere rimosse e dunque è possibile un diverso vivere sociale.
Festa, gioco e riposo hanno, a loro volta, bisogno di essere umanizzati e redenti. Spesso sono vissuti in modo distorto. Ci si deve educare alla festa, al gioco e al riposo.
Il diritto alla festa, al gioco e al riposo però non sono un regalo per chi ha lavorato e faticato. Non sono un premio, ma un diritto inalienabile, capace, se bene esercitato, di suscitare nuova passione per il lavoro, la responsabilità, la resistenza alla fatica e alla sofferenza.

COLLOQUIO

Mio Dio e Signore,
il coraggio di giocare e far festa è un gesto di fede,
un'attesa della tua salvezza,
una speranza fatta di gesti concreti.
Riconosco in ogni momento di riposo che tu sei il creatore
e doni gratuitamente vita a tutto. Riconosco in ogni momento di festa
che Gesù è risorto e ha deposto la festa nel più profondo del cuore dell'uomo. Riconosco che Gesù ha lavorato, ma anche che si è fatto degli amici, ha mangiato e fatto festa con loro.
Voglio giocare, fare festa e riposare come una grande esperienza di umanità e di intima comunione con te,
Signore della festa e primo danzatore della storia,
nel giorno della vittoria sulla morte.

8. LA FEDELTÀ AI VALORI DELLA CROCE E DELLA RISURREZIONE

Il cristiano vive radicalmente, con una grande passione, l'essere uomo. È uomo come tutti gli altri, fedele fino in fondo ai valori dell'uomo. Consapevole di questo il cristiano non si sente diverso dagli altri.
Sa tuttavia che, nel nome del Signore Gesù, è chiamato a proclamare con forza e testimoniare con coerenza alcuni valori pre
senti nell'uomo, ma spesso dimenticati a causa del peccato. Valori umani, ma offuscati.
Dei valori dell'uomo, così come Cristo li ha vissuti ed insegnati, il cristiano si fa testimone perché ognuno possa essere più uomo. A costo di essere contro corrente, soffrire e venir emarginato per affermarli.
I valori di cui è testimone sono quelli della croce e della risurrezione.
Della croce anzitutto, come, ad esempio, la povertà e la semplicità; la condivisione e il perdono; la consapevolezza che la vita nasce nella sofferenza e che la sofferenza, se non va cercata, non va neppure aborrita; la follia di morire per una causa giusta anche quando non se ne vedono i frutti; la coerenza a tutti i costi con la propria visione di vita; la dignità della persona prima del lavoro e di ogni sistema produttivo e legislativo; gli ultimi e gli emarginati e i bambini come luoghi in cui l'umanità si dispiega misteriosamente in tutta la sua luce.
Ma il cristiano è anche testimone dei valori della risurrezione: sperare là dove l'uomo non ha più speranza; vedere la pienezza di vita là dove, anche nelle situazioni più disperate, l'uomo ha fatto l'unico passo di umanizzazione possibile; non arrendersi o adagiarsi di fronte allo sfruttamento e all'oppressione; attendere una giustizia fin da questa terra, ma che in questa terra non troverà mai il suo compimento.
Senza questi valori, che non dicono ancora che fare ma sollecitano a produrre nuovi modi di pensare e agire, il cristiano non è più lievito nella pasta, anima dentro il mondo.
COLLOQUIO
Dio della croce e della risurrezione di Gesù: aiutami a diventare testimone vivente dell'uomo,
come lo è stato Gesù in mezzo a noi. Voglio essere cristiano fino in fondo, per essere uomo fino in fondo.
Voglio essere uomo della croce;
non per il gusto di soffrire
ma per il coraggio di lottare contro la morte. Voglio essere uomo della povertà e felicità che nascono dalla passione e sofferenza per essere uomo e cristiano.
Ma voglio anche essere uomo della risurrezione per portare speranza dove non c'è speranza; per segnalare a tutti la vita,
ovunque essa affiori al di là di ogni speranza; per essere vicino a chi sbaglia e si dispera;
per rintracciare con lui quel seme di risurrezione che tu, Signore, hai conservato dentro di lui.

9. L'ASCOLTO DELLA PAROLA DI DIO MESSAGGIO DI SPERANZA

Fare il regno di Dio è compito di ogni uomo di buona volontà, perché ad ognuno Dio offre, nell'intimo della sua esistenza, di collaborare al suo progetto.
Ma di questo regno di Dio i cristiani sono, in modo particolare, strumento e segno.
Sono strumento anzitutto nell'allargare, con il lavoro e gli altri momenti, gli spazi di vita contro la morte. Lo sono con gli altri uomini, in loro compagnia.
Ma del regno di Dio i cristiani sono anche strumento, ripercorrendo con Gesù le vie del mondo, per annunciare una parola di speranza: «Ecco il regno di Dio è giunto fino a noi». Di questa parola essi si fanno servi e portatori instancabili, cercando di riscrivere il vangelo per la loro generazione. Un vangelo che non annulla gli altri quattro, ma li ripensa come messaggio capace di parlare all'uomo d'oggi, alle sue angosce come alle sue speranze. Servo del vangelo è colui che non si limita a essere un disco che ripete parole incise una volta per tutte, ma vuol essere un artista che interpreta una canzone in modo originale, per coinvolgere gli ascoltatori, giungere al loro cuore e scaldarlo. Come un artista, il cristiano vuole dare vita alla parola di Dio, al suo messaggio.
Consapevole che è un seme da non sprecare. Il terreno, il cuore dell'uomo, va preparato perché sia capace di accogliere il seme e dare frutto. Per questo il cristiano aiuta ogni uomo a porsi quegli interrogativi e domande, alla cui risposta non può bastare l'intelligenza e la fantasia dell'uomo. 11 cristiano sta vicino ad ogni uomo e soffre con lui la ricerca di una speranza, ne condivide la ribellione al male, alla morte e al limite che attraversano l'esperienza quotidiana.
A fianco dell'uomo lo stesso cristiano impara a farsi domande a cui da solo non può rispondere. Ritorna così al vangelo, per trarne, nella ricerca e nella preghiera, un messaggio personale di speranza.

COLLOQUIO

Signore e Dio mio, ti chiedo perdono:
troppo poche sono in me le domande,
perché senta bisogno di meditare il tuo messaggio; troppo poco sono vicino all'uomo;
per apprendere da lui nuovi interrogativi.
E così il tuo messaggio non vive in me
e la mia parola rischia di diventare un messaggio vuoto di te e vuoto della sofferenza dell'uomo.
Signore, il tuo messaggio scenda nel mio cuore e la tua speranza straripi nella mia vita
fino a sentire l'urgenza di comunicare agli altri la «buona notizia» del regno di Dio.
Voglio essere un contadino intelligente
che non si limita a buttare il seme,
ma ara pazientemente il terreno
e fiducioso gli affida un seme di vita che non è suo.

10. L'APPARTENENZA ALLA COMUNITÀ DEI CREDENTI

La chiesa è strumento del regno di Dio e insieme ne è un piccolo segno. Nella chiesa il regno di Dio si fa sperimentabile, visibile, condiviso, pur nella povertà di una comunità sempre «santa e peccatrice».
La chiesa è nel mondo il segno della speranza che nasce dalla risurrezione.
La chiesa è segno della speranza, anzitutto, nella fraternità e comunione tra cristiani. Per questo si sta volentieri insieme tra cristiani, ci si ritrova e si è amici, si fa parte di un gruppo per il gusto di riconoscere che si è cristiani. Questa fraternità vuol essere un messaggio di speranza per tutti gli uomini.
La chiesa è, poi, segno della speranza nella preghiera e nella celebrazione dell'eucaristia e degli altri sacramenti. La chiesa celebra per proclamare che Gesù è risorto e la vita contiene, come dono, un germe di speranza. Senza la preghiera e le celebrazioni la chiesa rischia di divenire un'organizzazione di assistenza o beneficenza. Dimentica che la speranza e la vita sono un dono dall'alto, che quel che fa l'uomo è frutto della collaborazione con lo Spirito, che c'è speranza non in quanto le cose oggi vanno bene ma in quanto Dio ha promesso un «cielo nuovo e terra nuova».
La chiesa, inoltre, è segno della speranza nella profezia. Profezia non è prevedere il futuro, ma interpretare il presente dal punto di vista di Dio.
La chiesa non si limita a rileggere senza fantasia il vangelo da capo a fondo. Essa, con il vangelo in una mano e il giornale nell'altra, compie una duplice operazione: legge il vangelo a partire dai problemi del giornale; legge il giornale a partire dal vangelo.
Non è un'operazione facile o possibile da soli. La comunità cristiana è la responsabile di questo servizio profetico: insieme i cristiani pregano la parola di Dio, la studiano, e insieme provano a interpretarla per essere profeti di speranza.

COLLOQUIO

Signore e mio Dio, non è facile dire: «appartengo alla chiesa», a questa chiesa di cui conosco le contraddizioni.
Eppure voglio appartenere a questa chiesa per essere segno di speranza nel mondo.
Voglio lavorare perché tra cristiani ci si voglia bene, riconoscendo ognuno come persona e come fratello. Voglio lavorare perché la chiesa proclami
una speranza intrisa dei problemi che avvincono l'uomo.
Voglio lavorare perché si viva l'eucaristia
non come dovere, prezzo da pagare o rassicurazione, ma come proclamazione festosa
che nella forza dello Spirito l'uomo è grande e Dio è felice quando l'uomo è felice.

11. LA RICERCA DEL LEGAME PROFONDO TRA LAVORO E PREGHIERA

Se è vero che la «gloria di Dio è l'uomo vivente», cioè l'uomo che tocca con un dito la felicità, è pure vero che la felicità dell'uomo tocca il suo punto più sublime nella «visione di Dio», cioè nella comunione intima con lui.
Tale comunione si realizza in due modi fondamentali.
Il primo è l'incontro con Dio nel dar da mangiare a chi è affamato e da bere a chi è assetato. Questa comunione con Dio è offerta ad ogni uomo che sa servire il fratello. Anche se non ci si pensa, come ci ha annunciato il Signore Gesù. A questo punto lavorare, mangiare, amare e andare in tram, se sono gesti pieni di amore, sono momenti di reale, anche se inconsapevole, comunione con Dio.
C'è tuttavia un secondo modo di comunione con Dio, quella esplicita, attuata volutamente: la comunione nella preghiera.
Con preghiera si intende tutti quei gesti in cui l'uomo si ferma da ogni attività e si raccoglie, da solo o con altri, per «parlare con Dio». Può essere un momento di preghiera in silenzio, un momento di lettura del vangelo per trovare motivi di dialogo con Dio, il pregare in gruppo al termine di una giornata di lavoro, il partecipare alla eucaristia e al sacramento del perdono.
C'è una preghiera comunitaria, quella che si vive con gli altri cristiani, soprattutto nella eucaristia, e c'è una preghiera del tutto personale.
Il cristiano ama la preghiera personale. La considera un appuntamento essenziale, anche se impegnativo, della giornata. Non confonde il lavoro con la preghiera. Lavorare è lavorare, ed è un originale incontro con Dio. II lavoro rimanda alla preghiera e la preghiera rimanda alla costruzione del regno di Dio nel lavoro.

COLLOQUIO

Mio Signore e mio Dio,
io so di essere sempre alla tua presenza: tu sei nel fratello, tu sei nel povero,
tu sei nell'altro che incontro,
tu sei nel lavoro che svolgo con responsabilità, tu sei nel profondo della mia esistenza.
Quando con coraggio e tremore accolgo me stesso, sto accogliendo te, Signore della mia vita.
Di questo sono consapevole e per questo trovo gioia, nel fermarmi e stare un attimo con te.
C'è gusto, nella fatica di ogni giorno,
a pregare e stare con te.
Voglio incontrarti nel fratello,
ma voglio anche incontrarti
nel misterioso «a tu per tu» della preghiera,
in cui sei silenziosamente davanti a me,
e vivo un momento intenso della mia esistenza di uomo.
Signore, aiutami a incontrarmi con te nella preghiera per riappassionarmi alla causa della vita
per la quale tu hai consumato l'intera esistenza.

12. L'ATTESA DI «UN CIELO NUOVO E UNA NUOVA TERRA»

La vita è un bene a cui solo raramente l'uomo accede con pienezza. Che dire dei bambini (e sono milioni ogni anno) che muoiono di fame assieme ai loro genitori? Come ignorare i giovani che muoiono in guerra? Come dimenticare non solo la morte atroce, ma anche quella più naturale (si fa per dire) che vince ogni uomo? Tutto finito con la morte? Come non invocare una giustizia nell'aldilà che sani, per quel che è possibile, le tante ingiustizie sulla terra?
Non si può essere uomini e cristiani senza fare i conti con questi interrogativi.
E non si può essere cristiani senza credere nella promessa che dopo la morte, anche se non sappiamo come, Dio asciugherà ogni lacrima e ci sarà una casa per ogni uomo che nella sua vita avrà lottato per diventare uomo.
Il cristiano vive con i piedi su questa terra e insieme, con tutto il suo essere, attende il «cielo». Questa attesa gli permette di vivere radicato sulla terra e di lottare per trasformarla in un pezzo di paradiso. A sua volta vivere sulla terra lo aiuta ad attendere e alimentare la speranza del paradiso.
Del paradiso, una volta detto che ci attende e che ci si arriva attraverso un giudizio sul bene e sul male compiuto, non sappiamo molto. Crediamo che ci sarà la «risurrezione dei corpi», che non sarà una reincarnazione o un semplice far rivivere un corpo morto. L'intera persona di ogni uomo sarà per sempre risuscitata. Crediamo che la risurrezione abbraccerà l'intero cosmo, ma non afferriamo che cosa vuol dire, se non che nulla è destinato a morire.
Il cristiano non vive «aspettando» il paradiso. Eppure, innamorato di questa vita e capace di viverla con passione, alimenta in sé il desiderio del paradiso. Lo fa nei momenti di dolore e di sofferenza, ma anche di gioia e felicità. Questa attesa rende capace di soffrire con più intensità e dignità, e di gioire con più pace e speranza.

COLLOQUIO

Dio nostro Padre,
che hai promesso cieli nuovi e nuova terra a tutti coloro che costruiscono il tuo regno,
anche senza saperlo:

quale grande mistero di vita ci attende!
Io desidero il paradiso qui in terra.
Lo desidero per me e per gli altri.
Desidero che questo mondo diventi un paradiso.
L'assaporare qui un pezzo di paradiso

permette di desiderare e attendere
quello grandioso e definitivo alla fine della storia.
Voglio vivere «in cammino» verso il paradiso
e vivere con coraggio il cammino che vi conduce,
consapevole che è dono gratuito del tuo amore offerto alla responsabilità e libertà di ogni uomo.