AEPER: nessuna paura per il corpo

 

A cura di Gioia Quattrini

(NPG 2001-05-45)



Presentiamo una scheda della comunità che – attraverso il gruppo «La strada», laboratorio di animazione e di ricerca della comunità stessa – ha preparato e realizzato l’esperienza che segue alla GMG di Parigi nel 1997.

Gente di strada, quelli dell’AEPER. Ostinata, cocciuta gente di strada. Lo spiega con soddisfazione uno dei fondatori dell’Associazione Educativa per la Prevenzione e il Reinserimento, l’AEPER appunto, Don Emilio Brozzoni.
Il loro viaggio comincia quasi trenta anni fa, potremmo dire: «alla ricerca delle risorse perdute».
La fine degli anni Sessanta era stata un’esplosione di energia. Una corrente elettrica fluiva veloce dal Concilio Vaticano II ai movimenti sociali nelle piazze. Finestre chiuse da secoli di conservatorismo e cecità venivano forzate: si cominciava a respirare aria di cambiamento. Soltanto un ostacolo avrebbe potuto deviare il corso delle cose: la paura delle novità, la paura del nuovo ordine, la paura di chi dal vecchio si sentiva tutelato. E fu così.
Allora gli anni Settanta non furono quello che in molti avevano osato immaginare: gli anni del lavoro sulla speranza, gli anni della luce dopo il buio.
Di una luce che finalmente facesse le persone capaci di guardarsi le une con le altre senza paura, d’innamorarsi con slancio, di parlarsi. Questo avevano sperato in molti.
Allora gli anni Settanta furono gli anni della messa al bando.
Dice Emilio: «giovani stupendi buttati fuori dagli oratori, dalle scuole, dalle fabbriche, dai centri culturali».
Allora gli anni Settanta furono gli anni della fuga volontaria, da una casa dove si stava troppo stretti, da una società che rinnegava i sogni dei propri figli.
Giovani che cominciarono a cercare rifugio e qualcuno lo trovò in un covo di terroristi, qualcun altro nella droga, qualcun altro il più lontano possibile, magari in Oriente.
Così don Emilio racconta di essersi ritrovato sulla strada, emarginato con altri emarginati, e di aver deciso, tutti insieme, di andare alla ricerca delle risorse perdute, di quella capacità di comunicare che invece di esplodere era implosa.
L’abbraccio riscalda i più poveri, gli handicappati, i mongoloidi, lo scemo del paese.
«Con queste persone tentiamo un’avventura che ha del folle, del pazzesco, del fuori dalla realtà, dalla normalità».
Quando i tempi diventano maturi, l’avventura diventa una piccola comunità: quattro persone che cercano di imparare a vivere insieme per poi aprirsi agli altri.
Lo sforzo è premiato e nasce una comunità di accoglienza: la comunità di Nazaret. Giovani coppie, persone singole, atei e credenti aprono il loro cuore a quelli che avrebbero trovato pronte per accoglierli solo le celle di un carcere: tossicodipendenti, prostitute, non solo.
L’esperienza prende il via e per diventare più forte come punto di riferimento ha bisogno di visibilità: nasce così l’AEPER e poi la cooperativa che gestisce la realtà lavorativa ed infine il vasto gruppo delle famiglie di accoglienza. Autonomia, indipendenza ma stesse motivazioni e una sola radice.
Le parole d’ordine dalle quali non si prescinde sono due: reinserimento e prevenzione. L’ordine è casuale e la gestione parallela: mentre si cerca di reinserirne cento che sono già caduti, si corre contro il tempo perché in mille tappino le voragini che hanno dentro e non cadano mai. In mille e mille e mille.
Incredibile è lo strumento privilegiato per raggiungere quei due ambiziosi obiettivi: il corpo. Incredibile, così ovvio, sotto gli occhi di tutti. Eppure sempre disprezzato, ferito, estraneo. Il corpo: solo il narcisismo ad interessarsi di lui.
Una scelta questa maturata proprio dall’esperienza fatta sulla strada a contatto con la marginalità: ognuno di noi ha un corpo. Ognuno di noi è il suo corpo. Esso rende identificabili, da un volto, ci obbliga ad uscire dalla generalizzazione dai contorni sfumati e ci costringe a fissare i contorni precisi di chi ci sta davanti. Lui, proprio lui, con la sua storia che magari non ci piace, con il suo modo di guardarci, di muovere le mani, di camminare. Il corpo è ciò che rende tutti uguali e tutti allo stesso tempo diversi. E il segreto della vita di relazione probabilmente è proprio qui: nell’accettare, in ciò che sembra identico a noi, ciò che invece non lo è per nulla. È un modo, probabilmente l’unico, per restituire a tutti la dignità di persona. La dignità di una storia che non è più racconto astratto ma è scritta incancellabile in quelle cicatrici così sgradevoli da guardare, in quei panni così sporchi. Solo l’accettazione della propria fisicità e della fisicità dell’altro ci permetterà un vero incontro che in quanto tale non potrà mai esaurirsi in un astratto scambio di sentimenti. L’amore passa attraverso il calore delle mani e il dolore trova strada dall’animo lungo il fiume delle lacrime. Quando ha paura, il nostro corpo trema e parla senza bisogno di permesso anche se noi volessimo cercare di nascondere quello che sentiamo e pensassimo scioccamente che basti tacere.
Del corpo abbiamo avuto sempre paura. I nostri sforzi si sono concentrati per secoli su come togliergli la possibilità di mandarci segnali precisi che spessissimo vorremmo poter ignorare. La sua voce ci toglieva il sonno. Così siamo diventati fenomeni da esibizione, corpi belli e asciutti, sempre sani, per forza appetibili. Così siamo diventati estranei agli altri e a noi stessi.
L’AEPER propone di liberarci finalmente, di ricominciare a prestare orecchie al nostro corpo, per riscoprire un altro spazio, intimo e prezioso dove parlare di noi e per riappropriarci anche di quelle che sono le paure davanti alle domande ultime sulla nostra vita: perché il dolore, perché la morte, e come.
Piuttosto che rimandare inutilmente fino a quando fuggire non sia più possibile, ed allora sembra che questo involucro ingombrante e nemico ci stia punendo con una malattia o con la morte, impariamo ad ascoltarlo e ad ascoltarci per tempo, quando arrivato il momento: «un corpo amico potrebbe anche insegnarci come lasciarlo partire».
È il corpo ad insegnarci quali e quanti siano i nostri limiti. E questi non vanno vissuti con frustrazione o impotenza. Ogni limite può diventare una risorsa, deve diventarlo altrimenti perderebbe di senso e non ci resterebbe davvero che subirlo.
Ogni nostra impossibilità, ogni nostra incapacità, non deve farci diventare cattivi con noi e con gli altri, non deve isolare, togliere le voglie. Facciamole diventare ali per favorire uno slancio che a nessuno è proibito.
L’AEPER è tutto questo e ha scelto, per esprimerlo, l’animazione.
Tutto nasce con una passeggiata nel bosco. A passeggiare sono un gruppetto di bimbi affetti dalla sindrome di Down e il bosco si apre con le sue bellezze. Il bosco diventa un forziere di tesori luccicanti e colorati, morbidi come il muschio e magici come un piccolo uccello in volo. Ma poi nasce il desiderio di raccontare ai propri genitori, agli altri, tutto questo. E come è possibile, quando la parola o la scrittura non possono aiutare?
Cade qui e muore per sempre il primo pregiudizio: che solo la parola e la scrittura possano comunicare. C’è la mimica e i suoni. Ci sono anche gli occhi e le mani e le gambe: insomma c’è il corpo!
All’inizio dei tempi, con buona probabilità, fu solo lui a comunicare in un modo tutto istintivo. Si deve semplicemente riportare alla luce questa capacità, nascosta e messa a tacere in ognuno di noi. Vanno oleati meccanismi fermi da troppo tempo ma intatti e funzionanti.
Nasce così l’idea di una festa. Don Emilio parla di un giradischi sgangherato e di una cassa costruita con i resti di vecchie radio.
Avviene così che un gruppo di bimbi vestiti da fungo, da luna o scoiattolo o da pianta, ricreino per i loro amici una realtà fatta di gesti gentili e sorrisi e sguardi e danze leggere. E tutti coloro che guardavano quella festa finivano per chiedersi se mai qualcuno prima di allora si fosse preso la briga di raccontare loro la magia di un bosco.
Avviene così che l’animazione, come il suo stesso nome le detta, attraverso una strana magia faccia in modo che tutto si rianimi, nello specifico significato di «ritrovare la propria anima», dagli spettatori, al racconto, al luogo dove la festa avviene. L’animazione diffonde energia vitale e cancella quel diaframma artificiale che i tempi moderni hanno insinuato tra corpo e anima. L’animazione trasforma la piazza in uno spazio di sonorità totale, dove è naturale dare il meglio di sé e delle proprie potenzialità.
Ha ragione Francesca Nilges quando con molta umiltà sostiene che «questa capacità di esprimere simbolicamente la propria esperienza, di comunicare attraverso il simbolo, attraverso il gesto il proprio vissuto, la propria storia, diventa arte, un’arte che si inserisce all’interno del cosmo, all’interno dell’universo, all’interno del sacro».
Il messaggio è chiaro: nulla è più bello dell’uomo, del suo corpo, della natura dove ognuno trova la sua origine. Nulla è più bello di un uomo bello che comunica con un uomo bello attraverso due corpi belli.
L’AEPER non cede alla stanchezza ed insiste nello sforzo d’insegnarci che siamo tutti un’opera d’arte in grado di partorirne molte altre. Che le nostre rughe sono un’opera d’arte e che lo sono le nostre malattie e i nostri dolori, le nostre incapacità e i nostri limiti.
L’AEPER non cede alla stanchezza e insiste nello sforzo d’insegnarci che la vera opera d’arte sono gli altri e i loro errori.

(AEPER: Via Giovanni XXIII, 45/A – 24060 TORRE DE’ ROVERI BG – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)