L’angelo della speranza - Un’esperienza di «animazione» del corpo

Inserito in NPG annata 2001.

 

(qui il pdf con le immagini)

(NPG 2001-05-48)


La parabola in cammino

Il gruppo di animazione e ricerca dell’AEPER ha un nome che la dice tutta: La strada.
A Parigi, durante la XII giornata mondiale della gioventù, ha ricevuto l’incarico di animare con un messaggio che fosse di rottura, di provocazione, insomma controcorrente, alcuni degli spazi più difficili della città.
Così La strada ha scelto le sue strade: Rue St. Denis, il Parco del Trocadero, il Parc Citroen. Il linguaggio universale del corpo e la musica e il mimo e la danza e pochi ma significativi strumenti usati per parlare al cuore di qualcuno che passava di là.
E qualcuno passava di là, forse per la prima volta, forse come ogni giorno. Qualcuno passava di là ed inaspettatamente ecco che uno strano mondo gli si apriva davanti, movenze strane mai viste prima.
Anche una folla di poveri ed emarginati affolla ogni giorno il Parco del Trocadero: gente senza casa e gente che la cerca nell’alcool o nella droga. Ma di certo nessuno, né loro né gli altri, aveva mai incontrato un angelo.

L’angelo della speranza è all’inizio del viale. È una giovane donna vestita di bianco, che svolazza leggera su degli alti trampoli. Viene in mente che la speranza potrebbe anche essere un bel paio di trampoli. Che la sollevi, renda più alti, allarghi l’orizzonte.
L’angelo indica un gran telo bianco dove è scritto in tutte le lingue: Qualcuno ti cerca! Vieni!
Un invito. Un invito senza condizioni. Pensi: c’è qualcuno che mi vuole. Mi vuole e basta. Senza chiedere niente, non ponendo nessuna riserva. Mi vuole, quindi gli piaccio. Gli piaccio così come sono. Pieno di difetti. Così fastidioso, brutto, antipatico. Così buono a nulla. Poi guardi le mani dell’angelo, i suoi gesti ti indicano la strada, sorride. E tu senti che seguire quella strada è la tua ultima scommessa.
Il viale è lungo e alberato. Ad un’occhiata veloce sembra la galleria delle tue paure, dei tuoi limiti. Come se te li avessero strappati da dentro e li avessero messi lì per farteli vedere meglio. Sembra crudeltà.

L’uomo nel sacco si muove e più si muove e più il sacco si annoda e lo incastra. Ha paura, l’uomo nel sacco. Ha paura di stare con gli altri. Non ricorda davvero di averla scelta, eppure la solitudine gli si è incollata addosso come quel sacco. Certo esiste una via d’uscita, un lato del sacco è aperto altrimenti lui come sarebbe entrato. Allora l’uomo guarda le proprie mani. Senza che se si accorgesse, senza neppure sentirle: sono loro che chiudono quell’unica apertura. Va bene, potrebbe anche decidere di uscire. È da tempo che non vede il mondo. È da tempo che non vede se stesso.

L’uomo dello specchio è immobile. Poi a tratti sembra cercare. Cerca se stesso. L’immagine che quello specchio gli manda non gli appartiene. È deformata. Accade così quando ci si guarda con gli occhi dell’insicurezza. Quando non ci si ama e soprattutto non si amano i propri limiti.
È uno scontro di immagini: quelle virtuali e fantastiche che ritraggono come noi vorremmo essere. E quelle reali, che ritraggono come siamo, con i nostri tic e le nostre smorfie. È uno scontro di immagini, una tale confusione da non riconoscersi più in nessun modo e in nessun luogo. Si esiste ma non si è.

La donna del telo spaccato ora si affaccia, ora fugge. Ora entra, ora esce. Ma qual è il dentro e qual è il fuori? Ci si sente così: lacerati, divisi. Una parte di noi vorrebbe una cosa. Una parte vorrebbe il suo contrario. Ci sentiamo inadatti a prendere qualunque decisione. Inadeguati a vivere. I primi a non nutrire fiducia nelle nostre possibilità. Corpo e anima slegati.
Alla deriva. E gli altri non ci aiutano, anche loro prigionieri delle stesse gabbie. Quando ci guardano poi, ci sembra di leggere solo disprezzo. Magari hanno paura anche loro. Anche se non sembra proprio.

Le persone nelle reti non si divincolano neanche troppo. Eppure la rete è uno strano modi essere prigionieri perché ha maglie larghe che permettono di vedere fuori ed anche di toccarsi, volendo. Ognuno nella rete del proprio egoismo. Visibile ma intoccabile. Un modo per esserci e non esserci. I guardiani di noi stessi. Consapevoli di tutto ciò che intorno a noi accade eppure lontani. Mai protagonisti. Sempre una scusa. Nessuna responsabilità. Tutti gli alibi. Le maglie della rete restano finestre mute. Occhi spenti. Porte che non danno in nessun dove. Possibilità vive che diventano porte morte.
Alla fine del viale c’è un altro angelo. E tu sei sconvolto per aver visto tanti te stesso, quelli che pensavi di aver nascosto ben bene nel profondo. E a forza di nascondere, di te non era restato più niente. Così povero di tutto segui le mani del secondo angelo e leggi ma ti par di sentire: Tu vali ai miei occhi, conti molto per me. Tu non sai neppure che è Isaia che lo dice. Non importa. Lo stanno dicendo proprio a te. A te che sei nel sacco, immagine orribile in uno specchio deformato, tela lacerata, chiuso in una rete. Qualcuno ti ama con i tuoi limiti. Qualcuno ama i tuoi limiti e ti spinge ad amarti e ad amarli.
Il viale ti guida verso un villaggio, il villaggio della riconciliazione. Ad attenderti in una grande piazza quattro quadri evangelici.
La riconciliazione prima di tutto con se stessi e i propri limiti. Se qualcuno ci ama per quello che siamo, perché proprio noi dovremmo essere i nemici di noi stessi? Riconciliazione con gli altri uomini. Nei loro errori riconosciamo i nostri. Nei loro limiti i nostri limiti.
Da un albero ti guarda Zaccheo. Ha corso ed ha corso ancora, inutilmente. Poi si è concesso un attimo di tregua. Si è fermato. È salito su un albero come fosse un suo personale trampolo di speranza. «Scendi perché oggi vengo a casa tua». Cristo ha guardato verso di lui. Cristo lo ha invitato. Il Signore ti cerca. Il Signore ti invita. Ha in riserbo per ognuno di noi un appuntamento, un progetto dove un luogo preciso incontra un momento preciso. È certo che il Signore ci aspetti. Neanche Zaccheo poteva crederci: eppure è andata così.
Per la Samaritana, il Signore aveva scelto un pozzo e lì era seduto ad attenderla. «Ti darò acqua viva e non avrai più sete». L’amore dentro di noi che toglie la sete e trabocca fino ad incontrare qualcuno per la cui arsura noi stessi saremo acqua. Il Signore ci trasforma da assetati in fontane. Il Signore stesso ha un ardente desiderio del nostro amore, della nostra acqua. Il Signore stesso ci chiede da bere. La nostra acqua, la nostra povera e torbida acqua.
Nel terzo quadro la Maddalena sfiora le pietre che avrebbero dovuto colpirla. «Neppure io ti condanno. Va’ e non peccare più». Abbiamo sbagliato e nessuno ci sgrida, ci allontana, ci guarda con severità.
Qualcuno si fida di noi. Qualcuno è certo che noi possiamo diventare migliori. Che aver sbagliato ci renderà più forti. Che le nostre debolezze non sono mostri da scacciare ma creature da educare. Qualcuno ci guarda e ci vede belli.
Due uomini ci aspettano accanto ad una tavola imbandita. La cena di Emmaus. La cena in cui Gesù aprì gli occhi ai discepoli che pur amandolo non lo riconoscevano. Bisogna ascoltare il cuore che arde nel nostro petto. Dargli voce, farlo parlare. Aprire gli occhi all’amore e attraverso quello sguardo, un nuovo sguardo, finalmente guardare se stessi e gli altri, guardare i nostri limiti e quelli degli altri. Vedersi belli e capaci d’amare. Vedersi pieni d’amore e niente ci sarà impossibile.
Tu vali molto per il Signore. Vali così come sei, senza aggiungere niente. Il Signore ti cerca per darti da bere, perché vuole trovare riposo proprio nella tua casa, perché guarda i tuoi errori e sorride, per camminarti vicino ed aprire i tuoi occhi alla verità dell’amore.
E così, sazio e dissetato, con gli occhi aperti e innamorato, questo pellegrino visita le tende dell’accoglienza, e dopo essersi riconciliato c’è la festa ad attenderlo.
Qualcuno era passato di là qualche ora prima e ad attenderlo c’erano degli angeli. Qualcuno ora balla, immerso nella festa. Una festa per aver ritrovato le sue risorse perdute, l’amore nascosto e quello che pensava negato. Una festa per la propria vita che non è più la stessa. Una vita fonte inesauribile di creatività, sentimento e bellezza.
È possibile che quando Cristo raccontava le parabole, guardasse lontano. La strada deve aver inseguito quello sguardo.