I giovani protagonisti

della nuova

evangelizzazione

Bruno Forte


1. La sfida della crisi

L’istituzione del Pontifcio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione (28 Giugno 2010) e la prossima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, chiamata a riflettere nell’ottobre 2012 su Nuova evangelizzazione e trasmissione della fede cristiana, dicono quanto sia rilevante questo tema per la Chiesa del nostro tempo. È stato lo stesso Benedetto XVI a renderne ragione nel discorso alla prima Assemblea Plenaria del nuovo Consiglio, con parole tanto più incisive in quanto radicate nella sua storia personale di studioso e di pastore: “Quando lo scorso 28 giugno, ai Primi Vespri della Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo annunciai di voler istituire un Dicastero per la promozione della nuova evangelizzazione, davo uno sbocco operativo alla riflessione che avevo condotto da lungo tempo sulla necessità di offrire una risposta particolare al momento di crisi della vita cristiana, che si sta verificando in tanti Paesi, soprattutto di antica tradizione cristiana”. Il Papa mostra come all’origine della riflessione sull’urgenza di una nuova evangelizzazione stia la constatazione di una diffusa situazione di crisi, percepibile soprattutto nei Paesi di antica cristianità. In che consiste questa crisi? Quali ne sono le cause? Rispondere a queste domande è punto di partenza necessario per proporre un efficace progetto per la nuova evangelizzazione e per il ruolo che in essa dovranno avere in particolare i giovani, futuro del mondo.
Nel “Motu proprio” Ubicumque et semper del 21 Settembre 2010, con il quale viene istituito il nuovo Pontificio Consiglio, lo stesso Benedetto XVI descrive così la crisi di cui parliamo: “Uno dei tratti singolari del nostro tempo è stato il misurarsi con il fenomeno del distacco dalla fede, che si è progressivamente manifestato presso società e culture che da secoli apparivano impregnate dal Vangelo. Le trasformazioni sociali alle quali abbiamo assistito negli ultimi decenni hanno cause complesse, che affondano le loro radici lontano nel tempo e hanno profondamente modificato la percezione del nostro mondo. Si pensi ai giganteschi progressi della scienza e della tecnica, all’ampliarsi delle possibilità di vita e degli spazi di libertà individuale, ai profondi cambiamenti in campo economico, al processo di mescolamento di etnie e culture causato da massicci fenomeni migratori, alla crescente interdipendenza tra i popoli. Tutto ciò non è stato senza conseguenze anche per la dimensione religiosa della vita dell’uomo. E se da un lato l’umanità ha conosciuto innegabili benefici da tali trasformazioni e la Chiesa ha ricevuto ulteriori stimoli per rendere ragione della speranza che porta (cfr 1Pt 3,15), dall’altro si è verificata una preoccupante perdita del senso del sacro, giungendo persino a porre in questione quei fondamenti che apparivano indiscutibili, come la fede in un Dio creatore e provvidente, la rivelazione di Gesù Cristo unico salvatore, e la comune comprensione delle esperienze fondamentali dell’uomo quali il nascere, il morire, il vivere in una famiglia, il riferimento ad una legge morale naturale”.
La crisi, nell’analisi del Papa teologo, ha dunque radici lontane: sul piano culturale si potrebbe individuarne l’origine in quel processo di autonomia del mondano, che ha inizio col “secolo dei Lumi” e si sviluppa nelle varie forme e stagioni dell’ideologia moderna del “regnum hominis” quale regola assoluta dell’agire. Un grande pensatore cristiano del Novecento, Romano Guardini, presenta così il processo indicato: “L’uomo moderno ha perduto il punto di riferimento esistenziale; non è più in relazione con il Dio sovrano che è al di sopra del mondo. Il mondo ricade su se medesimo e aspira a essere l’Universo. Ora l’uomo non può tuttavia eliminare il dato di fatto su cui si fonda il suo essere, ossia il rapporto personale con Dio” (Etica, Morcelliana, Brescia 2001, 555). Dell’uomo lasciato in balia di se stesso la volontà di potenza della ragione ideologica ha facile gioco: dove è persa la relazione col Trascendente è aperta la strada a ogni possibile manipolazione dell’uomo sull’uomo. Alla base della crisi della modernità - esplosa in piena evidenza nella parabola tragica dell’ideologia in tutte le sue espressioni, di destra come di sinistra - sta dunque la perdita del senso della verità su Dio e sull’uomo davanti a Lui e conseguentemente l’oblio del valore infnito della persona e della sua libertà.
Per uscire dalla crisi non c’è per Guardini che una sola via, coincidente con quella più volte proposta da Benedeto XVI: aprire gli occhi di fronte alla verità, uscire nell’ipertrofia del soggetto e dalla solitudine che lo imprigiona. Bisogna guardare fuori di sé alla verità delle cose, misurarsi con la realtà dell’altro, sia prossimo e immediato, che trascendente e sovrano. Papa Benedetto testimonia di continuo la fiducia nella forza unificante e liberante della verità, precisamente perché ne coglie le conseguenze decisive per il mondo uscito dalla crisi della modernità, alla ricerca di orizzonti affidabili in questa inquieta post-modernità. Se per l’ideologia moderna Dio risultava “mortuus, inutilis, otiosus” davanti alle pretese assolute dell’autonomia dell’uomo, uno sguardo alla realtà privo di pregiudizi ne mostra invece il valore fondante per ancorare la vita e la storia a una autentica riserva di senso. Se le volgarizzazioni del positivismo scientifico e le realizzazioni storiche dei modelli ideologici davano per scontata la morte di Dio, e questa pretesa si afaccia nelle recenti proposte divulgative di un certo ateismo postulatorio (cf. Richard Dawkins, Christopher Hitchens, Michel Onfray, Piergiorgio Odifreddi), il ritorno alla
realtà risveglia il bisogno dell’incontro liberante con la verità che ci supera e ci avvolge tutti, la verità trascendente e liberante del Dio vivo. Ci si rende conto “del deserto interiore che nasce là dove l’uomo, volendosi unico artefice della propria natura e del proprio destino, si trova privo di ciò che costituisce il fondamento di tute le cose” (Ubicumque et semper).
Il volto propriamente “post-moderno” di questo processo di crisi si manifesta nel rifiuto di un qualsivoglia orizzonte ideologico, perché visto come totalitario e violento. La massificazione tipica delle ideologie spinge per reazione l’uomo post-moderno a vivere di frammenti: tempo della contaminazione (tutto è sporco, contaminato, nulla ha veramente valore) e della fruizione (tanto vale bruciare l’adesso, consumando il piacere possibile), il post-moderno si rivela tempo della frustrazione, stagione di un “lungo addio” da ogni certezza totalizzante (Gianni Vattimo). Anche la proposta religiosa viene da molti equiparata a quella delle ideologie e ciò ne motiva un pregiudiziale rigetto. Occorre allora aver chiaro che il Dio cristiano non ha nulla della totalità onnicomprensiva e violenta della ragione ideologica: al contrario, è un Dio che ha scelto la debolezza e l’abbandono della Croce per manifestare al mondo la forza del Suo amore infinito. Inoltre, se il rifiuto degli orizzonti totali spinge molti figli del post-moderno a chiudersi in se stessi in una sorta di riflusso nel privato, che produce una vera e propria “folla delle solitudini”, la proposta cristiana della carità va più che mai avanzata come buona novella contro la solitudine e via percorribile per creare ponti d’incontro e di solidarietà. Nel cristianesimo il Tutto viene a offrirsi nell’umiltà del frammento, com’è avvenuto in modo esemplare una volta per sempre nel Figlio abbandonato alla morte di Croce e risorto alla vita. E poiché il “Tutto nel frammento” può considerarsi l’altro nome del “bello” - termine che viene da “bonicellum”, piccolo bene, infinito che si fa presente nel finito, eternità che entra nel tempo – il cristianesimo risulta significativo nel post-moderno proprio in quanto annuncio di una bellezza umile, eppure infinita e salvifica, che è quella del più bello dei figli degli uomini, il Dio crocifisso.
Le conseguenze etiche di questi processi sono rilevanti: l’arcipelago prodotto dalla frammentazione tipica del post-moderno riduce l’altro a “straniero morale” da cui guardarsi. “Oggi - dice Benedetto XVI nel discorso del 30 maggio 2011- si assiste al dramma della frammentarietà che non consente più di avere un riferimento unificante”. Proprio questo favorisce una nuova enfasi dell’io, che si propone come metro di tutto. Si delinea così la cosiddetta “modernità liquida”, più volte descritta dal sociologo e filosofo britannico di origini ebraico-polacche Zygmunt Bauman (Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002). Nel nostro tempo “modelli e configurazioni non sono più ‘dati’, e tanto meno ‘assiomatici’: ce ne sono semplicemente troppi, in contrasto tra loro e in contraddizione dei rispettivi comandamenti, cosicché ciascuno di essi è stato spogliato di buona parte dei propri poteri di coercizione… Sarebbe incauto negare, o finanche minimizzare, il profondo mutamento che l’avvento della modernità fluida ha introdotto nella condizione umana” (XIII). Mancando punti di riferimento certi, tutto appare giustificato o giustificabile in rapporto all’onda del momento. Gli stessi parametri etici che il “grande Codice” della Bibbia aveva affidato all’Occidente, sembrano diluiti, poco reperibili ed evidenti. Si parla di “relativismo”, di “nichilismo”, di “pensiero debole”. Questo volto fluido della post-modernità si manifesta in particolare nella volatilità delle informazioni offerte dal “web” e nella fragilità delle sicurezze promesse dall’”economia virtuale”, sempre più separata dall’economia reale. Crollata la maschera del massimo vantaggio al minimo rischio, restano le macerie di una situazione economico-finanziaria fluida su tutti i livelli. Trovare punti di riferimento, indicare linee guida affidabili è, la sfida titanica per governanti e amministratori. Come Benedetto XVI ha evidenziato nell’Enciclica Caritas in veritate, anche l’economia cerca salvezza bussando alle porte dell’etica!

2. In che senso “nuova” evangelizzazione?

Di fronte al mutato contesto culturale dell’Occidente e all’impatto che tutto questo ha sulla vita degli uomini, nasce la domanda su come si possa annunciare oggi credibilmente la buona novella di Gesù. Afferma Benedeto XVI nel discorso citato del 30 maggio 2011: “Il termine ‘nuova evangelizzazione’ richiama l’esigenza di una rinnovata modalità di annuncio, soprattutto per coloro che vivono in un contesto, come quello attuale, in cui gli sviluppi della secolarizzazione hanno lasciato pesanti tracce anche in Paesi di tradizione cristiana. Il Vangelo è il sempre nuovo annuncio della salvezza operata da Cristo per rendere l’umanità partecipe del mistero di Dio e della sua vita di amore e aprirla a un futuro di speranza affidabile e forte. Sottolineare che in questo momento della storia la Chiesa è chiamata a compiere una nuova evangelizzazione, vuol dire intensificare l’azione missionaria per corrispondere pienamente al mandato del Signore”. Ciò che cambia, insomma, non è il Vangelo, ma il destinatario cui va annunciato: occorre aprirsi alle nuove sfide, apprendere nuovi linguaggi, tentare nuove forme di approccio. “La nuova evangelizzazione - afferma ancora il Papa - dovrà farsi carico di trovare le vie per rendere maggiormente efficace l’annuncio della salvezza, senza del quale l’esistenza personale permane nella sua contraddittorietà e priva dell’essenziale. Anche in chi resta legato alle radici cristiane, ma vive il difficile rapporto con la modernità, è importante far comprendere che l’essere cristiano non è una specie di abito da vestire in privato o in particolari occasioni, ma è qualcosa di vivo e totalizzante, capace di assumere tutto ciò che di buono vi è nella modernità”.
Alla radice di questa novità di linguaggi e di approcci sta sempre però la novità dell’incontro col Cristo vissuto da chi crede: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (Deus caritas est, 1). In questo senso, l’aggettivo “nuova” posto innanzi al termine “evangelizzazione” va ben compreso: non si tratta di una semplice novità cronologica, quasi che quanto fatto finora sia stato sbagliato o parziale, e ora inizi l’anno zero della proclamazione del Vangelo al mondo. Una simile lettura sarebbe fuorviante: dal passato ci vengono straordinari esempi di rinnovato slancio evangelizzatore in epoche di grande creatività pastorale e missionaria. Si pensi, per fare solo un esempio, all’opera delle missioni nell’età moderna, che ha conquistato al Vangelo interi popoli e diversissime culture. Ciò che deve essere nuovo nello sforzo dell’evangelizzazione oggi richiesto si pone piuttosto sul piano qualitativo: per ricorrere alla terminologia del greco neotestamentario, in gioco è la novità del “kainós”, non quella del “neós”, la novità qualitativa ed escatologica, non quella meramente cronologica. Non a caso Gesù chiama “kainé” il suo comandamento nuovo: “entolé kainé” (1 Gv 2,7s), per indicare che solo gli uomini nuovi, resi tali dal Figlio, possono vivere la novità dell’amore da Lui richiesto e darne testimonianza credibile.
In questa luce, l’evangelizzazione sarà “nuova” se nascerà da un impegno di profondo rinnovamento e riforma di tuta la Chiesa e di ciascuno dei protagonisti che la vivranno: il Papa afferma che “non si deve pensare che la grazia dell’evangelizzazione si sia estesa fino agli Apostoli e con loro quella sorgente di grazia si sia esaurita”. Citando Sant’Agostino, osserva che “questa sorgente si palesa quando fluisce, non quando cessa di versare. E fu in tal modo che la grazia tramite gli Apostoli raggiunse anche altri, che vennero inviati ad annunciare il Vangelo… anzi, ha continuato a chiamare fino a questi ultimi giorni l’intero corpo del suo Figlio Unigenito, cioè la sua Chiesa diffusa su tutta la terra” (Sermo 239,1). Benedetto XVI conclude perciò affermando che “la grazia della missione ha sempre bisogno di nuovi evangelizzatori capaci di accoglierla, perché l’annuncio salvifico della Parola di Dio non venga mai meno, nelle mutevoli condizioni della storia” (discorso del 30 Maggio 2011). È giustificato, allora, ricorrere a modelli del passato e pensare, ad esempio, che la “nuova evangelizzazione” possa stare al Concilio Vaticano II come il grande processo della “riforma cattolica” stette al Concilio di Trento: quello che lo Spirito ha detto alla Chiesa attraverso questi grandi eventi conciliari, va tradotto nella vita nuova dei battezzati, nel nuovo entusiasmo dell’incontro col Signore risorto, che la Chiesa rende sempre di nuovo possibile, e nello slancio a trasmettere agli altri credibilmente ciò che ha segnato e trasformato la nostra vita di discepoli di Gesù.
Anche in questa convinta chiamata alla “nuova evangelizzazione” si manifesta, allora, quella che sempre più si rivela come una caratteristica fondamentale di questo Pontificato: l’impegno per la riforma della Chiesa a partire dalla conversione dei cuori. Chi crede nella forza della verità sa che prima o poi essa vincerà sul pregiudizio e sulla menzogna. È su questa convinzione che Benedetto XVI chiama tutta la Chiesa a camminare fiduciosa “fra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, come ripeteva Agostno (De civitate Dei 18, 51, 2), operando con coraggio per il suo rinnovamento nella sequela del Signore Gesù. Il rinnovamento della vita ecclesiale - scriveva il giovane Professore, oggi Papa - “non consiste in una quantità di esercizi e istituzioni esteriori, ma nell’appartenere unicamente e interamente alla fraternità di Gesù Cristo… Rinnovamento è semplificazione, non nel senso di un decurtare o di uno sminuire, ma nel senso del divenire semplici, del rivolgersi a quella vera semplicità… che in fondo è un’eco della semplicità del Dio uno. Diventare semplici in questo senso - questo sarebbe il vero rinnovamento per noi cristiani, per ciascuno di noi e per la Chiesa intera” (Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 301. 303).
L’autentica riforma passa attraverso l’amore: ispirato dal primato della carità e dei bisogni reali, chi intende operare per il rinnovamento della vita ecclesiale, dovrà tornare all’amore, con la pazienza di rispettare anche i cammini più lenti, nella docilità e nella decisa obbedienza allo Spirito. È la via cui Benedetto XVI sta chiamando la Chiesa intera, a tutti i livelli. Proprio così questo Papa si rivela un “riformatore”: e la riforma che persegue è quella profonda della “metànoia” evangelica, la sola capace di riportare la Chiesa alla sua bellezza originaria e di farla risplendere così come segno levato fra i popoli...

3. Alcune scelte pastorali al servizio della “nuova evangelizzazione”

Come vivere dunque l’annuncio della buona novella rendendo ragione della nostra fede in situazioni così differenti da quelle del passato cosiddetto “di cristianità”? Leggere il dolore del tempo come crisi delle false sicurezze dell’ideologia, e rapportare questa crisi alla rivelazione compiutasi nel Signore Gesù, “nostra speranza”, consente di affermare che mai come oggi i cristiani – e in particolare i giovani impegnati a vivere lo slancio di una “nuova evangelizzazione” in questo mondo in cambiamento - dovranno render ragione della speranza che è in loro con dolcezza e rispetto per tutti (cf. 1 Pt 3,15), facendosi luogo di irruzione e di presenza dell’Altro. Sul piano personale ed ecclesiale ciò esige che essi siano a) discepoli dell’Unico; b) servi per amore; c) testimoni del senso. Qui si fonda il loro compito missionario nella sequela dell’Inviato del Padre, consacrato per portare la buona novella ai poveri (cf. Lc 4,16ss), che ha confidato loro esplicitamente la missione di annunciare la buona novella del Regno a ogni creatura (Mt 28,16-20; Mc 16,15-20), e di realizzarne la grazia mediante i sacramenti della vita nuova.

a) Di fronte alla caduta del senso, di fronte alla rinuncia a porsi la domanda sul senso, i credenti sono chiamati anzitutto a porre Cristo al centro della loro vita e del loro annuncio, qualificandosi come discepoli dell’Unico, appassionati alla Sua Verità, che solo libera e salva. “Vieni e seguimi” è l’appello che risuona più che mai oggi per i credenti, perché più che mai occorre dire con la vita che ci sono ragioni del vivere e del vivere insieme e che queste ragioni non sono in noi stessi, ma fuori di noi, nell’Altro che viene a noi, in quell’ultimo orizzonte, che la fede ci fa riconoscere rivelato e donato in Lui, Gesù Cristo. Si tratta di riscoprire il primato di Dio nella fede, e perciò il primato della dimensione contemplativa della vita, intesa come fedele unione al Cristo in Dio, avendo il cuore attento all’ultimo orizzonte, che in Lui ci è offerto. Si tratta di vivere la memoria del Dio con noi, giocando su di Lui l’intera nostra vita. C’è bisogno di cristiani adulti, convinti della loro fede, esperti della vita secondo lo Spirito, pronti a rendere ragione della loro speranza. In tal senso, la carità più grande che oggi viene chiesta ai discepoli del Crocefisso Risorto è quella di essere con la vita discepoli e testimoni di Colui, che è la speranza che non delude, missionari innamorati della verità che salva. Occorre essere pronti anche a rinunciare a ciò che immediatamente può sembrare più sicuro, perché risplenda Dio in Cristo al centro del nostro cuore, al centro della Chiesa. Ci è chiesto insomma di vivere il primato della fede, nascosti con Cristo in Dio, resi da ciò capaci di vivificare dall’interno con il Suo amore ogni comportamento ed ogni rapporto storico: come Francesco, di cui afferma la Vita Seconda di Tommaso da Celano che “non era tanto un uomo che prega, quanto piuttosto egli stesso era tutto trasformato in preghiera vivente”.
Nello stupore dell’ascolto e della lode, nella fatica del servizio, nell'annuncio della Parola, nella celebrazione dei sacramenti, la Chiesa sa di doversi lasciare sempre più possedere dal suo Sposo, per “tendere incessantemente verso la pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio” (Dei Verbum, 8). Nulla è più lontano dallo stile di una Chiesa testimone di speranza che un atteggiamento di trionfalismo, di cedimento di fronte alla seduzione del potere presente e del possesso in questo mondo. Il popolo di Dio, nato ai piedi della Croce e pellegrino nel lungo Venerdì Santo, che è la storia dell'uomo sulla terra, non dovrà mai scambiare le pallide luci di qualche gloria mondana con la luce della Gloria promessa nella vittoria di Pasqua. Finalità ultima della Chiesa non è affermarsi secondo le misure della grandezza di questo mondo, ma cantare il suo “Nunc dimittis”, come il vecchio Simeone, quando si leverà per tutti, senza più veli, la luce delle genti. Proprio così essa si veste della luce, che attira l’universale pellegrinaggio dei popoli verso il suo Signore...

b) In secondo luogo, i cristiani oggi sono chiamati più che mai a farsi servi per amore, vivendo l’esodo da sé senza ritorno nella sequela dell’Abbandonato, costruendo la via in comunione, solidali specialmente ai più deboli e ai più poveri dei loro compagni di strada. Se Cristo è al centro della nostra vita e della vita della Chiesa intera, se Egli è colui al quale restiamo appesi, avvinti alla Sua croce, illuminati dalla Sua risurrezione, allora non possiamo chiamarci fuori della storia di sofferenza e di lacrime in cui Egli è venuto e dove ha conficcato la Sua Croce per estendervi la potenza della Sua vittoria pasquale. I discepoli della Verità che salva non sono mai soli: essi sono con Lui, al servizio del prossimo, vivendo così la compagnia del Dio con noi. Non si realizza il compito affidatoci dal Maestro, non si costruisce il domani di Dio nel presente degli uomini attraverso fughe dalle responsabilità del servizio: il mondo uscito dal naufragio dei totalitarismi ideologici ha come mai bisogno di questa carità concreta, discreta e solidale, che sa farsi compagnia della vita e sa costruire la via in comunione, irradiando il Cristo Salvatore. Certo, questo stile di servizio comporterà anche la necessità di prendere posizione, di denunciare: amare concretamente gli uomini significa anche capovolgere il loro modo di agire. Si tratta di mettere al primo posto non un interesse mondano o un calcolo politico, ma l’esclusivo interesse alla causa della verità di Cristo e della sua giustizia; si tratta in nome di questo di giocare la vita, compromettendola con la testimonianza, se necessario portando la croce, cercando sempre con tutti la via in comunione. All’inizio del nuovo millennio, il dolore del tempo, l’assenza di speranza, che è vera lebbra dell’anima, chiede alla Chiesa l’audacia di gesti significativi ed inequivocabili di carità nella sequela dell’Abbandonato della Croce...
Ciò esige anche che la Chiesa sappia relativizzare le grandezze di questo mondo: nella luce dell’orizzonte ultimo, dischiuso dalla speranza del Cristo, tutto appare inesorabilmente “penultimo”, sottoposto al giudizio della promessa del Signore, sempre viva e attuale nella forza dello Spirito. La presenza dei cristiani nella storia è nel segno dell'esilio e della lotta: “ ‘Finché abitiamo in questo corpo siamo esuli lontani dal Signore’ (2 Cor 5,6) e avendo le primizie dello Spirito, gemiamo dentro di noi (cf. Rm 8,23) e bramiamo di essere con Cristo (cf. Fil 1,23). Dalla stessa carità siamo spronati a vivere più intensamente per Lui, che per noi è morto e risuscitato (cf. 2 Cor 5,15). E per questo ci sforziamo di essere in tutto graditi al Signore (cf. 2 Cor 5,9) e indossiamo l'armatura di Dio per potere star saldi contro gli agguati del diavolo e resistere nel giorno cattivo (cf. Ef 6,11-13)” (Lumen Gentium, 48). La Chiesa serva per amore dovrà pertanto vigilare nei confronti di tutte le miopi realizzazioni delle speranze di questo mondo: presente ad ogni situazione umana, solidale col povero e con l'oppresso, non le sarà lecito identificare la sua speranza con una delle speranze della storia.
Questa vigilanza critica non significa, però, disimpegno: essa è, al contrario, costosa ed esigente. Si tratta di assumere le speranze umane e di verificarle al vaglio della resurrezione del Signore, che da una parte sostiene ogni impegno autentico di liberazione e di promozione umana, dall'altra contesta ogni assolutizzazione di mete terrene. In questo duplice senso, la speranza ecclesiale, speranza della resurrezione, è resurrezione della speranza: essa dà vita a quanto è prigioniero della morte e giudica inesorabilmente quanto presuma di farsi idolo dei cuori e della vita. In nome della sua “riserva escatologica” la Chiesa della carità non può identificarsi con alcuna ideologia, forza partitica o sistema, ma di tutti deve essere coscienza critica, richiamo dell'origine prima e della destinazione ultima, stimolo affinché si promuova tutto l'uomo in ogni uomo. Il popolo di Dio, memore della patria, è scomodo e inquietante, libero per la fede e servo per amore, tutt'altro che strumento del sistema o protagonista del compromesso o fermo nel disimpegno spiritualista. La meta, che fa i cristiani stranieri e pellegrini in questo mondo, non è sogno che alieni dal reale, ma forza stimolante dell'impegno per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato nell'oggi del mondo.

c) Infine, discepoli di Dio nell’“imitatio Christi crucifixi”, di fronte alla tragica mancanza di speranza e di passione per la verità ci viene chiesto di essere testimoni del senso più grande della vita e della storia, nella fede in Colui che ha compiuto il suo esodo verso il Padre e ci ha aperto le porte del Regno, quale vivente profezia del Dio con noi. Ciò richiede di amare la Verità e di essere pronti a pagare il prezzo per essa nella quotidiana fatica che ci relaziona a ciò che è penultimo: solo così si potrà essere suoi testimoni per gli altri. Amare la verità significa avere lo sguardo rivolto al compimento delle promesse di Dio in Cristo, morto e risorto per noi. Essere pronti a pagare il prezzo per questa verità in ogni comportamento è la fedeltà richiesta per la credibilità del testimone della speranza che non delude: si tratta di far maturare coscienze adulte, desiderose di piacere a Dio in tutto, e pronte a segnalare la rilevanza del senso più grande della vita e della storia in ogni scelta. “Ciò di cui abbiamo soprattutto bisogno in questo momento della storia - ha detto Joseph Ratzinger qualche settimana prima di diventare Papa - sono uomini che, attraverso una fede illuminata e vissuta rendano Dio credibile in questo mondo. La testimonianza negativa di cristiani che parlavano di Dio e vivevano contro di Lui, ha oscurato l’immagine di Dio e ha aperto la porta dell’incredulità. Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparando da lì la vera umanità… Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini” (Subiaco, 1 Aprile 2005).
Alla Chiesa è perciò richiesto di essere con la sua fede anticipazione militante della vittoria sul dolore, sul male e sulla morte, promessa in Cristo nel suo ritorno al Padre. Nonostante le prove e le contraddizioni del presente, il popolo di Dio è chiamato ad esultare già ora nella speranza: nella Chiesa protesa e pellegrina verso la meta si realizza la parola del Salmo: “Quale gioia quando mi dissero: Andremo alla casa del Signore!” (Sal 122,1). La gioia non nasce dalla presunzione di edificare una scala verso il cielo, una sorta di nuova torre di Babele del mondo prigioniero di sé: la pace e la forza della Chiesa sono radicate nella resurrezione dell’Umile, che le schiude la sua vocazione escatologica, e nella certezza che lo Spirito da Lui effuso è già all'opera in lei per edificare nel tempo degli uomini l'avvenire promesso da Dio. Dio “ha tempo” per l'uomo e costruisce con lui la sua casa: la Gerusalemme, sospirata ed attesa, scende già dal cielo (cf. Ap 21,2). Ai credenti resta il compito di vivere il mistero dell'Avvento nel cuore della vicenda umana: “Lo Spirito e la Sposa dicono: Vieni!” - ad essi il Vivente risponde: “Sì, vengo presto!” (Ap 22,17. 20). Di questo desiderio, di questa attesa gioiosa la nuova evangelizzazione chiesta all’impegno dei credenti dovrà essere voce nei tempi e nei luoghi più diversi della storia...