«Non dire

falsa testimonianza»

L'ottavo comandamene

Gianfranco Ravasi

Il nostro itinerario all'interno del Decalogo giunge all'ottava parola che è offerta nelle due versioni bibliche dei dieci comandamenti - quelle di Esodo 20,16 e di Deuteronomio 5,20 - con questa formula: «Non pronunciare falsa testimonianza contro il tuo prossimo». Del suo tenore originale cercheremo di interessarci tra poco. Per ora accontentiamoci di partire dall'accezione più popolare che vede in questo precetto la condanna della bugia, della calunnia, della mormorazione, della maldicenza e così via. È, d'altronde, questo un tema classico anche nella storia della cultura di tutti i popoli.
Facciamo solo qualche esempio. Esiodo, poeta greco dell'VIII sec. a.C., nel suo capolavoro Le opere e i giorni affermava: «Un pettegolezzo calunnioso non svanisce mai del tutto, se molti lo ripetono: anche la calunnia è una specie di divinità». Lo storico greco Erodoto del V sec. a.C. nelle sue Storie ribadiva: «La calunnia è una cosa tremenda: sono due quelli che commettono ingiustizia, e uno quello che la subisce. Infatti il calunniatore commette ingiustizia denigrando una persona in sua assenza, e colui che ascolta commette egualmente ingiustizia accettando quello che gli viene detto prima di essersi potuto accertare del vero».
Shakespeare metteva in bocca ad Amleto queste parole per Ofelia: «Pur se tu sia casta come il ghiaccio e pura come la neve, non sfuggirai alla calunnia. Vattene in convento!» (Amleto III,1). E ancora il grande drammaturgo inglese faceva dire a Pisanio in Cimbelino (111,4): «La calunnia, il cui filo è anche più tagliente di quello della spada, e la cui lingua è più velenosa di tutti i serpenti del Nilo, e il cui fiato cavalca sopra i venti come fossero corsieri e diffonde la menzogna per tutti i quattro venti del mondo».
E come non ricordare quel Calomniez, calomniez: il en restera toujours quelque chose («calunniate, calunniate; ne resterà sempre qualcosa») del Barbiere di Siviglia, opera del commediografo francese Pierre Augustin Caron de Beaumarchais (1732-1799)? In verità la stessa idea era già stata formulata dal filosofo inglese Francesco Bacone (1561-1626) che nel suo De dignitate et augmentis scientiarum attribuiva allo storico e filosofo greco Plutarco (141 sec. d.C.) questo detto: Auducter calumniare, semper aliquid haeret, («calunnia sfacciatamente, qualcosa resterà sempre attaccato»). Perché — ed è un poeta francese, Casimir Delavigne (1793-1843) a ricordarcelo — «più una calunnia è inverosimile, meglio la ricordano gli stolti» (così nel dramma I figli di Edoardo).
E come non finire questa ideale antologia perversa con la celebre aria di don Basilio in un altro Barbiere di Siviglia, quello musicato da Rossini su libretto di Cesare Sterbini? «La calunnia è un venticello, / un'auretta assai gentile / che insensibile sottile / leggermente, dolcemente / incomincia a sussurrar. / Piano piano, terra terra, / sotto voce, sibilando / va scorrendo, va ronzando, / nelle orecchie della gente / s'introduce destramente, / e le teste ed i cervelli / fa stordire e fa gonfiar» (1,7). Forse aveva ragione il moralista francese Nicolas de Chamfort (1740-1794) quando nei suoi Pensieri, massime e aneddoti esortava a trattare la maldicenza così: «La calunnia è come la vespa che ti importuna e contro la quale non bisogna far nessun movimento, a meno d'essere sicuri di ammazzarla». Purtroppo, però, la storia ci avverte che Chamfort morì suicida...
Ma ritorniamo al significato originale dell'ottavo comandamento. In realtà in esso è in causa non tanto un ambito tutto sommato privato com'è quello della calunnia, della bugia, della mormorazione, bensì è coinvolto prima di tutto e sopra tutto l'orizzonte giudiziario, tant'è vero che la resa migliore dell'ebraico dovrebbe essere questa: «Non deporre contro il tuo prossimo come testimone falso». Il verbo usato, infatti, è quello tecnico della comparizione di un_testimone in sede processuale. Ora, considerando il rilievo che rivestiva la testimonianza a voce in una civiltà di cultura orale (lo scritto era secondario rispetto alla parola detta o data) è facile comprendere perché questo comandamento fosse la prima norma in assoluto nel celebre Codice di Hammurabi, testo-base del diritto babilonese. Si ingloba, certo, anche la questione della verità privata e quella delle relazioniquotidiane, ma si punta diritto al cuore della vita sociale. Merita forse un cenno la prassi processuale dell'antico Israele.
Ogni villaggio aveva come sede giudiziaria la porta pubblica che svolgeva le funzioni di municipio. Membri di diritto della corte di per sé erano tutti i cittadini residenti, non soggetti a tutela (come le donne e i minorenni) e dotati dei diritti civili (matrimonio, culto, servizio militare). I giudici e l'assemblea stavano seduti; chi testimoniava stava in piedi e, per la particolare tipologia di questa corte popolare, si poteva essere contemporaneamente testimoni e giudici. Una raffigurazione dal vivo di un dibattimento municipale alla porta del villaggio, il luogo ove tutti transitavano sia per i commerci, sia per recarsi al lavoro nei campi, è da leggere nel capitolo 4 del delizioso libro biblico di Rut.
Proprio da quanto si è detto finora, emergono chiaramente i rischi di un simile procedimento giudiziario, che successivamente verrà rettificato sia con un diritto processuale più rigoroso sia con la possibilità di interporre appello presso i tribunali di Gerusalemme (in epoca tarda sarà il Sinedrio, cioè l'assemblea suprema, a trattare i casi più importanti e gli altri in seconda istanza).
L'ottavo comandamento è, perciò, decisivo per la correttezza delle relazioni sociali e delle azioni penali ma anche per la tutela della dignità di una persona: per questo, in senso positivo, è l'esaltazione del diritto all'onore come dovuto a ogni persona. È ancora per questo che l'accento cade sul "falso testimone" in ebraico 'ed sheqer, colui che scardina la comunità e viola un diritto fondamentale, radicale, quasi sacrale.
Scrive, infatti, l'autore di un saggio sulla menzogna nella Bibbia, M. A. Klopfenstein (Die Lüge nach dem Alten Testament, Zurigo e Francoforte 1964): «Sheqer non è solo un discorso menzognero, bensì tutto un modo di comportarsi. È, infatti, un comportamento contrario alla fedeltà e alla fede, all'assistenza giudiziaria a cui il prossimo ha naturalmente diritto; è un contegno aggressivo, distruttivo della comunità, asociale». Proprio per marcare questa grave responsabilità, il testimone decisivo per una sentenza capitale era costretto ad essere il primo a scagliare la pietra della lapidazione: «La mano dei testimoni sarà la prima contro il condannato per farlo morire; poi la mano di tutto il popolo» (Deuteronomio 17,7). E a questo proposito è illuminante la scena dell'adultera e l'invito di Gesù a scagliare la prima pietra, se si è senza colpa (Giovanni 8,1-11).
L'importanza di questo comandamento risulta anche dalla sua reiterata ripresa nella legislazione biblica. Ecco solo un esempio: «Non spargerai false dicerie; non presterai mano al colpevole per essere testimone in favore di un'ingiustizia.
Non seguirai la maggioranza per agire male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia. Ti terrai lontano da ogni parola menzognera. Non far morire l'innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole. Non accetterai doni, perché il dono acceca chi ha gli occhi aperti e perverte anche le parole dei giusti» (Esodo 23,1-2 e 6-8). I profeti saranno veementi nel denunciare la corruzione della magistratura, corollario della proibizione decalogica: «Guai a coloro che fanno decreti iniqui - grida, ad esempio, Isaia (10,1-2) - e scrivono in fretta sentenze oppressive, per negare la giustizia ai miseri, per fare delle vedove la loro preda e spogliare gli orfani».
Possiamo anche evocare due casi biblici clamorosi di ingiustizia processuale causati da falsa testimonianza. Il primo è narrato nel capitolo 21 del Primo Libro dei Re. Un sovrano di Israele, Acab, istigato dalla moglie, una principessa fenicia di nome Gezabele, vorrebbe alienare a un contadino, Nabot, il terreno di proprietà della sua famiglia, per aggregarlo al parco reale della residenza estiva nella città di Izreel. Di fronte alla resistenza del contadino, forte del suo diritto, la regina organizza una specie di farsa processuale in cui due falsi testimoni - tanti quanti erano necessari per la validità dell'accusa - affermano: Nabot ha maledetto Dio e il re!». A questo punto scatta la condanna a morte: «Lo condussero fuori della città e lo uccisero lapidandolo». Ma nel silenzio complice dei cittadini, succubi e timorosi nei confronti dell'arroganza prevaricatrice del potere, si leverà la voce del profeta Elia che al re grida: «Hai assassinato e ora usurpi! Per questo dice il Signore: Nel terreno ove lambirono il sangue di Nabot, i cani lambiranno anche il tuo sangue!».
L'altro caso è quello di Gesù di Nazaret nei cui confronti si cerca di istruire un processo sulla base di una falsa testimonianza. Lasciamo la parola all'evangelista Marco: «I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una testimonianza contro Gesù per metterlo a morte, ma non la trovavano. Molti infatti testimoniavano il falso contro di lui e le loro testimonianze non erano concordi. E alcuni si alzarono a testimoniare il falso contro di lui dicendo: "Lo abbiamo udito mentre diceva: Distruggerò questo tempio, fatto da mani d'uomo, e in tre giorni ne costruirò un altro, non fatto da mani d'uomo". Ma nemmeno così la loro testimonianza era concorde. Il sommo sacerdote, alzatosi in mezzo all'assemblea, interrogò Gesù dicendo: "Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?" Ma egli taceva e non rispondeva nulla...» (14,55-61).
Ritorniamo, al termine della nostra analisi dell'ottavo comandamento, al punto da cui siamo partiti. Per noi, nell'accezione comune, questo precetto è soprattutto la condanna della menzogna. Nel linguaggio dell'evangelista Giovanni, in particolare nella sua Prima Lettera, la "menzogna" è la negazione della "verità" divina: è, quindi, un peccato satanico contro la fede. Si ha, quindi, un'ulteriore accezione forte che Gesù stesso marca quando accusa: «li diavolo è stato omicida fin da principio e non ha perseverato nella verità, perché non vi è verità in lui. Quando dice il falso, parla del suo, perché è menzognero e padre della
menzogna» (Giovanni 8,44). C'è, allora, una gravità sociale e teologica nella violazione del precetto decalogico sulla verità da tutelare e rispettare. E la nostra comunicazione attuale, spesso segnata dall'inganno (si pensi all'influsso televisivo), sembra essere una continua violazione dell'ottavo comandamento.
Ma la drammaticità del monito non esclude anche il suo valore all'interno della quotidianità ove alligna la maldicenza e il pettegolezzo. È una specie di catena perversa che ben illustrava il commediografo e attore francese di_origine russa Sacha Guitry (1885-1957), autore di almeno 130 commedie brillanti: «Se quelli che dicono male di me sapessero quel che penso cli loro, direbbero peggio» (così nello scritto Toutes réflexions faites). E san Bernardino da Siena nelle sue Prediche volgari ammoniva il suo uditorio così, bollando l'ipocrisia: «Talvolta il detrattore va con apparenza di bene e parla male d'altri; egli va sotto ombra di bello modo, mostrando di avere carità; e la malizia sta agguattata sotto».