L’alleanza, esperienza di amicizia con Dio e di fraternità tra gli uomini


Giuseppe De Virgilio

(NPG 2004-07-44)


La categoria dell’alleanza con Dio e tra gli uomini come “racconto biblico fondamentale”

“Fare l’alleanza con Dio e tra gli uomini” costituisce nella Bibbia un grande racconto, come una trama unica e continua, al cui interno vengono riletti i principali avvenimenti della storia del popolo eletto (AT) e della comunità cristiana (NT). Cosa si intende con il termine biblico di “alleanza”? Nel comune sentire della gente il termine alleanza evoca generalmente un accordo di natura politica, militare o socio-economica. Siamo stati abituati nello studio della storia ad usare il termine per indicare un “patto di guerra” fra soggetti o nazioni che si alleano contro un nemico comune. Tuttavia si tratta di un’applicazione limitata del concetto biblico di alleanza (in ebraico: berît, in greco: diatheke) che invece è portatore di un senso più ampio. Analizzando l’uso della categoria nei testi della Scrittura, A. Bonora ha sottolineato due concetti-base che aiutano ad allargare le prospettive bibliche dell’alleanza e ci permettono di cogliere la linearità e la chiarezza della berît intesa come nucleo di un più vasto “racconto fondamentale”: a) il termine “alleanza” indica un superamento di uno stato di ostilità e di divisione mediante un atto di pacificazione e di riconciliazione; b) l’alleanza allude sempre, seppure in modi diversi, ad una relazione di amicizia, di comunione e di fratellanza tra singoli o gruppi sociali. Dunque l’esperienza dell’alleanza-berît esprime bene le attese dell’uomo di ogni tempo, soprattutto del mondo giovanile, perché interpella la sfera delle relazioni interpersonali, il bisogno di riconciliazione, di fraternità, di pacificazione e di comunione con altri uomini o gruppi sociali.
L’alleanza è comune esperienza sociale degli uomini, i quali, anche nei racconti biblici, vengono presentati mediante patti e legami, che implicano diritti e doveri reciproci. Ricordiamo nella Bibbia le alleanze di pace (Gn 14,12.21ss.; 21,22ss.; 21,44ss.; 1Re 5,26; 15,19), il patto fraterno (Am 1,9), i patti di amicizia (1Sam 23,18) e lo stesso matrimonio (Mal 2,14) come forme di relazioni bilaterali. Vi sono anche casi di alleanze disuguali (o unilaterali), secondo cui un potente promette protezione al debole e questi si impegna a servirlo (Gs 9,11-15; 1Sam 11,1; 2Sam 3,12ss.). Mentre le alleanze tra gli uomini e i popoli sono esperienze comunemente comprese ed accettate, l’aspetto più difficile da cogliere per la cultura contemporanea è dato dal fatto che nella Bibbia l’idea di alleanza sia applicata alla relazione di amicizia e di salvezza tra Dio e l’umanità. Tale relazione viene narrata nei testi ispirati come un “incontro decisivo” che si evolve lungo un percorso “a tappe”, che culmina nel dono della vita e della salvezza da parte di Dio, prima riservato ad Israele e dopo, con la venuta di Gesù, aperto a tutti gli uomini.
La categoria biblica dell’alleanza è stata ampiamente riscoperta e riattualizzata in questi ultimi decenni, anche alla luce della recente ricerca esegetica, che ha impegnato molti studiosi nell’approfondimento delle diverse tipologie letterarie e nel confronto con le nuove acquisizioni della letteratura comparata antica. Tuttavia per il nostro percorso è rilevante sottolineare come la tradizione biblica, nelle sue diverse formulazioni, ha costruito una “storia di liberazione” centrata sul grande racconto dell’alleanza tra Jahwe e il suo popolo, nella quale il “fare alleanza” diventa il “filo narrativo” degli avvenimenti che caratterizzano il senso profondo della relazione tra Dio e il suo popolo. Poiché il racconto non appartiene solo al passato, bensì riveste un ruolo di riattualizzazione, la narrazione dell’alleanza nel progressivo schiudersi degli avvenimenti biblici, rivela come questa categoria abbia costituito l’alveo entro il quale l’ebreo ha interpretato il senso della propria esistenza religiosa e il progetto di Dio nella storia. Cercheremo di puntualizzare il nucleo centrale dell’evento dell’alleanza, le tappe e i protagonisti del racconto, per poi passare a segnalare i messaggi e i collegamenti con il mondo giovanile.

L’EVENTO, LE TAPPE E I PROTAGONISTI DEL RACCONTO

L’evento: il racconto dell’esodo e dell’alleanza al Sinai

La riflessione biblica trae la sua origine da un avvenimento centrale, la cui esemplarità è stata interpretata e riletta come parametro dell’intera opera di Dio a favore del popolo: la salvezza compiuta da Jahwe mediante la liberazione dalla schiavitù egiziana (Es 1-15) e il dono della terra promessa (Es 6,4). Questo evento è presentato come effetto dell’azione potente di Jahwe, il quale ha voluto concludere sul monte Sinai un’alleanza con il popolo eletto. Il decalogo (Es 20,1-17; Dt 5,6-21) consegnato a Mosè come “segno” del vincolo reciproco tra Jahwe e la comunità israelitica, rappresenta il documento centrale di questa berît. Il prologo storico con cui esordisce il decalogo diventa l’inizio della grande narrazione con cui Jahwe formula le disposizioni per il popolo: “Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dal paese d’Egitto, dalla condizione di schiavitù” (Es 20,2). Senza dubbio il racconto dell’alleanza sinaitica (Es 19-24) costituisce la più massiccia ed antica testimonianza dell’evento della liberazione, che consente di interpretare le tradizioni dei patriarchi, l’opera della creazione e gli avvenimenti legati al cammino del popolo nel deserto, nella prospettiva dell’incontro e della comunione con Dio nella terra promessa in dono.
In questa grande narrazione Jahwe si rivela come il “Dio che salva” (Es 3,14-17), colui che ha chiamato Mosè e lo ha inviato al faraone per imporgli di lasciarlo partire con “i figli di Israele”. Per mezzo suo egli ha compiuto “segni e prodigi… con l’intervento di grandi castighi” (Es 7,3.4), le dieci terribili piaghe, di cui l’ultima, la morte dei primogeniti d’Egitto, aveva avuto luogo nella notte di Pasqua (Es 12,29-30).
Così dopo l’abbandono della terra di Egitto, mentre erano nel deserto accampati presso il mare dei giunchi (Es 13,21), gli israeliti fecero un’esperienza decisiva: essi “videro” la salvezza che Jahwe operava per loro, facendoli passare illesi attraverso il mare e distruggendo l’esercito egiziano dietro di loro (Es 14,13; 15,2). Altri prodigi furono compiuti da Jahwe durante la marcia nel deserto: per saziare la loro fame fu concesso al popolo la manna nel deserto (Es 16; Nm 11,7-9; Dt 8,3) e l’acqua scaturita dalla roccia (Es 17,1-7; Nm 20,1-13). Tutti questi prodigi sono presentati dalle diverse tradizioni letterarie come gesti compiuti da Jahwe per manifestare il suo progetto di salvezza e portarlo a compimento a favore del popolo che si è scelto.
Il racconto ha come protagonista Dio stesso, il quale ha agito con potenza. Così il salmista introduce il ricordo delle gesta di Jahwe per il suo popolo nel Sal 78 ed invita alla lode per la potenza operata da Dio: “Popolo mio, porgi l’orecchio al mio insegnamento, ascolta le parole della mia bocca. Aprirò la mia bocca in parabole, rievocherò gli arcani dei tempi antichi.
Ciò che abbiamo udito e conosciuto e i nostri padri ci hanno raccontato, non lo terremo nascosto ai loro figli; diremo alla generazione futura le lodi del Signore, la sua potenza e le meraviglie che egli ha compiuto” (Sal 78,1-4). La meraviglia di Dio si fa “racconto di liberazione” e il dono di alleanza per tutte le generazioni, fino all’“oggi” del narratore: “Quando in avvenire tuo figlio ti domanderà: Che significano queste istruzioni, queste leggi e queste norme che il Signore nostro Dio vi ha date? tu risponderai a tuo figlio: Eravamo schiavi del faraone in Egitto e il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente. Il Signore operò sotto i nostri occhi segni e prodigi grandi e terribili contro l’Egitto, contro il faraone e contro tutta la sua casa.
Ci fece uscire di là per condurci nel paese che aveva giurato ai nostri padri di darci. Allora il Signore ci ordinò di mettere in pratica tutte queste leggi, temendo il Signore nostro Dio così da essere sempre felici ed essere conservati in vita, come appunto siamo oggi” (Dt 6,20-24).
Questo processo di liberazione dall’oppressione, dall’ingiustizia e dalla sofferenza culmina dunque con l’impegno dell’alleanza al monte Sinai e con il dono della legge.
Il primo e più importante dei comandamenti recita: “Non avrai altri dei davanti a me” (Es 20,3). A questa clausola fondamentale fanno seguito altri nove comandamenti, che toccano il valore liberante che deve sussistere nei rapporti interpersonali. Questo significa che, in virtù dell’iniziativa di Dio, essi sono chiamati ad aderire al suo progetto diventando a loro volta “liberatori” ciascuno del suo prossimo. In tal modo ciascun israelita, nella sua storia personale e familiare, fa suoi i prodigi compiuti dal Signore, li reinterpreta attraverso la narrazione e rivive in modo sempre nuovo la fedeltà all’alleanza. Al decalogo fa seguito il “codice dell’alleanza” che ne descrive le implicazioni nella vita quotidiana (Es 20,22-23,19): al termine viene introdotta la principale benedizione divina che consiste nel dono della terra (Es 23,20-33). La memoria storica conservata in un “invito a ricordare” del successivo libro del Deuteronomio è una chiave di lettura della storia della liberazione e spinge a rileggere il cammino vissuto dal popolo secondo una prospettiva di salvezza e di speranza: “Ricordati di tutto il cammino che il Signore tuo Dio ti ha fatto percorrere in questi quarant’anni nel deserto, per umiliarti e metterti alla prova, per sapere quello che avevi nel cuore e se tu avresti osservato o no i suoi comandi” (Dt 8,2). La memoria della liberazione e dell’alleanza riecheggia nelle diverse tappe storiche che Israele è chiamato a vivere con Jahwe. Alla luce del grande racconto della liberazione, espressa con il binomio uscire (dall’Egitto) – entrare (nella terra promessa), si illuminano e si comprendono altri racconti e avvenimenti con i diversi personaggi, la cui vita è stata segnata dall’incontro con Dio.

Le tappe e i protagonisti

Il racconto della liberazione-alleanza si coniuga attraverso alcune grandi tappe, che costituiscono le premesse e le conseguenze di questo evento centrale della storia del popolo. Seguendo la gradualità del percorso canonico possiamo indicare in modo sintetico sette tappe più espressive della narrazione della liberazione-alleanza, che percorrono la Bibbia dall’Antico al Nuovo Testamento:
– l’alleanza cosmica attraverso Noè (Gn 9);
– la promessa ad Abramo (Gn 15);
– la celebrazione del Sinai (Es 24);
– la liturgia a Sichem (Gs 24);
– la profezia di Natan (2Sam 7);
– il simbolismo sponsale nei profeti;
– il sacrificio della nuova ed eterna alleanza in Gesù.

L’alleanza cosmica attraverso Noè (Gn 9)

Il racconto dell’alleanza attraverso Noè e la sua famiglia si colloca nell’epilogo della sezione del diluvio universale (Gn 6-9). A scatenare la catastrofe del diluvio è la violenza (hamas) prodotta dagli effetti del peccato originale (Gn 3), che ha corrotto i rapporti sociali tra gli uomini ed ha introdotto una crescita inarrestabile del male nel mondo (Gn 6,5-6).
L’evento distruttivo del diluvio non è dunque una minaccia o una rovina che viene “dal di fuori” del mondo, bensì è frutto della mortale potenza negativa prodotta dalla violenza umana. Tuttavia la distruzione provocata dall’inondazione della terra non fa ritornare il mondo nel caos, così da rendere necessaria una seconda creazione, ma costituisce come un “nuovo inizio” mediante la benedizione di Dio (Gn 9,1) e la salvezza della famiglia di Noè, il “primo salvato dalle acque”. Il racconto è ricco di molti simbolismi che si collegano al tema della creazione (l’acqua, l’arca con gli uomini e gli animali, il tema del sangue, l’arcobaleno) e rivelano la volontà libera di Dio nell’annunciare l’alleanza (berît) con il mondo “ri-creato” e nuova umanità. Se osserviamo con attenzione il brano di Gn 9,1-17, vediamo che il soggetto dell’azione rimane Dio: egli solo parla e stabilisce l’alleanza (9,9.11.17), dona la berît, l’arcobaleno sulle nubi (v. 13a), ricorda la berît (v. 15), vede l’arcobaleno per ricordare l’alleanza (v. 16). Dio è il signore e l’amante della vita, l’alleato con l’uomo e con il cosmo. La sua signoria è simboleggiata proprio dal simbolo dell’arcobaleno, che rappresenta la potente regalità sul mondo intero.
L’intento del narratore è quello di presentare, nel segno dell’arcobaleno, la garanzia della stabilità e della vita sul mondo che Dio stabilisce come un impegno-promessa nei riguardi della terra (v. 13) e di tutti gli uomini (vv. 15.16): “Il mio arco pongo sulle nubi ed esso sarà il segno dell’alleanza tra me e la terra. Quando radunerò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi e tra ogni essere che vive in ogni carne e noi ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne” (Gn 9,13-15). Tale ha dunque il senso di una “promessa irrevocabile”, totalmente gratuita e misericordiosa, che il creatore estende all’intero cosmo. Si tratta di una formulazione importante per comprendere il rapporto tra Dio e il cosmo in termini di libertà e di amore per la vita. Così ogni volta che la violenza tende a riportare il mondo nel caos, Dio interviene con la sua promessa a garantire l’ordine cosmico, a salvare il mondo dalla distruzione. Questa “promessa” può essere considerata il “primo atto”, contestualizzato nei racconti delle origini (preistoria biblica), che introduce il lettore alla successiva “storia della salvezza”.

La promessa ad Abramo (Gn 15; 17)

Al modello dell’“alleanza cosmica”, segue l’alleanza “personale” che Dio stringe con Abramo (Gn 15; 17 cf Ne 9,7-8). Non soltanto i testi specifici trattano del patto che Dio realizza con Abramo e la sua discendenza, ma l’intera vicenda del patriarca è da considerarsi esemplare per comprendere la promessa e la liberazione del popolo ebraico.
Con il primo grande patriarca inizia propriamente la narrazione “storica” e in Abramo vengono anticipati tutti i motivi teologici ed esistenziali che saranno ripresi e tematizzati nelle successive tappe. Il primo testo in cui si documenta una celebrazione di alleanza è Gn 15, attribuito alla tradizione sacerdotale, cioè ad una corrente di pensiero storico-religioso tardiva, che interpreta la vicenda patriarcale in un quadro narrativo e teologico cultuale, ieratico. Il racconto ha Dio come protagonista che dialoga con Abramo, promettendogli la discendenza mediante un figlio che gli sarà erede (15,4). Abramo crede alla promessa dell’Altissimo ed accetta di contrarre il patto. La scena è contrassegnata da una serie di simboli: Abramo è invitato a “guardare il cielo e a contare le stelle” (v. 5), ossia a riconoscere la sua povertà di fronte alla grandezza del creatore. Il patriarca, caduto in una situazione estatica, vede davanti a sé animali divisi e posti l’uno di fronte all’altro. In mezzo agli animali passa un “forno fumante e una fiaccola infuocata” (v. 17), simbolo della presenza di Dio. Questo rito è spiegato in 15,18, secondo cui il Signore passando, “taglia l’alleanza (karat berît)”, promettendo sotto giuramento il dono della discendenza e della terra.
Da una parte la promessa di Dio e dall’altra il vincolo obbligante del credente che sa di poter contare sul favore gratuito dell’Onnipotente.
Lo stesso motivo prosegue nella promessa di Gn 17, che implica un triplice impegno da parte di Dio: la fecondità del patriarca (17,6), il dono della terra ai suoi discendenti (17,8), la signoria di Dio sul popolo che nascerà dalla famiglia patriarcale (17,8). In questo secondo racconto di alleanza, il segno richiesto ad Abramo è quello della circoncisione (17,9-14), che sarà perpetuato dagli israeliti come ricordo di questa “alleanza di sangue”. Dall’economia dei racconti si avverte come alla radice dell’alleanza con Abramo sta la volontà amorosa e benefica di Dio, la sua dedizione salvifica presente e futura.

La celebrazione del Sinai (Es 24)

Il contesto sinaitico della celebrazione della berît presuppone la storia della liberazione dall’Egitto e il cammino nel deserto verso la terra promessa, che costituisce il “centro teologico” della relazione tra Jahwe e il suo popolo e più ampiamente della grande esperienza religiosa ebraica. Certamente i racconti di Es 19-24 localizzati al monte Sinai (Horeb) registrano la parte più consistente e antica della categoria dell’alleanza. I motivi che comprendono la celebrazione sinaitica sono diversi rispetto al modello abramitico.
Anzitutto si ha il passaggio da un modello “personale” ad un modello “comunitario” di alleanza. Infatti è a partire dai racconti dell’Esodo che viene presentata la graduale crescita e costituzione della comunità israelitica (figli di Israele, comunità, popolo in cammino, ecc.). Israele passa così da uno status familiare di tipo tribale (figli di Giacobbe e fratelli di Giuseppe; cf Es 1,5-6) ad un progressivo sviluppo comunitario, la cui identità crescerà in relazione all’alleanza e al possesso della terra.
Tre temi ruotano intorno al modello sinaitico della berît: l’evento della liberazione dalla schiavitù; il cammino attraverso il deserto; il rito sinaitico con la consegna della to-rah. Questi tre motivi indicano come l’alleanza sinaitica non è un semplice trattato stipulato con formule, ma è da considerarsi come una condizione esistenziale dell’intera comunità israelitica in rapporto a Dio e alla storia. I testi che riguardano Es 19-24 sono di diversa tradizione e composizione. È qui il caso di sottolineare in modo particolare Es 24,1-11, dove si narra del banchetto sacro, di alcuni simboli rituali (pietre, sangue asperso sul popolo) e si sottolinea il valore della risposta del popolo all’ascolto della Parola di Jahwe (24,3.7).
Il banchetto sacro sottolinea l’idea che sul Sinai accade un evento insieme trascendente e familiare. Trascendente perché il popolo incontra Jahwe mediante gli elementi simbolici della teofania (24,10) e familiare, perché il patto è istituito attraverso il rito del sangue e i simbolo delle dodici stele, che rappresenta l’unità delle tribù. Il carattere personale dell’alleanza è messo in evidenza dall’impegno esplicito del popolo (v. 3) e la comunione con Dio è significata dall’offerta dei sacrifici (v. 8). Il racconto fa emergere gli elementi costitutivi dell’esperienza sinaitica: la volontà di Dio di incontrare e di fare comunione con il suo popolo, il ruolo centrale dell’ascolto della Parola e dell’assenso al patto, il rito del sacrificio e dell’aspersione del sangue. Dunque il testo presenta l’alleanza sinaitica non come un trattato, bensì come un vincolo parentale: Jahwe e il popolo sono uniti dallo stesso sangue, cioè dalla stessa vita, sono membri quasi della stessa famiglia. In questo senso i “figli di Israele” diventano, in forza di tale unione, “popolo-famiglia” (‘am) di Dio.
Un ultimo aspetto da rilevare è dato dall’importanza della Parola e dell’ascolto, che viene evidenziato nella descrizione di Es 19,3-25 (Mosè sul monte, promessa dell’alleanza, preparazione del popolo) ed ha il suo seguito in Es 20 (il decalogo), le tavole della legge. Siamo di fronte ad una “liturgia della Parola”, che rivela la presenza stessa di Dio-Parola. Il popolo è chiamato ad ascoltare e a vivere l’incontro con Dio che rimane presente nella sua Parola, il decalogo. Per la prima volta il segno di questo incontro parentale è costituito da un decalogo, interpretato come vincolo di “amicizia di sangue” tra Jahwe e il suo popolo, liberato dalla schiavitù.

La liturgia a Sichem (Gs 24)

Il cammino nel deserto, descritto nei libri della to-rah, culmina con l’ingresso graduale del popolo nel territorio di Canaan. A Sichem è descritta la liturgia della ratifica dell’alleanza che Giosuè svolge al cospetto di tutte le tribù, ottenendo la risposta di fedeltà a Jahve. Già in Gs 8,30-35 si parla di una prima assemblea a Sichem. Tuttavia in Gs 24 si ha l’atto ufficiale conclusivo del libro e del cammino dell’esodo, che si compone di una panoramica storica (vv. 2-13) e di una esortazione ad accogliere l’alleanza e a rinnovare l’impegno con Dio (v. 14-24). La scelta del popolo non è che la risposta alla stessa fedeltà di Jahwe che ha guidato Israele dalla schiavitù alla libertà, attraverso il deserto. La promessa fatta in Abramo e ratificata in Mosè, si compie in Giosuè, con il possesso della terra. Il dialogo liturgico ricorda il rito di Es 24 e la tradizione deuteronomistica degli ultimi discorsi di Mosè. Alla domanda di Giosuè il popolo sa di impegnarsi liberamente e consapevolmente a servizio di Dio, escludendo ogni forma di idolatria. Così in Gs 24,25 si conclude l’alleanza con il segno della stele, posta sotto il terebinto. Giosuè può affermare: “Ecco, questa pietra sarà una testimonianza per noi, perché essa ha udito tutte le parole che il Signore ci ha detto; essa servirà quindi da testimonio contro di voi, perché non rinneghiate il vostro Dio” (vv. 26-27). È rilevante osservare come la scelta di Dio, allo stesso modo che al Sinai, non si realizza senza il consenso della libertà umana. La comunità delle tribù, rappresentata come punto di arrivo dell’intero itinerario dell’esodo, inizia nella terra promessa una nuova storia di alleanza, che conoscerà alterne fortune.

La profezia di Natan (2Sam 7)

Una tappa ulteriore della narrazione dell’alleanza è costituita dalla profezia che Jahwe rivolse a Davide per bocca del profeta Natan nel contesto della costruzione del tempio a Gerusalemme (2Sam 7; 1Cr 17). Pur non ricorrendo in 2Sam 7 il termine berît (il termine si ritrova in 2Sam 23,1-7), l’interpretazione fornita nel Sal 89,27-38 mostra come Israele abbia interpretato quell’oracolo secondo la prospettiva narrativa della fedeltà di Jahwe verso la monarchia davidica e soprattutto la sua “discendenza” (bayît). La nostra categoria riveste un’accentuazione messianica futura e soprattutto secondo 1Cr si connette con l’alleanza patriarcale e sinaitica. A Davide che stava pensando e progettando la costruzione del tempio in Gerusalemme per collocarvi l’arca (2Sam 7,1-3), Jahwe risponde comunicandogli un disegno divino che sarebbe dovuto avverarsi in futuro: “… assicurerò dopo di te la discendenza uscita dalle tue viscere… egli edificherà una casa in mio nome e io renderò stabile il suo regno. Io gli sarò padre ed egli mi sarà figlio” (2Sam 7,12-14). Oltre al riferimento immediato al suo successore, il figlio Salomone (cf 1Cr 22,7-11), l’espressione “casa-casato-discendenza” indica la prosecuzione della fedeltà dell’alleanza nel futuro politica di Israele, che si realizzerà con la venuta di un “figlio”, il cui trono sarà stabile e la cui casa regale durerà per sempre.
L’allusione messianica appare evidente, così come è stata recepita nei Sal 132 e 89 e in seguito dagli autori neotestamentari. In realtà l’alleanza regale con Davide e la sua discendenza non si identifica semplicemente con un trattato di vassallaggio, bensì è una promessa di Dio che s’impegna e garantisce la sua protezione anche nel caso di infedeltà dei re. La promessa divina non riguarda la perennità dello stato d’Israele, ma la protezione a favore della società di Dio che si edifica sulla base della torah. In tal modo la storia ebraica sarà segnata da una sequenza di infedeltà all’alleanza, ma Jahwe, pur punendo il suo popolo, rimarrà fedele al suo patto. È questo un tema ricorrente nella tradizione profetica.

Il simbolismo sponsale nei profeti

Il messaggio profetico riprende con diversi simboli la relazione dell’alleanza tra Jahwe e il popolo. Essi denunciano l’infedeltà di Israele nei riguardi di Dio, annunciano castighi, minacciano la punizione del peccatore, richiamando alla coscienza del popolo il patto sinaitico. Tuttavia la predicazione profetica mette in luce una nuova interpretazione della berît, svincolata da un’accezione giuridica e riletta nell’ottica affettiva e sponsale dell’esperienza umana, una “teologia del cuore”. Infatti per spiegare i sentimenti e le relazioni tra Dio e il popolo, i profeti ricorrono alle immagini più comuni e comprensibili, quali Jahwe-pastore di Israele, il popolo- figlio. In modo speciale il simbolismo dell’alleanza trova la sua applicazione soprattutto nella dimensione sponsale ed affettiva, che fanno apparire l’alleanza sinaitica come un rapporto di amore gratuito di Dio (Ez 16,6-14) che domanda in cambio un amore obbediente.
Per la prima volta l’idea di alleanza come legame sponsale appare in Osea. Nel quadro simbolico del nostro profeta spicca la centralità dell’amore dell’alleanza (hesed) che qualifica la natura della relazione tra Dio e il popolo. L’infedeltà del popolo produrrà il castigo da parte di Dio, lo sposo tradito, che non risparmierà le prove nazionali a Israele, quali la rovina di Gerusalemme, l’esilio babilonese e la dispersione. Tuttavia malgrado la rottura della fedeltà, il progetto dell’alleanza rivelato da Dio rimane immutato (Ger 31,35ss; 33,20-26). Così Osea predice la futura pace tra l’uomo e l’intera creazione (Os 2,20-24); Geremia annuncia l’inizio di una “nuova alleanza” che Dio scriverà nel cuore degli uomini (Ger 31,33); Ezechiele parla di un’alleanza eterna di pace (Ez 36,26), che implica il mutamento del cuore e il dono dello Spirito (Ez 36,26s.). Si realizza così il progetto annunciato un tempo con la formula: “voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio” (Ger 31,33; Ez 36,28; 37,27). La promessa riportata dal profeta Geremia di un’alleanza nuova.
Nel libro di Isaia, l’autore annuncia la consolazione della comunità dei credenti, riprendendo il tema dell’alleanza escatologica (Is 54). La figura profetica del servo sofferente di Jahwe sarà il misterioso protagonista dell’alleanza del popolo con Dio (Is 42,6; 49,6ss.), mediante la sua predicazione e il suo sacrificio. Tale alleanza non avverrà più solo con Israele, bensì con l’intera umanità. In definitiva l’opera del servo sofferente realizzerà in modo completo ed universale il progetto di alleanza introdotto con Noè e i patriarchi, ratificato sul Sinai, confermato a più riprese nella storia della salvezza.

Il sacrificio della nuova ed eterna alleanza in Gesù

L’itinerario percorso rivela come la categoria dell’alleanza supera l’idea della terra promessa e della regalità storica di Israele e si proietta nel compimento futuro. Il profeta Geremia aveva annunciato una “nuova alleanza”, scritta nel cuore dei credenti, che doveva compiersi nel tempo futuro, mediante l’opera messianica. Secondo questa prospettiva la categoria dell’alleanza (diatheke) “nuova ed eterna” viene rielaborata nel Nuovo Testamento in riferimento a Gesù Cristo, particolarmente nel contesto dell’istituzione eucaristica e nella elaborazione cristologica della lettera agli Ebrei.
Nei quattro racconti eucaristici ritorna il termine “alleanza” inteso come disposizione di Dio in vista della salvezza universale. Il contesto eucaristico rappresenta un momento centrale della rivelazione cristologica che illumina e “riqualifica” la categoria dell’alleanza. Dopo le parole sul pane, Gesù prende il calice, lo benedice e lo condivide con i suoi apostoli affermando: “Questo è il mio sangue, il sangue dell’alleanza, che sarà sparso per una moltitudine” (Mc 14,24) e nella versione matteana si aggiunge “per la remissione dei peccati” (Mt 26,28). La tradizione paolina, seguita da Luca, recita: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue” (1Cor 11,25; Lc 22,20). Le parole pronunciate che contengono l’idea di alleanza, ricollegano il gesto eucaristico all’atto che Gesù sta per compiere: la sua morte accettata liberamente per la salvezza dei “molti”. Comprendiamo come la categoria di alleanza non è un semplice ricordo della legge sinaitica, bensì si collega al mistero pasquale e alla sua dimensione salvifica. L’Eucaristia è il segno sacramentale di questa nuova alleanza, in quanto in essa si compie il dono, in modo sublime, di tutta la storia delle alleanze dell’Antico Testamento in modo unico e definitivo.
Le parole eucaristiche rivelano come Gesù si considera il “servo sofferente” (Is 53,11s.) ed intende la sua morte come un sacrificio espiatorio. Questo aspetto viene ripreso nella lettera agli Ebrei, dove si mette a confronto l’alleanza antica con quella nuova di Cristo. L’autore della lettera afferma che Gesù ha istituito con il dono di sé la nuova alleanza, non più fatta mediante immolazioni di animali (Es 24,8) e formule rituali levitiche, ma realizzata mediante la sua morte in croce per la nostra salvezza (Eb 9,19-20). Dunque è Gesù il mediatore unico della nostra salvezza, il ponte tra cielo e terra, il servo sofferente che ha dato se stesso per ristabilire l’alleanza con Dio e tra gli uomini. Mediante questa nuova “disposizione” ciascun uomo ottiene il perdono dei peccati e gli è data la possibilità di ritornare a Dio.
I credenti, dopo la pasqua, hanno preso gradualmente coscienza della loro identità di “comunità della nuova alleanza”, vivendo l’ascolto della Parola e la condivisione della “cena del Signore” (cf 1Cor 11,17-33). Si può affermare dunque che dall’eucaristia, memoria e compimento dell’alleanza, nasce il popolo nuovo, la chiesa. Nel segno eucaristico, che diventa il centro della vita cristiana, si compie in modo sublime tutta la storia veterotestamentaria delle alleanze di Dio con il suo popolo e si visibilizza la realtà della comunione fraterna ed universale. Questo stile di vita, testimoniato negli scritti del Nuovo Testamento, diventa un “modello nuovo” di solidarietà per i popoli, capace di raggiungere, con la forza propulsiva dell’evangelizzazione cristiana, le regioni più lontane del mondo abitato e di trasmettere la forza unificante della fraternità evangelica e l’annuncio del compimento del Regno.
In definitiva colui che si affida a Dio in Cristo Gesù, è chiamato a rimettersi in cammino come Abramo, ad annunciare la liberazione come Mosè, a sperimentare l’amore fedele di fronte alle infedeltà, come per i profeti. La categoria dell’alleanza è il filo rosso che congiunge tutta la storia di Israele in una splendida sintesi narrativa, che siamo chiamati a rileggere nella vita dei credenti e nell’esperienza dei giovani in ricerca.

CINQUE NUCLEI TEMATICI DELLA “GRANDE NARRAZIONE DELL’ALLEANZA” PER LA PASTORALE GIOVANILE

Nel percorrere le narrazioni legate alla nostra categoria, vorremmo indicare alcuni nuclei tematici riassuntivi che possono raccordarsi alla storia odierna ed incrociare le piste del mondo giovanile. Dalla visione complessiva delle esperienze e delle forme di alleanza tra Dio e il suo popolo si evince soprattutto una concreta strada che Dio ha voluto intraprendere con gli uomini, quella dell’amicizia.

Alleanza come amicizia

L’alleanza si propone come una grande narrazione di amicizia tra Dio e gli uomini. L’amicizia dice volontà di incontro e di dialogo, capacità di “entrare” nell’intimo dell’interlocutore e rispettarne la sua verità esistenziale, fare esperienza concreta dell’importanza dell’altro così come esso è, accettandolo e promuovendolo. L’iniziativa di questa amicizia dalle alterne vicende è certamente di Dio, e l’itinerario proposto nei racconti biblici ci aiuta a capire come le diverse tappe dell’alleanza costituiscono dei passaggi pedagogici perché i due partners possano imparare a conoscersi, ad incontrarsi e a vivere in una giusta relazione. Dall’amicizia cosmica con Noè, rappresentante della nuova umanità insieme alla sua famiglia, all’amicizia eucaristica, interpretata nella sua forma più sublime da Gesù nell’ultima cena, alla luce della dichiarazione giovannea, che segna l’amore sconfinato di Dio per l’umanità: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi” (Gv 15,15). Il racconto dell’alleanza costituisce una via per riscoprire il volto di Dio, come volto amico (Sap 7,23). Questo aspetto è significativamente presente nell’attesa del mondo giovanile, più che mai alla ricerca della costruzione di una storia di fedeltà e di amicizia. Tuttavia l’amicizia è una relazione che si qualifica nella storia e attraverso la storia, e per tale ragione richiede la memoria e la narrazione. Costruire e crescere nell’amicizia consente ad Israele di comprendere la propria identità e di relazionarsi con il proprio Dio, come Dio “personale”, relazionale, amico.

Alleanza come “chiave ermeneutica” della storia

Un secondo aspetto della narrazione si fonda sull’interpretazione – confermata e sviluppata nel tempo – secondo cui l’alleanza rappresenta una “chiave ermeneutica” della storia di Israele e in e con Gesù, di ciascun credente. Dal percorso svolto si comprende come la comunità ebraica non ha inteso l’alleanza come un episodio isolato nel tempo, ma al contrario ha letto il tempo alla luce dell’alleanza e delle sue conseguenze positive. Così gli avvenimenti della storia, dalla promessa fatta ad Abramo fino al compimento del tempo messianico, sono stati oggetto di lettura di fede, mediante la narrazione generazionale e la celebrazione liturgica delle meraviglie compiute da Jahwe. In conseguenza dell’evento dell’alleanza, il credente può leggere oggi la storia come un tessuto di relazioni significative, orientate alla salvezza e alla felicità. La faticosa comprensione della storia personale che talora emerge dal vissuto giovanile necessita di una chiave di lettura sapienziale, che deve ponderare il dialogo tra Parola di Dio e giovani. “Aiutami a capirmi e ad accettarmi, rileggendo la mia storia” fu l’invito rivoltomi da un giovane in discernimento vocazionale. Troppe volte si avverte come l’idea di Dio e della comunità cristiana non è recepita ed elaborata secondo una storia di alleanza, ma talora è vista come una “impersonale istituzione moraleggiante”. Rileggere la vicenda dell’esodo come liberazione da una prospettiva precettistica, significa aiutare i giovani a passare da una concezione di Dio-padrone ad una di Dio-alleato, che ha deciso di “mettersi davanti” a noi e di “lottare” per la liberazione e la pace del suo popolo.

Alleanza come cammino di liberazione

È chiaro che dire alleanza significa dire “itinerario di un cammino”. Fu così nelle diverse tappe che segnarono la faticosa esperienza del popolo ebraico ed è così anche nell’oggi del mondo giovanile. I simboli dell’itinerario storico-teologico di Israele sono analoghi a quelli presenti nella cultura contemporanea che qualifica le vicende delle nostre comunità. L’alleanza è una necessaria risposta alla situazione di schiavitù. Il faraone egiziano prende nomi diversi nella rielaborazione idolatrica variamente espressa nel contesto attuale. L’esperienza della sofferenza, del dolore assurdo ed apparentemente irrisolvibile, il senso di smarrimento e di abbandono sono tutti aspetti che segnano le giovani generazioni, non senza disincanto e incertezza. Dio sembra essere muto anche oggi. Occorre entrare nella sapienza della narrazione esodica del “cammino” per cogliere tutta l’attualità dell’intervento liberante di Jahwe. Le piaghe, l’esodo, il passaggio del mare, l’esperienza del deserto, l’incontro con Dio al Sinai compongono un filo narrativo di un percorso di liberazione, che guarda al futuro. La lettura della vita giovanile, segnata dalle ferite della schiavitù e dalla speranza di liberazione, si interpreta bene nella ricchezza della categoria dell’alleanza. Come il popolo ebraico fu chiamato alla libertà, così il credente oggi è chiamato a vivere il proprio esodo verso una terra promessa. La meraviglia di questo cammino è vedere come Dio rovescia la sorte del suo popolo, che dalla morte rinasce alla vita. Tale visione teologica è ripresa soprattutto nell’impianto dell’opera lucana, secondo cui Gesù porta a compimento, insieme ai suoi discepoli, l’esodo della sua esistenza donata, rivelando così la portata esistenziale e teologica della potenza di Dio per chiunque crede. La comunità riunita interno all’eucaristia, che vive la comunione fraterna e il servizio, rappresenta il nuovo popolo che Dio ha liberato e che sta nutrendo nell’itinerario verso il compimento. Così l’alleanza realizzata nel dono eucaristico è punto di arrivo di un cammino che Gesù ha compiuto con i suoi apostoli fino al compimento del suoi giorni.

Alleanza come riacquisizione di una identità progettuale

La dimensione vocazionale (progettuale) è una componente decisiva della relazione di alleanza tra Jahwe e il suo popolo. Gli episodi legati all’alleanza davidica e al simbolismo profetico rivelano una continua “scoperta” di Dio ed insieme una crescita nell’autoconsapevolezza del essere “popolo eletto”. Le immagini profetiche della discendenza di Davide, le diverse metafore sponsali della relazione Dio-popolo rappresentate nei libri profetici invitano ad una riacquisizione della propria identità personale e comunitaria di fronte al progetto divino. Nel nostro contesto, la narrazione diviene scoperta di una vocazione all’incontro con Dio. Più che mai oggi la narrazione biblica deve favorire la conoscenza di sé e del progetto di vita, in quanto l’istanza dell’identità costituisce un bisogno primario del cammino giovanile. In tutti gli episodi di alleanza, i personaggi della narrazione fanno un cammino di riscoperta della propria identità: Noè diventa “primo uomo” di una nuova generazione, Abramo diventa “padre” di una moltitudine, Mosè diventa “guida” di un popolo oppresso, Davide diventa “capostipite” della discendenza messianica. Il “sì” all’alleanza con Jahwe implica la risposta ad una vocazione, ad un progetto. È diffusamente presente anche oggi, anche nel contesto giovanile, la tendenza a prospettare modelli di vita senza progetti (l’uomo senza vocazione). La risposta biblica che nasce dai nostri racconti è chiara: la relazione di alleanza con Dio genera una crescente scoperta della propria identità ed insieme della propria progettualità, aperta al compimento futuro.

Alleanza come modello universale di fraternità e di pace

Un ultimo aspetto da rilevare è costituito dal cambiamento delle relazioni interpersonali che l’evento dell’alleanza ha prodotto nella comunità ebraica. La rivelazione di Jahwe come alleato ed amico di Israele, sancito dal dono della legge sinaitica, ha introdotto il modello della fraternità e l’ideale della pace. Nel Nuovo Testamento, Gesù porta a compimento il modello dell’alleanza “nel suo sangue”, instaurando una fraternità universale e portando la “sua pace” (Gv 14,27). Il credente è chiamato a vivere la fraternità sul modello dell’alleanza di Dio. Tale fraternità si declina in forme e modi diversificati: accoglienza, servizio, ricerca della verità, protezione dei più deboli, riconciliazione, collaborazione, solidarietà materiale e morale, costruzione di una civiltà di concordia e di pace. Tra i temi dominanti della nostra epoca, dopo le tragedie belliche del secolo passato, quello della pace è uno dei più pressanti. L’esigenza della fraternità e della pace emerge soprattutto dal mondo giovanile, chiamato a costruire relazioni interpersonali ispirate alla concordia e alla solidarietà. Ne è testimonianza l’impegno sempre crescente nel volontariato e nel servizio. Il messaggio dell’alleanza racchiuso nei racconti biblici, contrassegnati anche da descrizioni militari e narrazioni belliche, è tuttavia centrato sul modello della pace e della fraternità, voluto da Dio. Vi è uno strettissimo rapporto tra la berît e lo shalom biblico: l’alleanza ordina le relazioni del popolo con Dio, la pace comprende il frutto ideale di questa relazione, aperta alla vita e alla prosperità. La beatitudine rivolta agli “operatori di pace”, realizzata nell’esempio di Gesù, si collega al tema dell’alleanza e si propone come una esigenza vitale per i giovani del nostro tempo.

Conclusione

L’alleanza nella sua concezione biblica non è un’esperienza compromissoria, né un mero esercizio di diplomazia, bensì una grande “profezia” per i credenti, ed in particolare per le attese del mondo giovanile.
Essa deve diventare un’autentica esperienza di compagnia con Dio e, di conseguenza, con gli uomini e le donne del nostro tempo. Mentre i patti politico-militari si costruiscono su compromessi ed interessi comuni, su progetti e calcoli umani datati nel tempo, l’alleanza biblica si fonda sulla volontà di Dio di amare l’uomo incondizionatamente ed eternamente. La storia della salvezza, raccontata attraverso le tappe che abbiamo segnalato nel nostro percorso, è un’avventura di amicizia e di fedeltà, una riscoperta vocazionale del proprio destino di felicità, una vera scommessa su Dio e sul futuro che egli ci ha promesso.
L’alleanza diventa una parola rischiosa per coloro che calcolano e che si fidano solo di se stessi, ma provvidenziale per i giovani, che si aprono alla ricerca del mistero e del senso della loro vita.
Sono loro i protagonisti che devono essere stimolati, aiutati e sostenuti nel fare il cammino per scoprire il Dio-alleato e per “raccontarlo” a tutti.