Ave Appiano - Gian Paolo Caprettini

(NPG 1988-03-72)


C'è è un linguaggio silenzioso ' che regola le distanze fra gli uomini e che disegna la territorialità di ciascuno come una condotta comportamentale mediante la quale ogni organismo afferma i propri diritti e la propria influenza su di un'area, difendendola rispetto a membri della sua stessa specie.
Accanto a questa «gestione dello spazio» di tipo sociale e personale, ve n'è un'altra di tipo soggettivo, per cui lo spazio che compete a ciascuno viene assegnato da una serie di relazioni, quelle che non si sanno istituire con altre persone con cui si ricercano non distanze e separatezza o autonomia, ma collaborazione, scambio e dialogo. 

LO SPAZIO, IL CORPO, IL GESTO

Con questo tipo di «mosse» silenziose ciascuno di noi in una conversazione, in un dibattito, in una lite, in uno dei molteplici eventi dell'agire sociale, è chiamato a indicare la propria posizione e lo spazio che è disposto a lasciare ad altri rispetto all'oggetto della relazione e del discorso.
Nasce così il gesto come esigenza antropologica essenziale nel «manipolare» l'ambiente, nel far uso del linguaggio come «utensile» diretto a intervenire nel mondo. In particolare, va considerata la mano nella sua «mobilità indiretta»: non in quanto organo che assolve funzioni di prensilità, manipolazione di oggetti..., ma in quanto strumento che sostituisce o accompagna il linguaggio, mostrando ad esempio la direzione del discorso e l'intensità del programma previsto dalle espressioni verbali.
Vi sono in effetti gesti sostitutivi -come ad esempio il mimo - che dispongono il corpo nello spazio mediante un gioco di distanze e movimenti, di cenni e mimiche facciali senza l'ausilio di parole; e sappiamo che vi è anche una mimica volontaria (quella artistica ad esempio) ed una involontaria: quest'ultima riguarda le microcomunicazioni facciali, i cenni non consapevoli di accettazione e rifiuto, gradimento e sospetto, buona disposizione e scarsa attenzione, tutti fondamentali nelle procedure di valutazione di preliminare accoglimento delle proposte: essi ci permettono di capire se l'altro è disposto a seguirci in ciò che stiamo dicendo o proponendo, prima che una parola, chiarificatrice o decisiva, venga pronunziata.
Il gesto è, insieme alla parola, la forma più elementare dell'espressione, ed esso conduce una motivazione nell'azione veicolando l'intenzionalità che presiede a quel comportamento.
L'aspetto più iconico del gesto è la sua «visualità», che possiamo definire «esternità» del gesto: in questa accezione il gesto supera in immediatezza espressiva il medium verbale, essendo segno visibile chiaramente percepibile, in relazione sia al suo manifestarsi nell'ambito del comportamento naturale sia al pattern di comportamento culturale.
Il suo valore comunicativo, fondato sul coinvolgimento visivo del fruitore-destinatario, determina una azione culturale connotando uno «spazio» in cui, recuperata la dimensione fisico-sensoriale dell'espressione umana, viene a configurarsi l'irripetibilità, la creatività e teatralità del gesto.
Il gesto, che determina e definisce uno spazio e un tempo, è determinato e definito in uno spazio e in un tempo e, quando è legato all'espressività dell'enunciazione verbale, riempie di significato ulteriore l'enunciato. Se il gesto invece non accompagna la parola, enunciato ed enunciazione si manifestano in un solo atto: il gesto è soggettivo e comune, individuale e sociale nello stesso tempo.
In questa osservazione risiede il più sostanziale valore antropologico del gesto, e ad essa va ricollegata la primaria identificazione del gesto naturale e del gesto culturale.
Per quanto questa indagine sia insidiosa e priva di frontiere nette fra ciò che appartiene ad un campo di comportamenti e di gesti naturali e ciò che appartiene ad un campo di comportamenti e di gesti culturali, sarà opportuno rilevare che anche se limitatamente alle proprie possibilità, il gestire, appreso e tramandato, è un fenomeno sociale alla pari di tutti gli altri sistemi di comunicazione fondati sull'organizzazione di segni.

Gesti e cultura

All'interno di ciascuna cultura il gestire «sociale» si diversifica assumendo in ciascun individuo caratteristiche autonome connesse ad un'identità (appartenenza ad un gruppo, sesso, livello sociale, sensibilità personale, ecc.). Il modo di salutarsi, le tecniche del bacio, il gesto di rabbia, di scongiuro, di supplica o d'imprecazione, il gestire il proprio corpo nell'atto della seduzione, sono tutte manifestazioni del gesto «naturale» appartenente ad una socialità in una precisa area culturale che si trovano trasformate in gestualità «culturale». Il gesto naturale, come osserva A.J. Greimas, alla pari del segno naturale, si definisce soltanto attraverso la sua virtualità semiotica: e cioè in quanto si configura come elemento che costituisce una significazione. E ciò lo inserisce in una logica di senso culturale.
Il gesto, nel suo aspetto più naturale e nel suo valore più culturale, pone comunque, in ogni modo, in rapporto diretto il sé di colui che lo utilizza con l'esterno in cui qualcuno sta a guardare: sfregare nervosamente le mani mentre si sta parlando presuppone una sorta di soggezione indotta dall'«altro», o compiere ampi gesti in una discussione indica sicurezza del sé rispetto a colui che sta ad ascoltare; se un uomo prende in braccio la sua donna e con essa varca la soglia di casa, la gestualità rituale sigla un'intesa coniugale, il gesto diventa simbolo. L'idea è stata colta proficuamente nella pubblicità Cleo dove il gesto-rito si traduce in una benefica e rasserenante azione ludica di un «lui» che porta fra le braccia «lei» nella vasca da bagno.

Gesto e contesto

Per chi sta a guardare, per chi è spettatore, vi sono dei gesti che indicano, simboleggiano, significano anche, senza l'ausilio della parola: è mediante quella sorta di «gestualità silenziosa» che è possibile intuire un'intenzione (basti pensare alla gestualità codificata e convenzionale del vigile urbano che «gestisce» il traffico), comprendere una situazione (il giovane che col pollice puntato in avanti fa l'autostop o l'automobilista che ci fa capire con un gesto della mano che abbiamo dimenticato i fari accesi), oppure constatare determinati atteggiamenti più o meno piacevoli del genere umano (il tipo che si mette le dita nel naso o quell'altro che fa il baciamano ad una signora).
Ogni gesto ha comunque un significato solamente se inserito in un contesto che ne giustifica, accetta e rende possibile l'esistenza: se un vigile urbano si mettesse a «gesticolare» durante un picnic in alta montagna in mezzo alle stelle alpine, farebbe forse ridere, ma i suoi gesti non avrebbero un senso, mentre se entra in farmacia il tipo col dito nel naso è perché probabilmente vuole un antiemorragico...
La questione del contesto ci fa pensare a quelle basse reti che delimitano gli orti e i giardini: in quel recinto dove ci sono i tulipani non ci sogneremmo mai di piantare i cavoli, o là dove abbiamo seminato l'insalata non sarebbeappropriato gettare i resti arrugginiti del motore smontato e abbandonato della lavatrice.
La peculiarità del gesto, tanto più se non è accompagnato dalla parola, è intimamente connesso al contesto in cui esso è emesso.
Uno stesso gesto può avere significati diversi a seconda delle situazioni a cui appartiene, significati magari opposti (pensiamo al gesto di benedizione che impartisce il prete in chiesa e allo stesso di profanazione usato in termini blasfemi), e significati che non hanno nulla in comune (il pollice «verso» indica punizione e sconfitta là dove c'è competizione, oppure significa che ancora si vuole del vino nel bicchiere...).

GESTI E DISCORSO

Ma forse i gesti più importanti, dal punto di vista comunicativo, sono quelli che accompagnano il discorso.
Ha infatti osservato Argyle (Il corpo e il suo linguaggio, Zanichelli 1980) che anche elementi del comportamento molto ridotti possono costituire una comunicazione: il rapido movimento delle sopracciglia dura, ad esempio, un sesto di secondo, ma può avere grande efficacia. Alcuni processi di interazione si verificano al di sotto del livello di consapevolezza e dipendono da segnali assai rapidi come, ad esempio, le interruzioni dello sguardo.
Nel discorso interviene, in modo determinante, un canale spaziale-visivo attraverso il quale si producono e si scambiano gesti, sia nel caso in cui le persone coinvolte sono coscienti di pensare entrambe la stessa cosa o di osservare gli stessi oggetti, sia nel caso in cui chi parla tenti di costruire o precisare l'oggetto del discorso: quest'ultimo è il caso di una conversazione fra parlanti lingue diverse che hanno una scarsa conoscenza della lingua dell'altro.
Nelle comunicazioni di massa, in particolare nella pubblicità, si gioca molto su questa capacità descrittiva del gesto che si accompagna alla parola e che - il più delle volte - introduce un oggetto (il prodotto) che è poco noto alla persona alla quale egli si rivolge nello spot. Celebre il caso della campagna a mezzo video del caffè Hag dove c'è tutto un intreccio di gesti di intesa fra chi consuma Hag, il barista e il bevitore «tradizionale» di caffè che pensa che quel caffè abbia qualcosa in meno...
I movimenti del corpo eseguiti mentre si sta parlando sono vistosi o impercettibili ma mai indifferenti nella valutazione del messaggio, soprattutto nel caso di testi brevi e identicamente ripetuti (quindi in qualche modo «cerimoniali») come gli spot o short pubblicitari.
Andranno particolarmente considerati:
1. i movimenti della mano e, in minor misura, del corpo e delle gambe (a meno che non si tratti di prodotti che considerano alcune specifiche parti del corpo);
2. i cenni e altri movimenti del capo;
3. i cambiamenti nella direzione dello sguardo;
4. le espressioni del volto.
Ci sono movimenti che corrispondono alla punteggiatura del discorso scritto o a stampa, ai paragrafi, agli a capo; altri movimenti che surrogano la sottolineatura e perfino - nell'uso inglese, ad esempio - indicano l'aperturae la chiusura delle virgolette di una citazione alzando insieme le due mani con indice e medio distesi e le altre dita chiuse.
D'altra parte, bisogna attentamente valutare il contesto d'uso: lo stesso gesto - un braccio che si tende in avanti con la mano che si chiude verso il basso - può voler dire «venga pure avanti», «fai in fretta», «non sterzare né a destra né a sinistra», ecc. ecc. 

MITTENTI E DESTINATARI: SGUARDI, POSIZIONI, SIMBOLI

Non soltanto chi parla integra il proprio discorso con gesti, cenni, positure del corpo, mimica involontaria; anche chi ascolta «lavora» coi gesti accompagnando con espressioni del volto quello che gli viene detto. Può così mostrare comprensione, gradimento, fastidio, perplessità, sorpresa...
E l'interlocutore, anche se non se ne rende conto, è continuamente «collegato» con questa gestualità che egli valuta per apprezzare i modi e le caratteristiche della continuazione del discorso.
L'ascoltatore è anche un segnalatore di canale, invia output per rendere noto che il contatto è attivato e che la comunicazione può continuare. I gesti di assenso e rinforzo, di diniego e scoraggiamento si possono tradurre in altrettante istruzioni per chi parla in modo che possa controllare il successo degli scopi comunicativi.
Di qui l'utilità delle indicazioni di feedback (rinforzo) e di attenzione, senza contare quei fenomeni di imitazione inconscia che consistono nel ricalcare le mosse di chi parla.
Nella comunicazione audiovisiva il tenore di questi elementi gestuali e corporei è valutato dallo spettatore il quale, come si sa, partecipa anche emotivamente alla trasmissione del messaggio senza peraltro poterne entrare effettivamente a far parte. Si tratterà, in questo caso, di distinguere fra i segnali motori inviati da un interlocutore all'altro in scena a quelli invece «rivolti in macchina» o, più in generale, destinati allo spettatore come supporti di un suo coinvolgimento all'atto della rappresentazione audiovisiva.
La ripetuta osservazione di certi spot pubblicitari indica, infatti, un felice studio della dinamica degli sguardi, dei gesti, degli ammiccamenti, delle mosse corporee al fine di sostenere l'efficacia e l'appropriatezza del messaggio. Pensiamo, ad esempio, ai cosiddetti «indicatori di dominio interpersonale» (E. Leach) che hanno un'indubbia influenza sull'azione comunicativa e che dipendono dalle convenzioni e dai contesti culturali. Si tratta di una codificazione simbolica che attribuisce un valore alla posizione relativa fra individui in relazione al livello rispettivo (chi è più sopra, chi è più sotto), alla precedenza (chi viene presentato davanti, chi di spalle rispetto al primo), all'affrontamento (uno davanti all'altro o spalla a spalla), al grado di prossimità (vicino o distante), al tipo di lateralità (a destra o a sinistra rispetto a chi parla o a chi entra in scena).
Ma, attenzione! Se è vero - come ricorda l'antropologo Leach - che c'è quasi un significato universale della positura inclinata in avanti, genuflessa o prostrata, che indica deferenza fino alla sottomissione, non sempre chi sta in piedi dinanzi ad altri seduti va considerato a un rango superiore. Pensate alla ormai famosa scenetta Bistefani, in cui è il padrone che sta seduto alla sua scrivania. D'altra parte, ci sono le New Generations dei bibitari che si fanno vedere morbidamente accovacciate o semisdraiate a indicare disponibilità e fraterno spirito cordiale; ma anche assistiamo a gesti che altrove -nella vita quotidiana - giudicheremmo tracotanti o imperiosi, ma che invece negli spot traducono in piccole mosse
simboliche l'aggressivo sereno cinismo dei ceti rampanti. E allora sono le maniglie delle auto, i profumi, le saponette, i bagnoschiuma (meglio: le schiume da doccia), le penne, le tastiere dei video, i telecomandi, le leve del cambio, le macchine fotografiche a mostrarsi ravvicinate; ingranditi fino all'inverosimile (con una tecnica che li accomuna - ma solo superficialmente - ai prodotti per la casa, ai dadi, alle golose merendine) e agguantati da mani prensili robuste come fossero armate e pronte alla lotta, che entrano imperiosamente nelle nostre pigre ma docili coscienze teledipendenti.