Breve fenomenologia (e sociologia) del corpo

Inserito in NPG annata 2001.


Alberto Melucci

(NPG 2001-05-12)


C’è una domanda che ciascuno di noi si pone frequentemente.
È una domanda che ricorre da tempi lontanissimi, ma che forse non si è mai posta con tanta frequenza e diffusione come oggi. È la domanda: «Chi sono io?».

CORPO E IDENTITÀ

Basta aprire la televisione, sfogliare un giornale o un rotocalco per trovare questa domanda messa in primo piano in modo diretto o indiretto; e dietro ai numerosi talk-show televisivi in cui la gente va a parlare degli affari suoi c’è questa domanda su di sé, latente, qualche volta esplicita, che ricorre continuamente e che stupisce per la sua frequenza.

Una domanda pressante

Perché oggi c’è un bisogno così diffuso e ricorrente di porsi questa domanda? Che cosa c’è dietro questa domanda che tutti ci poniamo? È la domanda che è contenuta in un termine diventato di moda: il termine identità. Soltanto vent’anni fa era un termine per gli specialisti, lo si trovava nei manuali di psicologia, in qualche trattato di filosofia, ma non era un vocabolo di uso corrente. Oggi perfino i ragazzini delle scuole medie parlano della loro identità e si interrogano in qualche modo direttamente o indirettamente sulla loro identità. Dunque da dove viene questa domanda: chi sono io?
È interessante porsi la questione in questi termini, perché le domande che si diffondono nelle nostre vite non si formano casualmente; si formano perché ci sono degli eventi generali, dei cambiamenti nella cultura che fanno sì che certi fenomeni diventino non più limitati a qualcuno ma comuni a tutti.
Un primo modo per rispondere a questo interrogativo è di guardare all’indietro.
Certo, questa è una domanda che attraversa la storia dell’umanità, ma in passato coloro che se la ponevano erano pochi: chi apparteneva alle classi più elevate, chi aveva dunque la possibilità, il tempo, le risorse economiche per dedicarsi alla speculazione, per guardare a se stessi; oppure erano persone «un po’ al di fuori della regola», da Socrate in poi.
Certamente non era una domanda comune e frequente, anche per le generazioni più vicine a noi: perché la risposta era già disponibile, veniva già fornita.
C’erano dei contenitori, situazioni e istituzioni (la famiglia, la comunità, le istituzioni più ampie della società) che fornivano all’individuo identità: sociale, lavorativa, matrimoniale.... e anche personale, nella direzione di strade tutte rigorosamente «segnate» e piuttosto prevedibili. L’identità dunque come un destino, quasi una natura assegnata.
Oggi queste risposte cominciano a non essere così chiare e disponibili, così prevedibili. La famiglia non decide più del destino dei figli in maniera così determinante. Sono gli individui stessi a scegliere sempre più la propria strada lavorativa, professionale, esistenziale. La comunità, il luogo di nascita, non è più così importante per segnare l’appartenenza a un gruppo, per potersi riconoscere come membro stabile di una comunità. Perfino l’identità nazionale diventa più labile, comincia ad essere messa in questione.
Ma questo da solo forse non basterebbe a spiegarci perché questa domanda è così frequente e pressante. Ci sono anche delle condizioni di vita, dei modi di comportamento che sono cambiati così profondamente da portare in primo piano questa domanda: il fatto ad esempio che tutti noi viviamo contemporaneamente in più dimensioni, apparteniamo a molti mondi contemporaneamente. E in ciascuno di questi per potersi mettere in rapporto, per poter semplicemente agire e decidere cosa di sé portare in quella porzione di mondo che si trova a vivere, si deve in qualche maniera rispondere alla domanda: chi sono io? È una domanda dunque che si ripropone ogni volta che si cambia collocazione, ogni volta che si cambia uno di questi mondi.
C’è un altro elemento che tutti hanno sperimentato con una certa vividezza: il fatto che i cambiamenti sono molto frequenti, e dunque non ci si può più riferire alla propria storia, al proprio passato, con la stessa immediatezza di un tempo: non possiamo portarci dietro le risposte di ieri con la stessa tranquillità e permanenza che poteva valere in una situazione più immobile.
Un altro aspetto merita di essere richiamato: il fatto che di fronte a noi stanno nella vita quotidiana molte scelte, molte opportunità. Per esempio quando si devono scegliere gli studi, decidere di una strada nella vita, se stare o no con una persona... ma forse anche cose più semplici, ci sono molte possibilità aperte, e queste possibilità sono sempre molte di più di quelle che concretamente ognuno di noi è in grado di realizzare, non solo perché sono effettivamente tante, ma anche perché nel nostro orizzonte simbolico lo spazio delle possibilità si allarga enormemente, più di quello che poi noi siamo in grado effettivamente di fare.
Quando dobbiamo scegliere, in realtà il criterio latente e profondo che guida la scelta è la risposta alla domanda: chi sono io? Si fa una cosa o l’altra in relazione alla risposta che si riesce a dare a questa domanda.
Ecco dunque che per questo panorama così diversificato della nostra esperienza quotidiana la domanda: chi sono io? è come se fosse continuamente presente, continuamente sottostante al nostro agire di tutti i giorni come una pressione costante a darvi una risposta, anche quando non lo facciamo esplicitamente e consapevolmente con le nostre azioni.
Da una parte dunque l’urgenza di questa domanda, e dall’altra una difficoltà a dare risposta, anche perché la parola identità fa riferimento all’essere identici a se stessi, a una nozione di permanenza, mentre la domanda: chi sono io? è continuamente esposta alla necessita di misurarsi con ambienti diversi, di fare i conti con la situazione che è cambiata.
Viene allora in primo piano una questione che ci lega direttamente al tema della corporeità, perché è sempre più verso ciascuno di noi che il compito della risposta si trasferisce. Volenti o nolenti siamo buttati in questo nostro mondo con il compito di trovare noi stessi la strada, le parole e i modi per rispondere a questa domanda.
Corpo come fondamento dell’identità
Si può pensare che questa sia una situazione drammatica o una grande chance e opportunità verso la libertà, l’autonomia dei soggetti. Si può pensare anche che sia un grande rischio e che forse le cose andavano meglio quando erano più definite, più costruite dall’esterno. Sta di fatto che è verso i singoli che questo compito si trasferisce.
Ci sono molti modi possibili per dare una risposta.
E mentre le grandi narrazioni del mondo moderno non bastano più a rispondere a questa esigenza di ciascuno, la tentazione o il rischio può essere lo smarrimento, «il non sapere più», «l’andare sempre cercando». Qui c’è il venire in primo piano di un punto di consistenza che è proprio il corpo.
C’è infatti un rapporto diretto e fondante tra corpo e identità. Vorrei sostenere questa affermazione, questa domanda più radicale (sulla natura del corpo come fondamento dalla nostra esistenza) non da un punto di vista filosofico-metafisico, ma da un punto di vista di chi riflette sui processi, sui meccanismi della cultura, della società nella quale viviamo. Esiste cioè oggi un contesto culturale che fa sì che il corpo diventi un punto di attenzione e di consistenza per rispondere alla domanda: chi sono io. Proprio per il fatto che per i bisogni che vanno maturando nella nostra cultura, la forma che la vita sociale ha assunto e produce, il corpo sta diventando un punto di ancoraggio importante per l’identità.
Dunque il corpo come un oggetto culturale di attenzione.
Anzitutto il corpo si presta bene a rispondere alla domanda di identità perché prima di tutto il corpo contiene, mette confini e custodisce quel qualcosa che noi chiamiamo «io». Non c’è un altro luogo dove questo «qualcosa» sta. È proprio lì nel mio corpo, nel corpo che sono. Quindi ci rivolgiamo al corpo come a un fondamento del nostro essere individuale, del nostro io per questa funzione di «contenitore».
Una seconda ragione, legata alla prima, ha a che fare col fatto che i corpi non sono uguali: ognuno di noi ha un corpo diverso dagli altri per forma, dimensione, altezza, posture, atteggiamenti, fisionomia. Dunque il corpo non soltanto contiene quel qualcosa che io chiamo me stesso, ma anche differenzia. Dunque rispondere alla domanda: chi sono io? non vuol dire soltanto «sono quella certa persona», ma anche «io sono diverso da mio padre, mia madre, mio fratello, mia sorella, i miei amici, il mio amore, cioè sono diverso dagli altri e questo mi fa essere la persona che sono». E che cosa, se non il corpo, in maniera visibile, tangibile segna questa differenza?
Una terza ragione è che, pur di fronte ai mille mondi in cui ci spostiamo e ai cambiamenti a cui siamo continuamente esposti, il nostro corpo è anche qualche cosa che ci accompagna nel tempo; è qualche cosa che cambia, ma permane. Ce lo portiamo dietro da quando siamo bambini a quando siamo vecchi, ne vediamo i cambiamenti quando ci guardiamo allo specchio o alla bilancia, quando gli altri ci dicono: «Sei ingrassato, sei dimagrito, ti sei tagliato i capelli, hai la faccia sciupata, ti vedo bene, ti vedo pallido, ecc.»: è qualcosa che è sempre lì e tuttavia cambia nel tempo. Anche qui c’è una permanenza nel cambiamento, una continuità nelle trasformazioni che il corpo ci richiama, ma non in senso lato, metaforico, simbolico, bensì concretamente. È una specie di segnale permanente del fatto che ci siamo, che siamo noi eppure stiamo cambiando o, al rovescio, del fatto che malgrado stiamo cambiando siamo noi.
L’ultima considerazione ci lega sempre molto strettamente al mondo dell’identità. Quando parliamo d’identità, quando noi rispondiamo alla domanda: chi sono io? sappiamo bene che quella che possiamo dare non è una risposta che riguarda soltanto noi. Per definizione, per il fatto che siamo esseri sociali, la risposta a questa domanda è sempre legata agli altri. Noi cominciamo a rispondere a questa domanda nell’utero materno, continuiamo a rispondere quando veniamo al mondo, siamo segnati da qualcuno che si prende cura di noi, cioè siamo in relazione con altri che anche ci dicono continuamente chi siamo. La risposta a questa domanda non nasce solo dall’interno, nasce anche dai nostri rapporti, in quelli primari, all’interno dei quali prendiamo vita e cresciamo, ma poi via via nei cerchi più alti ai quali apparteniamo. Su questo punto in particolare il corpo rivela una dimensione importantissima dell’identità. Quello che ci fa ognuno diverso dagli altri, ma anche, contemporaneamente e paradossalmente, è anche quello che ci fa tutti uguali, che ci rende riconoscibili come esseri umani. Si potrebbe ancora una volta chiederci se questo rapporto ha un fondamento ontologico o se è un prodotto culturale, così che riconoscersi significa riconoscersi all’interno di culture, di modi di essere, di modi di pensare, di parlare, di vestire e di abbigliare il corpo, di segnarlo (e sappiamo che i corpi da questo punto di vista nelle culture umane non sono tutti uguali nelle fattezze fisiche). Quello che è importante è che il corpo ci accomuna agli altri e dunque ci permette di rispondere alla domanda: chi sono io? tenendo conto continuamente che non siamo noi soltanto, siamo noi e gli altri come noi.
Se proviamo a mettere insieme questi elementi ci rendiamo conto che il riferimento al corpo, e quindi l’attenzione, l’interesse al corpo, sono fortemente legati alla domanda da cui sono partito, e riferirsi al corpo significa trovare una strada per rispondere a quella domanda, e dire «io sono quella persona lì, sono quella persona diversa dagli altri, sono quella persona che continua ad essere se stessa malgrado i cambiamenti, o attraverso i cambiamenti e sono quella persona che sta in rapporto con gli altri pur essendo diversa dagli altri». Se fossimo capaci di mettere insieme tutto questo tutti i giorni della nostra vita quotidiana in modo completo saremmo degli esemplari, molto rari ma sicuramente compiuti, di quella che si chiama identità.
Naturalmente nessuno di noi riesce a rispondere a tutte queste domande contemporaneamente in modo pieno, ma proprio perché siamo alla ricerca e nella necessità di dare risposte, questi riferimenti costituiscono oggi un possibile ancoraggio per rispondere alla domanda: chi sono io?

Un corpo manipolato?

Ma c’è un rovescio della medaglia. Come l’ho presentata, la situazione contemporanea sembrerebbe luminosa. In fondo ci sono molti stimoli, molte sollecitazioni per l’identità, ma contemporaneamente c’è la risorsa consistente a cui possiamo riferirci, il nostro corpo come radice e fondamento. Ma le cose non sono così semplici in generale, ma anche in relazione al corpo come punto di attenzione specifica, perché nella nostra cultura e nella nostra società il corpo è oggetto non soltanto di un’attenzione generica, ma di intervento e di manipolazione; e dunque il corpo a cui ci riferiamo non è un corpo che abbiamo a disposizione interamente, che dipende solo ed esclusivamente dalle nostre scelte, dai nostri valori; è un corpo che, potremmo dire, è posseduto socialmente. Dunque il rovescio della medaglia è che se il corpo può essere il fondamento dell’autonomia e dell’identità personale, è anche, sempre più, lo spazio per un controllo e una manipolazione che viene dall’esterno.
Lo definisco, questo, il corpo eterodiretto: un corpo che deve rispondere alle richieste, alle pressioni di una cultura che ne fa un oggetto di manipolazione, di consumo, di esibizione, esattamente all’opposto di quella funzione di radicamento e di autonomia personale di cui ho parlato fin qui. Un corpo che, potremmo dire, risponde alla domanda: chi sono io? non come la fonte o la radice dell’individualità personale, ma vi risponde con le parole della commedia di Pirandello: «Come tu mi vuoi».
Ci sono oggi diverse fenomenologie di questa forma di pressione.
C’è in primo piano certamente il corpo-apparenza, il corpo della moda, il corpo dei canoni estetici imposti dalla cultura di massa e dagli stili di abbigliamento, dalle regole del comportamento sociale, a cui ci si deve adeguare per sentirsi a proprio agio. Basta aprire qualunque rotocalco o accendere la televisione o guardare la pubblicità, per constatare quanto siamo bombardati dalle richieste di essere un corpo-apparenza.
C’è poi un corpo-esibizione, che si combina con il corpo-apparenza. È un corpo mostrato, che contiene qualcosa di più, che deve apparire per essere oggetto di desiderio. È l’esibizione di un corpo sessuato per mostrarsi, non per produrre emozioni o sensazioni profonde. È una riduzione dell’erotismo alla sua visibilità, non al contenuto emozionale che ogni esperienza erotica contiene; un corpo de-erotizzato, un corpo esibito. Un corpo che tanto più lo si può esibire quanto più lo si spoglia del suo potenziale erotico. Anche questa è una definizione del corpo che oggi circola.
Infine c’è un terzo modo di dirigere il corpo dall’esterno; lo chiamerei il corpo-prestazione. Che si tratti di prestazione sportiva, sessuale, estetica, il corpo è strumento, mezzo, macchina. Un corpo ben costruito e ben modellato dal punto di vista delle sue prestazioni fisiche, un corpo efficiente e regolare per le prestazioni sessuali che si debbano ritenere canoniche, un corpo-prestazione per le relazioni sociali.
Questi tre aspetti poi si combinano fra loro in tipologie composite (perché il corpo esibito serve per la prestazione, il corpo che appare funziona nei rapporti sociali ridotti a pura prestazione, ecc.), ma rispondono ciascuno a una logica sua, diversa.
Il corpo che non è più allora il fondamento dell’identità, la risposta interna o relazionale alla domanda: chi sono io? ma soltanto l’imposizione per quanto inconsapevole di un modello di sé, che vuol dire un modello di corpo, un modello di persona che ci viene comunicato, trasmesso, a cui siamo quotidianamente allenati o chiamati ad allenarci.
L’esercizio è la nuova ginnastica dei nostri tempi. Tutti siamo chiamati a fare esercizi quotidiani del corpo-apparenza, del corpo-esibizione, del corpo-prestazione, e chi non li fa, come nella ginnastica, dopo qualche giorno si trova bloccato, impossibilitato a muoversi come dovrebbe.
Qui si disegna un conflitto evidente tra due spinte contrapposte: una spinta che va verso l’autonomia della persona e che si fonda sulla possibilità di abitare un corpo vissuto, un corpo persona, e dall’altra la spinta a ridurre il corpo a involucro per l’apparenza, per l’esibizione, per la prestazione.
I termini di questo conflitto sono aperti, e quale di queste tendenze possa prevalere, al momento non lo sappiamo. Quello che sappiamo è che a questo punto, trattandosi non di corpi astratti, ma dei nostri corpi, delle nostre persone, prendere posto in questo conflitto diventa una responsabilità di ciascuno. Non c’è nessuno che può dirci come vivere il nostro corpo se non noi stessi. Dunque il conflitto che è un conflitto sociale, culturale, è anche un conflitto che si sposta all’interno di ciascuno e che mobilita la responsabilità di ciascuno: la possibilità cioè di ciascuno di decidere che corpo vuol essere, ovvero che persona vuol essere.

CORPO LIMITE, CORPO MESSAGGIO

Le cose fin qui dette possono sembrare apparentemente contraddittorie. Ciò non deve stupire, perché il corpo è proprio il luogo in cui le contraddizioni prendono forma, in cui le due facce della medaglia stanno insieme.

Biologia e cultura

È contemporaneamente e inseparabilmente biologia e cultura, perché siamo esseri naturali, siamo fatti dei nostri ritmi biologici fondamentali, ma non abbiamo nessuna esperienza del corpo se non attraverso i linguaggi, i codici, le forme di rappresentazione che ci provengano dal mondo nel quale nasciamo, dai linguaggi con cui siamo abituati a nominare le cose e all’interno dei quali impariamo a chiamare anche tutte le esperienze del corpo. Non c’è altro modo di rapportarsi al corpo se non rappresentandolo attraverso i linguaggi che ci sono propri, perché apparteniamo a una cultura e presenza di apertura e chiusura: esso è fondamento della nostra unicità, perché il nostro corpo siamo soltanto noi, nessuno può stare nel nostro corpo al posto nostro, ma anche fondamento della relazione e della comunicazione, perché è attraverso il corpo che ci mettiamo in comunicazione con gli altri. La difficoltà sta nel tenere assieme queste facce contrapposte, nell’immaginare che ciò di cui parliamo non è soltanto una cosa, ma qualcosa che noi viviamo dall’interno; non è un oggetto, ma è un processo animato, percepito, rappresentato. Ed è del resto in questa duplicità di facce che gli eventi fondamentali del corpo prendono forma. Basta pensare anche solo al respiro, ai ritmi fondamentali che sono sempre fatti di movimento e riposo, di diastole e sistole, di apertura e di chiusura: soltanto nella loro alternanza e nel ritmo di entrambi il corpo vive. La tentazione continuamente presente è quella di ridurre il corpo soltanto ad una delle due facce.
Come si fa a tenere insieme queste sue dimensioni? Veniamo da una tradizione che ha separato le facce del corpo a favore del pensiero razionale, ma oggi prevale la tentazione di pensare che si possa abitare un corpo senza pensiero. Bisognerebbe intendersi sul termine pensiero, perché quello logico-razionale non è l’unica forma di rappresentazione di cui disponiamo, ma difficilmente si può immaginare un corpo che non sia percepito, vissuto, rappresentato, e quindi che non sia accompagnato da una forma di consapevolezza.
Forse per questa consapevolezza non abbiamo le parole adeguate, ma certamente è una forma di presenza a se stessi e al mondo che accompagna sempre ogni esperienza corporea che abbia questo spessore.

Il ritmo del corpo

Un altro aspetto, caratteristico di questa oscillazione, è ben detto da una pubblicità molto efficace dal punto di vista visivo e dal punto di vista del messaggio, il cui slogan è «No limits». È un vecchio mito delle culture: la possibilità di trascendere i limiti fisici, di oltrepassare i confini del corpo. È un vecchio mito che risorge continuamente e che ha dentro di sé una molla fondamentale, una tensione dinamica molto forte, che consiste nell’immaginare di poter superare i propri limiti. Se non immaginassimo di poter superare i nostri limiti non ci misureremmo mai con le prove. Nello stesso tempo però c’è un messaggio che corre latente nella nostra cultura di oggi: che si possano superare i limiti della realtà, trasformare cioè la realtà in quel paradosso che è la realtà virtuale: e dunque che qualunque cosa possiamo immaginare e rappresentarci può diventare vera.
Il corpo ci ricorda con la sua struttura fisica, con i suoi ritmi biologici fondamentali, che la possibilità di trasformarlo in simbolo ha dei confini, che non sono fissati una volta per tutte, ma che sono per ciascuno e forse per ogni tempo e cultura dei confini di cui occorre tenere conto ogni volta che vogliamo spingerci oltre.
Questo è uno dei messaggi fondamentali che viene dalla nostra esperienza corporea: non tutto è possibile; il che vuol dire: cerca la tua misura. Una misura che non è fissata una volta per tutte e che non è fissata per tutti in modo uguale, ma che ha delle cadenze precise. Ha le cadenze fisiche innanzi tutto del nostro bisogno di riposo dopo il movimento, dell’alternanza del sonno e della veglia, della velocità e della lentezza. Tutte dimensioni che oggi sembrano scomparire nel momento in cui si esalta solo uno dei poli, la velocità, il dinamismo, l’efficienza. No limits, per l’appunto.
Il corpo è fatto di queste alternanze, della convivenza e della sequenza di queste polarità, e con la sua struttura, con i suoi ritmi profondi è lì a ricordarci che c’è un ritmo di passaggi che scandisce la doppia valenza di tutte le nostre esperienze corporee, e naturalmente ci ricorda la cosa fondamentale, e cioè che il corpo ha un inizio e una fine, cioè che nasciamo e moriamo. In questo senso ci sono state e ci sono ancora oggi esasperazioni nel senso dell’onnipotenza o nel senso della mortificazione, come se si immaginasse la cultura come un respiro in cui si inspira o in cui si espira soltanto. Non sto dicendo che il bene è nel giusto mezzo, non ho un’intenzione prescrittiva in questa descrizione: indico dei segnali nella nostra cultura e dei rischi. C’è un enorme potenziale nella spinta a oltrepassare i limiti ed è la molla dell’innovazione, della ricerca, della messa alla prova delle proprie possibilità. Ma il corpo ci ricorda con dei segnali molto precisi e non equivocabili che abbiamo bisogno di alternanza. Si potrebbe allora dire che in questi segnali occorre riconoscere dei segni, che non è possibile leggere in modo autonomo, personale, indipendente, perché i segni del corpo sono anch’essi dei linguaggi e dunque sono interpretati, filtrati attraverso dei criteri di lettura.
E oggi noi stiamo entrando in un’epoca in cui sempre più si moltiplicano gli esperti del corpo. Nel momento in cui il corpo diventa oggetto di attenzione, d’investimento, si creano gli esperti del corpo.
E noi tutti diventiamo fruitori della conoscenza esperta che ci viene fornita sul nostro corpo. Prima di tutto della conoscenza medica. Basta osservare un’edicola qualunque per verificare quante riviste sono dedicate alla cura del corpo sotto vari profili (benessere fisico, la salute, l’alimentazione, l’estetica).

Le parole del corpo

Che cosa significa tutto questo nei termini della nostra esperienza quotidiana? Significa che i nostri criteri di rapporto col corpo sono sempre più filtrati attraverso una congerie di informazioni e di prescrizioni che ci dicono sostanzialmente che cosa è bene e che cosa è male, che cosa è giusto e che cosa non è giusto rispetto al nostro corpo.
Anche qui si potrebbe dire che questa è una buona cosa perché si diffonde l’informazione, cresce la conoscenza disponibile su di sé... Ma sottilmente, attraverso queste informazioni disponibili, passano anche dei criteri, delle norme, dei giudizi di valore su che cosa è bene e che cosa è male rispetto al corpo, dall’alimentazione al sentire, alla sessualità, alla salute e malattia. Cioè rispetto a tutte le esperienze fondamentali del nostro corpo noi dipendiamo sempre più dal parere degli esperti. Diventiamo consumatori del parere degli esperti a cui ci rivolgiamo, magari non direttamente, ma nel senso che quegli insiemi di informazioni, di prescrizioni, di regole, diventano un punto di riferimento per tutti noi. Il parere degli esperti, che sono una categoria anonima, diventa una sorta di libro sacro a cui riferirsi.
L’esempio certamente più consistente è quello della medicina: la medicina scientifica moderna che ha sostituito la magia, che è diventata capace di produrre risultati importanti rispetto alla prevenzione delle malattie, si è però anche e contemporaneamente legittimata come disciplina che ha potere sulle nostre vite nella sua forma diffusa, nella sua forma quotidiana, la medicina spicciola a cui tutti noi facciamo riferimento quando abbiamo piccoli disturbi fisici: una specie di tessitura sottostante alle nostre vite di tutti i giorni a cui noi ci riferiamo per decidere che cosa è bene e che cosa è male in quello che ci succede. Evidente è la forte ambiguità di tutto questo, tra autonomia personale e incertezza che si rifugia nella dipendenza degli esperti. Riconoscere questa ambiguità vuol dire riconoscere anche uno spazio di scelta e di responsabilità che riguarda ciascuno di noi, significa cioè riconoscere che il corpo con cui abbiamo a che fare è nostro, ma contemporaneamente significa accettare che le possibilità che ci si aprono, le possibilità di cui disponiamo sono delle possibilità ogni volta dentro dei confini. Alcuni sono dei confini fisici, altri sono dei confini culturali, ambientali e altri ancora sono dei confini relazionali, cioè le persone con cui stiamo, il mondo nel quale ci muoviamo. In questo spazio ognuno può fare le sue scelte, elaborare quella possibilità di essere, qui ed ora. Ma non è una soluzione che vale per sempre, perché ciò è un processo, è una dinamica che si ripropone al passo successivo: il cerchio non si chiude una volta per tutte. E dunque l’attenzione al processo come evolve diventa una qualità importantissima, è uno specie di aggiustamento continuo da trovare, è la sensibilità fine da sviluppare. È una specie di sintonia fine quella di cui bisogna diventare capaci, tutt’altro che spontanea, frutto di un allenamento, di un esercizio da tenere vivo ogni giorno. L’illusione di un corpo che si esprime da sé mi sembra uno dei miti contemporanei più illusori. Senza questa capacità di sintonia che viene allenata giorno per giorno è difficile che il corpo si esprima da sé. Ma il paradosso è che per allenare questa capacità di sintonizzarsi sui messaggi interni che ci vengono dalle nostre sensazioni, sulle percezioni che riceviamo dall’ambiente, dobbiamo anche essere aperti a ricevere dei segnali, a riconoscerli, a interpretarli: quindi c’è una specie di va e vieni tra dentro e fuori, tra apertura e chiusura, tra ritmi diversi dell’esperienza personale.
E allora anche il rapporto con il corpo degli esperti può diventare un rapporto dialettico, perché di quel sapere noi abbiamo bisogno. Sapere di più su come il corpo funziona, quali sono i suoi meccanismi può accrescere la nostra consapevolezza, può aiutarci a mettere a fuoco qualche cosa che ci sfuggiva; ma solo se siamo capaci di tradurlo in esperienza, in vita vissuta internamente, e non diventa una regola imposta dall’esterno. Dunque può funzionare come qualunque altro tipo di messaggio che ci arriva dall’esterno e su cui decidiamo autonomamente.
Ho fatto riferimento prima al consumo di farmaci. Questo consumo, in particolare dei farmaci antidolorifici, è nei Paesi più industrializzati una delle voci della spesa sanitaria più elevata. Questo significa che c’è una tendenza generale della gente a riferirsi a dei segnali del proprio corpo, a farsi una diagnosi e andare ad acquistare dei prodotti che normalmente servono a far scomparire quel sintomo. Questo è il meccanismo fondamentale. C’è un’esperienza del corpo – un fastidio, un dolore, un disagio non molto grave perché se no altrimenti si ricorrerebbe ad altre forme di intervento – c’è una diagnosi, un’autodiagnosi, la quale implica una diffusione generalizzata di conoscenze vagamente scientifiche fra tutta la popolazione, c’è un intervento sintomatico dietro al quale c’è l’enorme industria farmaceutica che produce questo tipo di prodotti, intervento sintomatico la cui funzione, il cui obiettivo principale è fare sparire il sintomo, cioè il segnale, il dolore, il piccolo disturbo. Questa parte dell’esperienza del corpo occupa nelle nostre società sviluppate una parte importantissima del funzionamento dei sistemi sanitari, delle pratiche della vita concreta di tutti i giorni di tutti noi. Proviamo a fare un esame di questo meccanismo.
C’è un segnale del corpo (mal di testa, mal di pancia, dolore alle ossa, fastidi vari) che normalmente indica qualche tipo di squilibrio, di non precisa messa a punto dei meccanismi fisiologici, che viene interpretato come un segnale di allarme, che noi spegniamo subito col farmaco. Su questo punto oggi c’è un dibattito grosso all’interno della medicina, perché questo è uno dei fondamenti su cui funziona il nostro rapporto col corpo come emittente di segnali nella nostra cultura. Io credo che questo sia un indicatore critico di un atteggiamento profondamente sbagliato, problematico quantomeno nei confronti del corpo. Penso che sia un segnale di una distorsione molto profonda nella cultura a cui noi partecipiamo. Un segnale che ha molti effetti anche gravi sia sul terreno economico che sul terreno più propriamente medico, ma rispetto al quale siamo in larga misura disarmati perché ci mancano altri criteri, altri strumenti per leggere quegli stessi segnali.
Ci sono piccoli embrioni di cambiamento: c’è una discussione all’interno della medicina, ci sono pratiche di medicina alternativa, ci sono tentativi di mettere in questione questo modo di intendere il corpo, ma c’è soprattutto la necessità di modificare l’atteggiamento nostro verso i segnali del corpo, di trasformare la lettura di questi segnali come se tutto ciò che il corpo invia fosse un messaggio di allarme e non invece l’indicazione di uno stadio, di un processo, di una fase di un processo in cui piacere e dolore, movimento e riposo, inspirazione e espirazione compongono la danza di cui il corpo ha bisogno. Credo che siamo alla soglia di un cambiamento importante che riguarda la mentalità scientifica retrostante, ma riguarda anche i nostri comportamenti e atteggiamenti quotidiani: non è una cosa che possiamo demandare soltanto alla scienza, alla medicina, ma ci riguarda tutti quanti ogni giorno, perché è nelle nostre pratiche più minute di tutti i giorni che noi abbiamo una responsabilità verso questi segnali, e c’è bisogno di un salto di qualità, di un rovesciamento di prospettiva senza il quale oggi ci sono effetti allarmanti come l’estensione di patologie definite iatrogene, cioè che sono prodotte dalla medicina stessa, per esempio dall’abuso di farmaci autosomministrati.
Questo è soltanto un esempio, ma mi sembra il caso più estremo di un atteggiamento che possiamo generalizzare ad altri aspetti della vita che riguardano il modo in cui ci possiamo rapportare a ciò che il corpo via via nel corso di una giornata, nell’arco di una stagione e nello svolgerci di una vita, ha da dirci.