Il linguaggio religioso

di fronte al tema

del dolore-fallimento

Giannino Piana

Accostando un tema come quello del dolore-fallimento, che ha a che fare con situazioni-limite dell'esperienza umana, è facile incorrere in atteggiamenti poco controllati, che oscillano dalla tendenza alla rimozione all'opposta tendenza all'ostentazione e alla sublimazione. Il forte coinvolgimento emotivo, suscitato dallo spessore esistenziale delle realtà evocate, rende arduo ogni tentativo volto a conservare il giusto equilibrio.
Anche l'interpretazione religiosa risente di queste oscillazioni, che si riflettono pesantemente sullo stesso linguaggio. La tentazione più frequente è quella di dar vita a forme di evasione, che passano sopra alla tragicità degli eventi mediante coperture banali e mistificatorie. Esiste una gamma assai vasta di espressioni che, indulgendo in posizioni masochiste, si sforzano di valorizzare il dolore-fallimento in chiave redentiva. Ricondotto immediatamente al mistero della croce, il dolore viene considerato come via per unirsi a Cristo e come strumento di riscatto dal peccato. Il che rivela, per un verso, l'incapacità di fare seriamente i conti con gli aspetti di non-senso – di fallimento appunto – che lo connotano ed evidenzia, per altro verso, il rischio di ridurre il cristianesimo a una sorta di religione doloristica, che approfitta della debolezza umana per alimentare stati di passività e di rassegnazione.
Non intendiamo analizzare qui dettagliatamente le diverse espressioni nelle quali abitualmente si condensano questi modi di reagire. Ci limitiamo a prenderne in considerazione alcune, al fine di evidenziarne le dinamiche soggiacenti e di far luce sulle interpretazioni del fatto religioso che dietro ad esse si annidano. Il linguaggio è infatti spia di un modo di essere e di pensare; è il luogo in cui più chiaramente si manifestano le visioni del mondo e della vita che determinano i comportamenti umani.

1. Fortunato chi soffre!

Non è infrequente (anche se è più raro che in passato) sentir celebrare nella predicazione e nella catechesi la «fortuna» di chi soffre, quasi fosse benedetto da Dio, perché messo in condizione di espiare i propri peccati attraverso la partecipazione al mistero redentivo. A parte la spudoratezza di tale linguaggio - vi è spesso purtroppo nel linguaggio religioso una grossolana mancanza di pudore - ciò che soprattutto emerge dietro a tali considerazioni è l'assoluta disattenzione alla portata drammatica del «negativo» per la vita dell'uomo. Il dolore è certo una componente ineludibile della condizione umana nel mondo; ad esso non è dunque possibile sfuggire. Ma la sua integrazione non è cosa facile, perché ad essere messe in scacco sono, in questo caso, le dinamiche profonde del desiderio umano. Il bisogno non solo di vivere (o di sopravvivere) ma di autorealizzarsi e di assicurarsi la felicità è un'istanza fondamentale inscritta nelle stesse strutture biopsichiche dell'umano. La ricerca del senso della vita non avviene attraverso astratti ragionamenti o aride disquisizioni intellettuali; passa attraverso un rapporto esistenziale positivo con la realtà, che è dato anzitutto dal sentirsi bene, dal pieno possesso cioè delle proprie energie vitali. Dolore fisico e sofferenze psicologica, spesso tra loro strettamente intrecciati, generano uno stato di disagio e di frustrazione, che si riflette inevitabilmente sul modo di guardare la vita. Lungi dall'essere una «fortuna», il dolore è evento del tutto negativo, che va radicalmente combattuto. La sottolineatura troppo frettolosa della sua positività rappresenta un oltraggio nei confronti di chi lo sperimenta, perché concorre ad acuire ulteriormente il senso di «maledizione» cui è soggetto.
Questo non toglie ovviamente che si possa, in qualche modo, parlare di riscatto del dolore, sia sul piano umano che cristiano. Esso può trasformarsi in occasione per rientrare in sé, ricuperando ciò che è essenziale e concentrando attorno ad esso le proprie decisioni; può cioè favorire forme di interiorizzazione che aiutano a fare correttamente discernimento della realtà, superando la tentazione della superficialità e della dissipazione. Nella prospettiva cristiana poi, l'inserimento nel mistero della croce fa di esso una via di accesso alla sal-
vezza non solo per se stessa ma per l'intera umanità e per il mondo. L'annuncio di questi aspetti positivi non può tuttavia avvenire in modo adeguato, se non sono stati anzitutto messi in luce gli elementi di scacco che lo connotano; se non si è fatto soprattutto spazio a quegli atteggiamenti di compassione, di solidarietà e di condivisione, che esprimono il necessario coinvolgimento nell'umano patire e l'impossibilità di penetrare fino in fondo negli abissi insondabili cui conduce.
Gesù stesso del resto di fronte alla sofferenza ha reagito con durezza, cercando di respingerla («Se è possibile passi da me questo calice»), anche se si è poi piegato alla volontà del Padre, accettandone, in un atto di totale obbedienza, il misterioso disegno («Non la mia, ma la tua volontà sia fatta»). Il dolore non può essere edulcorato; va considerato in tutta la sua pesantezza come realtà che solo con fatica (e non sempre) l'uomo è in grado di elaborare.

2. «Volontari della sofferenza»

Carica di ambiguità e di equivoci suona, di primo acchito, anche la formula «volontari della sofferenza», che dà il nome a una benemerita associazione cattolica italiana. Essa sembra infatti nascondere un atteggiamento autodistruttivo, ispirato a una visione negativa della vita, peraltro radicato in un consistente filone della tradizione cristiana del passato. La considerazione del mondo come «valle di lacrime», nella quale ciò che conta è soltanto vivere l'attesa di un al di là felice e predisporsi a raggiungerlo, sfocia nell'esaltazione di un'ascesi fatta di sacrificio, di mortificazione e di rinnegamento di sé. Gli istinti e i desideri, le passioni, le emozioni e gli stessi sentimenti sono concepiti come elementi di cui diffidare o comunque da assoggettare a un severo e costante controllo. Tutto ciò che rinvia alla propria autorealizzazione è guardato con sospetto come espressione di egocentrismo o come spinta verso una ricerca alienante, che conduce l'uomo lontano dall'adesione a ciò che veramente vale.
A ben guardare dietro a tale concezione della vita si nasconde una visione pessimistica dell'uomo soggetto a condizionamenti profondi e difficilmente controllabili, e perciò costretto, se intende salvarsi, a imboccare la strada del dovere e dell'obbligazione; vi è, in altri termini, un pregiudizio radicale nei confronti della tensione alla felicità e la sottolineatura che solo dalla negazione di sé può venire la redenzione. Il cristianesimo assume in tal modo i connotati di un antiumanesimo; di una religione che fa leva sulla debolezza umana, perciò – come osserva Nietzsche – vale soltanto per i pusillanimi e i perdenti, per coloro che non sanno affrontare con coraggio la vita ricercando la propria autoaffermazione.
È vero che la formula «volontari della sofferenza» non ha soltanto questo significato; può alludere, al contrario, alla capacità di chi soffre di non subire passivamente la sofferenza, ma di assumerne un'autocoscienza positiva, che rende possibile la sua corretta valorizzazione. Ma non si può misconoscere l'infelicità di un linguaggio che, se assunto acriticamente, sottende una volontà di adesione al dolore, incapace di coglierne la costitutiva ambivalenza, e perciò di respingerne ogni forma di ingannevole seduzione.

3. La redenzione come retribuzione

Alla base di tali atteggiamenti vi sono senz'altro motivazioni teologiche, che risalgono a interpretazioni parziali o unilaterali di elementi propri della rivelazione biblica. Tra questi un ruolo di primo piano occupa anzitutto la dottrina della redenzione. È fuori dubbio la presenza nei testi biblici di cospicui riferimenti al carattere retributivo che qualifica tale dottrina e che è peraltro in perfetta sintonia con categorie concettuali e di linguaggio proprie della cultura ebraica. Espressioni come «assolvere il debito» o «pagare il prezzo», presenti nelle lettere paoline, stanno a indicare l'esistenza di una mentalità e di un costume, che ha radici remote nella storia di Israele e che conserva un certo valore anche nella tradizione neotestamentaria. La coscienza che attraverso il peccato l'uomo ha contratto con Dio un debito infinito e lo sviluppo di una teoria della giustizia come giustizia anzitutto retributiva comporta la necessità, se si vuole uscire dallo stato di perdizione, di dare corso a una perequazione dei diritti che, in questo caso, può essere perseguita solo mediante il pagamento di un prezzo infinito. Il Figlio di Dio è pertanto considerato come colui che, unico, è in grado di fornire un'espiazione adeguata, tale da compensare la gravità del male. La redenzione diviene così un atto dovuto, necessario per placare la collera del Padre e ricreare le condizioni per il ripristino dell'alleanza. Questa concezione, per quanto contrassegnata da elementi indubbi di verità, si rivela, se radicalizzata, inaccettabile, perché indulge verso una lettura deformata della figura del Padre ridotto a giudice implacabile, che esige l'adempimento oggettivo della giustizia fino a chiedere il sacrificio del Figlio.
Ma soprattutto questa concezione ci allontana dalla dimensione più profonda del mistero redentivo, cioè dalla sua qualità più vera, che è quella di essere atto di amore. La croce riceve il suo senso ultimo proprio da questo; essa non è anzitutto finalizzata al ristabilimento di un ordine infranto dalla colpa dell'uomo, ma a rendere trasparente nella forma più alta l'amore di Dio; anzi a rivelare che Dio è amore. La povertà di Dio, il suo totale spogliamento, la sua kenosi non hanno valore per se stessi, ma solo in quanto indici della radicalità del dono che egli ha fatto agli uomini: «Non c'è amore più grande di quello di colui che dà la vita per i propri amici» (Gv 15,13). Nella realtà della morte, accettata in perfetto abbandono alla volontà del Padre, Cristo manifesta il suo essere-totalmente-per-gli-altri, che è la natura più profonda dell'essere stesso di Dio. Se il linguaggio con cui la redenzione viene proposta non lascia intravedere questa verità si trasforma inevitabilmente in linguaggio legalistico e impersonale, che tradisce l'essenza più autentica del messaggio annunciato.

4. Chi perde la propria vita...

Solo nell'orizzonte di questa interpretazione della redenzione ne ricevono il loro vero significato alcune espressioni evangeliche, che possono altrimenti suonare come disumanizzanti. Si intende qui soprattutto alludere a quell'insieme di detti nei quali vengono esplicitate le condizioni richieste per vivere il discepolato. In essi è posto, da un lato, l'accento sulla radicalità della scelta esigita, la quale implica rotture laceranti con il proprio passato - si pensi soltanto alla rinuncia agli affetti familiari più cari -; dall'altro, è messo chiaramente in luce lo stato di disagio derivante dalla condivisione della vita del Maestro, il quale non ha neppure una pietra su cui posare il capo. La sequela è un andare dietro a Cristo, prendendo la propria croce e perdendo la propria vita: «Chi cerca la propria vita, la perderà; e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10,39).
È evidente come queste espressioni possano venir interpretate come una sorta di invito all'autonegazione, persino al nichilismo; quando invece la loro collocazione nel quadro del mistero redentivo, come mistero di amore, fa di esse il cuore stesso dell'esperienza cristiana. Il «perdersi» non è infatti fine a se stesso, ma ha come obiettivo il «ritrovarsi»; non implica pertanto rifiuto della propria autorealizzazione e della ricerca della felicità; è semplicemente l'indicazione della strada da seguire per conseguirle. È la conferma della verità della croce, la certezza cioè che la piena affermazione di sé ha luogo soltanto nell'atto del donarsi. Il paradosso cristiano è dunque abbandono di qualsiasi forma di egocentrismo e riconoscimento che solo il rapporto con l'altro, e un rapporto contrassegnato dall'amore, consente il raggiungimento del più alto livello di umanizzazione. E l'altro di cui si parla non è soltanto il prossimo di cui condividiamo il destino creaturale; è anche e soprattutto l'Altro da cui veniamo e a cui tendiamo come a ultimo traguardo. È come dire che la vera realizzazione di sé si compie nella comunione con Dio e con i fratelli; comunione che è la risultante di un'abdicazione a se stessi, nella consapevolezza che soltanto in questo modo è possibile accedere a una realtà nuova, frutto di una feconda reciprocità interpersonale. L'ascesi come perdita di sé e accettazione della croce non è dunque mai nel cristianesimo l'obiettivo definitivo; è soltanto strumento per vivere la dimensione più profonda, quella mistica, in cui si celebra la pienezza dell'unione con Dio e si attinge attraverso di essa la vera felicità.

5. Resistenza e resa

L'atteggiamento del cristiano di fronte al dolore-fallimento non può perciò essere né quello rassegnato di chi lo accoglie incondizionatamente, in nome di una visione pessimistica della vita in cui conta soltanto il sacrificio e l'autolimitazione, né, all'opposto, quello di chi lo occulta o lo rimuove, sperimentandone duramente lo scacco quando inevitabilmente viene in esso coinvolto.
La vita è anzitutto chiamata alla gioia e alla pienezza della propria realizzazione personale. Ciò significa che il dolore, in quanto realtà negativa, che impedisce all'uomo di esprimere tutte le proprie potenzialità e determina la sensazione del fallimento, va radicalmente combattuto; in altre parole, che ad esso occorre «resistere» con tutte le proprie energie e con tutti i mezzi che la scienza ci mette oggi a disposizione. Medicina e psicologia sono, da questo punto di vista, ambiti nei quali si dispiega la responsabilità dell'uomo come cooperatore dell'opera creazionale di Dio; attraverso di esse si sono infatti prodotte possibilità inedite di superamento di situazioni angustianti. La lotta alla sofferenza, con l'intento, fin dove è possibile, di debellarla, è un imperativo morale inderogabile, che ogni uomo deve fare proprio. Il disimpegno in questi ambiti è atto di grave colpevolezza.
D'altra parte – purtroppo – nonostante tutti i lodevoli sforzi umani, dolore e fallimento – si pensi al trauma della morte – rimarranno nella vita dell'uomo come componenti mai totalmente vincibili. Esse risultano legate, da un lato, al limite della condizione umana, cioè alla sua dimensione creaturale, e rese più acute, dall'altro, dalla presenza del mistero del male e del peccato. Non è dunque sufficiente reagire; è, in pari tempo, necessario coltivare un'attitudine di accoglienza realistica del «negativo», integrandolo nella propria esistenza ed elaborandolo correttamente, così da trasformarlo in occasione di crescita umana e di apertura al dono della grazia redentiva. Ma è bene ricordare che soltanto chi sa mettere in atto una serrata «resistenza» al male può considerare la «resa» non come refrattarietà o arrendevolezza ma come fase penultima di un processo che ha come obiettivo la realizzazione umana e tende ad essa in un atto di affidamento totale; nella consapevolezza che l'impegno dell'uomo, pur assolutamente necessario, non può avere l'ultima parola, ma è semplicemente condizione per l'attuarsi dell'azione liberante del Signore.


(Da: Credere Oggi 19 (5/1999) n. 113, 33-39)