Educare nello stile di don Bosco 

Il sistema preventivo

è l’educatore

Francesco Motto 

 

«L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi» (Trattatello). 

L’espressione [1] potrebbe sembrare esagerata, forzata, paradossale. Eppure non sembra lontano dal vero affermare che il sistema preventivo di Don Bosco si identifica con la persona dell’educatore, tanta è la fiducia concessagli. La funzione predominante dell’educatore giunge ad assumere i tratti di una consacrazione, quasi di una vocazione come recita l’esergo succitato: «L’educatore è un individuo consacrato al bene dei suoi allievi, perciò deve essere pronto ad affrontare ogni disturbo, ogni fatica per conseguire il suo fine, che è la civile, morale, scientifica educazione dei suoi allievi». Il primo di tali «consacrati» è il direttore dell’istituto: «Il Direttore pertanto deve essere consacrato ai suoi educandi, né mai assumersi impegni che lo allontanino dal suo uffizio».

L’educazione dunque, più che un tipo di lavoro, è quasi una forma di vita, poiché non «produce» cose materiali, ma «costruisce» persone dotate di progetti, idee, certezze, speranze, anima. All’educatore si richiederà allora non solo competenza pedagogica e capacità relazionali costruttive (come fare per...), ma una precisa identità (come essere per...). Ecco perché non chiunque può essere educatore nello stile preventivo di Don Bosco. 

1. Stare accanto al ragazzo 

Al centro del sistema si colloca il giovane e le sue aspirazioni; al suo fianco però disponibile a porsi totalmente e lealmente dalla sua parte sta l’educatore. Pertanto ogni educazione diventa, per così dire, «coeducazione»: non tanto nel senso di «educazione reciproca», a doppio senso, tra adulto e giovane, quanto nel senso che sono chiamati a partecipare entrambi alla «comune» opera educativa[2]. I giovani da semplici utenti o destinatari di un servizio educativo, come sono per lo più nell’età infantile, devono diventare alleati, partners, compagni di viaggio, collaboratori degli educatori, anzi, come scrive Don Bosco, i loro padroni: «Tra breve io sarò di nuovo con voi, con voi che siete l’oggetto dei miei pensieri e delle mie sollecitudini, con voi che siete i padroni del mio cuore»[3]. Un termine ancor più esplicito ed eloquente ‑ prigioniero ‑ ritorna in una interessante testimonianza di uno dei primi giovani dell’Oratorio: «In Torino si va dicendo che D. Bosco è in prigione; ed ecco che D. Bosco è qui prigioniero in mezzo ai suoi ragazzi»[4].

Che Don Bosco «vivesse per i fanciulli» ‑ pupilla dei suoi occhi, come li definisce spesso ‑ non c’è bisogno di doverlo ricordare; vale però la pena di sottolineare che proprio in ragione di tale amore l’allontanarsi fisicamente da loro costituì sempre per lui un’autentica sofferenza. «Quante volte lungo il giorno penso all’Oratorio!», scrive ad un collaboratore nell’estate 1846 dal proprio paese dove si trova in convalescenza dopo una gravissima malattia[5]. «Sono pochi giorni che vivo separato da voi, o miei figliuoli ‑ questa volta si rivolge ai giovani di Valdocco dalla casa di Lanzo nel 1861 ‑ e mi sembra esser già scorsi più mesi. Voi siete veramente la mia delizia e la mia consolazione e mi mancano l’una e l’altra di queste due cose quando sono lontano da voi»[6]. E sempre da Lanzo, dove si trovava in riposo pochi mesi prima di morire, guardando Torino, fu udito esclamare non senza un sospiro: «Là sono i miei giovani»[7].

Il primo compito dell’educatore è dunque quello di esserci, di stare accanto, ad-sistere. La linea di demarcazione fra adulti e giovani non è molto netta. L’educatore e l’educando sono, per usare una metafora, nella stessa barca; se questa affonda, annegano entrambi. L’educatore non si trova, per utilizzare un’altra metafora, fuori del campo dove viene giocata la partita, né può ridursi al ruolo di arbitro imparziale. Se l’educando lungo la strada verso l’età adulta non si sente accompagnato dall’educatore, si sente esposto ai quattro venti. Se non ha la sicurezza che insieme vanno verso la maturità, si impaurisce. È vero che nell’educando ci sono tutte le disposizioni per realizzare la sua vita piena, ma lasciato a se stesso potrebbe correre il rischio di non attuare tutte o completamente le sue possibilità. 

2. «Per edificare. non per distruggere» 

Ci sono diversi modi di essere presenti agli altri. Ad esempio come personaggi che coprono un ruolo, quali insegnanti, custodi dell’ordine, assistenti sociali... ; oppure come attori, che recitando la parte, si presentano ad un pubblico cui comunicano un messaggio. Invece per un’attuazione del metodo preventivo si è presenti come persone, nella totalità ed essenzialità del proprio essere «consacrato» al bene della «porzione la più delicata e la preziosa dell’umana società».

L’educatore è sempre personalmente implicato nella relazione educativa. La sua personalità, il suo passato, le sue paure, le sue ansie incidono sulla formazione dell’educando. Chi educa è sempre e soprattutto la persona. L’educazione preventiva non esiste se non come frutto di un incontro di persone, che si pongono una di fronte all’altra con una presenza totale. Per Don Bosco, e per uno stuolo di psicologi moderni, un’autentica relazione umana personale significa che io sono completamente presente all’altro, che sono pienamente con lui, che partecipo della sua esistenza personale, perché ho interesse per lui.

Il giovane facilmente scopre se le manifestazioni dell’educatore sono autentiche, provenienti cioè da quelle valide motivazioni e da quelle intime convinzioni che costituiscono l’identità stessa dell’educatore. In lui il giovane cerca non tanto il padre che pensa a tutto in sua vece, l’organizzatore del proprio tempo libero, il professore che si preoccupa della sua istruzione, l’adulto che distribuisce ordini, o il sorvegliante che minaccia castighi, ma l’uomo capace di mettersi accanto a lui, più attento alla sua persona che alle esigenze generiche dell’educazione, disponibile ad offrigli un contributo positivo allo sviluppo delle sue potenzialità. Proprio nella misura in cui l’educatore darà al giovane la sensazione di essere in grado di valorizzare tali potenzialità, allora vedrà aprirsi la strada ad una presenza propositiva dalla probabile efficacia.

Agli educatori salesiani radunati per gli annuali esercizi spirituali Don Bosco lasciava i seguenti ricordi: «studiare i naturali, e migliorali; non urtar mai, secondarli sempre; edificare, non distruggere»[8]; «Il superiore studi l’indole dei suoi soggetti, il loro carattere, le loro inclinazioni, le loro abilità, i loro modi di pensare, per saper comandare, in maniera da rendere facile l’obbedienza»[9]. Nella già citata intervista al «Journal de Rome» si leggeva: « [Il mio sistema educativo è] lasciare ai giovani piena libertà di fare le cose che loro maggiormente aggradano. Il punto sta di scoprire in essi i germi delle loro buone disposizioni e procurare di svilupparli. E poiché ognuno fa con piacere soltanto quello che sa di poter fare, io mi regolo con questo principio, e i miei allievi lavorano tutti non solo con attività, ma con amore»[10].

Il sistema preventivo chiede agli educatori di «mettersi in gioco», di porre continuamente in discussione le proprie convinzioni,comprese quelle relative ai problemi giovanili, sapendo provare umano rincrescimento per le difficoltà insuperabili e vivendo accanto al giovane in costante atteggiamento di fiducia e non di consigliere severo o giudice inflessibile. In particolare gli domanda di farsi figura di risonanza interpretativa di valori di cui è portatore, onde preparare il giovane ad acquisire i criteri di scelta e strumenti atti a vivere con serenità nel momento in cui si allontanerà da lui.

Ma né la ricezione passiva di questi valori, né l’acquisizione di capacità operative, né l’adattamento puro ai giusti comportamenti costituiscono l’educazione’ ma solo un processo «personale» di comprensione, valutazione e accettazione. L’educazione mira a produrre nel giovane questa risposta interiore, a suscitare un impegno che contenga la garanzia della continuità, della perseveranza e dello sviluppo per tutta la vita. Così Don Bosco si rivolge agli ex-allievi sacerdoti: «Per riuscir bene coi giovanetti, fatevi un gran studio di usare con essi belle maniere; fatevi amare e non temere; mostrate loro e persuadeteli che desiderate la salute della loro anima, correggete con pazienza, e con carità i loro difetti; soprattutto astenetevi dal percuoterli [ ... ] Forse per alcuni vi sembreranno gettate al vento le vostre fatiche e sprecati i vostri sudori. Per il momento forse sarà così; ma non sarà sempre, neppure per quelli che vi paiono più indocili. Le buone massime, di cui «opportune o importune [sic] li avrete imbevuti, i tratti di amorevolezza che avrete loro usati, rimarranno impressi nella mente e nel cuore. Verrà tempo che il buon seme germoglierà, metterà i suoi fiori e produrrà i suoi frutti»[11].

In sintesi: nel sistema preventivo l’efficacia educativa dipende anzitutto dalla «qualità» della presenza dell’educatore al suo educando. Don Bosco amava ripetere ai giovani che senza di loro non poteva far nulla e che tutto con loro diventava possibile. «Trattiamo ì giovani [ ... ] con amore ed essi ci ameranno, trattiamoli con rispetto ed essi ci rispetteranno. Bisogna che essi stessi ci riconoscano come Superiori. Se vogliamo umiliarli £on parole per la ragione che siam Superiori [sic], ci renderemmo ridicoli»[12].

L’educatore è la chiave di lettura dell’azione educativa posta in perfetta sintonia col suo «compagno di viaggio» che parla la stessa lingua. Don Bosco non ha dubbi. 

3. Il punto dolente 

La difficoltà maggiore che può incontrare l’educatore è forse quella di riuscire a comunicare in modo appropriato, dato e concesso che i conflitti generazionali sono una costante della storia dell’educazione, ‘ nota a tutti anche senza far ricorso a Freud e al suo complesso edipico. A tale ineliminabile gap generazionale, per cui l’autonomia del ragazzo è emancipazione da qualsiasi autorità di tipo educativo che, all’interno del processo di crescita, li porterà all’autonomia, si aggiungono le ambiguità, le diffidenze, la discontinuità, l’incoerenza, la provocazione proprie dell’età evolutiva, talora in rivolta nei confronti del mondo adulto. Questo non poche volte disinformato, turbato, preoccupato, con difficoltà riesce a comprendere le «bizzarrie» e i comportamenti oscillanti del figlio, dell’allievo, del membro del proprio gruppo. Oggi poi, per un insieme di motivi, la comunicazione sembra costituire il punctum dolens dell’interazione non solo tra le generazioni, ma anche tra le singole persone, tra i coniugi, tra le istituzioni e con i loro destinatari. La comunicazione pare confusa, disturbata, esposta all’ambiguità per eccesso di rumore, per molteplicità dei messaggi, per la mancanza di sintonia fra emittente e ricevente. Ebbene il sistema preventivo offre utili indicazioni al riguardo.

Il modello è anzitutto la stessa persona di Don Bosco. Con cognizione di causa si può affermare che fu «un grande comunicatore», sia che parlasse ai giovani nei sermoncini della sera, sia che rivolgesse singolarmente loro in cortile l’altrettanto famosa parolina all’orecchio, sia nelle conferenze al grande pubblico in Italia, Francia, Spagna, sia nei singoli colloqui con esponenti di tutti gli strati sociali, sia infine nella sua instancabile attività di scrittore ed editore. Stando alle memorie, lui stesso avrebbe chiesto, divenuto sacerdote, « l’efficacia della parola, per poter far del bene alle anime», e avrebbe aggiunto con sincerità: «mi pare che il Signore abbia ascoltato la mia umile preghiera»[13].

Sarebbe facile documentare con una mole di testimonianze i risultati del «carisma» comunicativo di Don Bosco. Limitiamoci a verificare la «rifrazione» della sua parola attraverso un passo di una lettera di un quarantenne ex allievo di Valdocco, militare di professione: «Amato mio Don Bosco sembra che abbia ragione lagnarsi di me, sì, ma creda pure che sempre lo amai, lo amerò: io in lei trovo ogni conforto e ammiro le sue gesta da lontano, mai parlai né permisi sentire di lei parlare male; sempre lo difesi. Vedo in lei che volgerebbe l’anima mia ad ogni verso; restai confuso, estatico, élettrizzato nei suoi ragionamenti; furono forti e sentiti: mise in me uno sconcerto e mi rese a tal punto da restare abbagliato nel vedere che sempre mi ama svisceratamente, sì, o caro D. Bosco [ ... ] nessuno più di lei sa e conosce il cuore mio e potrà decidere. Conchiudo perciò, mi consigli, mi ami, mi perdoni [ ... ]. Le mando un bacio di cuore. e le fo professione di fede che le voglio bene»[14].

Per una corretta interazione educativa, basata su uno stile di presenza a dominante empatica, si richiede una duplice comunicazione: personale e ambientale.

Anzitutto un educatore come Don Bosco deve affinare le doti espressive innate, utilizzare una pluralità di linguaggi comunicativi, promuovere quasi un dialogo face to face anche attraverso fattori comunicativi extralinguistici, addirittura impostare la propria vita come una «situazione comunicativa». La parola «parlata» infatti interagisce sempre con altri fattori non verbali (comportamenti, atteggiamenti, gesti, decisioni operative, espressioni del volto, scelta dei luoghi e dei tempi più idonei per comunicare ... ), eloquenti spesso più della parola stessa, e in ogni caso tali da concorrere all’esito del rapporto comunicativo.

Anche la comunicazione a distanza quale è la lettera ‑ Don Bosco ne scrisse a migliaia ‑ o ancor più i moderni mezzi di comunicazione audiovisiva pongono in essere un contatto interattivo.

L’importante è che la via della comunicazione personale non venga mai occlusa, in attesa delle migliori disposizioni dei giovani ad aprirsi e a superare malintesi, prevenzioni, diffidenza, timori.

In secondo luogo l’adulto, nella convinzione che l’educazione preventiva è anche risultato dell’ambiente, inteso come l’insieme delle persone, delle istituzioni, delle strutture, delle disposizioni regolamentarie in vigore, nei limiti del possibile ne prepara uno moralmente salubre, idealmente irreprensibile. La serie dei messaggi sui muri di Valdocco non si trasformavano direttamente in codice che permetteva ai giovani di comprendere quale qualità di vita si chiedeva loro? L’associazionismo giovanile molto impegnato delle case di Don Bosco ‑ le cosiddette compagnie‑ non andava nella stessa direzione? E così si può dire dell’attenzione che a Valdocco si prestava alle persone che entravano in casa, della messa in funzione all’interno di strutture scolastiche e di laboratori, onde evitare i rischi dei contatti esterni, del controllo della stampa e dei libri che passavano fra le mani dei ragazzi e di molte altre forme di prevenzione a Don Bosco attuate a questo scopo.

Comunicatore-saltimbanco, comunicatore‑prete organizzatore di giochi, comunicatore‑predicatore, comunicatore‑costruttore di chiese, comunicatore-fondatore di collegi, comunicatore scrittore‑editore, Don Bosco costruisce li suo capolavoro con l’Oratorio di Valdocco: «sistema integrato di scuola, lavoro, tempo libero e religione, spazio esuberante di vita, centro di attività utili, gioiose, oltre che culturali e formative, una macchina perfetta in cui ogni canale di comunicazione, dal gioco alla musica, dal teatro alla stampa, è gestito in proprio su basi minime, e riutilizzato e discusso quando la comunicazione arriva da fuori»[15].

Ambiente fisico, strutturazione degli spazi, organizzazione del tempo, clima di famiglia, impegni religiosi e professionali, momenti espressivi e ludici acquistano una palese evidenza simbolica, armonizzano valori estetici e religiosi, sostengono aspirazioni e sentimenti, sviluppano una carica comunicativa ricca di vibrazioni che conquista la mente e il cuore del giovane favorendo uno sviluppo armonico e integrale della persona. 

4. Educatore «padre, fratello e amico» 

Nello stile preventivo fra educando ed educatore si tende a creare un rapporto interpersonale ravvicinato, tipico di una famiglia, dove se vige una convivenza che permette lo scambio e un’intesa a livello di intimità, è però naturalmente presente un codice di diritti e di doveri, che si traduce in una distribuzione articolata di ruoli e responsabilità. «Fino al 1858 ‑ vale a dire finché Valdocco raggiunse grandi dimensioni ‑ D. Bosco governò e diresse l’Oratorio come un padre regola la propria famiglia, e i giovani non sentivano che vi fosse differenza tra l’Oratorio e la loro casa paterna»[16].

Padre, fratello, amico: un trinomio che ritorna con frequenza sulle labbra di Don Bosco allorché si rivolge ai direttori, ai responsabili di scuole e collegi, a tutti gli educatori. Garantisce loro una omologa risposta dei giovani: «L’allievo sarà sempre amico dell’educatore e ricorderà con piacere la direzione avuta, considerando tuttora quali padri e fratelli i suoi maestri e gli altri superiori» (Trattatello). 

a) L’educatore esercita anzitutto la paternità, vale a dire uno dei ruoli essenziali riconosciuto come tali dalla psicologia: quello di essere portatore di autorità e modello di identificazione. Nella mente di Don Bosco l’educatore per eccellenza è il direttore dell’istituzione, a cui è riservata in modo speciale la paternità feconda all’interno della famiglia educativa. Lo è soprattutto nel contatto continuo con gli alunni, nei colloqui formali e informali. Ovviamente per il fanciullo e il preadolescente l’adulto‑educatore resta maggiormente polo di attrazione; per l’adolescente e il giovane rappresenta invece il polo dialettico per la ridefinizione della propria identità, palestra di confronto per le loro idee, spinta a capire meglio loro stessi mediante il confronto e lo scambio.

Grazie a questo lavoro dell’educatore nascono nell’anima dell’educando, come s’è accennato, il gusto del bene, della giustizia, della solidarietà, della bellezza, prendono cioè forma i valori, che diventano la forza che dà solidità a tutta la costruzione della vita. L’educatore non crea questa forza, l’aiuta solo ad emergere, facendo attenzione a superare non pochi rischi: lo stabilire in modo unilaterale e irragionevole ciò che è bene, facendo sentire in colpa il giovane se esprime opinioni diverse dalle sue; il domandargli forme di collaborazione totalmente sganciate dai suoi interessi e bisogni; il fissare in modo del tutto autonomo i tempi e modi di collaborazione; il dare fiducia da una parte, ma negandola contemporaneamente dall’altra con struttura paternalistica che favorisce infantilismo; lo strumentalizzare la paternità sacrificandola al possesso, al dominio o anche solo alla ricerca della gratificazione della propria immagine di educatore.

Nel sistema preventivo di Don Bosco non c’è l’alibi dello spontaneismo, del permissivismo, del presunto rispetto della freschezza infantile; ma neppure si opta per un autoritarismo altrettanto pernicioso. Con perfetta intuizione di Don Bosco educatore si è detto che «ebbe.del pedagogo il puro necessario, del carabiniere niente, del padre tutto»[17]. Ed anche: «Non comprenderà mai Don Bosco chi non riesca a figurarselo come un padre in mezzo ai figli»[18].

L’educatore non abdica alle proprie responsabilità, delegando ad altri i propri doveri o rimanendo in situazione oscillante fra tentativo di proposta e tendenza sottile all’imposizione. Autorevole di fronte ai giovani perché credibile, non si dimette dal proprio ruolo di padre col cercare la simpatia del giovane evitando di dire le verità scomode. Educare è fatica. Don Bosco non chiede di discendere allo stesso livello dell’educando per rimanerci comodamente in modo inerte: significherebbe non promuovere la sua responsabilità con la sottrazione del necessario confronto. I giovani domani potranno rimproverarlo per le correzioni mancate. 

b) Ma non basta la paternità. È necessario coniugarla con l’amicizia e con la fraternità. Don Bosco domanda che l’educatore sia nello stesso tempo amico e fratello, in quanto sa che nel giovane è fondamentale l’esigenza di comunicazione, di amicizia, di sentirsi importante per il pari età, il quale vive le stesse situazioni, con il quale non si prova disagio ad esprimersi ed a confidarsi, in quanto non è un arrivato, ma un compagno che non ti giudica, che sperimenta le stesse difficoltà nella progressiva scoperta di sé. In lui si rispecchia e valuta l’esattezza del proprio giudizio, la qualità e la portata delle proprie azioni.

I due amici/interlocutori si trovano così in una sorta di amicizia nell’uguaglianza e nella fraternità. Se il padre comanda e domina, il fratello e ancor più l’amico no. Nell’incontro fra amici a tu per tu, che l’educatore conduce con metodo onde fare una corretta diagnosi del problema del giovane, si procede assieme ad un esame dei mezzi e delle vie di soluzione. La conclusione da parte del giovane sarà un impegno verso una nuova fase di vita, in compagnia dell’amico‑educatore.

Questi, come tale, è assolutamente presente in mezzo ai giovani, condivide con loro i giochi, il lavoro, l’amore al moto, alla vita, alla corretta esplosione delle energie fisiche, intellettuali, emotive, morali, la vivacità, la spontaneità, le sofferenze, tutto. Si legge nella lettera da Roma: «Il maestro.visto solo in cattedra è maestro e non più, ma se va in ricreazione coi giovani diventa come fratello. Se uno è visto solo predicare dal pulpito si dirà che fa ne più ne meno del proprio dovere, ma se dice una parola in ricreazione è la parola di uno che ama». E nella registrazione di una buonanotte ai giovani di Valdocco: «Non voglio che mi consideriate come vostro superiore ma come vostro amico [ ... ] e vi domando la vostra confidenza, quella che aspetto dagli amici»[19]. Con qualcuno Don Bosco stabilisce addirittura dei patti di amicizia: «Ti ricordi ‑ scrive al giovane Giuseppe Roggeri ‑ del contratto che abbiamo stipulato e conchiuso tra noi? Essere amici e unirci insieme per amare Dio con un cuore e un’anima sola»[20]. 

5. Condizione previa 

Porre le condizioni per stabilire un rapporto di volontà di cooperare e di «camminare assieme» è uno degli aspetti più delicati del problema. Da parte dell’educatore‑padre‑amico‑fratello si richiede di «accettare» e di «essere accettato»; analogamente, da parte del giovane, di lasciarsi coinvolgere. Dunque un’accettazione pedagogica bipolare: «comprensione» paterna, fraterna, amichevole dell’educatore che sì interessa del giovane da un lato, e «accettazione» dell’intervento educativo e della persona che lo fa dall’altro lato.

Da parte dell’educatore punto di partenza è l’accettazione incondizionata dei giovani così come sono e non come vorrebbe che fossero, ossia volontà e capacità di incontrarli indipendentemente dalla loro struttura psichica, dalle loro qualità fisiche, dalla loro provenienza sociale, dalla loro intelligenza, dal loro modo di presentarsi ecc. Un’accettazione quindi che si impone a livello di modalità dell’essere e non dell’avere: «Basta che siate giovani ‑ scrive Don Bosco nell’introduzione al Giovane Provveduto ‑ perché io vi ami assai»[21]. Accettare significa «capire» il comportamento del ragazzo, vale a dire essere disposto a riconoscere le attenuanti, gli influssi temperamentali, costituzionali, ambientali. Non che il ragazzo abbia di per é ragione, ma indubbiamente ha delle ragioni che l’educatore non può non considerare. Dunque si chiederà all’educatore di fornirsi di bontà, di escludere ogni animosità e permalosità personale, di ammettere nel giovane difficoltà oggettive e soggettive che possono coesistere anche con un’autentica buona volontà, li possedere sicurezza di giudizio fondato su esperienza e non ingenuità. Non per nulla a conclusione degli articoli preliminari al Regolamento per le case salesiane si legge: «Ma a tutti è indispensabile la pazienza, la diligenza e molta preghiera, senza cui sarebbe inutile ogni Regolamento»[22]. Testimonianze concordi affermano che «Don Bosco non stancavasi mai di avvisare e consigliare: e la sua pazienza fu veramente eroica»[23].

Ma anche il giovane deve accettare l’educatore e il suo intervento in forza di un insieme di motivi: di razionalità e ragionevolezza, di autorità e di timore, di ascendente personale e di suggestione, di altri dinamismi emotivi, forse anche di calcolo utilitario. Per far questo il giovane deve superare eventuali ostacoli: lo stato d’urto con l’ambiente e con gli educatori oppure quello di delusione, di frustrazione, di disistima personale dell’educatore; l’istintiva resistenza all’intrusione di estranei nella propria vita; l’indisponibilità dovuta a pigrizia e orgoglio: insomma un insieme di meccanismi psicologici di difesa, perché il bene futuro costa la rinuncia a cose immediatamente piacevoli. 

6. Stile di presenza 

Scrive Don Bosco nel Trattatello: «Il Sistema Preventivo consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un istituto e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del direttore e degli assistenti, che come padri amorosi, parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli ed amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze». Per lui tutti gli educatori sono «assistenti»: «Quelli che trovansi in qualche ufficio o prestano assistenza ai giovani che la divina Provvidenza ci affida ‑ si legge negli articoli generali introduttori al Regolamento delle case salesiane ‑, hanno tutto l’incarico di dare avvisi e consigli a qualsiasi giovane della casa, ogni qual volta vi è ragione di farlo, specialmente quando si tratta d’impedire l’offesa di Dio»[24].

Abbiamo già osservato a più riprese che la presenza dell’educatore accanto al ragazzo ha una duplice funzione preventiva: promuovere tutto il bene possibile, abilitando il giovane ad un retto comportamento, facendo appello alle energie individuali e di gruppo, apprestando ambienti con specifica modalità educativa; nello stesso tempo impedire il male, facendo ogni sforzo per risparmiare al giovane l’esposizione al danno e al pericolo, individuando e neutralizzando fattori che possono turbarne il normale sviluppo e la crescita delle forze interiori. Tale presenza, tale azione preventiva Don Bosco la sintetizza in una parola: assistenza.

Desumere la portata della parola dal significato letterale è scarsamente utile e forse anche fuorviante. Si tratta di un termine coniato all’interno di un’esperienza, dalle applicazioni originali; comporta un solo desiderio: stare con i ragazzi: «Qui con voi mi trovo bene, è proprio la mia vita stare con voi»[25].

L’assistenza racchiude l’essenziale degli aspetti pratici del sistema preventivo nella misura in cui il preventivo non sia unicamente concepito come pura preservazione, ma come efficace azione positiva, di influsso continuo e persistente. Nella prassi e negli scritti di Don Bosco, essa non si identifica con la pura sorveglianza, con la repressione, con una presenza-controllo. Questa è propria del sistema repressivo che consiste esattamente come recita lo stesso Trattatello nel «far conoscere la legge ai sudditi, poscia sorvegliare per conoscerne i trasgressori ed infliggere, ove sia d’uopo, il meritato castigo». Neppure si identifica con una soffocante vigilanza super organizzata, che giustamente merita le accuse di metodo generatore di formalismo, ipocrisia, educazione alla doppiezza. Tanto meno consiste nella presenza insignificante dell’educatore in qualità di semplice osservatore. Don Bosco non vuole né gendarmi che minacciano né spettatori indifferenti. Nel primo caso si creerebbe solo ordine esteriore e dunque falso; nel secondo caso si farebbe controeducazione.

L’educatore, secondo il sistema preventivo, è contrario al mettere alla prova per vedere se il giovane resiste o no agli urti della realtà quotidiana; è invece a favore di una fraterna presenza, per un vigile e amorevole sostegno in funzione illuminatrice diretta a edificare una personalità matura.

Don Bosco crede al dogma del peccato originale e delle sue conseguenze, perché per esperienza conosce le malizie dei ragazzi e sempre per esperienza è in grado di capire le difficoltà di un ambiente collegiale chiuso, come poteva essere quello di Valdocco e delle altre sue case. Pertanto vuole dall’educatore un’assistenza sempre e dappertutto: «abbi sempre l’occhio aperto, aperto e lungo»; è necessario «sorvegliare continuamente i giovani in qualunque luogo si trovino mettendoli quasi nell’impossibilità di far male»[26].

Ma quale è il criterio preciso con cui interpretare l’espressione «mettere gli allievi nell’impossibilità di commettere mancanze»?

Prima di tutto quello di una presenza (anche fisica) costante ed educativa, che si esprima cioè in quantità di tempo e qualità dei modi da parte di chi ha abbracciato con gioia lo stare sempre in mezzo ai giovani e ne condivide i gusti, le inclinazioni, le tendenze, il gioco, la preghiera, il riposo, la fatica del «dovere» quotidiano. Una «assistenza per», illuminata e guidata dall’intenzione educativo-morale e religiosa esplicita e che include necessariamente quell’atteggiamento d’amorevolezza e di ragionevolezza tale da evitare che la convivenza assidua e vigilante coi giovani assuma forma di struttura di imposizione autoritaria. Don Bosco «era sempre in mezzo ai giovani. Aggiravasi qua e là, si accostava ora all’uno ora all’altro, e, senza che se ne accorgessero, li interrogava per conoscerne l’indole, e i bisogni. [ ... ] Egli poi era sempre lieto e sorridente, ma nulla di quanto accadeva sfuggiva alla sua osservazione»[27].

In secondo luogo una assistenza individualizzata, che mentre non trascura la massa, mira ad ogni giovane come all’unica persona che gli interessa. A detta stessa dei giovani, a Valdocco ciascuno si sapeva conosciuto e amato da Don Bosco, avendo ciascuno ricevuto da lui un sorriso, una parola cordiale, un consiglio. Molti poi si credevano preferiti. Non si trattava di telepatia, tanto meno di suggestione, ma del principale substrato di ogni comunicazione interpersonale: l’empatia, la capacità di cogliere immediatamente ciò che il giovane vive e sente in quel momento. Cosa che evidentemente si realizza là dove il rapporto educativo vibra di confidenza, di riconoscenza, di «cuore». Ai neo direttori Don Bosco lasciava sempre il seguente «ricordo confidenziale»: «Procura di farti conoscere dagli allievi e di conoscere essi passando con loro tutto il tempo possibile adoperandoti di dire all’orecchio loro qualche affettuosa parola, che tu ben sai, di mano in mano ne scorgerai il bisogno. Questo è il gran,segreto che ti renderà padrone del loro cuore»[28].

Nel sistema preventivo dunque l’assistenza non è un semplice mezzo disciplinare per curare l’ordine, la disciplina, la regolarità dello studio e del lavoro, la moralità e la buona educazione; ma una presenza molto impegnativa, fatta sì di fatiche, ma anche di soddisfazioni: vedere come i giovani profondamente amati e riconosciuti nella loro individualità sono capaci di rispondere con attitudine di riconoscenza, di accoglienza per quello che viene loro dato dagli educatori, secondo modalità anche affettive. La conferma si trova sempre nel Trattatello: «Il sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà tuttora parlare col linguaggio del cuore sia in tempo della educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo ed anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffizi civili e nel commercio» (Trattatello).



[1] F. Motto, Un sistema educativo sempre attuale, Elledici, Leumann (Torino), 2000, 80 – 95.

[2] L’espressione è di Gino Corallo.

[3] E (= Epistolario) 1176.

[4] MB (= Memorie biografiche) VI, 581.

[5] Em 21.

[6] Em 510.

[7] MB XVII, 369.

[8] MB VIII, 446.

[9] MB IX, 713.

[10] MB XVII, 85.

[11] MB XIV, 513.

[12] MB XIV, 846‑847.

[13] MB I, 519.

[14] Cf. Ricerche Storiche Salesiane, 11 (1987), pp. 365 – 368.

[15] L’espressione è di Umberto Eco.

[16] MB IV, 679.

[17] MB XI, 224.

[18] MB XIX, 128.

[19] MB VII, 503.

[20] Em 294.

[21] OE (= Opere edite) II, 187.

[22] OE XXIX, 113.

[23] MB IV, 553.

[24] OE XXIX, 111.

[25] MB IV, 654.

[26] MB VI 390.

[27] MB III, 119.

[28] Cf Don Bosco educatore, p. 183.