Età della vita

e accompagnamento

 

vocazionale

 

Documentazione CNV

 

Sommario

CNV - N° 3 Maggio/Giugno 2000

PRESENTAZIONE

Luca Bonari

 

PRIMA RELAZIONE

L’età della vita: una spiritualità dei tempi della vita e delle scelte

di Romano Martinelli

 

SECONDA RELAZIONE

L’età della scoperta:direzione spirituale vocazionale nell’adolescenza

di Enzo Fortunato

 

TERZA RELAZIONE

L’età della scelte:direzione spirituale vocazionale nella giovinezza

di Lucia Mainardi,

 

QUARTA RELAZIONE

L’età della fedeltà e della fecondità:guida spirituale e vocazionale nella maturità

di Giuseppe Sovernigo

 

QUINTA RELAZIONE

Le età della vita ele vie dell’accompagnamento nella comunità cristiana

di Antonio Ladisa

 

SESTA RELAZIONE

Il discepolo amato:da giovane discepolo a guida spirituale

di Adelio Brambilla

 

SETTIMA RELAZIONE

Nel servizio della direzione spirituale:essere direttivi o no?

di Lorenzo Ghizzoni

 

OTTAVA RELAZIONE

Il salto di qualità dell’animatore vocazionale: un formatore di vocazioni con un metodo collaudato di accompagnamento

di Simone Giusti

 

 

 

PRESENTAZIONE

Di Luca Bonari Direttore del CNV

LUCA BONARI

 

Forma privilegiata di discernimento e accompagnamento vocazionale è la direzione spirituale. Così scrivono i nostri vescovi al n. 24 degli “Orientamenti emersi dal lavoro della 46ª Assemblea generale della CEI” e proseguono:Ponendosi al servizio della singola persona, essa richiede da parte di una persona adulta nella fede la disponibilità all’ascolto, una notevole capacità di dialogo sui problemi inerenti le scelte di vita, nonché la capacità di suscitare e dare risposta agli interrogativi fondamentali...

Il CNV, che da molti anni promuove - tra le sue principali iniziative annuali - un seminario sulla DS a servizio dell’orientamento vocazionale, accoglie con gioia queste confortanti e stimolanti indicazioni, ben sapendo che la DS si colloca nel cuore della pastorale vocazionale del terzo millennio. Grande soddisfazione, normalmente, in coloro che partecipano ai seminari ma una corale richiesta: poter disporre tempestivamente del frutto di tali lavori seminariali. Questo numero della rivista risponde a questa richiesta - almeno in parte - pubblicando le relazioni degli amici che ci hanno accompagnati per mano al seminario dell’Aprile scorso, con qualche piccola integrazione.

Nell’ultimo seminario si era fatta la scelta di privilegiare un aspetto importante della DS: le età della vita, lo sviluppo della persona ed il servizio dell’accompagnamento spirituale. Lo scorso anno si era privilegiato il rapporto tra DS, riconciliazione e sacramento della confessione. Nei prossimi numeri della rivista avremo modo di completare la pubblicazione anche di alcune relazioni dello scorso anno. Un numero, il presente, diviso in due parti. Nella prima parte è pubblicato integralmente l’insieme delle relazioni.

Nella seconda parte trovano spazio alcuni ingrandimenti di natura spirituale, pedagogica e pastorale. Tali ingrandimenti mettono a fuoco alcuni aspetti di particolare interesse che la DS porta con sé. Uno di questi ingrandimenti appartiene alle relazioni di quest’anno (Brambilla), un secondo alle relazioni dello scorso anno (Giusti) ed uno è un intervento originale del nostro Vicedirettore (Ghizzoni) destinato ad evidenziare una particolare problematica pedagogica e metodologica.

Si evince facilmente tale struttura del numero dallo stesso sommario anche se all’interno non c’è alcuna divisione. Consegniamo con gioia e trepidazione questo ennesimo strumento di lavoro a tutti coloro - e sono tanti - che nella comunità cristiana esercitano il servizio di aiuto fraterno, paterno ed anche materno alla ricerca vocazionale dei propri fratelli e figli.   

                                                                                            

 Mons. Luca Bonari

                                                                                            Direttore del CNV

 

 

PRIMA RELAZIONE

L’età della vita: una spiritualità dei tempi della vita e delle scelte

di Romano Martinelli, Guida Spirituale nel Seminario di Milano

ROMANO MARTINELLI

 

Introduco alla lettura dell’opera minore Le età della vita di R. Guardini, indicando alcune piste di riflessione. Il tema e la prospettiva sono stati coltivati dall’autore a lungo dentro di sé e vennero comunicati in questo breve scritto dopo i sessant’anni. Più propriamente vorrei evidenziare alcune intuizioni pratiche, la loro preziosità nella nostra esperienza di discernimento, le ricadute utili a chi accompagna in ogni età della vita fratelli e sorelle che hanno fatto della loro esistenza una sequela.

Negli ultimi due decenni della sua vita, Guardini affronta tematiche sull’etica e sull’autoeducazione. “Per quanto avesse sempre esitato ad osservare se medesimo, con l’andare degli anni non poté resistere al bisogno di diventare lui stesso il proprio oggetto, almeno in modo nascosto”1. Così nasce il denso scritto Le età della vita (1953), in cui Guardini “riproduce la propria vita, anche se non palesemente, trasposta su un piano generale”2. Nello stesso tempo scrive l’Accettazione di se stessi (1953), con cui ripropone il tema della nuova responsabilità verso di sé, nell’orizzonte di una precisa attenzione ai cambiamenti epocali.

Negli stessi anni l’autore confida ad un amico una difficoltà personale: “La difficoltà più grande non mi viene da ciò che mi accade, ma da ciò che io sono”3. La malinconia, una predisposizione che Guardini dovette sopportare sino alla fine dei suoi giorni, rappresentò una difficoltà personale, una debolezza ed un peso, che tuttavia non solo provocò interrogativi, ansie e combattimenti logoranti, ma lo spinse anche ad indagare con acutezza l’esistenza, vivificando le sue analisi con accenti di partecipazione appena trattenuti.

La sua pedagogia non si esprime in un disegno unitario. Tuttavia fu un insigne educatore: Praeceptor Germaniae, lo chiamò l’abate Hugo Lang. Egli attuò iniziative concrete all’Università, sia nella sua attività di accompagnamento personale e di consiglio, in particolare nel suo atteggiamento spirituale sempre teso alla ricerca dell’essenziale e della verità, sia nel modo di pensare e vivere nella realtà. U. Von Balthasar, che aveva una grande ammirazione per il nostro autore, scriveva: “Egli non ha eretto un’architettura vana ai margini della storia, ma ha costruito rifugi per intere generazioni, facendo di esse i baluardi contro il deserto dilagante”4.

Guardini riporta al compito radicale di accettare se stessi, in un tempo in cui dilaga il fenomeno patologico della “amnesia”, cioè della tentazione dell’autoespropriazione: l’uomo, non più capace di restare in se stesso, si difende attraverso l’autodispersione (cfr. pensiero 366 di Pascal)5 e si consegna come ostaggio a ciò che fa opinione o sfugge agli interrogativi dell’esistenza. “Ho il dovere di voler essere quello che sono; davvero voler essere io, e io soltanto. Devo collocare me nel mio me stesso, quale esso è, e assumermi il compito che in tal modo m’è assegnato nel mondo. È la forma fondamentale di tutto ciò che si chiama vocazione (Beruf); perché a partire da ciò mi rivolgo alle cose, e dentro a ciò le accolgo. Alla radice di tutto sta l’atto mediante il quale accetto me stesso: debbo acconsentire ad essere quello che sono: acconsentire ad avere quelle qualità che ho. Acconsentire a stare nei limiti che mi sono tracciati”6.

 

Come un ritratto, come una melodia

In una conversazione radiofonica, ragionando sul diventare vecchi, Guardini nota che la personalità di ciascuno si può intendere “il modo caratteristico in cui un uomo è se stesso; la maniera in cui, nella struttura della sua vita intellettuale-psico-fisica, le diverse disposizioni si integrano in una totalità, e tutto è determinato da quel centro che non può essere ulteriormente dedotto, a cui ci riferiamo quando diciamo egli e non un altro”7.

La personalità è fornita almeno di due forme. La prima presenta una qualità stabile, permanente, simile ad un ritratto. La si avverte quando incontriamo un uomo, lottiamo o parliamo con lui, o ci lavoriamo insieme. L’altra è la forma qualificata dalla temporalità, espressa nel mutare della vita, fluida come una melodia. “In entrambe si esprime il modo con cui Dio ha pensato quest’uomo; e tale pensiero è conferito, in certo qual modo, come un progetto, da Dio all’uomo nel momento stesso della nascita di quest’ultimo. In misura del suo discernimento, della sua buona volontà, della serietà con cui vive, egli porta a compimento il progetto, oppure lo fallisce o lo lascia in abbandono”8.

La comprensione di sé si distende lungo tutte le età. “Tutta la mia vita è attraversata dallo sforzo di comprendere me stesso; così, per l’intera vita, sono in cammino nel tentativo di darmi un nome. In cammino come anche per quanto concerne lo sforzo di realizzare me stesso”9. “Solo dall’accettazione di sé parte una via che conduce al vero futuro, per ciascuno al proprio. Poiché crescere come uomini non significa voler uscire da se stessi. Esser-io significa addirittura avere una via, quella che conduce dall’io degli inizi a quello del compimento. Essa può passare per lunghi giri, attraverso tribolazioni e oscurità, può venir apparentemente cancellata o coperta, ma c’è sempre, persino quando conduce attraverso la morte”10.

 

Un metodo attuale!

L’attualità del suo metodo è preziosa per il timbro sapienziale e la fine, essenziale osservazione del vissuto. Aiuta a non contrapporre ma a far interagire letture di tipo fenomenologico e più propriamente “spirituale”. In particolare evidenzia nella realtà, non solo umana, aspetti dinamici opposti e complementari. “Tutta l’estensione della vita umana sembra dominata dalla realtà degli opposti. [Nel campo umano] si trovano innumerevoli fatti, dati, atti e rapporti tutti costruiti in opposizione polare. L’osservazione e la riflessione di lunghi anni mi hanno fatto scoprire un certo numero di opposti definitivi. Io credo che essi sono quelli che cercavo”11. Così ci sono “da un lato l’analisi e la descrizione dei modi propri alle diverse età della vita, dall’altro il criterio con cui leggere e mediare le diverse tensioni e polarità”12. “La vita non è un affastellamento di parti, bensì una totalità che - con un’espressione un poco paradossale - è presente in ogni punto del suo sviluppo”13.

Si tratta di osservare con finezza i termini di queste polarità dialettiche: totalità e parti, unità e fasi diverse, identità e alterità. Tutti questi opposti termini hanno valore, non devono contrapporsi né elidersi a vicenda. “I contrasti polari complementari si devono affermare e salvare ogni volta entrambi all’interno della totalità o insieme unitario. Anzi e più precisamente, ciascuno di essi si afferma e si salva nell’affermazione e salvezza via via dell’altro ad esso polarmente opposto: l’individuo nel tutto e viceversa, la tradizione nell’innovazione e viceversa, lo spirituale nel sensibile e viceversa, l’intelligenza nella fede e viceversa”14.

Alle stesse conclusioni l’autore perviene in una lettura retrospettiva. “Diamo ora uno sguardo retrospettivo alla serie delle fasi della vita e delle crisi che si situano tra una fase e l’altra: la vita nel grembo materno, la nascita, l’infanzia, la pubertà, la giovinezza, l’esperienza della realtà, l’età adulta, la presa di coscienza dei propri limiti, la maturità, l’esperienza della fine, la vecchiaia e la saggezza, la morte... Queste fasi costituiscono insieme la totalità della vita, ma non nel senso che la vita si compone di queste; la vita è sempre presente: all’inizio, alla fine e in ogni momento. Essa fonda ciascuna fase, fa sì che quest’ultima possa essere ciò che è. Inversamente, ogni fase esiste in funzione della totalità e di ciascun’altra fase; danneggiando una fase si danneggia la totalità e ogni singola parte. Così, il giovane porta dentro di sé un’infanzia vissuta bene o male; l’adulto, lo slancio del giovane; l’uomo maturo, la ricchezza delle opere e dell’esperienza dell’uomo adulto; il vecchio, il patrimonio della vita intera, la quale, in un lungo cammino, ha assunto la propria forma, così come siamo venuti descrivendo. Peraltro, ogni fase costituisce una forma definita, ha un proprio senso e non può essere sostituita da nessun’altra”15.

 

Un’esemplificazione: la fanciullezza

Ogni età va riconosciuta per il senso che ha, apprezzata per il suo volto, non sacrificata o piegata all’età che precede o che segue, non dequalificata a partire da pregiudizi, oppure disturbata o violentata nei suoi ritmi: in genere, sbagliando, sono gli adulti inclini a stabilire quali siano le età migliori. 

Scegliamo, esemplificando, la fanciullezza. “Si può affermare, con una certa ragione, che il singolo individuo riproduce nella sua infanzia l’epoca mitica della storia dell’umanità. L’ambito psichico, interiore, e l’ambito degli oggetti materiali, esteriore, gli esseri viventi e i giocattoli privi di vita, la cerimonia e la realtà, la fantasia ed il destino vi si confondono. Il bambino avverte l’affinità tra tutte le cose, la vicinanza a dispetto di qualsiasi separazione, sente la totalità, che è orientata all’uomo e che va oltre l’uomo. Di questo periodo fa parte anche l’esperienza dei rapporti umani diretti: la vita nel grembo materno, l’evento della nascita, il rapporto con il padre e con la madre; né va dimenticata la vita in comune con i fratelli e le sorelle; in effetti, proprio attraverso queste persone il bambino, nella sicurezza dell’appartenenza allo stesso suo sangue, fa l’esperienza dell’altro come un individuo che ha una vita autonoma. Il bambino sperimenta l’unità del tutto e, allo stesso tempo, le divisioni laceranti”16.

Da un altro punto prospettico l’opposizione polare è chiave interpretativa per ribadire in ogni parte la totalità della presenza della vita. “Bisogna ora ricordare quanto abbiamo già detto in precedenza, cioè il rapporto tra singola fase e la totalità della vita. Il bambino non esiste solo per diventare adulto, ma anche, anzi in primo luogo per essere se stesso, cioè un bambino, e, in quanto bambino, uomo, giacché la persona vivente è, in ogni fase della sua vita, un uomo, a condizione che la singola fase sia autenticamente e pienamente vissuta secondo il suo senso profondo. Così il vero bambino non è meno uomo del vero adulto. La crescita è un cammino nel divenire; devo tuttavia ricordare il detto di Goethe, che non si cammina solo per arrivare, ma anche per vivere mentre si cammina”17.

Del resto, la storia della santità cristiana ci ricorda che ogni età è tempo di pienezza, seppur relativa; ogni stagione è tempo di santità: molti sono i santi fanciulli, la cui libertà, chiamata in questa stagione di presunta immaturità, si è consegnata in semplice e stupenda conformità a Cristo.

 

ALCUNI ORIZZONTI APERTI

 

1. Benedire la vita

Guardini non nega i limiti della sua indagine, riconoscendo di aver tratteggiato delle immagini a grandi linee; in particolare ricorda quanto sia delicato assegnare limiti alle singole fasi ed artificiosa la scansione dei tempi della vita. Inoltre afferma di aver evitato una lettura “al femminile” delle stagioni della vita. “Non mi sento qualificato a svolgerla dal punto di vista della donna. Un tale compito spetterebbe a una donna”18. Tuttavia va detto che nel suo secolo è forse il primo autore a spostare l’attenzione - fondamentale per l’autoformazione e l’accompagnamento - dalle età della vita spirituale alle età della vita.

Molti di noi ricordano le lunghe dissertazioni dei manuali che con finezza analizzavano le stagioni dei cammini spirituali, con la ricchezza dei linguaggi, la varietà delle esperienze, le scuole, le regole. È il problema della gradualità dell’esperienza cristiana e le sue tradizionali espressioni. Si parla di tappe di purificazione, di illuminazione, di unione (oppure di cammini di incipienti, proficienti, perfetti), di scale, di gradini, di vie19.

Guardini rifonda, inaugura una pedagogia della benedizione. Benedire per le stagioni della vita! L’uomo saggio comprende ed interpreta il senso di ogni tappa e rende grazie per la sapienza della creazione colta nel frammento della sua corporeità; vi ammira la fantasia di Dio, la sua continua, fedele creatività. Di solito altri sono gli atteggiamenti del cristiano: il lamentarsi per quello che non si è più o non si è ancora; ancor più raro è coltivare la qualità del dialogo con le altre generazioni o indugiare sul senso dei trapassi e sulle crisi che li accompagnano. Occorre ricominciare sempre dall’assumere quel pezzo di creazione che siamo noi, come ogni consacrazione ricomincia dall’accogliere progressivamente il Battesimo, cioè ciò che sta “in principio”. Se non si assume la creazione non si potrà trasfigurare la vita nell’Alleanza, che inizia una storia nella creazione. C’è un modo di essere “spirituali” (o di accompagnare) molto astratto, perché non si è accettato sino in fondo la realtà della creazione. “Credo che una retta spiritualità della creazione supponga di subordinare totalmente la nostra soggettività all’oggettività di Dio (che è poi la sua soggettività, cioè Lui stesso) senza cercare continuamente di imporre i nostri schemi alla realtà. Prima di tutto c’è da accettare la realtà, in atteggiamento di accoglienza (cfr. Rm 15,7). Accogli ciò che Dio ha fatto, tutto! Perché tutto è fatto per te. Ciascuno, poi, dovrà scegliere la sua direzione. Ma prima di scegliere qualche cosa, bisogna accogliere tutto!”20.

Interpretare bene quello che noi siamo. Credo che questo sia uno dei segni più grandi della sapienza dello Spirito santo: saperci valutare per quello che siamo, ed essere contenti di quello che siamo. È necessario per il ministero della riconciliazione: per riconciliare, bisogna essere riconciliati con noi stessi. Prima dobbiamo farci riconciliare da Dio, e soltanto dopo possiamo servire la sua riconciliazione (cfr. 2 Cor 5,18-2 1).

Per essere riconciliati, poi, bisogna essere bene integrati nella nostra verità, nella nostra storia, nella nostra salute, nel nostro sesso, nella nostra famiglia, nelle nostre origini, nella situazione in cui viviamo, nella nostra misura di grazia. Bisogna essere contenti del mondo. Non bisogna essere in conflitto con nessuno, come Dio non è in conflitto con nessuno. Ci possono essere dei nemici di Dio, ma Dio non è nemico di nessuno. Parecchie volte la catechesi apostolica ci esorta a non respingere il male con il male, ma a vincerlo con il bene; a contentarci del nostro proprio dono, a metterlo a servizio degli altri (cfr. Rm 12,17-21; 1 Pt 4,7-11; ecc.).

È il grosso problema dei condizionamenti fisici e psichici, dei quali spesso parliamo. I condizionamenti fisici e psichici sono una porzione di creazione, e dunque sono destinati a scandire per ciascuno di noi un cammino di santificazione. Bisogna far entrare tutto il nostro corpo e tutta la nostra psiche nel nostro cammino di fede; bisogna servirsi del corpo e della psiche che ciascuno ha, e della storia che ciascuno vive, per diventare santi. Non si può prescindere da questo, altrimenti rimaniamo dei visionari. Bisogna accogliere tutte le scelte che abbiamo già fatto. La libertà per un uomo o una donna non consiste nel poter scegliere sempre tutto o qualunque cosa, ma specialmente nell’accogliere le scelte che si sono già fatte, o che altri hanno fatto per noi; nell’accogliere la propria storia.

 

2. Accompagnare ogni età

In passato si accompagnavano solamente alcune età della vita, per ragioni pratiche (spero non utilitaristiche). Oggi (questo convegno lo conferma) l’accompagnamento si distende tendenzialmente lungo tutto l’arco dell’esistenza, anche perché si debbono fare i conti con nuove situazioni pastorali, come l’emergere del diaconato permanente (in media i diaconi sono pensionati), le vocazioni al ministero, spesso in età avanzata, l’alzarsi dell’età di quanti domandano di consacrarsi al Signore. Inoltre si dovrebbero sempre meglio personalizzare i programmi e gli itinerari in base ai diversi stadi della vita!

Avverto come prima urgenza quella di fare memoria che ogni stagione è stagione di chiamata. L’unica pedagogia vocazionale evangelica è quella che aiuta a riconoscere in ogni tempo dell’uomo, anche nell’ora decima, l’ora inutile, un tempo di chiamata e un’ora di responsabilità. Inoltre è importante non dimenticare che la fruttuosità, la perseveranza di tutte le vocazioni è decisa da una particolare forma di radicalità: il lasciarsi attrarre nel quotidiano dalle concatenazioni delle successive chiamate. La nostra persona si consolida nelle sue continue oscillazioni21, affronta la realtà quotidiana nell’ascolto come nell’icona di Maria di Nazaret (cfr. Lc 2, 19)22.

In questa prospettiva urge una riflessione spirituale sul tempo, mirata al servizio che fa l’accompagnatore. Lo si è fatto più in generale intorno al Giubileo. Alla guida si pongono alcuni interrogativi. Per “riscattare il tempo presente” (Ef 5, 16) senza subire la caducità del tutto, occorre fare spazio alla nuova sensibilità, che coglie nell’attimo fuggente la chiamata dell’uomo a divenire quell’uomo che il Padre vuol vedere in lui. Egli esiste solo in quanto diviene, continuamente creato dalla Parola di Dio. È ciò che diventa rispondendo. Perché allora limitarsi a “soffrire” il tempo come un contenitore sempre insufficiente rispetto ai desideri? Il tempo non è prima di tutto una quantità, una clessidra, ma relazione, dono e possibilità di relazioni. L’avvenimento dell’Incarnazione, che visita la creazione, apre la possibilità inedita di un incontro che del tempo è pienezza (cfr. Gal 4,4). Dio si è fatto tempo e, entrando nelle stagioni dell’uomo, ne trasfigura la libertà, che è tempo.

Ma oggi, nella cultura delle emozioni, è questa la sensibilità dominante sul tema? Mi pare imprescindibile, oltre che suggestiva, la lettura di un sociologo. “Il gioco della vita è veloce e non lascia il tempo di fermarsi per pensare e progettare piani elaborati. Per di più, aggiungendo impotenza all’inganno, le regole del gioco continuano a cambiare prima che il gioco finisca. In questo nostro casinò cosmico (come lo chiama George Steiner), i valori da nutrire e da perseguire attivamente, le ricompense per cui lottare e gli stratagemmi da impiegare per ottenerle, sono tutti calcolati per il massimo impatto e l’istantanea obsolescenza. Per il massimo impatto, visto che nel mondo ormai saturo d’informazione l’attenzione si rivolge alle risorse più brevi e solo un messaggio scioccante, e più scioccante degli altri, può avere la possibilità di trattenerla; per l’istantanea obsolescenza, visto che l’attenzione ha bisogno di essere nuovamente libera non appena ha colto ciò che doveva, per lasciare spazio al nuovo messaggio che bussa alla porta. Il risultato generale è la frammentazione del tempo in episodi, ciascuno separato dal suo passato e dal suo futuro, ciascuno conchiuso e concluso. Il tempo non è più un fiume, ma un insieme di pozzanghere e piscine.

Nessuna strategia di vita che abbia una certa coerenza o coesione emerge dall’esperienza che si può fare in un tale mondo, nessuna che vagamente ricordi il senso di scopo e l’austera determinazione del pellegrinaggio. Nulla emerge da tale esperienza se non certe regole a lume di naso, in gran parte negative. Qualche esempio: non programmare viaggi troppo lunghi (più breve è il viaggio, maggiori sono le possibilità di completarlo); non attaccarti emotivamente troppo alle persone che incontri (meno sei legato, meno ti costerà andare avanti); non impegnarti troppo con persone, luoghi e cause (non si può mai sapere quanto dureranno o quanto le giudicherai degne del tuo impegno); non pensare alle tue risorse di oggi come ad un capitale (i risparmi si svalutano velocemente, e quello che un tempo era un capitale culturale tende a trasformarsi in breve in passività culturale); non differire la gratificazione, se puoi evitarlo (a qualsiasi cosa tu tenga, cerca di ottenerla subito; non puoi sapere se la gratificazione che cerchi oggi sarà in eguale misura gratificante domani).

A mio avviso, come il pellegrino era la metafora più adatta per la strategia della vita moderna, preoccupata dal compito inquietante di costruire un’identità, il flâneur, il vagabondo, il turista e il giocatore, presi insieme, offrono la metafora della strategia postmoderna, generata dall’orrore di essere legati e fissati. Nessuno dei tipi/stili elencati è un’invenzione del postmoderno, eppure, così come le condizioni moderne hanno dato nuova forma alla figura del pellegrino ereditata dal cristianesimo, il contesto postmoderno dà nuove qualità ai tipi noti in precedenza, e lo fa in due modi cruciali.

Primo: gli stili un tempo praticati da persone marginali in periodi marginali e in luoghi marginali, sono ora praticati dalla maggioranza, nel fiore degli anni e in posti centrali; sono ora diventati, pienamente e veramente, degli stili di vita. Secondo: non si sceglie tra i quattro tipi/stili, non se ne prende uno al posto dell’altro; la vita postmoderna è troppo disordinata e incoerente per essere afferrata da un unico modello coerente. Ogni tipo trasmette soltanto una parte della storia che non diventa mai una totalità (la sua totalità non è altro se non la somma delle sue parti). Nel coro postmoderno, tutti e quattro i tipi cantano, a volte in armonia, anche se spesso il risultato è la cacofonia.

“Quello che il presente può offrire lo offre ora, fino ad esaurimento scorte” 23. L’offerta verrà revocata (o non sarà piuttosto dimenticata?) quando il presente verrà sostituito (messo da parte, spinto via, reso obsoleto, sprofondato nell’oblio) da qualche altro presente del domani.

E così nulla deve essere fatto per sempre. Nulla può essere fatto per sempre. La conoscenza che diligentemente acquisisco oggi sarà del tutto inadeguata, se non una completa ignoranza, domani. Le abilità che apprendo oggi col sudore della mia fronte non mi porteranno lontano nel mondo nuovo della tecnologia e del know-how di domani. Il lavoro che ho ottenuto ieri vincendo una serrata concorrenza scomparirà domani. La carriera di cui sto negoziando i passaggi svanirà. I miei tesori, il mio orgoglio di oggi, diventeranno domani il gusto e l’imbarazzo di ieri. L’unione che ho giurato di curare e preservare si spaccherà e si dissolverà domani al primo segno di disamore da parte mia o del mio partner. Forse ci sarà una serie di “compagni per la vita”. Nessuno è o sarà il mio compagno “fino a che morte non ci separi”, o almeno nulla che io possa fare mi può assicurare che lei o lui lo saranno.

Con l’eternità decomposta in un movimento browniano di momenti passeggeri, nulla sembra più immortale, ma nulla sembra nemmeno mortale. Non nel vecchio - sovrumano, sinistro, terrificante - senso di “una-volta-per-tutte”, dell’irrevocabilità, dell’irreversibilità24.

A questo punto la metafora del pellegrinaggio e delle stagioni della vita, nello scorrere del tempo, possono illuminarsi a vicenda. La fede nel suo crescere e compiersi in successivi trapassi riconduce, come nella vita di Gesù di Nazaret, alle vicende degli inizi, a “ciò che sta in principio”. Il cristiano, che pure ama la terra, coltiva atteggiamenti da ospite, non da sedentario. È segnato dall’estraneità (Xenitia, Xeniteìa)25 al mondo, dal desiderio del ritorno.

Il viaggio più lungo è il viaggio interiore. Chi ha scelto il suo destino, chi si è incamminato verso il suo profondo, (esiste il profondo?) pur essendo ancora tra voi non è più con voi, isolato nel vostro sentimento come il condannato a morte o come chi venga anzitempo destinato dall’imminente addio alla solitudine finale, propria di ogni uomo. Fra voi e lui vi è distanza vi è incertezza, circospezione. Vi vedrà sempre più distanti, sentirà il richiamo delle vostre voci sempre più fioco26.

 

3. La crisi: rischio e opportunità

L’uomo non scivola da una stagione all’altra con dolcezza, ma talvolta entra in rapide tumultuose. Tra le età della vita si situano trapassi inevitabili, che insieme sono rischiosi e fecondi, dentro cui si annidano crisi insidiose, talvolta striscianti, tal’altra vistose. Guardini ne mette a nudo le radici con rapide diagnosi, valuta i rischi, attento a coglierne le opportunità in vista di una conclusione positiva. Avverte che spesso esse sono più il segno di una stagione nuova che nasce, piuttosto che di qualcosa che muore! Perciò si può benedire Dio anche dentro le pesanti difficoltà dei trapassi “stagionali”, crescendo di crisi in crisi, se non si costruiscono monumenti ad esse e se ne curano le condizioni di fecondità. La crisi allora, con il suo corteo triste di demotivazioni e defigurazioni, da luogo di morte può svelarsi misterioso grembo di vita, per Grazia.

Da tempo si è parlato della delicatissima crisi che precede la cosiddetta seconda chiamata27. Molto fruttuosa sarebbe la frequentazione della vicenda della piccola Teresa e della sua dolorosa esperienza della impossibile necessità. Essa vive l’infinità dei desideri e, insieme, l’invincibilità della debolezza; Dio chiama a conversioni impossibili, perché fa la storia con ciò che è “scartato”28. Il percorso è rigoroso. Non c’è amore senza il soffrire. Ma questo amore, che necessariamente domanda coraggio estremo, svela anche in noi una debolezza estrema. Allora amarezza e disperazione? No. Ciò che è decisivo è l’accettazione della debolezza come guadagno. Essa fonda l’abbandono, la confiance: “Tu vedi quello che io posso fare e allora sarai tentato di portarmi nelle tue braccia” (ivi). La guida proprio in questi trapassi deve conoscere i sentieri che dalla crisi conducono fuori positivamente. Evitando le soluzioni precotte, facendo tesoro delle esperienze apprese nelle proprie crisi, si manterrà ferma su quanto è autentico nella vita spirituale ed aiuterà la libertà della persona ad assumere i propri limiti, traendo profitto persino dalle proprie colpe. Questa operazione trasfigurante è opera dello Spirito, conduce ad una consegna sempre più totale di sé.

Matta el Meskin, luminosa figura di abbà della comunità monastica di S. Macario, ritiene (e documenta!) che persino chi sta affondando nelle paludi della tiepidezza e della mediocrità spirituale, se opportunamente guidato, può aprirsi a una nuova immagine di Dio e di sé. Allora, guarendo da distruttive autoaffermazioni e da un soffocante narcisismo, potrà riprendere con più slancio il suo cammino di fede, liberato dalla schiavitù del sensibile29.

 

4. Ma Adamo dov’è?

Quali spie per una lettura del vissuto? Una riflessione si impone per avere modo di verificare, e possibilmente preparare, il cambiamento di età in età e favorire l’appropriazione di un’adeguata pedagogia della fede. I riferimenti per individuare i mutamenti sono molteplici e opinabili (vedi bibliografia). Comunque, poiché ogni esperienza è insieme fisica, psichica e spirituale, va ricordata la preziosità (e in alcuni casi la necessità) del dialogo con le scienze umane, con il loro ricco patrimonio di analisi e di saggezza. È certo importante essere lucidi nell’individuare i modelli antropologici soggiacenti, sottoponendoli al vaglio scrupoloso della teologia spirituale, senza sudditanze e senza supponenze (tra l’altro le scuole di spiritualità offrono strumenti e testimonianze insostituibili).

Lo stesso Card. Martini ha indicato in contesti diversi punti di osservazione diversificati30. Ritengo importante quali points de repères il cammino di preghiera, (compresa la maturità liturgica), l’analisi del desiderio e dei sentimenti, la messa a fuoco dell’immagine di Dio, gli effetti dell’educazione familiare, le ferite/resistenze che vengono dal passato, le esperienze ecclesiali.  Inoltre, mentre coltiviamo un’attenzione continua ai segni dello Spirito in noi, è opportuno non separare le vicende personali, e le loro stagioni, dalle età della Chiesa che avanza nella storia.

 

5. L’età di chi guida

In un breve “discorso dottrinale” Guardini ragiona sul “realismo cristiano”, affermando che non esiste una via diretta tra l’uomo e Dio, benché l’uomo la persegua con nostalgia . “L’uomo è via a Dio per l’uomo, per le persone che gli sono destinate. E come divengono strada per Lui? Quando egli è pronto e disponibile a prenderle come sono: nell’amicizia, nel matrimonio, nel lavoro, nella responsabilità, negli incontri dell’esistenza”31.

“Quando il cristiano è pronto a guardare all’uomo com’egli è, non a vederlo come lui stesso vuole o teme, ma come quello che è di per sé; quando i suoi occhi con i loro sguardi non prescrivono all’altro come debba essere, ma gli concedono d’essere liberamente colui che egli è; quando il cuore gli dona spazio per determinarsi da sé e lo accoglie com’è, sempre nuovo, giorno per giorno, l’amico, lo sposo, l’allievo, il compagno di lavoro - quando il cristiano agisce così, in quel suo agire avviene qualcosa. La fede mi dice che l’altra persona, così come viene incontro a me, non è un che di indifferente. L’incontro è la provvidenza e contiene la destinazione. Così quella persona mi porta la volontà di Dio. Se dunque io mi presento nei suoi confronti nell’atteggiamento obbediente del vedere, del prendere sul serio, della giustizia e della pazienza, in ciò vengo educato a orientarmi al Dio vivo. L’auto-affermazione nel mio vedere e desiderare viene allentata, rilassata. Dall’intimo si produce maggior libertà, ampiezza, luminosità: Dio vi appare più chiaro. Quanto Dio mi dice di se stesso attraverso la rivelazione del suo volto nel Cristo vivo, nelle parole di Cristo sul Padre, sulla sua onnipotenza e sul suo amore, si fa chiaro solo quando io accolgo l’uomo nell’obbedienza verso questo stesso Padre. Senza la Rivelazione, Dio rimane sconosciuto; dopo che Egli si è rivelato rimane ancora, per così dire, non dischiuso. Per capirlo si deve percorrere la strada che passa attraverso la volontà concreta di Dio, ciò soltanto apre lo sguardo all’autorivelazione di Dio”32.

L’accompagnamento non è una comunicazione “in vitro”. Il dialogo è sempre condizionato dalla stagione che gli interlocutori attraversano, con i climi, le situazioni personali, il vissuto di entrambi. Un rapporto non paritetico, come è quello della direzione spirituale, porta con sé una distanza che non agevola la comunicazione. Comunque non è detto che una sintonia emotiva sia  preferibile. I due si accoglieranno nel realismo della fede, mettendo anche  in conto nel loro rapporto effetti e risonanze imprevedibili ed ambivalenti: purché insieme si cerchi e  si compia ciò che al Padre è gradito. Nessuno cercherà all’altro frutti fuori stagione.

 

PROPOSTA BIBLIOGRAFICA

 

P. EvdokimovLe età della vita spirituale, Il Mulino, Bologna 1964.

L. BorosFasi della vita,  Queriniana, Brescia 1978.

M. Rondet - C. ViardLa crescita spirituale, EDB., Bologna 1988.

J. GarridoUna spiritualità per oggi, Cittadella, Assisi 1990.

Dizionario di teologia pastorale, Queriniana, Brescia 1992.

A. Autiero, La cura della vita, (relazione in preparazione al convegno di Palermo), Regno/Doc. 19/’95.

A. CenciniNell’amore, Parte IV, le stagioni  della vita del celibe, EDB, Bologna 1995

J. VanierOgni uomo è una storia sacra, Dehoniane, Bologna 1996.

C. M. MartiniL’età media del clero, Centro Ambrosiano, Milano 1996.

C. M. MartiniVivere i valori del vangelo, Einaudi, Torino 1996.

H. NouwenLa ruota del carro, Queriniana, Brescia 1996.

R. Corti, A immagine di Cristo, Novara 1997.

B. SecondinLa spiritualità nei ritmi del tempo, Borla, Roma 1997.

G. DanneelsLe stagioni della vita, Queriniana, Brescia 1998.

L. Bertazzo (a cura di), Il tempo e i tempi della fede, Messaggero, Padova 1999.

F. Ruiz, Le vie dello Spirito, Dehoniane, Bologna 1999.

B. GoyaPsicologia e vita spirituale,  Dehoniane, Bologna 2000.

A. GrunIl coraggio di trasformarsi, San Paolo, 1993. Quarant’anni: età di crisi o tempo di grazia, Messaggero, Padova 1996. I rituali della vita, Queriniana, Brescia.

Riviste

Le età della vita, Servitium, Luglio-Agosto 1994, n. 94.

Christus, Les ages de la vie spirituelle, Juillet 1989, 143.

Credere oggi, 19, (1/99), n. 109 (con ampia bibliografia).

Regno/Attualità, 1995; (G. Gatti), n. 6; (S. Pagani) n. 16; (A. Paoli)  n. 22.

Opere su Romano Guardini

R. GuardiniLe età della vita, Vita e Pensiero, Milano 1997 (tutte le citazioni dell’articolo fanno riferimento a questa ristampa della 2a edizione); Accettare se stessi, Morcelliana, Brescia 1992.

H. B. Gerl, Romano GuardiniLa vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 1988.

Aa. Vv., La Weltanschauung cristiana di R. Guardini, (a cura di S. Zucal), EDB, Bologna 1988.

 

 

Note

1) H. B. GerlR. Guardini, La vita e l’opera, Morcelliana, Brescia 1988, pag. 404.

2) Ivi, pag. 406.

3) Ivi, pag. 366.

4) H.U. von BalthasarRomano Guardini, Riforma delle origini, Jaca Book, Milano  1970, pag. 18.

5) S. Zucal (a cura di), La Weltanschauung cristiana di R. Guardini, EDB, Bologna 1988, pag. 173.

6) R. GuardiniAccettare se stessi, Morcelliana, Brescia 1992, pagg. 16-18.

7) R. GuardiniLe età della vita, Morcelliana,  Brescia 1987, pag. 89.

8) Ivi.

9) R. GuardiniDiscorso all’inaugurazione del Katholikentag a Berlino (1952), dal titolo Conosce l’uomo solo chi ha conoscenza di Dio, in Accettare se stessi, pag. 60.

10) Ivi, pagg. 24-25.

11) R. GuardiniUno sguardo cristiano sul mondo, Messaggero, Padova 1988,  pagg. 43-44.

12) V. MelchiorrePrefazione a Le età della vita, Vita e pensiero, 1992, pag. 8.

13) Ivi, pagg. 73-74.

14) G. Sommavilla,  R. GuardiniL’uomo, in  Aa.Vv., La testimonianza di R. Guardini, Atti del Convegno a cento anni dalla nascita, a cura dell’assessorato alla cultura del Comune di Monza, 1985,  pag. 41.

15) R. GuardiniLe età della vita, o.c., pagg. 82-83.

16) Ivi, pagg. 86-87.

17) Ivi, pag. 51.

18) Ivi, pag. 83.

19) Alla Facoltà Teologica di Milano si è tenuto più di un convegno  su questi temi, a cura del Centro studi della Spiritualità. L’ultimo il 13 gennaio 2000. Sono in corso di pubblicazione gli Atti.

20) F. Rossi de GasperisLa roccia che ci ha generato, ADP, Roma 1994, pag. 35.

21) Tema guardiniano del centro, in Uno sguardo cristiano sul mondo, o.c., pag. 51.

22) C.M. Martini interpreta con questa icona biblica il metodo di Guardini dell’opposizione polare. Lo fa nel suo intervento alla tavola rotonda in occasione del Convegno internazionale su R. Guardini, 11 febbraio 1994, Guardiamo al futuro, EDB,  Bologna 1994, pag. 110.

23) Z. BaumanLa società dell’incertezza, Il Mulino, Bologna 1999, pagg. 38-39.

24) Z. BaumanIl teatro dell’immortalità, Il Mulino,  224-225.

25) G. DossettiCon Dio e con la storia, Marietti, 1986,  pag.164. Lo stesso Guardini scrive in  Accettare se stessi: “Per me stesso io non sono solo evidente, ma anche strano, enigmatico, anzi, sconosciuto: al punto che possono accadere cose come queste: un giorno guardo allo specchio e m’interrogo straniato - quanto è rivelatrice la parola straniato - toccato da estraneità, respinto da estraneità: attenzione! Estraneità tra me e la mia stessa immagine” (pag. 9).

26) D. HammarskjodTracce di un cammino, Qiqajon, 1992, pag. 87.

27) R. VoillaumeSulle strade del mondo, Morcelliana, 1960  Brescia, pagg. 3-22.

28) Teresa di LisieuxOpere complete, Vaticana, OCD, 1997, pagg. 380-381.

29) Matta el MeskinL’esperienza di Dio nella preghiera, Qiqajon, 1999, pagg. 305-325.

30) C.M. Martini, Oltre alla lettera del giovedì santo sulla Età media del clero (1996), è suggestivo leggere i criteri, desunti  dai quattro evangeli, circa le diverse tappe dell’esperienza cristiana (Lettera del giovedì santo 1980). Inoltre si veda Il sogno di Giacobbe, Piemme 1989 pagg. 22 - 29. Infine Vivere i valori del Vangelo, Einaudi, Torino,1996, pagg. 97-99.

31) R. Guardini, Fede, Religione, Esperienza, Saggi teologici, Morcelliana, Brescia 1984, pagg. 128-129.

32) Ivi, pag. 129.

 

 

SECONDA RELAZIONE

L’età della scoperta: direzione spirituale vocazionale nell’adolescenza

di Enzo Fortunato, Guida Spirituale e Formatore al Sacro Convento di Assisi

ENZO FORTUNATO

 

Ci accompagnerà in questa nostra riflessione il salmo 8. Ci permetterà di evidenziare, parafrasandolo, alcuni dei tanti elementi legati alla direzione spirituale vocazionale nella fase bella e delicata dell’adolescenza; e così vivere insieme per comprendere e orientare l’età della scoperta. Iniziamo con la prima affermazione del salmo 8: “O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra... Se guardo il tuo cielo...”.

 

Introduzione1 

Non desidero pormi come esegeta ma cogliere alcune riflessioni che invitino ognuno di noi a porsi prima di tutto in dialogo con Dio, a parlare con Dio e far scaturire da questa relazione lo stesso sguardo del salmista nei confronti dell’altro, nel nostro caso dell’adolescente: uno sguardo di meraviglia capace di cogliere l’inedito, il progetto di Dio su di lui. Un accostamento scevro da precomprensioni, ma animato dal desiderio di comprendere insieme il progetto di Dio. 

Posto questo duplice orientamento, da una parte il dialogo con Dio, fonte di uno sguardo rinnovato, e dall’altra la capacità di cogliere l’inedito... vorrei tentare di tracciare una possibile pista di riflessione. Non tanto orientamenti precisi, ma delle “finestre”, delle “icone” che aprano ed evochino un possibile e fruttuoso lavoro condotto con sapienza e intelligenza proprie del ministero della guida spirituale. Cercheremo in primo luogo di porci una domanda sugli adolescenti, poi evidenzieremo alcune piste per la riflessione e l’agire pedagogico. Seguiranno altre due parti che evidenzieranno cosa prendere in considerazione nella crescita del giovane, per poi abbozzare alcune conclusioni. Ma procediamo con ordine.

 

CHE COSA È L’ADOLESCENTE

“PERCHÉ TE NE RICORDI... PERCHÉ TE NE CURI?”

Ora, quando il salmista si confronta con il Mistero, con Dio afferma: “Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi, e il figlio dell’uomo perché te ne curi?”.  Potremmo far scaturire tre strade da questo dialogo tra i due protagonisti del salmo, Dio e l’uomo: quella della domanda, della riflessione e dell’azione.

 

La strada della domanda: chi è l’adolescente?

In altre parole il “cosa è l’uomo”, nel nostro caso il giovane, c’invita a porgere una domanda, un interrogativo per sondare e cogliere alcune delle profondità di questo cuore inquieto. Lo facciamo domandandolo ad un filosofo, ad un esperto delle scienze umane e ad un teologo.

Il primo è Aristotele, il quale asserisce: “I giovani sono inclini ai desideri e portati a fare ciò che desiderano. Tra i desideri del corpo sono inclini soprattutto a quelli erotici e sono incontinenti al riguardo. Sono mutevoli e presto sazi nei loro desideri e, come desiderano intensamente, così cessano rapidamente di desiderare; infatti, le loro volontà non sono forti, ma sono come la sete e la fame dei malati. E sono impetuosi facili all’ira e al seguire l’impulso. E sono succubi dell’impetuosità; per la loro ambizione, non sopportano la mancanza di riguardo, bensì s’adirano se ritengono di aver subito un’ingiustizia. E sono ambiziosi, e ancor più desiderosi di successo; la giovinezza, infatti, desidera la superiorità… E vivono la maggior parte del tempo nella speranza, infatti, la speranza è relativa all’avvenire… E peccano sempre per eccesso e per esagerazione…; essi, infatti, fanno tutto per eccesso; poiché amano all’eccesso; odiano all’eccesso e così via. Essi credono di sapere tutto e si ostinano al proposito; questa è appunto la causa anche del loro eccesso in tutto. E anche le loro ingiustizie sono compiute per eccesso oltraggioso, non per malvagità”2 .

Se Aristotele evidenzia “gli eccessi” del periodo adolescenziale con sfumature diverse l’esperta delle scienze umane mette in luce il “grande dinamismo” presente nell’adolescente; così scrive Anna Freud: “L’adolescente è allo stesso tempo egoista al massimo, considera se stesso come il centro del mondo su cui è appuntato tutto il suo interesse, ed è tuttavia capace di sacrificio e pronto alla dedizione come mai più sarà nella vita successiva. Egli stabilisce le più appassionate relazioni amorose, ma le interrompe con la stessa immediatezza con cui le ha iniziate. Passa da un’entusiastica partecipazione alla vita della comunità ad un’invincibile propensione alla solitudine; da una cieca sottomissione ad un capo di propria scelta ad una caparbia ribellione contro qualsiasi autorità. È egoista e materialista e contemporaneamente pervaso da un elevato idealismo. È ascetico, con improvvisi abbandoni ai soddisfacimenti pulsionali più primitivi. Si comporta in modo rozzo e irriguardoso verso il prossimo, ma è personalmente estremamente sensibile ad ogni umiliazione. Il suo umore oscilla tra il più sconsiderato ottimismo e il più profondo dolore universale, il suo atteggiamento verso il lavoro tra un entusiasmo infaticabile e una cupa indolenza e mancanza di interesse”3 . Inoltre l’esperta o l’amante dell’uomo dopo una sintesi, ricca e puntuale, afferma che “il mantenimento di un equilibrio stabile durante il processo adolescenziale è in sé anormale”4 . Quindi ci troviamo dinanzi ad una fase dello sviluppo abbastanza delicata e importante che non deve né allarmarci né spensierarci, ma ci chiama a prendere coscienza che il periodo preso in considerazione è una stagione della vita che è chiamata a vivere le “turbolenze” proprie di questa fase.

Il terzo autore che abbiamo interpellato è un teologo e padre della Chiesa, Basilio, il quale mette in luce attraverso la mitologia greca, in modo particolare con la figura di Eracle, come l’adolescente è posto in un costante bivio ed è chiamato a scegliere tra la virtù e il vizio5 : “Quando Eracle era molto giovane, all’incirca della vostra stessa età, sul punto di decidere quale strada prendere, se quella che attraverso le fatiche conduce alla virtù oppure l’altra più facile, gli si accostarono due donne: una era la virtù e l’altra il vizio. Benché tacessero facevano subito trasparire con il loro atteggiamento la differenza che le distingueva”6. Basilio pone in risalto l’importanza della scelta e la qualità di essa, e fa notare come sia normale per un giovane adolescente trovarsi dinanzi ad un bivio.

Ora ci chiediamo: cosa scaturisce da queste considerazioni che il filosofo, la psicologa e il teologo hanno tratteggiato? Ciò ci invita a mettere ordine, a riflettere sulle sfaccettature scolpite.

 

La strada della riflessione: perché te ne ricordi? 

Tra le prime considerazioni che emerge è il concetto di crisi, di scelta. È interessante cogliere come nella lingua cinese il termine crisi è costituito da due ideogrammi che rappresentano l’uno il pericolo e l’altro l’opportunità. Quindi, cogliendo l’etimologia non è suggerita nessuna valenza negativa, né positiva. Quello che è importante è far percepire in che modo la crisi viene affrontata: in modo costruttivo o distruttivo. Se essa faccia cogliere e scoprire nuove realtà per il cammino, per la crescita dell’adolescente. Inoltre è come immergerci in una tempesta e dovremmo farlo cercando il più possibile di pacificare e orientare. Ma di che genere è la crisi legata a questa stagione della vita? La potremmo raffigurare con l’immagine di un adolescente posto dinanzi ad un quadrivio7. La direzione spirituale, il rapporto educativo deve inserirsi in questo quadrivio e favorirne le opportunità:

• la prima indicazione è data dalla comunità dei bambini, ricercata dall’adolescente perché da essa proviene;

• la seconda indicazione è data dalla comunità degli adulti, con la tendenza da parte del giovane a conformarsi alle regole sociali, perché lì vuole tendere;

• la terza indicazione è data dai coetanei, con la necessità di fare gruppo in opposizione sia al mondo dei bambini che a quello degli adulti. Un esempio potrebbe essere quel pallone lanciato verso il portale della chiesa mentre si sta celebrando l’Eucaristia. Faccio riferimento ai famosi “ragazzi del muretto”, che forse desiderano entrare in chiesa più di quelli che già sono dentro, ma nessuno ha il coraggio di parlargli per invitarli, non tanto in chiesa, né tantomeno per buttargli addosso il sermone domenicale, quanto per ascoltarli...;

• e, infine l’isolamento, con le fantasie proprie e ricche di questa età di essersi creato da se stesso, di essere il centro dell’universo, il classico “baby center”.

Ora la scelta di una di queste quattro realtà comporterà evidentemente differenti stati, con il rischio di una mancata identità o di un’identità che si andrà strutturando in base ad una delle strade che il giovane vorrà percorrere. La guida dovrebbe essere capace di cogliere, mediante un occhio e un cuore attento, l’eventuale orientamento e la conseguente strutturazione della personalità; ciò per rimandargli, con sapienza e intelligenza, quasi fungendo da specchio, il suo vissuto. Questo permetterà all’adolescente di prendere coscienza e non lo “violenterà” nelle sue scelte. I nostri adolescenti vivono, infatti, un passaggio con tutti i rischi e le opportunità che tale momento evolutivo propone. Per noi, come per l’adolescente, è importante percepire tale vissuto come fecondo ai fini della strutturazione della personalità matura, umanamente e spiritualmente. Ma soprattutto, ed è qui la seconda riflessione, è importante non tanto sottovalutare, né sopravvalutare ma attribuire ai loro gesti, alla loro realtà un valore di comunicazione. In altre parole saper cogliere cosa questo giovane che ho dinanzi mi vuole comunicare. Quale è lo scopo della sua azione, del suo dirmi le cose?

Inoltre, proprio perché vogliamo riflettere, dovremmo chiederci: dove vogliamo condurre il nostro giovane? In altre parole, ogni educatore è chiamato a vivere l’incontro con un processo intenzionale che consegna al proprio operare. Si tratta di sapere, prima noi, quale strada percorrere o eventualmente concordarla con il giovane stesso che si è affidato ai nostri incontri. Il “venite con me” di Gesù rivolto ai discepoli ci dice che non li ha condotti alla rinfusa, ma attraverso un itinerario progressivo li ha portati alla scoperta del Suo mistero e ministero, e delle loro capacità.

Infine, proprio perché la nostra relazione è legata al mondo della fede non possiamo non tener conto di alcune considerazioni emerse da una ricerca sugli adolescenti. Un gruppo di ricercatori cattolici ha affermato dopo un’indagine sul rapporto tra mondo adolescenziale e religiosità: “Quello che di negativo c’è nelle situazioni che i ragazzi sperimentano durante il periodo della loro iniziazione cristiana non sembra cioè più avere molto a che fare con un tipo di religiosità formalista e costringente, simile a quella che, di norma, avvertono di aver vissuto al loro tempo gli adulti e ancor più le persone anziane… la religione in loro appare caratterizzarsi per una rappresentazione almeno parzialmente depressa”. Essa dunque, nei limiti in cui non interagisce che molto parzialmente con il gioco, il divertimento, le pulsioni caratteristiche dell’età, finisce per essere collocata in un ambito separato, anche nel senso di specializzato, quello della vita “seria8 . L’acuta riflessione ci fa comprendere l’importanza del momento evolutivo e dinamico dell’adolescente (legato al corpo che vive i suoi cambiamenti, all’identità che si va strutturando, alle scelte - date dal quadrivio sopra segnalato - che si assumono…), e come sia importante non mettergli addosso una “casacca costringente” che inviterebbe e fomenterebbe ulteriore isolamento e ribellioni. Sarebbe come porre una “struttura rigida” su qualcosa che è in sé “naturalmente tumultuoso”. 

Ora ci chiediamo dopo aver abbozzato alcune riflessioni: quale metodologia consegnare al nostro agire? Come far sì che queste indicazioni emerse “producano frutto”? È l’invito ad agire saggiamente.

 

La strada dell’azione: perché te ne curi? 

Dopo aver percorso la strada della domanda e quella della riflessione, ci chiediamo come possiamo agire o curare e fasciare le ferite di una giovane esistenza, per far sì che l’età dell’adolescenza “diventi” la stagione della scoperta dei talenti e dei sogni da una parte, e dall’altra del lavoro che il giovane adolescente è chiamato ad operare su se stesso. Vorremmo dirci: non come Achille, ma come Samuele. Cosa propongono le due figure, rispettivamente mitologica e biblica? La storia di Achille ci dice il rischio della superprotezione che conduce alla morte giacché non permette al giovane di vivere la vita quotidiana con le sue difficoltà e le sue gioie, al fine di prendere coscienza e irrobustire lo sviluppo. Ricordiamo tutti l’episodio legato alla figura di Achille; sappiamo che Teti quando venne a sapere del futuro fatale che doveva capitare al figlio, cercò, dopo la nascita, di salvarlo a tutti i costi immergendolo nel fiume Stige. Tutto il corpo del piccolo nato divenne così invulnerabile, tranne il tallone con il quale la madre lo teneva nel momento dell’immersione. L’indovino Calcante avvertì la madre di Achille della vulnerabilità del tallone e gli profetizzò che avrebbe sì conquistato Troia, ma che lì il figlio sarebbe morto. Allora, Teti per evitare la sorte profetizzata da Calcante cercò di nascondere Achille nel palazzo di Licomede, vestendolo con abiti femminili. Ma l’astuto Ulisse non solo lo scovò, ma lo arruolò nell’esercito in partenza per Troia. Lì Achille venne colpito da una freccia nel punto più vulnerabile, il tallone. L’insegnamento che ne vogliamo trarre è come sia pericolosa l’eccessiva protezione che non permette di sviluppare le necessarie difese per poter affrontare le fatiche dello sviluppo. Questo sia nell’educazione da parte dei genitori, ma anche in quelle direzioni spirituali fatte di consigli e precetti; o di incontri che invece di avvicinare a Cristo sembrano allontanare da Cristo per l’eccessivo tono moralistico.

Quella che invece vorremmo proporre al nostro agire è la figura di Samuele. Tutti, credo, abbiamo ascoltato la storia di questo giovane adolescente che “non aveva ancora conosciuto il Signore, né gli era stata ancora rivelata la parola del Signore” (1 Sam 3,7); e dinanzi all’appello vocazionale, il sacerdote Eli non gli dice che cosa deve fare, né che tipo di voce è quella che ha ascoltato o quant’altro, ma lo rimanda nell’esperienza che sta vivendo e lo pone in dialogo con essa: “Il Signore tornò a chiamare: Samuele! Per la terza volta; questi si alzò ancora e corse da Eli dicendo: Mi hai chiamato, eccomi!. Allora Eli comprese che il Signore chiamava il giovinetto. Eli disse a Samuele: Vattene a dormire e, se ti si chiamerà ancora, dirai: Parla, Signore, perché il tuo servo ti ascolta” (1 Sam 3, 8-9). L’esperienza della relazione spirituale tra Eli e Samuele ci invita a guardare attentamente l’esperienza che si vive affinché essa possa mettere in dialogo non tanto il giovane con la guida, quanto il giovane in dialogo con l’esperienza stessa. In altre parole, condurre l’adolescente ad apprendere dall’esperienza che vive: “Cosa ti dice quello che tu stai vivendo?” o meglio ancora: “Cosa dice di te questa esperienza che stai vivendo?”. È la strada della rivelazione. Il giovane è chiamato a decifrare il linguaggio della sua storia per declinarlo e orientarlo in un preciso progetto di vita.  Tutto ciò permetterà di sviluppare la capacità di gestire e affrontare quello che la storia fa vivere; e la guida comunicherà silenziosamente e indirettamente a chi gli sta dinanzi che è sufficientemente forte per affrontare le varie fatiche che emergeranno dal quotidiano.

Dopo aver affrontato la possibile strategia dell’agire, sempre accompagnati dal salmo 8, vogliamo entrare più dettagliatamente nel mondo della direzione spirituale alla luce dei doni e dei limiti. I primi da far fruttificare e i secondi da limare o purificare.

 

“...DI GLORIA E DI ONORE LO HAI CORONATO...”

Il sogno dell’adolescente, i suoi ideali, i suoi desideri

La seconda affermazione del salmo preso in considerazione evoca la bellezza della creazione, la dignità di ogni uomo, di ogni giovane. Inoltre sembra dirci come sia importante costatare il “sogno”, o quella sana gloria che ogni cuore desidera, quel sano rispetto per i desideri di ogni cuore. Ora una delle realtà che emerge nel confrontarci con “l’adolescenza vocazionale” di alcuni protagonisti della storia cristiana è come il Signore sembra “giocare” con il “sogno” dell’uomo, del giovane. Basti ricordare la figura di Pietro che desiderava diventare un grande pescatore; la figura di Francesco d’Assisi che desiderava diventare un grande cavaliere; la figura di Pier Giorgio Frassati che desiderava diventare un grande scalatore; ognuno di noi ha nutrito durante la propria adolescenza un sogno, un ideale, dei desideri forti. Accennavamo alla figura di Pietro, che pare faccia emergere dalla sua “adolescenza vocazionale” come il Signore lo abbia “agganciato” a sé prendendo la prima mossa proprio dal desiderio di riuscita che l’Apostolo si portava dentro. Quando il Signore lo chiama, dopo qualche resistenza: “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla” (Lc 5, 4), il discepolo si lascia condurre a largo del lago di Genèsaret e calate le reti in mare presero “una quantità enorme di pesci e le reti si rompevano”. Quindi il Signore lo “aggancia”, lo stuzzica proprio in quel desiderio, in quell’ideale, in quel bisogno di riuscita. Gesù sembra mettere in atto la stessa “tattica” con Francesco d’Assisi “solleticando” il desiderio di gloria sotteso al progetto di diventare cavaliere. All’inizio del cammino il Poverello si trova a discernere tra il desiderio di andare a combattere e di conseguenza diventare un grande eroe e la voce di Cristo che gli propone di diventare un “grande” cavaliere di Dio; l’episodio è affrescato da Giotto nella basilica superiore di Assisi. Un’icona che mostra il palazzo con le armi per andare a combattere e dall’altra il sogno che Dio ha per lui: Francesco nel suo dormiveglia ascolta la voce di Dio che gli dice: “Chi vuoi servire il servo o il Padrone”. In altre parole, chi vuoi diventare un grande cavaliere o un cavaliere di Cristo? In base a quanto detto la direzione spirituale che vuole condurre il giovane a scoprire il progetto di vita, non potrà non tener presente lo scavo dei desideri, l’esplicitazione dell’ideale e il “sogno” che l’adolescente vuole perseguire. Posto questo aspetto che in fondo rivela la bontà di Dio verso l’uomo che gli fa comprendere come sia capace di essere collaboratore di Dio e delle persone, si dovranno prendere in considerazione anche gli aspetti legati alla dimensione della crescita o a quelle zone della personalità che non sono ancora pienamente sviluppate.

 

“...TUTTO HAI POSTO SOTTO I SUOI PIEDI...”

L’impegno dell’adolescente a dominarsi e a dominare

Con il versetto richiamato, in questa terza parte, potremmo evidenziare l’impegno dell’adolescente a lavorare su alcune aree che una direzione spirituale dovrebbe tener presente e non eludere. Molto probabilmente l’esperienza che ciascuno di noi ha con gli adolescenti potrà arricchire quello che abbiamo detto sia alla luce delle aree positive, dei talenti, che in questa che ora andiamo esponendo. Credo che tre siano sostanzialmente le zone di impegno e di crescita.  Potremmo richiamarle con tre imperativi che l’adolescente, consapevolmente o inconsapevolmente, ha immagazzinato, o - per adoperare un termine tecnico - che l’adolescente ha “introiettato”.  Si tratta, attraverso la stagione della scoperta, di far emergere il proprio vissuto per appropriarsene, per gestirlo con maggiore maturità, ma anche con quella dinamica altalenante propria dell’adolescente in sé non negativa ma ricca di occasioni per crescere e aiutare a crescere.

Il primo imperativo è dato da un: “Tu puoi vivere se obbedisci e ti adatti”9 ; la conseguenza a questo imperativo è vivere con rabbia, si preferisce la strada del rock, delle discoteche, dei capelli lunghi, dell’orecchino. A tale proposito Frielingsdorf afferma: “Dai loro indaffarati genitori, entrambi obbligati a lavorare senza sosta in ufficio, nella loro azienda o altrove, per guadagnare, essi ricevevano cura, lode e riconoscimento soltanto se sapevano adattarsi, ubbidire e rendersi disponibili, senza però creare difficoltà, senza farsi male, senza ribellarsi; in una parola se erano cari e bravi bambini, pronti sempre ad ubbidire immediatamente”. Tutto ciò porta l’adolescente o a vivere in modo amorfo o a preferire alternative autolesioniste. Ne consegue comunque anche una immagine di Dio che rischia di essere vissuta come padre castigatore o madre ispettrice, o a creare nell’adolescente falsi sensi di colpa che soffocano la sua tendenza alla creatività, all’espressione sana di sé.

Il secondo imperativo è formulato dalla seguente affermazione: “Tu puoi vivere se rendi e hai successo”10 ; esso sembra essere rafforzato dalla società dell’“usa e getta”, del consumismo. “Il principio del rendimento e l’idea del successo assurgono a globale tradizione di famiglia, in cui i figli vengono inseriti sin dalla nascita... sono soprattutto i maggiori di una tribù di fratelli e sorelle che hanno dovuto meritarsi il riconoscimento e l’autorizzazione a vivere, molto prima degli altri, con prestazioni esorbitanti... Essi hanno dovuto fare gli adulti troppo presto...”. Le vittime che vengono coinvolte in questo circuito cercano il senso del loro valore solo in quello che fanno e non in quello che sono.    

Il terzo imperativo è formulato da Frielingsdorf con la seguente asserzione: “Tu puoi vivere se soffochi i tuoi sentimenti”11; fanno parte di questa realtà gli adolescenti che sono diventati analfabeti del loro mondo emozionale con conseguenti disturbi nell’area dell’identità. “Quando il padre, adiratissimo, sfoga la sua rabbia in un modo imprevedibile e incontrollato, picchiando moglie e figli, quando in famiglia si piange, si litiga e si grida troppo... tale esperienza rafforza nel bambino il rifiuto e la repressione dei suoi sentimenti”. Ecco allora che la direzione spirituale è chiamata a far emergere con tutta la sua carica di fiducia l’importanza e la necessità di tirar fuori il proprio stato d’animo, i propri sentimenti come una delle realtà più ricche e più belle che ogni giovane adolescente si porta dentro.

Tre imperativi che richiamano altrettante realtà della vita adolescenziale come quella dello specchio, del cellulare, dell’insicurezza. Rispettivamente ci dicono l’importanza dell’immagine, ma anche il desiderio di essere accolti e di conseguenza la capacità nel vivere esperienze di comunione con gli altri; la voglia di comunicare: lasciare il telefonino per vivere della viva voce, lasciare il telefonino per tendere la mano; e infine il desiderio della stabilità interiore, di un punto fermo che dia compattezza e coesione alla propria identità, al proprio Io.

Visti i due ambiti della personalità o i suoi chiari-scuri: talenti e limiti, tracciamo una conclusione che ci dica e ci evidenzi come stare accanto al giovane e cosa favorire di questo passaggio esistenziale, di questa stagione della vita.

 

Conclusione

Come stargli accanto. Lo stare accanto ad una persona presuppone tante realtà; vorrei qui richiamare la sapienza e l’intelligenza di ciascun formatore nel porre in atto una dinamica che sia data da una sana e paziente relazione. In altre parole una relazione che non sia compiacente, né tantomeno resistente ma conseguente, o per adoperare un termine evangelico una relazione lievitante12. Si tratta di prestare attenzione ad una serie di messaggi impliciti, o in codice che il giovane o la guida possono “lanciare” inconsapevolmente. Ad esempio lo stile compiacente: il giovane che dice indirettamente alla propria guida: “Come sei bravo, lasciami stare”; la guida potrebbe dirsi: “Se lo lascio stare, guadagno punti nei suoi confronti”. Oppure, nello stile resistente, il giovane che dice: “Tu non capisci niente, sei un incompetente”; mentre la guida potrebbe dire: “Adesso ti faccio vedere chi comanda”, e innescare così una lotta di potere. L’altra strada potrebbe essere quella di una relazione lievitante, che conduce a prendere atto di tutti questi meccanismi semplici o complessi e chiedere come li si vuole gestire e agire in base a dei valori, ad un progetto, al progetto di Dio. Ora, dopo aver evidenziato l’importanza della relazione, ci chiediamo cosa favorire in questa reciprocità.

Cosa favorire. Anche qui potremmo elencare tante realtà.  Tra le tante cose credo che tutti condividiamo la strada del “come”. In fondo questa è la strada dell’esperienza. L’Io adolescenziale è portato a proiettarsi continuamente fuori di sé con tante cose da fare, con mille esperienze da vivere. È necessario quindi rimandarlo al dialogo con la propria esperienza. Proviamo a fare un esempio: se dovesse venire un adolescente a chiederci un permesso dopo che i genitori ce lo hanno affidato per una settimana; poniamo che questo adolescente ci chieda di andare alla festa della sua amica, la quale compie i suoi diciotto anni, e di conseguenza potrebbe, probabilmente, ritirarsi-rincasare a tarda notte. Ed è qui la domanda che pongo: “Voi cosa rispondereste?” Alcuni, forse, direbbero: “No”; altri direbbero: “Sì”; altri ancora: “Valuta tu”. Credo che la vera questione non sia tanto andare - mandare, oppure non andare - non mandare, quanto il come vivrà l’esperienza della festa. Favorire la consapevolezza del come si vivono le cose, aiuta il giovane a chinare il capo su ciò che fa; e in questo senso lo “contatta” maggiormente con se stesso; e di conseguenza lo aiuta a scoprirsi e a scoprire meglio la stagione della sua vita13 .

Siamo giunti alla conclusione di questa nostra conversazione. Come terminare se non rammentandoci che a volte il dialogo tra guida spirituale e giovane della prima adolescenza è incostante e inizia solo a configurarsi con più fedeltà nella tarda adolescenza? Concludo con una preghiera che potrebbe essere quella del formatore, dell’educatore, del genitore, della mediazione che inizia a comunicare con il suo “silenzio”, e accogliere così l’avvincente sfida che gli adolescenti ci pongono nel “chiederci” con la loro rabbia, con le loro pretese, con la loro generosità, con i loro sogni di essere non tanto dei predicatori, ma dei modelli del gregge: “Se tu ti fermi, essi desistono; se tu ti siedi essi si coricano; se tu ti scoraggi, essi disperano; se tu critichi essi demoliscono; se tu li precedi essi ti oltrepassano; se tu dai la mano essi danno la vita; se tu preghi essi saranno santi”.

 

 

Note

1) Per un maggiore approfondimento si veda oltre ai testi citati nell’articolo, anche: E. De Vito et al. , Il Sé e l’immagine di Sé nell’adolescenza, Età Evolutiva, N. 32, 1989, pp. 69-78; T. Anatrella, Interminables adolescences, Paris 1988;A. Peluso (a cura), Adolescenti. Indagine su un’età a rischio, Città Nuova 1996; F. Imoda (a cura), Maestro dove abiti? Discernimento della vocazione, Milano 1997; S. De Pieri  - G. TonoloPreadolescenza. Le crescite nascoste, Roma 1990;  G. Buratti - I. CastoldiIl pianeta degli adolescenti, Milano 1998; G. TonoloAdolescenza e identità, Bologna 1999.

2) AristoteleRetorica, Opere, vol. 4, Laterza, Bari 1973, pp. 421-423.

3) A. FreudL’Io e i meccanismi di difesaOpere, vol. 1, Boringhieri, Torino 1978, p. 239;  a livello fenomenologico l’adolescenza  viene descritta come fase transazionale nello sviluppo della persona e si colloca tra due grandi versanti: da una parte l’infanzia, dall’altra l’età adulta. Quindi una fase evolutiva in pieno sviluppo, che dovrebbe essere  vissuta dal giovane  come capacità  di definire se stesso in base agli ideali e ai valori oggettivi in cui crede, spera e tende. Se comunque dovessimo identificare le possibili fasi possiamo ricorrere agli studi fatti da E. H. Kaplan, Adolescents, Age Fifteen to Eighteen: A Psychoanalytic Developmental View. The Course of Life: Contributions award Understanding Personality Development II, in Greenspan S. I.  -  Polloch G. P. (a cura), Latency, Adolescence and Youth,  Nimh 1980, pp. 397-410. Qui si traccia un possibile profilo: la preadolescenza, dai 10 ai 14 anni circa; la media adolescenza, dai 14 ai 18 anni circa; e la tarda adolescenza, dai 18 ai 20 anni circa. In base a questa configurazione la ricerca descrive tre possibili cammini di sviluppo nell’adolescenza: un primo gruppo denominato crescita continua, dove l’adolescente vive il periodo legato a questa fase in modo tranquillo e sereno. È interessante notare come le famiglie degli adolescenti appartenenti a questo gruppo si presentavano senza particolari problemi legati al mondo della malattia, dell’economia e dell’esistenza. I genitori di questi giovani hanno inoltre sempre cercato di incoraggiare l’indipendenza dei loro figli e crescevano insieme in base alle loro funzioni e ai loro rispettivi ruoli. Un secondo gruppo viene denominato crescita a ondate. In questi adolescenti la costruzione dell’identità è stata caratterizzata da alti e bassi. Le loro famiglie presentavano delle difficoltà legate al sostentamento economico, con qualche problema legato alla perdita di persone care e avevano spesso sperimentato la separazione dai genitori dovuta al lavoro. Anche se si sapevano adattare ai normali passaggi che la vita richiedeva e alle sfide emozionali che le vicende familiari e sociali presentavano. Infine il terzo gruppo è stato denominato a crescita tumultuosa e presentava seri problemi legati al comportamento o a difficoltà interiori. I problemi erano dovuti soprattutto a dubbi su se stessi o a conflitti con i  propri genitori.  Solo una piccola percentuale viveva problemi legati alla destrutturazione della personalità o fortemente antisociali. 

 4) Ivi.

 5) Basilio, Ad adulescentes  4 (PG 31 571-575);  In italiano Basilio di Cesarea, Discorso ai giovani, Nardini Editore, Firenze 1984.

 6) Basilio di Cesarea, Discorso cit., p. 101.

 7) V. L. CastellazziLa crisi adolescenziale, in Id., Psicopatologia dell’infanzia e dell’adolescenza. Le psicosi, Roma 1991, p. 105.

 8) Aa. Vv.Sono ancora religiosi i ragazzi, in Note di pastorale giovanile 9 (1999), 12-48, qui p. 12; il corsivo è mio.

 9) K. Frielingsdorf, Vivere, non sopravvivere. Salute psicologia e fede, Città Nuova 1996. Rimando alla lettura di questo testo ricco di suggestioni esistenziali per un sapiente lavoro formativo.

 10) Ivi.

 11) Ivi.

 12) L. M. RullaPsicologia del profondo e vocazione, Casale Monferrato 1989, pp. 157ss; che riprende a sua volta gli studi di D. Katz - R. L. KahnThe Social Psychology of Organizations, New York 1966.

 13) Altri autori suggeriscono la necessità di una buona alleanza; poi una capacità di intervento che sappia interpretare: aiutare il giovane a saper interpretare le sue relazioni e fargli prendere  coscienza che i suoi conflitti sono collegati ai conflitti interiori che si porta dentro. Ad esempio un giovane adolescente che dice: “Quando parlo nessuno mi ascolta”, interpretarglielo significa dirgli: “Mi pare che non ti senti ascoltato”; e infine una capacità nel saper aiutare a vivere l’esame della realtà valorizzando i suoi successi. Cfr. L.V. Castellazzi, op.cit., pp. 105ss

 

 

 

 

TERZA RELAZIONE

L’età della scelte: direzione spirituale vocazionale nella giovinezza

di Lucia Mainardi, Formatrice delle Suore di Loreto

LUCIA MAINARDI

 

Siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura delle proprie creature. Come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportavi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria (1 Ts 2,7.11-12). Per analogia, le parole di Paolo suggeriscono che la Direzione Spirituale implica un cuore intelligente a tutto campo e si attua  in un clima di illimitato rispetto e profonda discrezione per il mistero racchiuso nel vissuto di ogni giovane e di appassionato interesse affinché il giovane credente si apra liberamente al dono di Dio, faccia propria la Parola ascoltata, cresca e maturi secondo la sapienza di Cristo.

 

Vita come vocazione

Il tema così delineato rievoca l’affermazione precisa e chiara della Populorum Progressio (n. 15), Ogni vita è vocazione per cui “la parabola dell’esistenza è contrassegnata da alcuni precisi appelli di Dio: la chiamata al banchetto della vita, come partecipazione alla pura gratuità dell’amore creativo di Dio, la chiamata alla fede, attraverso il battesimo, come partecipazione alla famiglia dei figli di Dio nella chiesa, la chiamata, nella chiesa, a testimoniare un preciso dono dello Spirito per condividere l’unica missione . Ed infine la chiamata ad entrare nel Regno compiuto, attraverso la partecipazione alla condizione del Risorto nella visione oltre la fatica della fede”1.

Tale asserto Ogni vita è vocazione, si può tradurre nell’equazione vita come vocazione per cui ogni dono particolare, ogni scelta di vita, per un cristiano, va interpretata e vissuta quale espressione dell’universale chiamata alla santità che scaturisce dal battesimo. Ne deriva che la Direzione Spirituale (D.S.) particolarmente nella giovinezza, non può essere disgiunta dal discernimento vocazionale in senso lato. Nessuno probabilmente lo metterebbe in dubbio o avrebbe obiezioni contrarie. Tuttavia la D.S. così intesa non rappresenta ancora un dato acquisito, una convinzione diffusa. Si verifica talora una specie di scissione fra teoria e  prassi, per cui in eventuali incontri programmati o occasionali il terminevocazione è usato a senso unico.

La D.S. richiede un “cuore intelligente a tutto campo”, ossia attento ai segni che potrebbero risultare, con sorpresa, molto diversi da iniziali sentimenti, desideri, attrattive, o da una conclamata vocazione. Ad es. la ragazza che giura alle amiche che sarebbe disposta a tutto fuorché “diventare suora”, a breve o lungo termine può scoprire, con suo grande stupore, un nascosto richiamo che si traduce in decisione per tale scelta, portata  avanti con profonda convinzione e soddisfazione. Al contrario il giovane presente all’Eucaristia quasi quotidianamente e affascinato dalla figura del giovane prete della  parrocchia non rappresenta necessariamente una certezza  di vocazione in tale direzione.

 

Alcune caratteristiche dei giovani che si avvicinano alla D.S.

Se diamo uno sguardo ai giovani che gravitano intorno all’area  parrocchiale e in modo sistematico o episodico fanno esperienza di preghiera, di volontariato, partecipano a incontri biblici, marce e simili oppure sembrano non porsi la domanda su Dio, si scopre che nel loro orizzonte sono presenti alcune sensibilità, proprio in ordine ai valori vocazionali: il bisogno di essenzialità2, il sogno di realizzare qualcosa di grande, di diverso dalle esperienze epidermiche, effimere, il desiderio di rischiare la vita su modelli persuasivi per andare oltre le misure mediocri, la capacità di riconoscere i testimoni e il desiderio, talora timido, di imitarne l’esempio, altre volte il bisogno cocente di riferimenti per mettere fine a un vagare incerto e oscuro o un preciso bisogno di paternità spirituale, di un amico che indichi loro percorsi anche impegnativi, che non coincidono unicamente con la Vita  Consacrata e/o il presbiterato; in certa misura , si riscontra pure una crescente stima o per lo meno, una valutazione positiva della vita sacerdotale, missionaria, consacrata nelle sue varie forme.

Tali valori si inseriscono in un clima di diminuito timore della ricerca vocazionale, in quanto, meno evocativa di un’unica scelta, suggerisce la possibilità di un discernimento, fatto di attenzione e intelligenza spirituale su una prospettiva ampia dalle molteplici possibilità, e fondato su un bisogno di assoluto, di relazione con Dio, di senso dell’esistenza. Non possiamo certo supporre che tali valori siano nitidi, precisi, pienamente consapevoli o apertamente proclamati, talora sono appena abbozzati o nebulosamente intuiti. Risentono  positivamente di una dirompente vitalità3 in crescendo e negativamente della mancanza di esperienza della realtà, nelle sue varie sfaccettature, tanto più, oggi, che la giovinezza, per un insieme di fattori, si è prolungata e l’iter universitario si protrae anche fino ai 27/30 anni. Risente pure di un certo idealismo che in senso positivo funge da trampolino di lancio nel prendere decisioni talora determinanti la vita  futura del giovane.

 

QUALITÀ DELLA RELAZIONE NELLA DIREZIONE SPIRITUALE

Relazione umano - spirituale4

Gesù Cristo oggetto essenziale della D.S.

L’oggetto essenziale della D.S. è Cristo stesso, Cristo in noi, speranza della gloria (Col 1,27), che nello stesso tempo è unico e vero maestro per cui lui stesso dice: Non chiamate nessuno maestro, perché uno solo è il vostro maestro, il Cristo (Mt 23,9-10). Questi brevi riferimenti  indicano che la D.S. si gioca tutta sulla qualità della relazione.

 

Fede: realtà relazionale

Se la fede cristiana consiste nell’amore di Dio accolto, nella risposta dell’uomo al dono di Dio in Cristo Gesù, per lo Spirito Santo, ne risulta quindi che i concetti fondamentali, centrali della fede sono concetti relazionali: salvezza, perdono, riconciliazione, grazia, pace, morte, risurrezione, ecc. non indicano oggetti o idee astratte quanto piuttosto realtà relazionali, che interpellano e sollecitano la libera risposta e adesione personale a “Qualcuno”.

 

Tre protagonisti della D.S.

I protagonisti della D.S. risultano perciò tre: colui che ha sempre l’iniziativa per primo è lo Spirito del Signore operante sia nell’accompagnatore come nel giovane e infatti, L’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito  Santo che ci è stato dato (Rm 5,5). Per tale ragione la D.S. può risultare un’esperienza sorprendente e maturante per entrambi. Infatti insieme alla gioia, alla gratificazione, alla sorpresa di constatare il progresso del giovane, il superamento di ostacoli, l’acquisita capacità di scelte talora coraggiose, l’accompagnatore viene a trovarsi di fronte a sfide che lo interpellano, a istanze che  richiedono una  risposta personale. In certo qual modo la D.S. non si disgiunge dal proprio cammino nello Spirito. Non rappresenta un’arte, come vedremo, solo in relazione ad altri. Non è sufficiente conoscere, mettere in atto delle strategie, individuare percorsi, approfondire la conoscenza del mondo giovanile, necessita una consapevolezza derivante, nel contempo, dal vissuto personale in merito alla lotta spirituale, all’impegno di seguire Cristo, di lasciarsi interpellare e guidare dalla sua Parola, di vivere in relazione con il Dio di Gesù Cristo, di esperimentare l’implicazione delle molteplici sfumature insite nel comandamento dell’amore.

 

Direzione Spirituale: un dono dall’alto.

La D.S. così intesa viene accolta e vissuta come un dono dall’alto, innestato nella paternità di Dio. Una forma privilegiata di relazione che può risultare in paternità - maternità spirituale in cui si rendono visibili e quasi toccabili  i tratti del volto misericordioso del Padre.

 

Capacità di relazione interpersonale: indice di maturità

In campo psico-pedagogico un indice di maturità è rappresentato dalla capacità di relazione interpersonale nei vari ambiti di vita, familiare, sociale, lavorativo, amichevole, ecc. e per un credente anche quello religioso. La crescita umana  e la crescita spirituale non possono essere intese come entità nettamente scisse, separate, sebbene seguano alcuni criteri propri, al contrario si intersecano, interagiscono ed esercitano un influsso reciproco. La persona umana è olistica e quindi si evolve e agisce costantemente come un tutto unitario e non a piani separati. Ad es. la capacità di relazione basata sulla fiducia, sulla lealtà, sulla certezza di essere amabili e amati, predispone maggiormente al passaggio dalla visione di Dio, giudice punitivo alla convinzione di Dio quale Padre e il sentirsi figli amati illumina la certezza del proprio valore, il senso dell’esistenza umana e della storia e predispone alla fraternità, al rispetto per ognuno, all’accettazione delle diversità, alla tolleranza, al senso di giustizia, ecc.

Dunque il nucleo paradigmatico e di verifica del proprio e altrui cammino è rappresentato dalla  qualità della Relazione: con il Tu (relazione con il Dio di Gesù Cristo); con un tu (con le singole persone e con le varie forme di gruppo); con il creato (l’ambiente circostante, il proprio habitat ecc.); con il proprio io (identità, immagine di sé, sessualità, interessi ecc.). Se l’uomo è creato a immagine di Dio, non di un Dio solitario, ma di un Dio che è Trinità d’amore ed è chiamato ad assomigliarli, questo significa che l’uomo e la donna trovano senso, espansione, crescita, realizzazione tanto quanto diventano a loro volta capaci di relazione, di comunione secondo i valori evangelici, in tutti gli ambiti di vita.

Questi criteri possono fungere da guida per non disperdersi in meandri che non offrono sbocchi e intralcerebbero un processo omogeneo. È vero che non spetta alla D.S. offrire ad esempio un cammino psicoterapeutico, in senso stretto, per risolvere eventuali conflitti a livello psicologico, ma,  se presenti, non si possono ignorare anzi bisognerà interrogarsi sul da farsi. In ogni caso è di notevole importanza che tali ambiti relazionali siano presi in considerazione tutti, evitando il rischio di focalizzarne uno o più a scapito di altri con la conseguenza di vedere “giovani zoppicanti”. Risulta poco efficace focalizzare, ad esempio, il servizio in parrocchia, il volontariato, la preghiera, ignorando quasi totalmente la modalità  di relazione in famiglia, eventuali disaccordi, ribellioni, insofferenze, e talora purtroppo traumi, privazioni, se non addirittura violenze. Oppure incentivare una partecipazione al gruppo, più attiva e generosa se a monte c’è una stima di sé vacillante e il confronto con gli altri si risolve quasi sempre in autosvalutazione.

Due aree che non vanno disattese sono quelle della stima di sé e del bisogno di essere amati e di amare. Se tali problematiche non si risolvono, almeno in certa misura, finiranno per ostacolare il cammino nel suo insieme, e influenzare anche la stessa percezione di Dio5. Questo richiamo ci rinvia a prendere in considerazione un argomento ormai noto e trattato ampiamente da diversi autori anche in merito alla D.S.

 

Fenomeno del Transfert6

Grazie al processo della terapia psicoanalitica, oggi abbiamo una maggiore comprensione di quel fenomeno relazionale denominato da Freud transfert. L’amalgama di sentimenti positivi e negativi provati nei confronti dei genitori o sostituti ha dei prolungamenti anche nella vita adulta. Il giovane tende quindi a trasferire sull’accompagnatore gli stessi sentimenti e aspettative vissuti da bambino anche se lo scenario è mutato, usa le stesse tinte di allora quando il quadro non è più lo stesso. Se ha o ha avuto dei genitori molto protettivi, facilmente si aspetterà delle risposte rassicuranti o delle indicazioni precise su ciò che deve fare. Se al contrario vive una distanza affettiva da essi, la neutralità del D.S. è facilmente interpretata come freddezza, incomprensione ecc.

Va da sé dedurre l’importanza di saper riconoscere e affrontare tale realtà, diversamente si rischia di lasciarsi provocare da eventuali reazioni di collera,  contestazioni, durezze, o richieste, più o meno velate, di attenzione speciale. Questi stessi sentimenti si possono trasferire su Dio. Il giovane coscienzioso e responsabile,  ligio alle norme, apparentemente sereno, più o meno consapevolmente può vivere tormentato dal senso di colpa, dal timore di sbagliare. Dice e canta il Padre nostro quando invece a livello emotivo esperisce Dio quale Giudice. Anche il D.S. non sfugge a tale fenomeno, che non rappresenta una tentazione ma un dato di fatto. Può accadere che i sentimenti, gli eventi, le paure che il giovane confida o l’impeto con cui li esprime possano toccare profondamente o turbare, provocare disagio oppure ci si può sentire minacciati, spaventati, insicuri, timorosi di fronte a certi contenuti. Le ferite dell’altro possono riaprire le proprie segrete ferite e non resta che difendersi, se non si è consapevoli di tale impatto, ignorando o rifiutando, più o meno apertamente, i desideri dell’altro.

 

ALCUNI PRINCIPI BASILARI

Lungi dalla pretesa di essere esaustiva vorrei richiamare alcuni principi e possibili realizzazioni.

La D.S. un’arte affascinante insieme conosciuta e da acquisire

Alcuni sono dotati di una propensione particolare, di un carisma, di un’attitudine quasi spontanea alla D.S. ed altri meno, comunque agli uni e gli altri urge un apprendimento costante. Non mi riferisco soltanto a opportuni studi, convegni, letture su questo tema, pur necessari, quanto piuttosto alla consapevolezza “serena” che non esiste la D.S. confezionata a formato standard, sebbene grazie alla saggezza e all’esperienza di maestri spirituali, siano stati enucleati dei principi generali. Così non esiste il D.S. formato standard, anzi è auspicabile che ognuno elabori uno stile con modalità e strategie sulle quali però si interroga per individuare, di volta in volta quali risultino più opportune, adatte, efficaci. Necessita coniugare insieme il proprio stile, quel “quid” di personale, che ci caratterizza, ma che resta nel contempo duttile, dinamico, in ricerca e la disponibilità a lasciarsi illuminare  da maestri insigni attuali e del  passato. Ma soprattutto saper restare in attento ascolto per comprendere il modo diverso di procedere di quel preciso giovane, scoprire, inventare, per così dire, le modalità di approccio, di intervento, di proposta e di confronto adatte e opportune per lui.

Questo ministero, perché di ministero si tratta,  richiede un interesse, un certo gusto, una  passione nell’accompagnare un altro nella ricerca vocazionale, nel cammino spirituale. Se viene svolto unicamente per  senso di dovere, come un compito dal quale non ci si può esimere perché le circostanze lo esigono, il Vescovo o il Superiore lo propongono o lo richiedono, a lungo andare può risultare frustrante e fastidioso.   Accenniamo ora ad alcuni principi. Rispetto e stupore verso il mistero racchiuso nella vita di ogni giovane. Attenzione creativa, personalizzata: ciascuno ha in suo passo. Arte della “maieutica”. Accettazione dei limiti. Elementi di struttura: luogo, durata, scadenza dei colloqui. Relazione asimmetrica. Vicinanza e neutralità.

 

Rispetto e stupore per il mistero di ognuno

La D.S. permette di avvicinarsi e quasi di “toccare” il mistero della persona, è come una finestra che si apre sulle realtà più personali, più profonde, sulle pieghe riposte di certi eventi ed esperienze che hanno segnato, inciso acutamente. Tale mistero sospinge ad accostarsi quasi in punta di piedi, di sostare in rispettosa accettazione e benevolenza non del “giovane” in generale ma “di questo preciso giovane che mi sta di fronte”, riconoscendo il suo essere “diverso da me”, con il suo modo di sentire, di valutare, con il suo bagaglio di esperienze, sapendo apprezzare e godere della fantasia di Dio, dell’averci creati nel contempo così simili e così unici.

Seri problemi possono convivere con delle intuizioni spirituali e finezze d’animo sorprendenti. Un gruppo di giovani può esplicitare aspirazioni, sentimenti, paure, gioie, esuberanze molto simili, tanto che le problematiche appaiono ripetitive, eppure le circostanze, le intensità, le reazioni, le soluzioni adottate risultano assai diverse gli uni dagli altri, da dire spontaneamente con il Qoélet (1,9): “nulla di nuovo sotto il sole” e con altrettanta verità “mai visto nulla di simile”. Concedersi dunque del tempo per capire e non presumere di aver già, con assoluta certezza individuato il da farsi, il problema sotteso, il cosa proporre e  la vocazione  che seguirà.

 

Attenzione creativa, personalizzata

Questa attenzione all’individualità di ciascheduno è di singolare importanza, diversamente anche, con le migliori intenzioni, si rischia di imporre un cliché, oppure offrire quei suggerimenti a partire dal proprio percorso spirituale, dalle proprie preferenze relative la spiritualità, il tipo di missione, il modo di pregare e così via. Se una giovane dimostra un certo interesse per la Vita Consacrata e il  D.S. è missionario viene spontaneo immaginarla  e indirizzarla alla vita missionaria, tanto più se esiste il rispettivo Istituto femminile, così vale per chi è prete diocesano.  Se un’altra comincia a frequentare un monastero di clausura si possono nutrire delle aspettative e dare per scontato che sia quella la  sua chiamata . Emotivamente non è spontaneo accettare che un giovane, a lungo accompagnato, alla fine scelga un Istituto diverso dal proprio o da quello che gode maggiore apprezzamento o simpatia da parte nostra. Il tentativo e l’attenzione a cogliere il disegno di Dio su un giovane richiede libertà di cuore, umiltà e amore che mirano al bene dell’altro, pronti a rinunciare alle proprie aspettative, se tale bene lo richiede.

Il giovane non sempre riconosce i moti più profondi, le domande che faticano ad affiorare alla coscienza o non osa porsi direttamente. Talora non sa nemmeno identificare, esplicitare le proprie preferenze. Una scoperta molto bella e rassicurante è scoprire ad es. che ha un suo modo di pregare, di relazionarsi con il Signore che non coincide esattamente con l’andare in chiesa o partecipare agli incontri. Gli diviene più facile apprezzare e godere la preghiera liturgica, se ha scoperto questo mondo interiore. L’adolescente che vive l’identificazione al  gruppo è più attratto ai momenti di insieme con i coetanei, il giovane invece è proteso all’unificazione del proprio io, ha bisogno di affinare il senso di identità che gli permetta di esperire una certa consistenza, compattezza interiore, la sua individualità, il suo essere “diverso”, tra uguali. Questa attenzione personalizzata mira non solo a individuare i punti vulnerabili, ma soprattutto a capire come il giovane si sta muovendo, da che cosa è attratto, affascinato, cosa suscita interesse, quali valori lo interpellano.

 

L’arte della “maieutica”

Quanto detto finora viene ulteriormente precisato facendo appello  al metodo pedagogico proposto da Socrate col nome di maieutica. Il termine come ben sappiamo fa riferimento all’abilità dell’ostetrica nell’assistere al parto di una nuova vita. Non è lei a dare la vita, semplicemente assiste, perché tutto proceda nel migliore dei modi è pronta a prevedere ostacoli, a intervenire per superarli. Per analogia il D.S. accompagna il giovane perché possa scoprire la verità su ciò a cui è chiamato. Non gli offre delle risposte ben confezionate e tanto meno prende le decisioni al suo posto. Questo significa che non si può essere troppo direttivi nel senso di dire esattamente cosa deve fare. Purtroppo, in buona fede, ma si verifica. Così ad es. di fronte al giovane titubante se continuare o no con una certa ragazza si può indebitamente rassicurare che meglio di così non può sperare, e una volta sposati non si sopportano più. Oppure alla giovane che manifesta una attrattiva per la vita consacrata e nello stesso tempo riconosce un innamoramento ancora in atto, assicurare che col tempo tutto si appianerà e invece una volta fatta la Professione si ritroverà con lo stesso interrogativo. E ancora al ragazzo che affascinato dalla teologia, frequenta un gruppo vocazionale, sa disquisire con intelligenza su vari argomentazioni, ma non si decide per il seminario, controbattere “ma se non entri tu...”. Purtroppo all’origine di un abbandono si constata, più volte, la mancanza di serio discernimento o comunque una decisione affrettata.

Certo il restare fianco a fianco, seguendo il passo del giovane richiede pazienza, tempo, dispendio di energie, ma il cammino lo deve fare lui, la decisione deve sgorgare dalla sua interiorità. Si possono verificare ugualmente  degli errori, ma  per lo meno è stata rispettata la libertà della persona.

 

Accettazione dei limiti

Bisogna riconoscere che la D.S. è un’avventura di luci e di ombre, non solo perché il giovane è suscettibile di alti e  bassi, di rallentamenti e arresti, anche perché gli interventi del Direttore stesso possono risultare talora meno azzeccati, oppure qualcosa risulta poco chiaro, non ben definito. Vedere il giovane progredire dà maggiore sicurezza di essere sulla pista giusta e rinforza il senso di capacità personale, al contrario constatare degli indugi, o ritrovarsi al punto di partenza non lascia indifferenti e può suscitare ansia. Un possibile rischio è quello di sentirsi in dovere o in potere di risolvere ogni nodo e dato che non accade, sentirsi più o meno in colpa o incapaci. Dimenticando che l’altro si muove solo se lo vuole e che nessuno ha il potere di cambiarlo.

Oppure se ci sono dei risultati attribuirli  unicamente alla propria bravura, privandosi della gioia e dello stupore di fronte a cambiamenti che verrebbe spontaneo  definire “miracoli”, e perché no, se crediamo che l’azione di Dio pur misteriosa e insondabile è in atto nel giovane. E ancora  non riconoscere che, per alcune problematiche, non si hanno gli strumenti adatti  mentre il bene del ragazzo richiederebbe, per quanto possibile, di rivolgersi a competenti.

 

Alcuni elementi di struttura: luogo, durata, scadenza dei colloqui.

Evitando i due estremi di lasciare tutto all’improvvisazione o essere troppo rigidi, il concordare, in linea di massima, il luogo di incontro, la durata e una possibile scadenza degli incontri invia un messaggio di serietà e di impegno per  ambo le parti. Il giovane intuisce che non si tratta di qualcosa di banale, superficiale o episodico e si sente preso sul serio.

Luogo: per quanto la situazione lo permetta è preferibile un luogo accogliente, dove il giovane possa sentirsi a suo agio. Una stanza disadorna o poco linda suscita repulsa o comunque è meno invitante, e questo non solo per le ragazze che, al riguardo, possono essere più esigenti, anche per i maschi. Queste particolarità, a livello emotivo lasciano un segno. Le situazioni impongono talora dei compromessi, ma non possono costituire la norma. Ricordo di un giovane che al primo incontro esordì: “Meno male che lei è lì seduta”. E proseguì dicendo che l’incontro con il D.S. avviene camminando e non gli piace affatto perché ha l’impressione di non essere ascoltato. Di certo non è esattamente così, comunque il luogo e il modo di stare con il giovane hanno la loro importanza. Dobbiamo ricordare che non si comunica solo verbalmente. Tutto il proprio essere, il modo di relazionarsi e il contesto stesso inviano messaggi.

Durata del colloquio: due modalità negative, un colloquio sbrigativo o comunque un tempo così esiguo con l’implicito messaggio, seppur involontario: “non ho tempo da perdere per te”, e dall’altra “sedute fiume”, dove il giovane parla per ore con l’amara impressione di prendere sempre la tangenziale senza approdare a nulla. Se in particolari circostanze o all’inizio può essere opportuno dare più tempo affinché il giovane possa esprimere ciò che lo preoccupa, acquisire una certa fiducia, e intanto avere modo di comprendere la sua storia, gli eventi salienti e suoi stati d’animo prevalenti, di regola un colloquio di circa un’ora può rappresentare un tempo congruo, opportuno e sufficiente. Può sorprendere, eppure anche questo assume una valenza educativa, è il caso di un giovane che stava attraversando una fase burrascosa e ogni volta che veniva avrebbe parlato, credo, anche per una giornata intera riluttante quasi sempre a concludere il colloquio. Un giorno arriva soddisfatto. Aveva imparato a “stare a galla”,  a non sentirsi affogare nelle difficoltà persistenti. Richiesto in che modo vi fosse giunto, precisa che innanzitutto in qualsiasi situazione lui risultava “vivo” e inoltre visto che il colloquio terminava benché i suoi guai non fossero risolti, significava che poteva  convivere con tali difficoltà.

Orario: meglio evitare le ore della sera  e tanto più della tarda notte. Dopo certi incontri il giovane ha bisogno di tempo per elaborare i contenuti emersi, i problemi sollevati, le emozioni suscitate. E questo vale talora anche per il direttore stesso.

Scadenza dei colloqui: evitando di essere rigidi o intransigenti è opportuno, se il giovane dimostra di essere intenzionato a fare un cammino, esplicitare una possibile scadenza, ad esempio un incontro ogni due/tre settimane o una volta al mese  ecc. secondo le opportunità. Se un giovane va dal D.S. 5/6 volte in un mese e poi per 5/6 mesi sparisce c’è da interrogarsi. Pedagogicamente, lasciare che sia il giovane stesso a prendere l’iniziativa per il colloquio, risulta più efficace perché lo responsabilizza. Lo aiuta a prendere coscienza che spetta a lui camminare, e senza la sua collaborazione non si procede. Il D.S. non possiede la bacchetta magica e tanto meno  il potere di cambiarlo. Se poi è il giovane stesso a iniziare il discorso c’è l’opportunità di verificare se approfondisce certe  tematiche, se tralascia argomenti di rilievo, se evita realtà spinose, oppure quali sono gli ambiti di vita su cui insiste maggiormente, quali desideri esplicita, quali valori ricerca e così via. Questa modalità di relazione può predisporre il giovane a interrogarsi, a lasciarli interpellare e confrontare.

 

Relazione asimmetrica

Inoltre questi elementi evidenziano che nella D.S. si vive una relazione asimmetrica, dove direttore e giovane non si pongono sullo stesso livello, come avviene tra amici. Non sembri superfluo questo richiamo. Pensando di favorire il dialogo, di appianare la strada perché il giovane si senta accolto e abbia il coraggio di confidarsi si rischia di mettere in atto talora dei comportamenti da buoni compagni, che apparentemente sembrano abolire le distanze, in realtà tolgono sicurezza. Al  giovane necessita, una guida che lo aiuti a districarsi tra i possibili meandri per individuare la strada, discernere tra lo stordimento dei messaggi quelli che meritano di essere ascoltati e presi in considerazione, individuare nel tumulto dei desideri e sentimenti quelli che rispondono al suo Io più profondo, agli ideali per cui è bello e vale la pena vivere. Ad es. è più rispettoso restare di fronte al giovane che seduti entrambi sul divano, perché esplicita  visivamente e plasticamente l’intenzionalità di ascolto, di accoglienza, di disponibilità, inoltre permette al D.S. non solo di ascoltare le parole, ma di cogliere da un gesto, dall’espressione del  volto, da un sorriso, da una smorfia, dal cambiamento di colore, certe sfumature inerenti a titubanze, timori, soddisfazioni, gioie, collere, tristezze, ecc. L’asimmetria sta nel fatto che mentre il giovane può parlare di qualsiasi realtà che lo riguardi, il D.S. non può concedersi delle confidenze personali relative alla sfera privata, che possono talora disorientare il giovane. Gli amici vanno cercati altrove. Risulta inopportuno condividere preoccupazioni o problematiche riguardanti altri giovani o comunque persone conosciute o meno dal giovane. Oltre che compromettere la fiducia, in quanto più o meno consapevolmente suscita l’interrogativo: “Se parla a me di questa persona che cosa dirà di me ad altri?”, può sollecitare delle false aspettative quali ad esempio di essere ritenuto il migliore o sentirsi il prediletto. E poi nel tentativo di mantenere tale immagine non sentirsi più libero di manifestare apertamente il suo vissuto, specie nelle pieghe più riposte e meno piacevoli, rinforzando una resistenza, in parte certamente presente, a lasciarsi interpellare e mettere in discussione.

 

Vicinanza e neutralità

Si tratta di coniugare insieme dolcezza e fermezza, di saper offrire comprensione scevra da iperprotezione. Un  ambito particolare dove si gioca questo equilibrio è rappresentato dal colloquio. Il clima è di estrema importanza. Deve instaurasi un clima di ascolto e di non giudizio, che significa assenza di qualsiasi giudizio, negativo o positivo. Non si deve assolvere, né condannare e neppure incoraggiare. Questo tipo di reazioni possono intralciare la comunicazione o renderla inefficace. Non basta d’altronde una assenza di giudizio verbale. Più importanti delle parole di accoglienza e di non giudizio sono i sentimenti che si nutrono nell’avvicinare il giovane. Si tratta di un’accoglienza empatica, dove ci si lascia toccare anche emotivamente, si viene coinvolti  pur restando neutrali, al fine di essere obiettivi nella comprensione degli eventi, dei contenuti espressi e nel  valutare  soluzioni, suggerimenti, interpellanze ecc.

 

POSSIBILE TIPOLOGIA E RELATIVE PROBLEMATICHE

Abbiamo accennato ad alcune caratteristiche, tuttavia il mondo giovanile non si presenta omogeneo a ragione della provenienza culturale, l’educazione familiare e religiosa la personalità tipica di ognuno. All’interno di questa gamma possiamo focalizzare alcuni stili. Il quadro non intende essere esaustivo tanto più che la persona in genere e in particolare nell’età giovanile, non può essere incasellata o etichettata. Si intende evidenziare alcune problematiche, l’urgenza di saperle riconoscere e individuare le strategie più opportune per affrontarle. Ogni stile è accompagnato da una citazione evangelica, quale possibile analogia che esula da qualsiasi intento esegetico. Certe immagini permettono una sintesi più immediata di una lunga descrizione.

 

L’incerto al rallentatore

Un altro discepolo gli disse: “Signore, permettimi di andare prima a seppellire mio padre”. Ma Gesù gli rispose: “Seguimi e lascia che i morti seppelliscano i loro morti” (Mt 8,21).

Si incontrano giovani sempre incerti, specie in merito alla scelta di vita, sia che si tratti del matrimonio, del sacerdozio e/o della vita consacrata. Rinviano la decisione alle calende greche. Sovente sono giovani sostanzialmente buoni d’animo, talora presenti ai campi scuola, agli esercizi spirituali, a giornate di preghiera o impegnati nella catechesi, nel gruppo missionario, nel volontariato ecc. Si avverte in essi una delicata sensibilità al discorso religioso, con delle intuizioni che sorprendono. È una realtà che ha del paradossale, da una parte sembrano molto attivi e dall’altra al contrario risultano paralizzati, arenati, ancorati, manca il coraggio di prendere il largo, di avventurarsi, di rischiare.

Quasi sempre sussiste un sottofondo di insicurezza con il timore di sbagliare, che non riflette necessariamente una patologia. Per quanto possibile è di estrema importanza comprendere cosa spaventa o inquieta. Molte volte  è riconducibile a una relazione parentale conflittuale: genitori troppo esigenti e a loro volta insicuri. Altre volte si scopre un timore eccessivo di sbagliare, con difficoltà ad accettare i loro limiti, insuccessi. Vanno condotti a riconciliarsi col passato ad esperimentare il limite, l’errore come parte della vita, diversamente si caricano di un peso ansiogeno insopportabile.

Rischio: il D.S. stanco di aspettare finisce col prendere la decisione o diventa troppo direttivo. Esempio: Questa ragazza va proprio bene per te... Se non vuoi fare l’Università, cosa pensi di concludere... Un ragazzo migliore di questo non lo troverai di certo... Sono sicuro che tu hai la vocazione a essere prete, religiosa, monaca... Sconfinando talvolta nel ricatto involontario facendo appello alla parola di Dio: Chi mette mano all’aratro e poi torna indietro... O facendo leva sulla stima personale: Ma tu hai sempre avuto questo interesse...

Talora la riluttanza a decidersi nasconde velatamente la consapevolezza di non farcela, se nonché l’indecisione rinforza l’autosvalutazione: sono un buono a nulla... e il senso di colpa: spreco il mio tempo... Esempio: laureato con ripetute crisi depressive, carattere mite, desideroso di fare qualcosa per gli altri, in parte consapevole delle sue vulnerabilità. Lascia la ragazza perché un eventuale legame lo fa sentire imprigionato. Si domanda se non sia chiamato al sacerdozio, ma anche questa prospettiva lo mette in angoscia, la responsabilità lo spaventa. Si sente comunque obbligato a scegliere diversamente è colpevole di sprecare il suo tempo. Chiarito che non sussisteva  un aut-aut, il senso di colpa si è ridimensionato e ha potuto guardare alla sua situazione con più positività e accettazione.

In altri casi il giovane va aiutato a convivere con la sua incertezza, come parte dei suoi limiti e a scoprire che non costituisce un impedimento assoluto che può ugualmente comprendere cosa desidera e prendere la relativa decisione. È fondamentale che sia convinto che la decisione spetta a lui e nessuno lo spinge. In qualsiasi situazione, anche la più complessa, cercare di identificare l’aspetto positivo. Di recente una giovane tormentata dalla sua indecisione, con sentimenti quasi di odio verso se stessa, alla domanda di esprimere l’aspetto positivo di tale situazione, mi rivolse uno sguardo interrogativo e sorpreso come a dire: e tu pretendi che in tutto questo caos io ci veda qualcosa di buono... Le ripetei la domanda quasi a conferma che era possibile. Quando ha potuto constatare ad esempio che era riflessiva, che ponderava, che non era impulsiva ecc. il suo volto si è illuminato, come a dire: allora non sono proprio uno sgorbio... Altro esempio. Il timore di deludere. B. vuole capire cosa il Signore desidera da lei. Non esclude una scelta di vita consacrata, ma ci sono tanti dubbi. A causa di una  proposta di lavoro ci si rivede dopo alcuni mesi ed esordisce col dire che ha timore di deludermi supponendo che io abbia delle aspettative alle quali non sa rispondere perché resta dubbiosa. Fortunatamente  aveva compreso che poteva condividere questo timore senza essere rimproverata. Resta comunque la possibilità che il giovane non esprima fino in fondo i suoi desideri e i dubbi per timore appunto di deludere. C’è la possibilità  che sia  il D.S. a lasciar trapelare, più o meno apertamente e più o meno consciamente la sua delusione o il suo disappunto. È una questione molto delicata. Il D.S.  non è certamente un robot impassibile e  di fronte a un giovane molto promettente, serio, impegnato, intelligente spontaneamente elabora qualche previsione. Occorre molta  libertà interiore per non lasciarsi pilotare unicamente da tale aspettativa e restare invece attenti a cogliere altri segnali, affinché il giovane stesso giunga a optare per la scelta consona alle sue aspirazioni e che avverte qualche vocazione per se stesso.

Altre volte il giovane stesso, stanco della sua indecisione, cerca una conferma nel direttore. È il caso di uno studente universitario con un fratello ricoverato per seri problemi psichiatrici ed è tormentato dal dubbio che un giorno possa succedere pure a lui. Per lungo tempo insiste di dirgli apertamente cosa penso di lui e della sua capacità di diventare missionario, la non risposta viene  interpretata dapprima come  tattica  per  condurlo a  convincersi che non è adatto. Quando finalmente comincia ad avere più fiducia in se stesso e in chi l’accompagna scioglie da solo l’enigma: adesso ho capito perché non mi rispondeva, semplicemente perché non lo sapeva esattamente, ma era attenta  a vedere come procedevo...

 

La freccia gassosa

Mentre risaliva nella barca, colui che era stato indemoniato lo supplicava di poter restare con lui. Non glielo permise, ma gli disse: “Va’ nella tua casa, dai tuoi, annunzia loro ciò che il Signore ti ha fatto e la misericordia che ha avuto per te”  (Mc 5,18-19).

La figura dell’indemoniato ci rinvia, per analogia, all’esperienza inquietante e tremenda di chi non avverte la padronanza di sé, e vive la sensazione di non avere un contatto stabile col proprio Io, che risulta insicuro, come diviso in se stesso. Non si deve pensare necessariamente a una situazione patologica. Certi giovani stanno attraversando ancora la crisi adolescenziale. L’età evolutiva è in atto e quindi non hanno ancora preso contatto col proprio Io più profondo e la padronanza di sé è vacillante. Questo stato d’animo si riflette nell’incertezza di non sapere cosa  fare, nel non intravedere uno sbocco che dia senso, che offra una direzione di marcia. È come camminare nella nebbia, non vedere a contorni chiari ciò che vuole, chi è, chi vuole essere.

Questa fase nebulosa si può ispessire per mancanza di valori sia naturali che religiosi. Il giovane che vive tale realtà se incontra qualcuno che lo invita, supponiamo alla giornata  mondiale della gioventù, alla marcia per la pace, alla scuola della Parola o comunque per altri eventi scopre la bellezza del Vangelo, resta affascinato dalla figura di Gesù, può avvertire un cambiamento di interessi, dove la dimensione religiosa è al centro della attenzione e con soddisfazione  definirsi “un convertito”. Tale conversione e l’attrazione a qualche forma di vita consacrata sono vissuti talora come sinonimi e con tale carica di entusiasmo è facile il passo decisivo ad es. di entrare in seminario, in monastero e, poco dopo l’Ordinazione o la Professione, altrettanto facile entrare in crisi e mettere in dubbio il tutto. Che cosa si verifica da un punto di vista psicologico? La scoperta dei valori cristiani e la loro realizzazione in una forma di vita offre inizialmente sicurezza, senso di valore personale, uno stato d’animo che non ha confronti rispetto all’indeterminazione precedente ed emotivamente è estremamente rassicurante. Passata la fase entusiastica, la responsabilità assunta diviene onerosa, riemergono le vulnerabilità precedenti, rimaste soltanto nascoste ma non risolte, anzi si aggiunge la spiacevole sensazione di fallimento o di  malessere generale. Gli esempi al riguardo non mancano. Il moto impulsivo a realizzare  immediatamente certi desideri appena affiorati si verifica pure in altri contesti, ma il dato originante sta nell’incertezza, nella mancata chiarezza del proprio Io, nella  nebulosità circa le mete da raggiungere e avvertite come consone a sé. Ciò può essere dovuto a un processo evolutivo più lento, o per conflitti irrisolti.

È comunque tipica del giovane la fase della ricerca, del discernimento dove non tutto è chiaro, sicuro. Per taluni tale fase genera ansia, timore o è vissuta come debolezza, incapacità, inferiorità e pur di uscirne prendono delle decisioni immediate, impulsive. Danno l’impressione di essere delle frecce sicure, in realtà sono fumose e non centrano affatto il bersaglio. Gli esempi non mancano. Vediamone alcuni. A un giovane universitario, già orfano di padre, viene a mancare la madre e si ritrova a vivere con il fratello maggiore che ha sempre ostacolato il suo interesse religioso. Qualche mese dopo decide di interrompere gli studi per entrare in un Istituto religioso, che conosceva da tempo. Il responsabile gli propone di fare almeno un anno di Probandato, dopo qualche tempo lui insiste per  entrare in noviziato. Intelligentemente il Superiore resiste alle sue pressioni. In occasione di una festività va in famiglia, dopo di che non ritorna più. Una ragazza dopo anni di allontanamento dalla chiesa, in un giorno di ritiro resta “fulminata”, abbandona gli amici della discoteca, entra in monastero, dopo la Professione la clausura le risulta stretta. Resta la decisione per la vita consacrata, ma non claustrale.

 

Il trascinato dagli eventi

Chi invece ascolta e non mette in pratica è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra,  senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e il disastro di quella casa fu grande...  (Lc 6,29).

Questa breve citazione stigmatizza quanto accade a quei giovani che procedono seguendo l’onda senza  domandarsi dove vogliono arrivare e perché. È come se seguissero pedestremente ciò che fanno altri, se nonché appena subentra qualcosa che costringe a prendere posizione, o restare saldi sulle proprie convinzioni, vengono travolti, e quelle che sembravano convinzioni, ma non lo erano, svaniscono nel nulla.

È il giovane apparentemente impegnato, presente alle varie iniziative, ma senza convinzioni personali. Sembra  vivere una relazione con Dio, optare per scelte di servizio, instaurare legami con i compagni, in realtà si lascia trascinare dagli eventi, arriva pure a sposarsi, diventare prete, entrare in comunità senza riuscire a fare una scelta profondamente motivata e appena si presenta un evento che lo interpella fortemente o richiede determinazione lascia tutto e i valori precedentemente proclamati perdono la loro forza motivante. Può capitare che alcuni scoprano delle serie difficoltà che interferiscono pesantemente con la scelta  fatta e siano costretti a pensare ad una alternativa, con una ricerca dolorosa e sofferta. Altri, invece, abbandonano quasi improvvisamente al sopraggiungere di normali difficoltà, attriti, incomprensioni ecc. Sono rimasta impressionata della impassibilità con cui un giovane prete ha lasciato la parrocchia dopo quattro anni di ordinazione. Era come se avesse fatto un lungo sogno, che ormai non aveva niente a che fare con la sua vita. Durante gli anni di seminario nessuna particolare difficoltà, tutti lo ricordavano come un ragazzo tranquillo. Andando più a fondo è risultato che l’apparente serenità nascondeva un distacco emotivo. Non disturbava nessuno, nemmeno il Rettore, ma non partecipava con tutto se stesso. Bisogna prestare attenzione ai tipi troppo tranquilli, e verificare se si tratta di personalità equilibrate, serene o passive, che talora , risultano più problematiche dei giovani esuberanti, effervescenti, vivaci.

 

Il cuore pensante7

Mentre erano in cammino, entrò in un villaggio e una donna di nome Marta, lo  accolse nella sua casa. Essa aveva una sorella, di nome Maria, la quale seduta ai piedi del Signore, ascoltava la sua parola (Lc 10,38-39).

“Cuore pensante” è l’autodefinizione di Etty Hillesum, ebrea olandese, morta ad Auschwitz. Mentre la vita del campo provocava in molti avvilimento fisico e psichico in lei sembrava ottenere l’effetto contrario. La sua consapevolezza si faceva sempre più limpida e serena e la relazione con Dio si approfondiva fino a giungere a pensieri di contemplazione così alti da sembrare impossibili in una giovane donna qual era. In quel “pezzo di brughiera recintato da filo spinato”, nelle ultime pagine del suo diario annotava: “Su, lasciatemi essere il cuore pensante di questa baracca”.

L’altra donna è presentata da Luca nel tipico atteggiamento del discepolo ai piedi del Maestro, in attento ascolto, né solo intellettivo, né solo emozionale. Anche a lei possiamo attribuire questa sintesi mirabile di cuore pensante. Sintesi che si evolve costantemente lungo l’esistenza, ma può avere un primo abbozzo, un avvio nell’età giovanile.

Il giovane va guidato a riconoscere e saper dirigere la forza dell’entusiasmo, la prepotenza dell’amore, la generosità spontanea e insieme a riflettere, a lasciarsi interpellare a saper rielaborare personalmente i contenuti appresi, a vivere le piccole e grandi decisioni con tutto se stesso, ad apprezzare la realtà quotidiana intessuta da gesti, incontri,  scambi, condivisioni, da piccole o grandi lotte, dalla relazione con Dio che dà senso al tutto, e individuare in questo vissuto ilfilo rosso che gli indica lo stile di vita  e la vocazione entro cui concretizzarlo. In sintesi l’accompagnamento di un giovane ha come obiettivo due movimenti: uno ad intra e uno ad extra, che non sono contrapposti anzi conducono all’unificazione di vita. Il primo mira alla coesione dell’Io, per cui il giovane  gradualmente esperimenta la capacità e la soddisfazione  di vivere. Il secondo lo conduce a esperire la bellezza  e l’intenzionalità  di vivere per un  altro diverso da sé e per  un Altro quale sorgente e ragione del tutto.

 

 

Note

1) E. MasseroniRelazione alla XLVI Ass. Gen. CEI, maggio 1999.

2) Ibidem.

3) R. GuardiniLe età della vita, Vita e Pensiero 1992.

4) In questo paragrafo ho riportato alcune idee di A. Louf in Generati dallo Spirito, Qiqajon 1994.

5) In merito alla visione  distorta o riduttiva di Dio cfr. T. H. Green in, Il grano e la zizzania, discernimento punto di incontro tra preghiera e azione, Ed CVX 1992 e N. dal MolinVerso il blu: lineamenti di psicologia della religione, Messaggero, in particolare il cap. 16. E ancora A. Louf in op. cit.

6) In relazione al Transfert cfr. A. Louf op. cit. e F. ImodaSviluppo Umano: psicologia e mistero, Piemme 1993.

7) E. HillesumDiario 1941-1943, Adelphi. Ultime parole del diario: “Si vorrebbe essere un balsamo per tutte le ferite”.

 

 

QUARTA RELAZIONE

L’età della fedeltà e della fecondità: guida spirituale e vocazionale nella maturità

di Giuseppe Sovernigo, Guida Spirituale e Docente di Psicologia

GIUSEPPE SOVERNIGO

 

Trattare del tema dell’Età della fedeltà e della feconditàdella guida spirituale nell’età della maturità è parlare non tanto dei giovani, dei ragazzi o degli adolescenti, non della terza età, ma dell’età di mezzo, dell’età degli adulti. Questo tema implica in prima persona gli educatori/genitori in una delle varie collocazioni, da prendere con elasticità: come giovani adulti (anni 28-30-35); come adulti adulti (anni 35-45-50); come adulti anziani (anni 50-60-65). Si tratta dell’età della seconda chiamata o meglio delle ulteriori chiamate.

 

LA GUIDA SPIRITUALE VOCAZIONALE NELLA MATURITÀ

COME UNA NECESSITÀ

Per poter parlare di direzione spirituale e vocazionale nella maturità occorre anzitutto precisarne la specificità e i limiti. Per maturità che cosa si intende?

 

Tratti dell’età adulta o matura

Sono tratti o indici che vanno presi con flessibilità nel loro insieme e con equilibrio entro il tutto sistemico della persona. Questa fase della vita è caratterizzata dai seguenti tratti (l’assunzione in proprio delle responsabilità nei settori chiave di ogni vita) il settore professionale, il settore affettivo e sociale, il settore del senso ultimo e immediato di sé e delle varie realtà; il saper affrontare costruttivamente le difficoltà dell’esistenza; il realismo e la sensibilità dinanzi alle vicende umane e alle persone con una equilibrata presa di posizione, cioè con la capacità effettiva di farsi vicini e distinti all’altro, non sovrapposti, né troppo distanziati come difesa previa; l’autonomia nelle scelte e nell’impegno originato da motivazioni prevalentemente rette e vere; l’essere in grado di dare e ricevere gioia nelle relazioni umane; la stabilità e la tenuta nel tempo, quanto a valore e a fedeltà creatrice, che rendono la persona affidabile e costruttiva. Ora attuare la direzione spirituale e vocazionale nella maturità costituisce un compito tanto necessario quanto non scontato. Infatti, rispetto alle fasi di vita precedenti, ci sono ora continuità e discontinuità.

Continuità

C’è continuità perché ciò che si era a lungo preparato precedentemente, cioè la vita spirituale e la scelta vocazionale definitiva, senza ritorno, del disegno di Dio sulla propria vita, ora chiede di incarnarsi, di potersi dispiegare a pieno. È questa la fase della realizzazione vocazionale nei diversi settori, dell’attuazione della propria missione nella vita, in continuità con le scelte fatte. È questa l’età in cui fiorire e portare i frutti di vita attesi, conformemente alla propria vocazione, nel matrimonio come vocazione o nella vita consacrata nelle sue varie forme.

Discontinuità

C’è discontinuità perché ora sono presenti elementi nuovi. Infatti si esercita la propria responsabilità in prima persona nei settori chiave della vita suaccennati. Si sono interiorizzati a sufficienza i valori guida scelti così da operare ora scelte conformi e caratterizzanti. Si è più autonomi nei vari settori del tempo, dell’uso del denaro, delle proprie energie. Si è chiamati a collaborare con lealtà e generosità. Si è più creativi e progettuali in risposta alle domande della realtà e delle persone.

 

Necessità di una guida spirituale e vocazionale efficace

In questa fase di continuità e discontinuità rispetto a prima, la guida spirituale cambia in parte volto e funzione. Ora si fa meno frequente nel tempo. Verte non tanto sulle scelte di vita personali già fatte, quanto sui criteri guida delle proprie scelte operative, sulla qualità e genuinità delle motivazioni all’agire, sulla lettura spirituale e sapienziale della realtà su cui si opera, sul discernimento dei movimenti interiori che guidano così da concretizzare una vita secondo lo Spirito, da essere effettivamente testimoni luminosi di un altro avvenire, quello del Regno. Ora occorre decifrare la volontà di Dio per il presente, quello proprio e quello delle persone o comunità da servire. È la prova di realtà che va spesso fatta tra ciò che si intende e progetta e la realtà effettiva delle cose, istituzioni e persone. Ora alcuni compiti attendono la persona: occorre attuare un impatto realistico e fiducioso con il reale, quello della vita propria e altrui, e quello delle istituzioni. Per attuare questo obiettivo occorre sia imparare dalle esperienze riuscite sia saper più volte “rifare il patto” con la propria vita propria, dopo ogni fatica e scacco; occorre seminare la Parola, coltivare e raccogliere a suo tempo frutti di vita come collaboratori saggi della grazia primaria di Dio; occorre costruire comunione e collaborazione nel contesto in cui si vive, nella famiglia o nella comunità; occorre alternare evangelizzazione e promozione umana, formazione e azione di risveglio, conformemente alle istanze delle persone incontrate.

Non è facile delimitare cronologicamente l’età adulta. Come tentativo, questa età dell’adulto può essere vista entro due fasi flessibili: i 28-30/40-45 anni come età di assunzione delle responsabilità della vita e di realizzazione vocazionale; i 45-60-65 anni come età della seconda chiamata, di una ripartenza più umile realistica e fiduciosa. Può fare da utile icona l’incontro di Pietro con Gesù attorno al lago di Genezareth dopo la Pasqua con l’invito di Gesù: “Che importa se lui non morirà? Tu seguimi”. È richiesta nuovamente la sequela, la stessa degli inizi, ma ora ben più radicata nella storia propria e della comunità.

 

LA GUIDA SPIRITUALE VOCAZIONALE NELLA MATURITÀ

COME UN PROBLEMA

Ma attuare una guida spirituale efficace nell’età adulta non è facile né immediato. Resistenze di varia natura si frappongono e rendono laboriosa la sua attuazione.

 

Le resistenze nella persona adulta

Le immagini riduttive o distorte della Direzione Spirituale; la presunzione di autosufficienza totale, il “fai da te” senza confronto; le dipendenze affettive perduranti da persone e da istituzioni, a volte mascherate di obbedienza; le attese indebite nei confronti della D. Sp. come ricettario risolutivo.

 

Le resistenze nella Guida Spirituale

La tendenza alla dominazione sulle persone, al dirigismo delle coscienze, in modo manifesto o camuffato; l’abdicazione ad un compito ministeriale costitutivo dell’adulto nella fede, in tutto o in parte; l’impreparazione all’accompagnamento spirituale e vocazionale; il discorsismo e l’intellettualismo nell’approccio ai problemi.

 

I conflitti ricorrenti negli adulti

Nell’età della maturità ci sono alcuni conflitti ricorrenti che comportano una crisi da affrontare, riferiti alle seguenti aree circa il valore di sé: quanto valgo per davvero, se mi sperimento spesso fallito, dato le non riuscite e gli scacchi subiti... sono davvero al mio giusto posto oppure le difficoltà incontrate mi dicono che ho sbagliato strada?... Sono fecondo per davvero, generativo, ho una posterità, una paternità/maternità o sono sterile o sterilizzato dalla vita con le sue incomprensioni?... Quanto conta lo sforzo fatto per riuscire se di fatto cambia così poco delle persone e delle istituzioni?... A che serve impegnarsi a fondo se costa così tanto e i risultati sono così poveri?... Mi basta questa persona o comunità che amo, cui mi sono legato o sono necessari altri amori più gratificanti, prima che sia troppo tardi e io sia sfiorito?

Parlare di guida spirituale dell’età della fedeltà e della fecondità non è facile, né agevole. Attualmente si vive per vari aspetti un tempo di passaggio da uno stile di vita pellegrinaggio ad uno stile vagabondaggio, dalla fedeltà fiume che scorre, talora tortuoso, alla serie di pozzanghere. La stagione culturale attuale tende ad essere aliena dalla fedeltà e dalla maturità come realtà di valore. In vari ambienti si parla della fedeltà come di una virtù svalutata, da retrobottega, di una virtù magagnata, obsoleta. Di fatto le crisi della fedeltà sono all’ordine del giorno. Alcune crisi sono chiare, evidenti, con il conseguente cambio delle scelte fondanti; altre sono crisi da dentro per svuotamento, conformi di un tirare a campare alla meno peggio, restando sul posto. Emergono allora problemi centrali per la fedeltà: può essere per insufficiente interiorizzazione dei valori durante la formazione, per mancanza di un centro interno capace di coagulare, di unificare per davvero le varie realtà della persona in un’identità coerente, in una persona consistente; oppure può essere per l’emergere di un agglomerato di sensazioni, di emozioni, di un immaginario sostitutivo della realtà che si è venuto costituendo in un sé prevalentemente apparente, di fatto falso sé. Si è passati o si sta passando da una fedeltà da ambienti dal sacro recinto, dal sacro olezzo, a quella all’aria aperta, più spesso dall’aria inquinata. Perciò non è facile precisare questa età della fedeltà, della fecondità e della maturità. Sono vari i criteri di valutazione, a seconda della concezione della persona che fa da guida. Di qui un serio problema pedagogico-pastorale: come si caratterizza la maturità spirituale e vocazionale? Come saper attuare una G.S. efficace nell’età matura? Quali sono i compiti di crescita spirituale e vocazionale propri di questa età? Che cosa la aiuta? E che cosa la frena? Quali sono le tentazioni, le trappole ricorrenti nell’attuare un’adeguata G.S. nell’età della maturità? Come G.S. quali attenzioni avere per favorire una G.S. efficace? La riflessione teologica e antropologica su questa età non è molto estesa. Sono frequenti esortazioni varie o un lasciar perdere. In questo contesto si precisano alcuni punti di riferimento. Di fatto la necessità della D.Sp. continua come continuano le chiamate anche “nella vocazione” che occorre saper discernere.

 

GUIDARE A VIVERE DA ADULTI NELLA FEDE

COME GUIDA SPIRITUALE

Ciò che caratterizza la G.S. e vocazionale nella maturità sono alcuni obiettivi da perseguire e alcuni atteggiamenti da maturare. In particolare emergono: la fedeltà creativa e la fecondità spirituale, la capacità di saper discernere genuinamente. Questi sono tra loro strettamente collegati. Per un verso, nella loro radice, sono un dono di Dio, sua iniziativa gratuita. Per un altro, come per ogni suo dono, è necessaria una fattiva collaborazione umana. Occorre che la persona vi si impegni e venga aiutata a farlo dalla Guida spirituale.

 

La fedeltà creativa e la fatica della fedeltà

Questa fedeltà è esigita anzitutto dalla qualità dell’amore che la suscita, la nutre e la fonda. Ne è un frutto e una concausa ad un tempo. È esigita poi dal bene delle persone destinatarie dell’impegno d’amore. Occorre che esse vi possano trovare un fondamento solido, duraturo, indefettibile, orientante. È richiesta dal sacramento e dalla promessa che la fondano: il matrimonio, l’ordine sacro, i voti. Dio vi si impegna con fedeltà indefettibile e sollecita una fedeltà reciproca da parte della persona impegnata. Essere fedeli perciò costituisce una necessità per la concretizzazione delle scelte fondanti la propria vita.

 

La fedeltà come un compito da rinnovare

Il compito di essere fedeli oggi si concretizza entro una serie di difficoltà da tener presenti.

Essere fedele oggi come un impegno qualificante

Nei riguardi della fedeltà ci troviamo di fronte ad un fatto ambivalente. Da un lato essere fedeli agli impegni assunti è sentito, e lo è sempre stato, come un valore per la persona che vi si impegna. Fa parte della espres­sione della sua serietà e affidabilità. La rende credibile e di valore. Questa fedeltà si esprime in vario modo e in diverso grado. Va dagli impegni temporanei fino agli impegni senza ritorno, definitivi, presi con le scelte proprie dello stato di vita, il matrimonio sacramento e la vita consacrata.

 

Essere fedeli oggi come un serio problema educativo pastorale

Però dall’altro lato la fedeltà non sembra essere la virtù del nostro tempo in cui tutto è coinvolto in un turbinio di cambiamento. Infatti essere fedeli oggi non è facile, né spontaneo. Difficoltà ci sono state in ogni tempo, ma recentemente esse si sono moltiplicate. Ciò rende le scelte esposte e problematiche, a volte fragili. Le cause sono molteplici e di varia natura. Ne ricordiamo alcune.

Sul versante della persona impegnata troviamo il prolungamento dei tempi di maturazione per la persona; la complessità delle provocazioni opposte martellanti; la conseguente richiesta di una continua adattabilità; una maggior esposizione all’insicurezza personale e sociale; un accentuato soggettivismo; un’enfasi sul presente e sullo spontaneo; un’enfasi sulla realizzazione personale immediata; il rifiuto di considerare mete più lontane, accontentandosi di un piccolo cabotaggio; la realtà dell’impegno preso scoperto sempre più con ritardo.

Sul versante educativo troviamo un generale impoverimento dei modelli per le nuove generazioni, forme di mediocrità mediocri e spesso ambigue che costituiscono altrettante controtestimonianze. La stessa comunione di comunità fatica molto ad essere un ambiente di sostegno efficace.

Il versante culturale si caratterizza per il desiderio di cambiamento e per il progetto di liberazione. Desiderio e progetto poggiano sulla persuasione che l’uomo non saprebbe essere mai prigioniero di un passato dalle opzioni definitive e irreformabili. Un elemento caratteristico della modernità, continuato anche nel postmoderno, è l’ambito della vita umana considerato prima come dominato dal destino. Ora è percepito come occasione di scelta per l’individuo, per la collettività, per entrambi.

Di fronte a queste immagini ci si chiede: qual è il vero volto della fedeltà? E quali le sue contraffazioni? Che cosa fare per divenire genuinamente fedeli? Occorre riscoprire il vero volto della fedeltà, oltre certe contraffazioni.

 

Le immagini carenti della fedeltà

A questo ridursi dei supporti sociologici e culturali della fedeltà va aggiunto il peso costituito da alcune immagini di fedeltà sotto accusa e sospette di fissismo e di passivismo alienante. Alcune si presentano come certi alberi cresciuti sformati e stentati cui è successo uno strappo del fusto in fase di crescita. È cresciuto solo un ramo laterale. Resta ancora ciliegio o castagno, ma rattrappito. Le principali immagini sono le seguenti.

 

La fedeltà come sottomissione ad un destino autoimposto una volta per sempre

Si tratta di un atteggiamento di subimento di una sorte dura, di una sottomissione ad un unico tempo della vita. Contraria­mente a questa concezione, la modernizzazione comporta una moltiplicazio­ne delle scelte. Le cose possono essere altre rispetto a come sono state fino ad ora. La tradizione non è più costringente. Lo status quo può essere mutato. Il futuro è un orizzonte aperto, almeno potenzialmente. Da una sottomissione ad un destino autoimposto l’uomo moderno passa alla volontà di esercitare delle scelte libere. Questa mutazione comporta un deprezzamento della fedeltà intesa come sottomissione ad un unico tempo della vita. Il valore della vita è posto spontaneamen­te dal lato del cambiamento e della mobilità.

 

La fedeltà vissuta come conservazione del passato, come stagnazione

Si tratta di non perdere niente, di conservare tutto come allora. Questa inerzia, quasi minerale, può provenire da varie cause, ad es. la mancanza di vitalità, la paura davanti ad ogni prospettiva di cambio, la pigrizia che preferisce non esporsi ai rischi di un pensiero libero e di una decisione personale. L’abitudine genera allora sclerosi e l’istallazione si immagina come virtuosa. La pretesa fedeltà di tipo regressivo cerca troppo esclusivamente le sue norme nel passato e dimentica gli aspetti esigenti della cresci­ta. Si tratta di una fedeltà come propensione all’intestardimento. Si tratta di una forma di orgoglio che si rifiuta di mettersi in discussione, revisionando le proprie posizioni, oppure di un partito preso suicida alla cieca che si precipita fino alle conseguenze più assurde. A volte queste fedeltà divengono catastrofiche, tese al punto di provocare uno squilibrio psichico più o meno distruttore. C’è sotto un’alta dose di risentimento contro ignoti, realizzato per interposta persona. Diversamente l’uomo vero come pure l’umanità presa nel suo insieme, sono indissociabilmente eredità e progresso. Sono tensione irriducibile tra un passato, in cui si radicano, e un avvenire lungo il quale essi divengono ciò che sono. La fedeltà non può definirsi tramite la sola conservazione del passato. Una fedeltà semplicemente ripetitiva si contrappone al dinamismo della vita. Non basta alla vera fedeltà di appoggiarsi al formalismo di un impegno contrattuale sottoscritto un dato tempo. Il presente e l’avvenire obbligano più realmente del passato.

 

La fedeltà come adattamento a qualcosa imposto dall’esterno

Si tratta di una fedeltà percepita come un imperativo categorico venuto dall’esterno. Essa viene allora opposta alla vita che è anche evoluzione da dentro e cambio. Questa immagine della fedeltà viene da una morale dell’eteronomia. Questa non fa spazio alle esigenze della libertà e della coscienza in evoluzione. Di fatto si può essere esteriormente conformi ad una legge o ad un costume imposti senza verificare le condizioni di un’autentica fedeltà dotata di valore morale. Regolarità esteriore non è dunque necessariamente fedeltà vivente. La conformità legalista può lasciare fuori gioco l’esercizio presente della coscienza morale da cui non si è mai dispensati di fronte a qualunque legge.

 

La fedeltà come esecuzione di un ideale fine a se stesso

Si tratta di un’eteronomia morale in rapporto al super-io, di un’istanza oscura formatasi per identificazione inconscia ad un essere da cui un tempo si è dipeso strenuamente. Anziché svolgere la funzione di lievito e di orientamento, l’ideale diviene allora l’unica realtà. Si assiste allora a forme di idealismo facilmente dogmatico, alienante rispetto alla realtà effettiva. La fedeltà cede allora il posto alla rigidità in una delle varie forme possibili.

 

Una fedeltà come rassegnazione, come intristimento

C’è una forma di fedeltà triste che viene vissuta come semplice rasse­gnazione o subimento. Certe vite religiose, come certe vite coniugali, si mantengono, costi quel che costi, per salvare le apparenze sociali e per una specie di stanchezza. Questa porta a dirsi che, dopo tutto, è meno complicato conservare le proprie abitudini e restare là dove ci si trova, anche se il cuore non è più là da tempo.

 

Genesi delle alterazioni della fedeltà

Queste varie immagini di fedeltà deformanti sorgono per enfatizzazione di un suo aspetto a scapito degli altri. Per sé è un aspetto vero, ma esagerato e alterante. Rendono la fedeltà poco testimoniante, quasi fuori moda. Pongono un problema per ogni persona. Che cosa intendere per fedeltà genuina? Che cosa vuol dire restare autenticamente fedeli oggi? Che cosa aiuta la fedeltà? Che cosa la frena? Quale strada percorrere per essere e divenire sempre più fedeli? L’essere fedeli in modo genuino costituisce il termometro dell’autenti­cità del cammino spirituale e vocazionale. È frutto di tutto l’insieme del cammino spirituale. Ne costituisce un suo contrassegno. Interessa un po’ tutti gli aspetti della propria vita. Per poter essere autenticamente fedeli occorre tener conto di alcune condizioni imprescindibili.

 

Le istanze per una fedeltà genuina oggi

In vista di una fedeltà genuina oggi è necessario viverla secondo alcune condizioni qualificanti. Le principali sono le seguenti.

 

L’uomo fedele guarda in avanti ed è fecondo

Con una formula semplice si potrebbe dire: non si resta fedeli, lo si diviene nel quotidiano. La fedeltà è meno fatta per essere conservata che per essere continuamente inventata. Come l’io cerca di vivere, così la fedeltà ha un avvenire. È tramite un atto continuo di impegno che l’io si avvicina alla sua vera identità, dall’io attuale all’io ideale, e non attraverso una linea uniforme di permanenza povera e immobile. Molto spesso l’assenza totale di crisi e di novità non significa coerenza dell’io, ma deperimento. La paura non è la fedeltà, anche se la si battezza prudenza. Non è rifiutando il rischio di domani che l’uomo può riconoscersi e salvaguardare la sua identità. È piuttosto in uno slancio pieno di speranza teso verso l’avvenire che esso raccoglie le sue forze e riconosce ciò che è o che vuole. Il mio avvenire non sarebbe mio se si offrisse semplicemente alla mia visione e al mio desiderio come una riconduzione piatta del passato.L’uomo fedele assume i cambiamenti lungo i quali resta se stesso tramite la mediazione di questi cambi. L’identità dell’essere vivente comporta alcuni tratti inconfondibili: la crescita e la modificazione. Il seme è fedele a se stesso divenen­do pianta. Nessun nostro istante, passato o presente, può pretendere di contenere tutto quello che noi siamo in profondità. La fedeltà vivente sa integrare certe rotture e separazioni dolorose. Ogni vera crescita si effettua a prezzo anche di rotture, di negazioni, di rinunce lungo la linea di vita e affettiva preferenziale che dà continuità e sviluppo. Rifiutando ogni rottura in nome di una certa maniera di concepire e di valorizzare l’adattamento all’ambiente e alle sue solidarietà, si rischia di essere infedeli di fatto. Al contrario esiste un disadattamento che segnala una forza e una vitalità vere, delle rotture con l’ambiente che attestano una fedeltà più profonda. Questo fatto riguarda un problema delicato e complesso da ponderare, quello degli sganciamenti liberatori e legittimi. Non si ha mai finito di essere fedeli come viventi. Come la fede, cui l’etimologia la apparenta strettamente, la fedeltà è sempre anche un inizio e un reinizio. Mai possesso sonnolento, essa si tiene sveglia e si afferma di più nell’attesa e nel ricominciamento che nel ricordo. Il suo riferimento regolatore si trova più in avanti che indietro della corrente creatrice dove essa iscrive il suo movimento. Se fa memoria di un evento fondatore, è per assicurare meglio la sua speranza e motivare un nuovo impegno per l’avvenire. Poiché essa viene vissuta ad un tempo come uno slancio interiore originale e come una risposta suscitata da un appello, venuto da fuori, la fedeltà autentica si rivelerà feconda. Il passato impegna, ma impegna ad avanzare e a creare.

 

L’uomo fedele diviene se stesso in pienezza e nell’autotrascendenza

La fedeltà è strettissimamente legata al tipo di identità della persona che la vive. Essa progredisce non per abbandoni o rinnegamenti, ma tramite l’integrazione dei momenti del divenire. Rifiutando l’immobilità, la ripetizione ed il letargo, essa cammina e va in avanti, ma secondo un asse che non varia, anche se conosce delle tappe sorprendenti e se si piega in sinuosità imprevedibili. Questo asse è costituito dalla progressiva attuazione della verità di sé, di ciò che costituisce la persona in profondità, dell’immagine e somiglianza a Dio costitutiva come creature salvate e inviate. Se la fedeltà sposa una storia e conosce un dispiegamento, se essa resta sempre aperta alla possibilità ed agli imprevedibili rinnovamenti, essa obbedisce tuttavia ad una coerenza interna. Le sue tappe, i suoi meandri e i suoi stessi apparenti ritorni indietro restano sostenuti e orientati dal vettore del progetto fondamentale dell’esistenza personale. Questo progetto fondamentale chiede di essere approfondito, riattivato, precisato, senza confondere la sua chiamata con le nostre emozioni sensibili e i miraggi passeggeri. Molto più che dal pullulamento dei bisogni successivi, l’essere umano si caratterizza e si definisce dalla singolarità di un desiderio profondo senza limiti. È lui che unifica la sua traiettoria. Data la contrazione dei supporti sociologici la fedeltà vera è sempre più frutto di maturazione personale. È questo un aspetto nodale della formazione oggi. Ma quale orizzonte di crescita fa da guida per la concreta persona? L’asse dell’autosoddisfazione o l’asse dell’autotrascendenza?

 

La persona fedele è fedele a qualcuno, ad una persona

Stampato nel cuore dell’uomo in divenire, il desiderio fondamentale di ogni persona ha un nome: è il compimento di sé in una relazione di reciprocità, è l’attuazione di una comunione d’amore. A volte prendere coscienza e realizzare questo cammino è difficile per l’egoismo, la violenza, l’illusione fusionale presenti. Tuttavia la dimensione relazionale è fondamentale e imprescindibile per vivere da persona fedele. L’io si coniuga e si iscrive in un “noi”. Allora, fedeli a chi? a delle idee, a delle promesse... o a qualcuno? Per una fedeltà genuina è riduttivo e rischioso parlare di fedeltà ad una causa, a delle promesse, ad una dottrina, ad una linea di condot­ta. Questa fedeltà a delle astrazioni impersonali rischia di condurre alle malformazioni della fedeltà ricordate all’inizio. L’esperienza dell’uomo fedele è anzitutto una condotta relazionale. Di fatto, se la fedeltà è il contrario dell’immobilismo morto è perché essa non si indirizza a cose o a valori atemporali, ma ad una persona vivente. Fedeli ad una promessa, sì, ma ciò non è il centro. Ciò che determina nella sua specificità la condotta fedele non è il semplice dovere di non mancare ad una promessa formulata nel passato. Di fatto l’idea di fedeltà surclassa di molto quella di promessa, di vita, di giuramento, di contratto. Il prezzo reale di una vera fedeltà dipende da un elemento più interiore che la semplice esecuzione di tipo giuridico.

 

La fedeltà come effetto di una relazione personale

La fedeltà non potrebbe essere uno scopo; bisogna che sia un frutto di una relazione con una persona, un effetto collaterale necessario. Lo sgorgare profondo della virtù della fedeltà si situa nell’amore dell’altro nei cui confronti ci si è impegnati, non nella preoccupazione prevalente di conservarsi. La fedeltà non si rivolge ad un principio astratto della fedeltà, ma a qualcuno di vivente. L’esatta e tenace osservanza del regolamento non fa sgorgare la vita. Ma dalla qualità ed intensità di una vita uscirà immancabilmente il fedele compimento delle condotte richieste. Per divenire fedeli occorre perciò osare vivere e vivere in modo pienamente umano, nella relazione e nell’apertura all’altro, fino a Dio, manifestatosi in Gesù Cristo, morto e risorto, Signore della vita. A rigore di termini non c’è da essere fedeli a degli atti o a delle idee o a delle virtù o ad una causa, ma solamente e sempre a delle persone. La promessa definisce una responsabilità che ci si addossa nei confronti dell’altro. L’uomo si lega in modo valido solo a delle persone, a Dio o agli altri. Si pone perciò male il problema della fedeltà nell’educazione quando se ne fa l’oggetto di un precetto freddo e senza volto. Essa invece è un modo di vivere la relazione con una data persona. Essa ha sempre l’immagine viva di qualcuno il cui sguardo e cuore invitano a rispondere. Perciò la fedeltà domanda una certa qualità della relazione interpersonale, designata come presenza viva. Implica disponibilità, apertura, attenzione all’altro come tale, non solo a ciò che si dice e si fa. La fedeltà diviene allora relazione viva con una persona viva. Emerge qui il problema di come ci si vive, quanto in verità e quanto in falsità, di come si vive l’altro cui essere fedeli, nella sua verità oppure in false immagini. Il peggior nemico della fedeltà non è la libertà, ma la sua mancanza. Certo la fedeltà è incompatibile con la negligenza e il rinnegamento di ciò per cui ci si è impegnati. Non si annulla il passato. Occorre appropriarsene, riconoscerne la paternità, viverlo con libertà responsabile, riattuarlo in un impegno rinnovato. Il suo richiamo non è una trappola o un peso. È uno stimolo per una scelta tutta intera oggi.

 

La persona fedele lo è per amore

L’essenza della fedeltà è il dono di sé. Calcoli e mercanteggiamenti limitativi ne sono esclusi, pena il suo decadere. L’uomo si definisce più esattamente per il dono, per l’amore, per l’accoglienza gioiosamente stupita nel ringraziamento. Si ama veramente solo quando ci si dà senza calcolo né ritorno. Ma ci vuole tempo per imparare ad amare. Ciò che dovrà essere molto spesso ripreso nel senso di rinnovato, riassunto, attualizzato è l’impegno fondamentale ad amare sempre più. È da qui che sgorga la fedeltà vera. Nessuno si impegna una volta per tutte come se fosse possibile e sufficiente piazzarsi su un binario in un dato tempo dell’itinerario vocazionale. Resterà sempre da riattualizzare la scelta fatta in un dato tempo, da riprendere l’impegno nella sua novità e freschezza nativa entro le situazioni inedite, le crisi possibili e gli stacchi. Prendersi un impegno non è perciò mettersi la corda al collo, ma è entrare in una relazione vivificante. Divenire liberi si può in un’alleanza, in un “vivere con” dell’amore e della fiducia. È questo che costituisce la base di ogni vera fedeltà. È la stessa strada dell’essere me stesso, aderendo a ciò che sono con il meno distacco possibile. La persona non è principalmente un dato predato e inerte. Nella relazione la persona veramente fedele non cerca di consumare l’altro (il congiunto, il fratello, l’amico,... Dio rivelato in Gesù), riconducendolo alle proprie rappresentazioni o alle esigenze egocentriche. Senza questo consenso totale a non essere il centro unico dell’universo, senza questa piena accettazione della distanza e dell’esistenza dell’altro, ciò che si chiama abusivamente fedeltà di attaccamento sfocerebbe in dolorosi inganni, profondi disaccordi, crudeli strazi. Il più grande amore, la più alta fedeltà consistono nel dare gratuitamente la propria vita per coloro che si amano. In sintesi, il proprio di una fedeltà adulta è viversi come un progresso per mezzo di alcune istanze: un’assunzione e una purificazione permanente del passato, una integrazione del presente e un andare oltre. La fedeltà va alla persona che ci ha ugualmente giurato presenza. La fedeltà ad un oggetto sarebbe un’abitudine, dolce o maniaca. La fedeltà ad una istituzione personalizzerebbe indebitamente il compito implicato da questa e rischierebbe di murare il patto di alleanza, venendone abusivamente consacrati. Si può essere fedeli solo a chi ci ha manifestato il movimento del suo cuore. Dichiararsi fedeli ad una promessa in se stessa sarebbe uno sbandamento pericoloso. Evacua colui cui si dichiara la propria fede a vantaggio di una cosificazione di questa stessa fede. Occorre superare una stagnazione rassegnata o di un rigetto semplicistico. Occorre passare dalla fedeltà del funzionario, fedele alla lettera, che cammina dietro ad un sì astratto, a quella della persona prevalentemente sereno ed equilibrato che si fa sempre più matura, convinta, contenta, a quella dell’equilibrio del ciclista, dell’aviatore. Si reggono a condizione di avanzare. L’adulto è forse colui che accetta senza panico di avanzare difficil­mente attraverso il dubbio, gli scacchi, le contrarietà, la riuscita, le cadute. L’importante è comprendere che, progredendo lungo una strada, su cui forse cadono ancora delle ombre, si realizza meglio la propria vocazione che non subendola con una costanza passiva e rassegnata. Fedeli, infatti, si diviene entro la vita in divenire.

 

La fecondità spirituale

La maturità si caratterizza poi per la fecondità spirituale. Infatti durante la maturità la fecondità in ciò che si fa costituisce un obiettivo qualificante e un effetto della stessa fedeltà creativa. Emerge come un frutto che la comprova.Consiste nel portare frutti di vita, in un’azione efficace nel settore del proprio impegno, legata soprattutto alla qualità del proprio modo di essere e di rapportarsi. La fecondità si pone come un contrassegno inequivocabile della qualità di vita, come l’opposto della stagnazione di sé, umana e spirituale, come un’alternativa secca e precisa ad una vita segnata dalla passività e dalla rassegnazione. Sul versante dell’adulto la fecondità sgorga da un insieme di condizioni convergenti. Alla base della fecondità sta l’autenticità personale, umana e spirituale, la conformità di ciò che si è con quello che si fa e si esprime, la vera accettazione di sé e del reale nelle sue varie dimensioni. La fecondità nasce dalla verità e trasparenza di sé, dall’umiltà e dal cammino di crescita integrale ed integrato all’opera verso un più, verso la propria autotrascendenza a servizio di quella altrui e verso il Mistero. Ne risulta una genuinità personale che risveglia nelle persone incontrate altra autenticità, desiderio e bisogno di aprirsi alla verità e vocazione di sé che risvegliano altre aperture vocazionali. Le aree dell’autenticità sono quelle centrali della vita: quella dell’uso corretto dei beni, con un necessario distacco del cuore, in forza della povertà in spirito e della libertà interiore; quella dell’amore sempre più a pieno nella reciprocità e nella gratuità, con un atteggiamento realistico e fiducioso; quella del rapporto con la realtà effettuale delle persone e delle istituzioni entro un’obbedienza sempre più responsabile. Questa autenticità porterà a poco a poco a poter discernere gli ulteriori appelli entro la stessa vocazione già configurata e iniziata a realizzare.

 

La capacità di saper discernere e facilitare l’orientamento

Tratto caratteristico dell’adulto è quello di saper discernere la volontà di Dio nel concreto della propria vita e facilitare altri nel loro orientamento spirituale e vocazionale. L’aiuto della guida spirituale di adulti verterà anche nel favorire in loro il perseguimento di alcuni obiettivi: la loro capacità di discernimento spirituale; la verifica e il confronto delle scelte fatte; il ritrovamento di sé e il ravvivamento delle motivazioni entro la varie crisi e rimesse in discussione.

 

QUANDO L’ESSERE ADULTI FEDELI È CARENTE

La D. Sp. e vocazionale nella maturità deve farsi molto attenta ad alcune trappole ricorrenti, ad alcune prove da affrontare, pena il venir meno del cammino. Le principali trappole sono le seguenti.

 

Il versante dell’adulto guidato

Il ristagno vocazionale

A causa di un impatto con il reale della vita insufficientemente realistico e positivo facilmente la persona si trova a ristagnare su di sé. Disorientamento e ripiegamento rendono quasi sterile la propria vita.

L’annaspamento vocazionale

Prende corpo come un riempitivo di un vuoto di identità e di una risposta vocazionale carente. Il troppo fare non arriva mai a sostituire l’essere carente. Emerge allora la devozione ad un santo apocrifo, al santo monumento a se stessi.

La gestione razionalistica della realtà

Consiste nella rigidità del sentire. Si configura come un tentativo inutile di sostituire la vita mancante tramite un irrigidimento interiore, spesso anche ideologico e dogmatico.

La soddisfazione anzitutto

Si tratta di un modo di rapportarsi con la realtà caratterizzato dal bisogno di evitare ad ogni costo la sofferenza o la frustrazione, a scapito di qualunque valore in sé.

Il soggettivismo

Consiste nel fare del proprio gusto o punto di vista l’unico punto di riferimento e di misura. Governa allora il “mi piace o non mi piace” in modo unilaterale, ignorando ciò che giova per davvero.

L’oggettivismo

Si tratta di una massimalizzazione del dato oggettivo, o delle idee,  cui ci si aggrappa ignorando il lato soggettivo. L’oggetto funziona allora da difesa di fronte al fluttuare della vita.

L’autonomia difensiva

Consiste in un indurimento affettivo e in un certo isolamento di sé. È frutto di una coartazione della vita in profondità. Porta ad una forma di rifiuto di investirsi in profondità nelle vane scelte e relazioni per una insicurezza profonda rimossa e mascherata dalle buone doti. Emerge allora la devozione ad un santo apocrifo, al “fai da te”.

La ripetitività passiva

La disillusione, a volte bruciante, di fronte alla durezza del reale può rinserrare la persona in una vita contratta, quasi spenta. Emerge allora la devozione ad un altro santo apocrifo, a “san moncherino”, una forma di vittimismo tenace.

 

Il versante della guida

Il dirigismo delle coscienze

Nasce da un bisogno esteso di dominazione sulle persone come sostituzione di una consistenza personale ridotta.

L’amicizia connivente o la collusione che fa sconti indebiti

Nasce da una perdita della disimmetria nella relazione da uno sconto indebito circa le esigenze evangeliche con l’esito di una mediocrizzazione del vivere.

L’alienazione all’altro

Consiste nella difficoltà a fare da punto oggettivante e verificante, da una forma dimissionaria.

 

COME ACCOMPAGNARE

VOCAZIONALMENTE UN ADULTO

Di fronte all’età della maturità, per poter facilitare il perseguimento degli obiettivi propri, alla Guida spirituale si pone un problema: come far fronte a questi parassiti dell’età adulta? Come scrollarli di dosso e uscire dall’anemia spirituale? Quali atteggiamenti particolari la guida deve assumere? Su che cosa deve insistere? Come si caratterizza? Anche sul versante della Guida è presente continuità e discontinuità ad un tempo rispetto alle fasi precedenti. In particolare emergono le seguenti istanze, entro una situazione resasi più complessa e appesantita rispetto al passato.

 

Guidare l’adulto al riconoscimento e all’accettazione realistica e fiduciosa della propria verità

L’accettazione del reale favorisce la formazione del filo rosso conduttore, significativo della vera identità di sé. Accanto alle conquiste possibili, ai passi in avanti dell’adulto, c’è un settore molto incisivo, entro cui l’azione della guida spirituale è decisiva, cioè l’esperienza ripetuta del limite e l’apertura indispensabile alla grazia. È qui che si radica la dinamica della fedeltà creativa. Occorre imparare a coniugare le due istanze, il limite e l’investimento fiducioso, tramite un’umiltà rinnovata e un amore personale con Dio. Dopo ogni scacco significativo, dopo ogni frustrazione bruciante occorre insegnare a “rifare il patto con la vita, propria e altrui” e a non cadere nella prigionia e nella palude del risentimento manifesto o strisciante.

 

Educare a dire i sani no e i precisi sì di fronte al facile accomodamento

Il cammino spirituale e vocazionale viene favorito nella misura in cui la persona adulta cresce in autonomia e in dipendibilità. Occorre non restare impigliati né nella dipendenza affettiva e nella controdipendenza, né nell’autonomismo difensivo. Per fare questo va favorito il discernimento spirituale nei vari settori del vivere e la qualità del proprio impegno.

 

Purificare e maturare le motivazioni vocazionali per sostenere la durata

C’è una domanda verificante che di volta in volta occorre educare a porsi: “Che cosa cerchi e chi cerchi?”. Le varie scelte, verificate nelle loro intenzioni e motivazioni, rivelano la direzione di marcia della persona. Portano a galla i passi in avanti, come anche le ambivalenze, i ripiegamenti di fatto. Ravvivare e maturare le motivazioni comporta essere in contatto esistenziale come la vite e i tralci con le sorgenti della vocazione: “Per me, la persona di Gesù, e per il Vangelo”.

 

Sostenere il passaggio pasquale della sequela vocazionale

Il “tu seguimi”, per portare frutti di vita duraturi, deve attraversare la prova pasquale. Questa è fatta di un vero morire a se stessi, cioè al falso sé, spinto a volte fino al sacrificio del figlio di sé, per poter lasciar prendere corpo ai frutti dello Spirito.

 

Verificare e facilitare la crescita nelle aree caratterizzanti la vita

Ogni vita adulta deve imparare a coniugare costruttivamente alcuni poli apparentemente opposti: l’impegno e il distacco, l’amore reciproco e gratuito, l’obbedienza responsabile e l’autonomia creativa, l’attività e la passività, ecc. Divenire adulti è un compito mai compiuto del tutto. Prende corpo lungo un crinale tramite un discernimento permanente, entro il già presente e il non ancora. È raffigurabile nell’equilibrio dell’aviatore e del ciclista. Si reggono e avanzano a condizione di avanzare. Perciò insegnare la fedeltà è insegnare a rileggere la propria storia come un’alleanza sempre attuale. È insegnare nella coerenza e nella continuità a reinventare le risposte nuove per situazioni che evolvono. È insegnare a mettersi in strada, accogliendo la parola data come perdono. È lasciare partire l’altro perché divenga se stesso in verità.

 

 

 

 

QUINTA RELAZIONE

Le età della vita e le vie dell’accompagnamento nella comunità cristiana

di Antonio Ladisa, Vicedirettore del CNV

ANTONIO LADISA

 

Su di te mi appoggiai fin dal grembo materno, dal seno di mia madre sei tu  il mio sostegno... Tu mi hai istruito, o Dio, fin dalla mia giovinezza, e ancora oggi proclamo i tuoi prodigi. E ora, nella vecchiaia e nella canizie, Dio, non abbandonarmi, finché io annunzi la tua potenza, a tutte le generazioni le tue meraviglie (Sal 72, 16-18)Il salmista, giunto alla vecchiaia, con un luminoso flash-back contempla la presenza tenera e forte di Dio nel cammino della sua vita, attraverso le tappe delle diverse età. Questi versetti del salmo 72 mentre costituiscono una meravigliosa sintesi-pregata di tutto ciò che in questi giorni abbiamo ascoltato, ci vengono offerti perché diventino, per ciascuno di noi, un ottimo viatico capace di illuminare il nostro servizio di animatori vocazionali nelle nostre diocesi, suscitando quegli atteggiamenti che devono essere sempre presenti prima in noi e, poi, in chi accompagniamo: un “cuore pensante”, come ci diceva Sr Lucia, capace di dare uno sguardo sapienziale alla vita; gratitudine e riconoscenza per un amore, quello di Dio, che sempre ci precede, ci avvolge e ci accompagna; un’umiltà intelligente che, mentre, non risparmia alcuna energia nell’accompagnare i fratelli e le sorelle, consapevole dei propri limiti, invoca con fiducia filiale l’aiuto di Dio per annunciare alle generazioni future le meraviglie del Suo amore. Lo scopo del mio intervento più che essere quello di “concludere” questo Seminario, quasi sigillandolo con il rischio di relegarlo così fin d’ora nel passato, è piuttosto quello di rilanciarlo valorizzando quelle spinte dinamiche emerse in questi giorni e capaci di dare un rinnovato impulso al nostro servizio.

 

Le “età della vita”: una duplice prospettiva

Il tema delle “età della vita” è stato affrontato da due diverse prospettive che si sono reciprocamente arricchite, offrendoci una visione unitaria del cammino vocazionale. Da una parte, infatti, le relazioni hanno sollecitato la Direzione Spirituale (DS) a rapportarsi alle diverse categorie di persone (adolescenti, giovani, adulti) senza ignorarne le caratteristiche, le problematiche e le specifiche risorse; dall’altra, hanno sottolineato la necessità di un accompagnamento che non può limitarsi alla sola fase della ricerca vocazionale, ma deve accompagnare il battezzato, con modalità diverse, in tutte le età della vita. Questa duplice prospettiva ha sempre guidato e illuminato la sapienza pedagogica con cui la Chiesa da sempre ha accompagnato la crescita della fede dei suoi figli. La ritroviamo, con una chiarezza e una attualità sorprendente, soprattutto nei Padri della Chiesa. Per questo vorrei ora presentarvi, quasi a mo’ di esempio, il differente approccio al nostro tema da parte di due Padri, uno d’occidente e l’altro d’oriente.

S. Gregorio Magno, commentando la parabola degli operai chiamati nelle diverse ore della giornata a lavorare nella vigna, così si esprime: “Possiamo considerare le diverse età della vita come ore del giorno. La mattina della nostra intelligenza è la puerizia; l’ora terza è l’adolescenza, perché allora cresce il calore dell’età, come il sole che sale il firmamento; l’ora sesta è la gioventù, perché in essa è la forza, come il sole nel meriggio; l’ora nona è la vecchiaia, perché vi scema il calore giovanile, come fa il sole nel chinarsi all’occidente, l’undecima ora è il tempo della decrepitezza... Poiché, dunque, si è chiamati alla vita buona nella puerizia o nella adolescenza, o nella gioventù, o nella vecchiaia o nella decrepitezza, così si possono paragonare gli uomini agli operai chiamati alla vigna nelle diverse ore del giorno. Esaminate, perciò, fratelli carissimi, la vita vostra e vedete se siete già operai del Signore, se lavorate nella sua vigna” (H. om. in Evang. I, XIX, 2: PL 76, 1155).

S. Giovanni Crisostomo, invece, nel suo commento al Vangelo di S. Matteo, parla in questo modo delle difficoltà e delle fatiche che ogni persona deve affrontare nelle diverse stagioni della vita: “Vi prego e vi supplico di correggere con gran cura e diligenza le passioni che si sviluppano in noi nelle diverse età. Se, mentre navighiamo in questo mare, in ogni periodo della nostra vita, non ci dedichiamo all’utile fatica della virtù, faremo continui naufragi e, giunti al porto, privi di mercanzie spirituali, saremo condannati ai più gravi supplizi. Perché questa vita è un mare lungo e largo e in esso, come in tutti i mari, vi sono vari golfi, dove per diverse cause, nascono grandi tempeste... Lo stesso suole accadere nella nostra vita, poiché il primo golfo si vede già nel bambino, esposto, a causa della sua età, a molte e gravi tempeste, sia perché l’intelligenza è poco sviluppata, sia perché non ha ancora nessuna fermezza, ma si piega da ogni parte. Per questo lo affidiamo a pedagoghi e maestri della natura, come accade nella navigazione, in cui l’abilità del timoniere trionfa delle onde agitate dal mare. All’infanzia succedono le onde burrascose della gioventù che, come il mare Egeo, è agitata dai forti venti della concupiscenza; questa età si presta meno alla correzione, non solo perché sono maggiori le onde che la colpiscono, ma anche perché, non essendovi il pedagogo e il maestro, gli errori non vengono rimproverati. Quando poi i venti soffiano con maggior impeto, essendo il timoniere ancora inesperto e non avendo nessuno che lo difenda e lo aiuti, pensa quanto sarà pericolosa la tempesta! L’età virile occupa il terzo posto e su di essa pesano i pensieri della famiglia: la moglie, il matrimonio, i figli, il governo della casa, le preoccupazioni, che cadono come fiocchi di neve. È il momento in cui nascono le piante dell’avarizia e dell’invidia. Se siamo esposti al naufragio in tutte le età, come trascorreremo questa vita? Se non impariamo ad essere sicuri e retti nella prima età, se non viviamo moderatamente nella gioventù e se non domineremo l’avarizia nell’età matura, giungeremo alla vecchiaia con la barchetta della nostra anima sconquassata dalle tempeste e arriveremo al porto recando non mercanzie spirituali, ma abbondante e sudicio fango col quale daremo piacere al demonio e condanneremo noi stessi e ci renderemo meritevoli di eterni e intollerabili supplizi” (om. 81 in Mt.: PG 32, 231).

 

Tutta la vita e ogni vita è vocazione”

Potremmo sintetizzare questa duplice prospettiva con cui è stato affrontato in questi giorni il tema delle diverse età della vita prendendo a prestito una frase del documento “Nuove Vocazioni per una Nuova Europa”(NVNE): Tutta la vita e ogni vita è una risposta (26/e). Se tutta la vita e ogni vita è una risposta vuol dire che non è pensabile parlare delle diverse età della vita senza fare riferimento alla dimensione vocazionale che la deve attraversare totalmente. Infatti, come ci è stato detto in questi giorni, la vocazione è quella realtà capace di collegare tra loro le diverse tappe della vita dando loro un senso unitario. La capacità di saper scorgere le continue chiamate di Dio in ogni stagione della propria vita è resa più urgente oggi, in un tempo in cui, come ci diceva Don Romano, “esiste il fenomeno patologico dell’amnesia, la tentazione dell’autoespropriarsi dell’uomo, che non è più capace di stare in se stesso; l’uomo si difende nell’autodispersione, si consegna come ostaggio a ciò che fa opinione o sfugge agli interrogativi dell’esistenza, incapace di venire a capo di essa”. E riportando una citazione di Guardini così continuava: “Ho il dovere di voler essere quello che sono; davvero voler essere io, e io soltanto. Devo collocare me nel mio me stesso, quale esso è e assumermi il compito che in tal modo m’è assegnato nel mondo. È la forma fondamentale di tutto ciò che si chiama vocazione”. Si comprende, allora, perché il CNV abbia voluto affrontare il tema delle “età della vita” in un Seminario sulla DS: perché quest’ultima è una forma privilegiata di discernimento e di accompagnamento vocazionale, come si esprimono i Vescovi italiani nella loro recente Nota pastorale al n. 24. Affermazione questa già citata da don Luca nella sua introduzione. E l’Esortazione post-sinodale Pastores dabo vobis, mentre sottolinea l’importanza che la DS riveste nello sviluppo di ogni vocazione, chiede che sia estesa a tutto l’arco dell’esistenza: “Anche la pratica della direzione spirituale contribuisce non poco a favorire la formazione permanente dei sacerdoti. È un mezzo classico, che nulla ha perso di preziosità non solo per assicurare la formazione spirituale, ma anche per promuovere e sostenere una continua fedeltà e generosità nell’esercizio del ministero sacerdotale. Come scriveva il futuro Paolo VI, la direzione spirituale ha una funzione bellissima e si può dire indispensabile per l’educazione morale e spirituale della gioventù, che voglia interpretare e seguire con assoluta lealtà la vocazione, qualunque essa sia, della propria vita; e conserva sempre importanza benefica per ogni età della vita, quando al lume e alla carità d’un consiglio pio e prudente si chieda la verifica della propria rettitudine ed il conforto al compimento generoso dei propri doveri. È mezzo pedagogico molto delicato, ma di grandissimo valore; è arte pedagogica e psicologica di grave responsabilità in chi la esercita; è esercizio spirituale di umiltà e di fiducia in chi la riceve” (n. 81).

 

Difficoltà che reclamano con forza la DS

Se la DS ha sempre offerto un preziosissimo contributo alla crescita di fede dei battezzati, oggi la sua azione è resa ancor più necessaria, per le mutate circostanze della vita e perché sono venuti meno alcuni punti essenziali di riferimento. Lo stesso confine tra le diverse età si è fatto più labile: non è infatti raro notare, come è stato osservato più volte in questi giorni, che alcune caratteristiche psicologiche specifiche di una età si ritrovino nella successiva o siano anticipate nella precedente fase della vita. Chi di noi non è venuto a contatto con giovani che sembrano “inchiodati” nell’adolescenza? O non ha conosciuto adolescenti che vivevano esperienze, atteggiamenti e scelte tipiche degli adulti? O non si è scontrato con adulti incapaci di assumersi le proprie responsabilità, preferendo galleggiare, come i giovani, sull’onda dell’emotività, sospinti “dall’insostenibile leggerezza dell’essere”?

              Questo confine così labile ed evanescente tra le diverse età sollecita l’accompagnatore ad abbandonare, come ci ha detto questa mattina don Adelio, ogni rigido schematismo e ogni pedissequo riferimento ad una tabella di marcia standardizzata. Si avverte forte, al contrario, l’urgenza che l’accompagnatore vocazionale assomigli sempre più al “preparatore atletico”, che propone esercizi progressivamente sempre più difficili e faticosi, ma mai superiori alle possibilità dell’atleta. “Questa attenzione all’individualità di ciascheduno - affermava Sr Lucia - è di singolare importanza, diversamente, anche con le migliori intenzioni, si rischia di imporre un cliché, oppure offrire dei suggerimenti a partire dal proprio percorso spirituale, dalle proprie preferenze relative la spiritualità, il tipo di missione, il modo di pregare e così via”. Le difficoltà, però, non sono presenti solo sul versante dei giovani, ma coinvolgono anche gli accompagnatori e gli educatori in genere. Difficoltà causate innanzitutto dal loro numero in costante diminuzione. Sono, infatti, sempre meno i preti e i consacrati che si dedicano a tempo pieno al servizio della DS, perché chiamati a rispondere a numerose altre urgenze. Questo problema favorirà uno sfoltimento delle attività e delle iniziative a favore di ciò che è essenziale?

Vi sono anche difficoltà provocate dal divario generazionale: differenze di mentalità, di esperienze e di linguaggio che certamente non facilitano quella sintonia necessaria tra l’accompagnatore e i giovani, con il rischio, notato in qualche intervento in aula, che al dialogo formativo subentri il silenzio o il “tacito consenso”. Non è forse la capacità di “stare” con i giovani la necessaria premessa per un efficace accompagnamento?

Infine, le famiglie e le comunità cristiane, sempre più frantumate e sovraccaricate di impegni e responsabilità, rischiano di non prestare attenzione alle vicende e ai cammini delle singole persone, finendo per vivere da “separati” in casa. Non capita, infatti, di essere strappati dalla freddezza e dalla superficialità dal solo verificarsi di qualche gesto inconsulto o da qualche tragedia inattesa. Allora, si è costretti, da parte di tutti, ad ammettere: chi avrebbe mai potuto immaginare che quel giovane avesse dei problemi, sembrava così tranquillo!

 

Umiltà serena e intelligente nella DS

Non si vuole, qui, caricare la DS di un peso e di una responsabilità eccessive: il padre spirituale più che considerarsi un eroe, salvatore unico della patria, deve, invece, ritenersi sempre un umile e intelligente compagno di viaggio, come ci ricorda il documento NVNE: Il ministero dell’accompagnatore vocazionale è ministero umile, di quell’umiltà serena e intelligente che nasce dalla libertà nello Spirito, e si esprime con il coraggio dell’ascolto, dell’amore e del dialogo (34/a). Un’umiltà, la sua, che si basa non solo sulla certezza che “il Maestro interiore” di agostiniana memoria, è sempre all’opera e con una efficacia maggiore della sua, ma anche sulla consapevolezza che il suo ministero è accompagnato e sostenuto dall’azione di tutta la Chiesa. Parafrasando il n. 200 del Rinnovamento della catechesi potremmo dire che “prima delle iniziative e dei sussidi, vi sono gli accompagnatori e prima ancora degli accompagnatori è la comunità cristiana”.

Nessuno può pensare di gestire in proprio il servizio della DS, ma deve sempre esercitarlo nella Chiesa e in nome della Chiesa, sapendo che quest’ultima non smette mai di accompagnare tutti i battezzati nel loro cammino di fede servendosi delle più molteplici occasioni e strumenti: l’anno liturgico, la celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell’Eucaristia e della Riconciliazione, l’omelia, la catechesi... Infatti, come afferma NVNE: La Chiesa manifesta la sua maternità quando, oltre a chiamare e riconoscere l’idoneità dei chiamati, provvede perché costoro abbiano una formazione adeguata, e perché siano di fatto accompagnati lungo la via di una risposta sempre più fedele e radicale. La maternità ecclesiale non può certo esaurirsi nel tempo dell’appello iniziale. Né può dirsi madre quella comunità di credenti che semplicemente “attende” demandando totalmente all’azione divina la responsabilità della chiamata, quasi timorosa di rivolgere appelli... La crisi vocazionale dei chiamati è anche crisi, oggi, dei chiamanti (n. 19/d).

Alla luce di quanto appena detto, dovremmo, forse, riscoprire la DS come “luogo” privilegiato per la proposta vocazionale e non solo come aiuto a chi è già in un cammino vocazionale. Inoltre, tutto ciò deve tradursi nell’impegno da parte del padre spirituale a “lavorare in rete”, sentendosi un elemento importante nel cammino di formazione, ma non l’unico. Un buon padre spirituale sa, come ci ha detto don Giuseppe, che potrà accompagnare gli altri fin dove lui è arrivato; a quel punto anziché abbandonarli alla deriva o limitarsi a fornire qualche mappa o cartina stradale particolareggiata, saprà affidarli ad altri, senza per questo vedere sminuita la sua azione e il suo valore. Un buon accompagnatore vocazionale mentre accoglie chi con fiducia a lui si affida, nutre egli per primo fiducia nei confronti delle tante persone che possono affiancarsi al giovane e, con modalità diverse, accompagnarlo. Il direttore spirituale non può che essere libero da ogni sentimento di gelosia, di possessività, di disistima di sé o degli altri, per essere capace di rendere libero chi accompagna. L’umiltà non può che accompagnarsi da parte del padre spirituale con lo stupore, l’ammirazione, il rispetto nella consapevolezza di trovarsi dinanzi al mistero della persona. Il dialogo si trasforma, allora, in una finestra che, come ci diceva Sr Lucia, “si apre sulle realtà più personali, sulle pieghe riposte di certi eventi ed esperienze che hanno segnato, inciso acutamente. Tale mistero sospinge ad accostarsi quasi in punta di piedi, a sostare in rispettosa accettazione e benevolenza non del giovane in generale, ma di questo preciso giovane che mi sta di fronte, riconoscendo il suo essere diverso da me, con il suo modo di sentire, di valutare, con il suo bagaglio di esperienze, sapendo apprezzare e godere della fantasia di Dio che ci ha creati nel contempo così simili e così unici”. L’umiltà, infine, che deve sempre profumare il servizio della DS, solleciterà l’accompagnatore in una formazione permanente, per evitare quei pericoli che, come ci ha detto don Giuseppe, sempre minacciano la sua azione: l’intellettualismo sterile, la voglia di dominare sugli altri, l’impreparazione, il silenzio...

La formazione è fatta di studio, di letture, ma anche della capacità di sapersi sempre interrogare sul proprio operato, senza avere paura di riscontrarvi limiti e lacune.

 

La DS nella pastorale ordinaria

La DS non solo deve saper valorizzare il contributo che la pastorale ordinaria può dare al cammino di crescita di ogni battezzato, ma saprà anche essere una forza propulsiva capace di sospingere la pastorale ordinaria fuori dalle sabbie mobili di un genericismo inconcludente. Si avverte da più parti  l’esigenza che, come afferma NVNE: la pastorale in genere sia più coraggiosa e franca, più esplicita nell’andare al centro e al cuore del messaggio-proposta, più diretta alla persona e non solo al gruppo, più fatta di coinvolgimento concreto e non di vaghi richiami ad una fede astratta (n. 26/b). Questo significa che la DS mentre offre un servizio alle singole persone, non trascura di impegnarsi perché la qualità e la forza propositiva della pastorale ordinaria cresca sempre di più. Potremmo, allora, affermare che un padre spirituale non può non essere anche un buon animatore vocazionale, impegnandosi all’interno della pastorale vocazionale della sua diocesi e sostenendola con il suo specifico contributo.

Quali attenzioni possiamo e dobbiamo, allora, suscitare nelle nostre Chiese a partire da ciò che è stato detto in questo Seminario e che mi sono permesso di sintetizzare con la frase “tutta la vita e ogni vita è risposta”? Innanzitutto saper rispettare e accettare i tempi della crescita e dello sviluppo, senza affrettarne le tappe. NVNE ci ricorda: Fa parte della saggezza del seminatore spargere il buon seme della vocazione al momento propizio. Che non significa affatto affrettare i tempi della scelta o pretendere che un preadolescente abbia la maturità decisionale di un giovane, ma capire e rispettare il senso vocazionale della vita umana. Ogni stagione dell’esistenza ha un significato vocazionale, a cominciare dal momento in cui il ragazzo o la ragazza si apre alla vita e ha bisogno di coglierne il senso, e prova a interrogarsi sul suo ruolo in essa (33/c). Inoltre, nessuna età va esclusa dal servizio della DS, perché l’esperienza pastorale mostra che la prima manifestazione della vocazione nasce, nella maggior parte dei casi, nell’infanzia e nell’adolescenza... Ogni persona ha i suoi tempi di maturazione. L’importante è che accanto a sé abbia un buon seminatore (n. 33/c).

Quale obiettivo si deve prefiggere di raggiungere ogni accompagnatore vocazionale? La risposta la troviamo espressa in modo chiaro e puntuale in NVNE, quando afferma: L’itinerario pedagogico vocazionale è un viaggio mirato verso la maturità della fede, come un pellegrinaggio verso lo stato adulto dell’essere credente, chiamato a decidere di sé e della propria vita in libertà e responsabilità, secondo la verità del misterioso progetto pensato da Dio per lui(34/a). Come si evince da questa affermazione, la prospettiva vocazionale non solo non può mai essere assente nel servizio della DS, ma deve diventare sempre più quella realtà capace di unificare le diverse esperienze e tutta la vita.

 

Su quale via accompagnare?

Come realizzare questo obiettivo? Propongo tre vie, non alternative, ma tra loro correlate e complementari.

 

La via della verità di sé

Questa via, richiamata con forza da don Giuseppe, è così delineata da NVNE: Quanti giovani non hanno accolto l’appello vocazionale non perché ingenerosi e indifferenti, ma semplicemente perché non aiutati a conoscersi, a scoprire la radice ambivalente e pagana di certi schemi affettivi; e perché non aiutati a liberarsi delle loro paure e difese, consce e inconsce nei confronti della vocazione stessa... La sincerità è un passo fondamentale per giungere alla verità, ma è necessario un aiuto esterno per vedere bene l’interno. L’educatore vocazionale, allora, deve conoscere i sotterranei del cuore umano, per accompagnare il giovane nella costruzione dell’io vero (n. 35/a). Nel pellegrinaggio alla ricerca del suo vero volto, ogni giovane potrà trovare un validissimo aiuto nell’accompagnamento vocazionale.

La via del Mistero

Quando un giovane, nonostante il suo desiderio e il suo impegno, prende coscienza che non giungerà mai ad una conoscenza esaustiva di se stesso, allora vedrà spalancarsi davanti a sé la via del Mistero che così viene tratteggiata in NVNE: È indispensabile che il giovane accetti di non sapere, di non potersi conoscere fino in fondo. La vita non è interamente nelle sue mani, perché la vita è mistero... Mistero è quella parte dell’io che ancora non è stata scoperta, ancora non vissuta e che attende d’essere decifrata e realizzata; mistero è quella realtà personale che ancora deve crescere, ricca di vitalità e di possibilità esistenziali ancora intatte, è la parte germinativa dell’io (n. 35/b). Di fronte alla constatazione che la sua vita è mistero, con le sue zone d’ombra non ancora pienamente illuminate e conosciute e con le sue potenzialità non ancora totalmente impiegate e sviluppate, il giovane si sente nascere dentro come un bisogno di rivelazione, il desiderio, cioè, che l’Autore stesso della vita gliene sveli il senso e il posto che in essa ha da occupare (n. 35/b). Dal mistero della sua vita il giovane sarà condotto, quasi per mano, a porsi dinanzi al “Mistero nascosto nei secoli in Dio e rivelato ora a noi in Cristo Gesù”. È proprio l’incontro con Cristo che rende possibile il camminare per strade inedite e di contemplare orizzonti infiniti, sospingendo “al largo” la vita del giovane. Infatti, alla luce del mistero del Verbo incarnato trova piena luce il mistero dell’uomo, perché, Cristo rivelando l’amore del Padre, rivela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione (GS, 22). L’oggetto della DS è Cristo, ci diceva con forza Sr Lucia, aggiungendo che la DS si gioca tutta sulla qualità della relazione. E don Adelio poco fa sottolineava il fatto che discepolo è colui che non riesce a pensarsi al di fuori di questa relazione personale con Cristo, il Signore della sua vita. E qual è il segreto che Cristo consegna ad ogni giovane, perché possa realizzare pienamente se stesso? È sempre la GS ad offrircene la risposta: L’uomo è la sola creatura che Dio abbia voluto per se stessa e non si realizza se non nel dono sincero di sé (GS, 24). Ecco l’avventura affascinante che Cristo propone ad ogni giovane: donare tutto se stesso con amore libero, gratuito, fedele e gioioso. Il “catino” di cui si è servito il Signore per lavare i piedi ai suoi discepoli, è il simbolo più eloquente - ci diceva don Adelio - della coscienza che Gesù ha di sé come dono! Per questo ogni autentico itinerario vocazionale ci diceva don Giuseppe ieri e ha ribadito questa mattina don Adelio, deve necessariamente condurre ogni battezzato ad entrare nella Pasqua di Gesù. Per questo ogni accompagnamento vocazionale non potrà limitarsi ad aiutare il giovane a conoscere e ad aderire alla propria vocazione, ma deve innanzitutto fargli fare l’esperienza dell’amore e della misericordia di Dio che sempre lo precede e lo avvolge.

Un buon padre spirituale aiuterà chi accompagna ad avere “un cuore pensante”, come ci diceva Sr. Lucia, capace di dare uno sguardo sapienziale alla propria vita, ricco di quello stupore e ammirazione che Fr. Enzo ci ha fatto scoprire mentre rileggeva l’esperienza dell’adolescenza alla luce del Salmo 8. E Don Romano ci ha suggerito la “pedagogia della benedizione”: Benedire per le stagioni della vita! L’uomo saggio comprende ed interpreta il senso di ogni tappa e rende grazie per la sapienza della creazione colta nel frammento della sua corporeità, vi ammira la fantasia di Dio, la sua continua creatività fedele. Anche il Papa ce lo ricorda, quando afferma che: L’uomo non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l’amore, se non s’incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non vi partecipa vivamente (RH, 10).

La via della responsabilità

Perché tutto questo non resti solo un pio desiderio o solo una vaga e indistinta aspirazione, l’accompagnatore aiuterà il giovane a rispondere alle continue, umili e feriali chiamate di Dio: fedeltà al quotidiano! Tutto ciò nella consapevolezza che - come afferma NVNE - Vocazione non è solo il progetto esistenziale, ma lo sono tutte le singole chiamate di Dio, evidentemente sempre correlate su un piano fondamentale di vita, comunque disseminate lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’autentica pastorale rende il credente vigilante, attento alle moltissime chiamate del Signore, pronto a captare la sua voce e a rispondergli. È proprio la fedeltà a questo tipo di chiamate quotidiane che rende il giovane oggi capace di riconoscere e accogliere la chiamata della sua vita, e l’adulto domani non solo capace di esserle fedele, ma di scoprirne sempre più la freschezza e la bellezza (n. 26/a).

Alla luce di quanto appena detto, la pastorale vocazionale non può limitare la sua azione alla sola fase della ricerca e dell’accoglienza della vocazione da parte del giovane, ma deve illuminare tutta la vita che, pertanto, non può che essere vissuta vocazionalmente nella fedeltà. La fedeltà alla propria vocazione più che essere un conservare, quasi “surgelandola”, una scelta fatta nel passato, è piuttosto una disponibilità sempre fresca e sempre nuova alla voce di Dio che continuamente incrocia la nostra vita. “La frammentazione del tempo in episodi - ci ricordava don Romano - ciascuno separato dal suo passato e dal suo futuro porta a considerare il tempo non più un fiume ma un insieme di pozzanghere e piscine”. Educare ad una vita vissuta vocazionalmente significa educare ad una fedeltà dinamica e creativa o - per adoperare un’immagine usata da don Adelio - vuol dire dare delle indicazioni chiare e precise perché chi accompagniamo possa correre per cogliere la presenza del Risorto nella sua vita.

E don Romano ci ha ricordato che “l’unica pedagogia vocazionale evangelica è quella che aiuta a riconoscere in ogni tempo dell’uomo, anche nell’ora decima, l’ora inutile, un tempo di chiamata e ora di responsabilità. Inoltre è importante non dimenticare che la fruttuosità, la perseveranza di tutte le vocazioni, è decisa da una particolare forma di radicalità: il lasciarsi attrarre nel quotidiano dalla concatenazione delle successive chiamate”. E aggiungeva: “L’uomo esiste solo in quanto diviene, continuamente creato dalla Parola di Dio. È ciò che diventa rispondendo”. Esprimeva molto bene tutto questo S. Teresa del Bambino Gesù quando affermava: La mia vita è come una barca a vela ed io spiego le mie vele, perché il soffio dello Spirito mi conduca dove vuole. La DS, pertanto, è chiamata a tenere sempre viva questa disponibilità all’azione dello Spirito perché tutta la vita e ogni vita sia una risposta. Concludendo, vorrei affidarvi le indicazioni di vita che l’ebreo Rabbì Nahùm traeva dalle regole del gioco della dama e che noi possiamo consigliare a chi guidiamo e che, comunque, possiamo sempre tenere presenti nel guidare gli altri: Ricordati di fare solo una mossa alla volta. Non scordare che ti devi muovere sempre in avanti. Quando, poi, sei arrivato “in alto”, allora potrai andare dovunque tu vuoi.

SESTA RELAZIONE

Il discepolo amato: da giovane discepolo a guida spirituale

di Adelio Brambilla, Guida Spirituale nel Seminario di Saronno

ADELIO BRAMBILLA

 

Nel trattare la figura del DA occorrerebbe premettere qualche “osservazione” di tipo narratologico, in particolare circa la teoria dei personaggi in un racconto letterario. Qui ritengo necessarie poche osservazioni, più che altro allusive e giustificative dell’impostazione e dell’elaborazione del tema che stiamo trattando.

 

La figura tipologica del Discepolo amato (DA)

Innanzitutto c’è da osservare che un personaggio si costruisce nell’intreccio narrativo, ovvero va contemplato nella sequenza narrativa nel suo complesso, ripensato all’interno del suo sviluppo; va seguito sul filo dell’intreccio, leggendo e rileggendo, parafrasando e collegando i testi dove egli interviene, come pure quelli nei quali egli viene evocato; esso ha un “autore” di cui è “creazione”; ma è pure costruzione del lettore, perché alla lettura il testo è appunto destinato, e la sua interpretazione è possibile solo nell’atto della lettura, attraverso la quale il mondo del testo viene fatto rivivere dal lettore, e diventa propriamente “opera”.

Prendendo a prestito la classificazione proposta da S. Chatman (Storia e discorso. La struttura narrativa nel romanzo e nel film, Pratiche Editrice, Parma 1981, pp. 111-152), che si ispira alla psicologia di G.W. Allport, invito poi a osservare che un “personaggio” ha dei “tratti” e delle “abitudini”. Un “tratto” è quell’aspetto distinto e durevole per cui un individuo si differenzia da un altro, “abitudine” invece è segnalazione della reiterazione delle stesse azioni in circostanze analoghe, è un atteggiamento osservando  il quale il lettore ricava il tratto. Quest’ultimo a sua volta può essere definibile come un ‘grande sistema di abitudini interdipendenti’. La ribellione è un tratto di Israele nel suo cammino nel deserto, rilevabile dalla sua abitudine a ‘mormorare’ continuamente contro Dio e contro Mosè.

Il “discepolo che Gesù  amava” (Gv 13,23) è un epiteto che svela il tratto preponderante di questo misterioso personaggio, sua qualifica costante, in tutta la seconda parte del quarto Vangelo; dice di una relazione stabile, caso ben diverso da quello del cosiddetto giovane ricco, quando di lui si dice che, ad un certo punto, “Gesù, fissatolo, lo amò” (Mc 10,21). Il “discepolo che Gesù amava” è espressione sempre e solo sulla bocca del narratore del quarto Vangelo (mai su quella di altri personaggi). È quindi espressione coniata dalla comunità giovannea,  quasi “deducendolo dall’atteggiamento costante del Signore verso colui che appariva come il privilegiato” tra i discepoli fino a farne un’espressione corrente. Al narratore in Gv 13,23.25 bastano  tre rapide pennellate per schizzarne la figura in un’efficace sintesi di elementi ordinari e straordinari.

Anzitutto egli è semplicemente un membro appartenente al gruppo del Maestro, “uno dei suoi discepoli”. Sta a dire che si tratta di uno di quelli che hanno aderito alla sua chiamata e che furono segnati dall’esperienza diretta di quelle “parole di vita” che solo Gesù possedeva (cfr. Gv 6,68). Qualcuno quindi impegnato nella fatica della sequela ordinaria del Signore, nell’ascoltare e ricordarne la parola, alla cui luce contemplarne e interpretarne i segni e le azioni, nell’andare da lui, rimanere presso di lui, riconoscere in lui la rivelazione del Padre, accoglierne il comandamento nuovo dell’amore.  Una figura all’inizio di nessuna particolare appariscenza, stagliata su uno sfondo comune, il cui tratto base è quello di aver aderito alla sequela del Signore, con gli atteggiamenti caratteristici del “credere” in Gesù. Un discepolo tra coloro che sono stati con Lui “fin dal principio” (15,27). L’ordinarietà del discepolo è come lo zoccolo duro della condizione straordinaria di questo testimone tanto autorevole per la comunità giovannea.

Questo “discepolo” tuttavia non è certo uno qualunque, se alla mensa occupa un posto centrale, a contatto più diretto e famigliare con Gesù. La sua posizione è tipicamente da pole position: posizione di intimità, sta appoggiato sul petto di Gesù; non sfugge l’analogia per cui il DA viene accreditato di possedere con Gesù la stessa relazione di intimità che questi ha verso Dio Padre (stessa espressione in 1,18 e in 13,23). Questa posizione riceve una pronta spiegazione: egli è appunto “quel discepolo che Gesù amava”. Non è il suo nome a qualificarlo, ma la sua relazione al Maestro. L’espressione suggerisce un atteggiamento stabile di amore da parte di Gesù nei suoi confronti, come si può capire dal regolare uso dell’imperfetto (che esprime un’azione continuata nel passato); un rapporto e atteggiamento stabile, non episodico, tale per cui l’espressione può essere resa così: “il discepolo che Gesù ricambiava con il proprio amore”, dove il costante amore di Gesù prende una sfumatura di gratitudine.

Che cosa significa questo amore con cui Gesù gratificava proprio questo discepolo? Era semplice amicizia o “amore teologale”? E perché Gesù lo gratificava così? L’espressione ha imbarazzato interpreti autorevoli. La specificità dell’amore per questo discepolo va senza dubbio colta nella prospettiva dell’amore universale che Gesù ha non solo per i discepoli suoi contemporanei, ma per tutti i credenti in lui, anche posteri (cfr. Gv 13,1; 15,15; 17,26).  Cercando però una ragione più specifica, si ricorderà come propriamente anche altri personaggi erano oggetto di particolare predilezione da parte di Gesù, che “voleva bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (11,5; cfr. anche 11,3.35). Gesù mostra una predilezione del tutto simile a quella del DA. Tuttavia, a differenza di Lazzaro e delle sue sorelle, si tratta di un amore che caratterizza il nostro personaggio esplicitamente in quanto discepolo. Si potrà rispondere allora che in tal modo egli è da riconoscere addirittura come “il tipo, il modello esemplare del discepolo perfetto… il discepolo per eccellenza: questa è la ragione per cui è amato da Gesù”, trovando una chiave di questa interpretazione in Gv  15,7-11: il DA è colui che, in quanto osserva nell’obbedienza i comandamenti di Gesù, rimane nel suo amore, proprio come Gesù stesso osserva i comandi del Padre suo e rimane nel suo amore.

Questa lettura eziologica (che dice “la causa efficiente” di questo amore di Gesù per il suo discepolo)  va integrata da quella che emerge dalla risposta alla domanda (teleologica): Che cosa succede in questo discepolo in quanto amato da Gesù? In termini narratologici: che portata ha l’amore del Maestro nella costruzione complessiva di questa figura discepolare? Esso implica non un generico riconoscimento di gratitudine, tantomeno un semplice affetto umano di predilezione, ma più radicalmente il contraccambio di quell’ulteriore rivelazione di Gesù e del Padre promessa al discepolo che presta amore e obbedienza a Gesù. In Gv 14,21 abbiamo un passo particolarmente illuminante al riguardo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui”.  Il DA, in quanto personificazione del discepolo esemplare, si ritrova così per due volte oggetto dell’amore di Gesù in due tempi diversi e successivi. Anzitutto è oggetto dell’amore universale di elezione discepolare rivolto a tutti (cfr. appunto Gv 15 e anche Gv 17) e successivamente oggetto dell’amore che Gesù promette di elargire ulteriormente (Gv 14,21) a quanti amandolo si manterranno fedeli al suo comandamento. A costoro Gesù addirittura fa promessa di ulteriore più profonda rivelazione e manifestazione dell’amore già elargito.

Il DA incarna la figura del discepolo credente, caratterizzata da un processo di scambio circolare dell’amore, segnata dall’evento di una comunicazione progressiva, di incessante e sempre fresca rivelazione. Contrariamente ad un certo modo di pensare, nel dinamismo della fede l’ultima parola è come la prima: non è antropologica (la nostra “risposta” al Signore che si è rivelato), ma è teologica. Certamente: Dio parla, e poi sta all’uomo, trasformato dalla grazia, rispondere nell’obbedienza, Ma tutto non finisce affatto con la risposta dell’uomo, perché a questa il Signore contraccambia  con nuova rivelazione, o meglio con un’intelligenza ulteriore e più penetrante del suo mistero (è il compito stesso dello Spirito che, ricordando le parole di Gesù e introducendo alla verità tutta intera che è Gesù stesso, costituisce proprio così il discepolo in un’esperienza “spirituale”). Solo in questo dinamismo circolare la fede è davvero “viva” e procura realmente una “evoluzione spirituale”, perché non fa del suo oggetto un “dato” scontato, bensì un “evento personale”, una presenza sempre in atto di rivelarsi-a. Decisiva resta così l’iniziativa divina, non solo all’inizio, ma lungo tutto il percorso, di risposta in risposta, della fede, in una processualità di sempre nuova circolarità, poiché nei confronti di chiunque crede all’amore di Dio manifestato in Gesù, viene prevista una nuova manifestazione di Lui e del Padre. Questa è la promessa di Gesù a tutti i credenti: “chi mi ama” - ovvero “chiunque mi ama” - “sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (14,21). Quella del DA è vicenda che pre-contiene quella di tutti i futuri discepoli, per i quali diventa una sorta di modello esemplare. L’anonimato di questo personaggio, così gelosamente custodito, è allora di grande aiuto per il lettore, per potersi identificare più facilmente nella sua “figura”, destinata a diventare anche la sua.

In questa prospettiva possiamo ultimamente ritrovare anche il fatto dell’“autorità” riconosciuta al DA da  parte della sua comunità credente (la Chiesa giovannea). I luoghi che dichiarano questa “autorità” sono da ritrovare in 19,35 e 20,30-31 (dove i lettori sono direttamente interpellati dal narratore), in 21,24-25 (dove viene svelata la funzione di testimone scrittore del DA) e nel testo del Prologo (1,14.16 che con 21,24-25 fa inclusione o, più specificatamente, costituisce la cornice in chiave testimoniale di tutto quanto il quarto Vangelo). In particolare, 20,31 incornicia e sintetizza tutto il racconto giovanneo intorno ai segni rivelatori di Gesù, scritti per far credere. I segni scritti sono riepilogati per essere come proiettati all’esterno sui lettori (“voi”), mentre questi ultimi a loro volta si scoprono intrigati nell’itinerario di fede disegnato dal Vangelo. In termini analoghi 21,24 valorizza il personaggio del DA quale testimone-scrittore autore del Libro, accreditato all’esterno con la voce della comunità (il “noi” dei tradenti del libro), così che all’autorevolezza intrinseca di questo testimone eminente (cfr. 19,35; dal cap.13 egli è presente a tutti gli eventi decisivi, guadagnandosi così la posizione testimoniale più favorevole), si aggiunge quella estrinseca della comunità credente, secondo un processo di autenticazione intenso e sottile. La voce narrante in prima persona plurale di 21,24 riecheggia quella già udita in 1,14.16. Ma anche la figura del discepolo testimone di 21,24 ci rimanda in chiara inclusione alla figura del Battista, primo testimone menzionato in tutto il Vangelo.

 

Il Discepolo amato alla scuola di Giovanni Battista

La figura del DA è così  mantenuta nascosta sotto uno stretto anonimato, da obbligare gli esperti che vogliano dare a tutti i costi il nome di qualche personaggio storico ad un compito praticamente impossibile da risolvere in termini di effettiva certezza. La risposta tradizionale che lo identifica con Giovanni, fratello di Giacomo, figlio di Zebedeo, uno dei dodici Apostoli, tra i primissimi chiamati da Gesù, resta probabilmente ancora quella più attendibile. Ma l’identificazione è più interesse nostro che non dell’autore del Libro, i cui primi destinatari dovevano ben sapere di chi si trattava: egli ha voluto affidare all’anonimato un messaggio per noi perfino più prezioso di quello della stessa informazione negata: l’anonimato infatti crea una figura di più facile identificazione per il lettore.

Come tutti i personaggi del quarto Vangelo, anche il DA  dipende  dalla testimonianza del Battista (in quanto è dalla sua testimonianza che prende avvio tutto il racconto del quarto Vangelo: cfr. Gv 1,19.34). Egli potrebbe essere addirittura identificabile in quel discepolo anonimo di Giovanni, compagno di Andrea di 1,35-40. In tal modo la connessione tra il DA e il Battista si farebbe ancora più stretta, fino a precisarsi nei termini di uno che è stato “alla scuola” di Giovanni Battista e da questi poi provocato a seguire Gesù. Sia la figura del Battista sia quella del DA rientrano nel coro di testimonianze di cui è intessuto tutto quanto il quarto Vangelo che presenta la Rivelazione sotto il profilo di una teologia della testimonianza divina nella storia, così da qualificarsi come “Vangelo testimoniale”.

Fermandoci particolarmente sull’analisi del prologo (cap.1) in rapporto all’epilogo (cap. 24) del Vangelo, ne risulta evidente la configurazione ad inclusione. I due capitoli presentano infatti due figure di testimoni, costruite specularmente, nel senso che il discepolo amato è il duplicato speculare sulla falsariga del Battista, con intento di caratterizzare una “cornice” testimoniale di tutto il quarto Vangelo. La riprova più corposa è il fatto che sia all’uno che all’altro è affidata la mediazione testimoniale della manifestazione di Gesù (cfr. 1,31 e 21,1.7.14). Più precisamente, la testimonianza di Giovanni fa parte degli “inizi” della storia di Gesù, mentre il DA produce invece una testimonianza focalizzata intorno alla “pasqua” di Gesù, tutta legata all’“ora” di Gesù, nel contesto della quale viene non a caso fatto comparire la prima volta (13,1.23). La loro rilevanza è tutta sotto il profilo di un’esperienza diretta da trasmettere all’insegna del conoscere per far conoscere, del vedere per far vedere. Entrambi contribuiscono a formare e consolidare un gruppo attorno a Gesù: non a caso, la loro ultima menzione è accompagnata da una conferma della verità della loro testimonianza  complessiva, proveniente da una voce “corale” (cfr. Gv 10,41 e 21,24), così che la loro testimonianza è presentata al lettore non come proposta nuda, ma già recepita, riproposta da quanti l’hanno accolta.

Per entrambi il loro riconoscimento di Gesù (la loro “visione” di Lui) e la conseguente testimonianza, rappresenta un punto di arrivo di una conoscenza avente quale punto di partenza una ribadita condizione di “ignoranza” cristologica.  Per Giovanni Battista:  “Io non lo conoscevo” (1,31.33). Per il Da: “I discepoli (tra cui il discepolo amato) non si erano accorti che era Gesù” (21,4). A ridosso di questa loro “ignoranza” ci sta sempre la domanda cristologica relativa a chi è Gesù (“Chi sei tu?”), che nel Vangelo ricorre rispettivamente per la prima volta in 1,19 e per l’ultima volta in 21,12.

La testimonianza del Battista si completa solo in quanto integrata da quella messa in atto dal DA, autentico “veggente” capace di decifrare e manifestare i segni della rivelazione pasquale (21,7; cfr. già in 19,35). In quanto testimone, il DA (e quindi ogni discepolo per il quale egli è modello esemplare) è l’autentico “uomo spirituale”, perché è colui che adegua l’agire secondo l’agire dello Spirito stesso di Gesù, quello Spirito che Gesù ci ha consegnato proprio nella sua pasqua: “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, egli mi renderà testimonianza; e anche voi mi renderete testimonianza, perché siete stati con me fin dal principio” (15,26-27).  L’archetipo della testimonianza nel Vangelo giovanneo è infatti trinitario: Gesù è il testimone del Padre e lo Spirito santo rende testimonianza a Gesù. Mossi dallo Spirito i discepoli vivono per rendere testimonianza di Gesù. L’urgenza di questa testimonianza cristologica viene ultimamente ribadita da una sorta di smitizzazione operata sia nei confronti del Battista sia nei confronti del DA. Questo ridimensionamento si oppone a qualsiasi confusione o sostituzione della figura del testimone con quella di Colui che va testimoniato. Se il Battista non era lui la luce (1,8), il DA non è “immortale” (21,23): i fratelli che hanno interpretato così le parole di Gesù circa il suo “rimanere”, sono in errore.  Il DA amato “rimane” fino alla venuta finale di Gesù in quanto “autore” del Libro (cfr. vv.23-24): il permanere della testimonianza scritta fa permanere anche l’autore di essa.

A scuola del Battista dunque  il DA  ha appreso la lettura di sé come esperienza testimoniale. Testimoniare è dinamismo con cui un’esistenza si ritrova in un Tu che le sta di fronte. L’esperienza matura della fede - secondo la testimonianza  del DA - è l’imporsi della presenza del Signore come il Tu che dà significazione a tutto il proprio vissuto, il quale solo così diventa “spirituale”. Si potrebbe qui parlare proprio di pienezza dell’affettività, una volta che si intenda l’affettività come la soggettività in quanto relazione. Capacità cioè di essere interessati da un Tu vivente. L’affettività presuppone un organo bio-psichico, ma le è proprio percepire  ciò che è interpersonale. Per la maturità cristiana e vocazionale, il Vangelo del DA ci consegna pertanto la verifica dell’intimità (Gv 13) con il Signore Gesù che si impone come il Tu da testimoniare, contro ogni rischio di riduzione intellettualistica dell’adesione a Lui e dell’accompagnamento a Lui.

In termini giovannei, andrebbe qui ritrovata e ripresa tutta la tematica del “rimanere”, tipica del quarto Vangelo, dal suo primo esporsi come “rimanere presso e con” Gesù fino al suo “completarsi” come esperienza del “rimanere in” Lui,  specificatamente “nel suo amore” (cfr. Gv 15).  È la terminologia con cui identificare l’esperienza della preghiera. Il DA è figura che invita a verificare la correlazione fra preghiera e affettività, ritrovando nella preghiera quello che qualcuno chiama il suo “fondo affettivo”, distinto dalla “superficie” (emozioni, idee, immagini, sforzi,…). La correlazione dipende da ogni storia personale, e questa passa attraverso le varie fasi della vita, con le sue crisi affettive. Benché uno, in base a convinzioni mentali, consideri la preghiera come la cosa più importante della sua vita, gli interessi vitali possono essere centrati in altri ambiti (l’autorealizzazione, l’urgenza dell’azione, un altro tu da poco scoperto…). L’attenzione affettiva, molto più incisiva di quella mentale, ci ruba la presenza del Signore e ci polarizza in altre realtà. La figura del DA è tutta definita da una tranquilla onnipresenza al Signore Gesù, al punto tale che nel racconto evangelico su di lui opera una continua “reticenza” narrativa: non è necessario neppure nominarne la presenza (cfr. per es. 21,2) quando si enunciano i nomi di coloro che sono presenti. Egli è dove è Gesù…

 

Il Discepolo amato alla scuola di Gesù

Il Battista giovanneo è testimone completo fin dall’inizio, mandato da Dio tutto in funzione al Cristo rivelatore. Nonostante l’ignoranza dichiarata all’inizio, non ha vere evoluzioni, ma piuttosto espansioni dei suoi tratti originari di testimone per eccellenza. Non altrettanto si potrà dire per il DA, presentato invece nel suo progressivo divenir testimone sempre più autorevole della storia di Gesù, svelando e riempiendo quel che il suo appellativo di “discepolo che Gesù amava” allude inizialmente in modo cifrato.

L’evoluzione del DA è proponibile come evoluzione “spirituale”, in quanto la sua configurazione come “discepolo amato” assume i tratti dell’assimilazione alla Pasqua di Gesù la cui pienezza consiste nella “consegna” dello Spirito che introduce alla verità intera (Gv 19,30 e Gv 16,13): la verità è la rivelazione cristologica, ma in definitiva è pur sempre Gesù stesso, come anche egli ebbe a definirsi (“Io sono la via, la verità e la vita”). Il personaggio DA, nella sua apparizione nei termini di “discepolo che Gesù amava”, è propriamente infatti solo un personaggio pasquale, e per di più l’unico ad essere presente a tutte le fasi della vicenda pasquale di Gesù (alla cena: Gv13; sotto la croce: Gv 19; al sepolcro: Gv 20; alla sua ostensione come colui che è presente nell’operare nella sua Chiesa: Gv 21 con la simbologia della pesca).

I “tratti” più caratteristici di questa configurazione del DA alla scuola di Gesù, precisamente alla scuola della Pasqua di Gesù, sono raccontati dal testo di Gv 13 (cfr. la sua diretta connessione a Gv 19 tramite il grido di Gesù crocifisso: “Tutto è compiuto (è giunto al suo compimento)”, che nell’originale greco ricalca l’espressione “sino alla fine (sino al compimento)” (di Gv 13,1).

Agli inizi (v.1) la vicenda di Gesù narrata nella prima parte (cc.1-12)  viene riassunta usando per la prima volta il termine “amore”: “dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine”.  Lo stesso versetto esplicita la “coscienza” di Gesù: “sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre”, “coscienza” che viene ribadita nel v. 3: “sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e che a Dio ritornava”. I vv. 23-25 introducono per la prima volta nell’intreccio narrativo la figura del “discepolo che Gesù amava”. Già conosciamo la “portata” di questa espressione secondo Gv 15,7-11 e 14,21. Il DA è introdotto subito in una posizione di intimità con il Maestro e dunque non può che essere “letto” come colui che partecipa della stessa “coscienza” di Gesù. Aveva detto Gesù in 5,17-20: “Il Padre mio opera sempre, e anch’io opero… Il Padre infatti ama il Figlio, gli manifesta tutto quello che fa e gli manifesterà opere ancora più grandi di queste, e voi ne resterete meravigliati”. Il DA condivide questa coscienza di Gesù e anzi si ritroverà a sperimentarne la riedizione cristologica nel suo rapporto con Gesù, secondo le parole anticipatrici di Gv 14,21. Restando nell’opera di Gesù che si manifesta continuamente al suo discepolo (14,21), il DA partecipa anzitutto del segreto di Gesù: il manifestarsi del Padre a lui. L’evoluzione spirituale del DA giunge a questa maturità: assumere la coscienza filiale di Gesù. In questa coscienza si radica la forza di Gesù, la sua irremovibilità, il suo riuscire a mettere in ordine tutti gli elementi di disturbo, di malessere, di incomprensione, addirittura di tradimento, tutto ciò che vorrebbe amareggiarlo, comprimerlo, tutte le osservazioni “mondane” scettiche, pessimistiche, e nelle quali rischia sempre di affogare la coscienza non credente.

Come ci si forma questa coscienza “aperta”? Qui mi permetto di fare riferimento al racconto dei vangeli sinottici, dove manifestamente vediamo che Gesù non aveva come acquisito fin dall’inizio questo orizzonte della sua figliolanza, non lo aveva come orizzonte ovvio: Gesù si cura di integrarlo, a partire dal battesimo al Giordano (“Tu sei mio figlio, in te mi sono compiaciuto”), nella sua corporeità quotidiana. I vangeli sinottici ci dicono che dopo aver ricevuto il battesimo in preghiera, e averlo prolungato con quaranta giorni di preghiera, Gesù richiama questo evento continuamente nelle lunghe preghiere notturne e in quella pratica della preghiera continua che possiamo cogliere qua e là nei suoi atteggiamenti (la facilità con cui invocava il Padre e ne parlava). Gesù nei Vangeli, in particolare nel quarto Vangelo, non ha fatto altro che ripetere di essere Figlio del Padre, di ricevere tutto da lui, di affidarsi a lui, e di volere che i suoi fossero con lui così. L’apostolato di Gesù  in Giovanni (“come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”) è proprio la rivelazione della sua filialità e lo sforzo di coinvolgere in questa filialità coloro che ama. Il DA è la figura tipologica che si propone anche per questa ricezione della coscienza filiale di Gesù. Che cosa è questa consapevolezza filiale? Il contesto di Gv 13 diventa suggestivo e inesauribile: la coscienza filiale di Gesù si costituisce praticamente in “coscienza di sé-come-dono”. È questa la coscienza stessa che egli vuole fare assumere ai suoi discepoli (“Vi ho dato infatti l’esempio perché come ho fatto io facciate anche voi. Sapendo queste cose, sarete beati se le metterete in pratica”) e che costituisce il contesto dell’ingresso sulla scena pasquale del DA (vv. 23-25). La lavanda dei piedi è un gesto sconvolgente, perché leggendolo con la fede della Chiesa che ce lo tramanda, noi vi leggiamo il volto di Dio che serve l’uomo. L’affermazione sembra blasfema e non si addice a ciò che pensiamo di Dio. Eppure Dio serve l’uomo che gli è avverso, che gli si oppone e assume nei suoi confronti un atteggiamento di vulnerabilità. La lavanda dei piedi significa che il servire è azione divina, non il comandare, non il potere.

A tale consapevolezza di sé come dono si contrappone la coscienza debole di Pietro, il suo non capire quello che Gesù va compiendo (v. 7). E questo “tu ora non lo capisci” diviene anche una minaccia: guarda Pietro che rischi di “non avere parte con me”.  A partire da Pietro Gesù lavora anche sulla coscienza degli altri undici: “Sapete ciò che vi ho fatto?” (v. 12). Tutto il brano è un rapporto tra consapevolezze, e il Signore cerca di travasare la sua coscienza di missione nella coscienza immatura degli apostoli, confortandola, rincuorandola, chiarendola con estrema pazienza perché si tratta di un processo lento. “Lo capirai dopo (questi fatti)”: metà tàuta dice il testo greco. Sono i fatti pasquali. Così inizia in effetti anche il capitolo 21: “Dopo questi fatti…” (metà tàuta…).  L’allusione alla situazione della cena-lavanda è espressamente marcata nel v. 20: “Pietro vide che li seguiva quel discepolo che Gesù amava, quello che nella cena si era trovato al suo fianco…”. Nel triplice interrogativo a cui Pietro è sottoposto in Gv 21,15-17 ciò che viene messo in risalto è la necessità di amare Gesù, prima ancora e più che le capacità propriamente pastorali che sono intese nei tre imperativi di Gesù che fanno seguito alle risposte date da Pietro. Colui che rappresenta la figura pastorale è invitato è integrare in sé l’esperienza del discepolo amato.

Ma non solo. Il terzo imperativo apre ad una ulteriore raccomandazione di Gesù (vv. 18-20): “…Quando eri giovane andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio un altro ti porterà dove tu non vuoi. …E detto questo aggiunse: Seguimi. Pietro voltatosi, vide che li seguiva…”. Pietro riceve come imperativo finale quello della sequela, quella sequela nella quale già si trova (“li seguiva”) il DA. Qual è dunque la disciplina a cui deve sottoporsi Pietro (la figura pastorale, la figura della guida) e che implicitamente viene invece riconosciuta come già esercitata dal DA (qui anch’esso considerabile come figura di riferimento, guida riconosciuta dalla comunità credente che in 21,24 lo accrediterà)?  Per Gesù la maturità è la capacità e la disponibilità a lasciarsi condurre dove non si vorrebbe. Subito dopo aver affidato il proprio gregge a Pietro, Gesù gli ricorda  la dura verità che la guida che serve i fratelli è la guida che si lascia condurre in luoghi sconosciuti. Proprio questa è la qualità più importante della guida: non deve essere una guida di potere e di controllo, ma una guida di impotenza e di umiltà in cui si manifesta Gesù Cristo, servo sofferente di Dio. Ovviamente, non sto parlando di una guida psicologicamente debole, sto parlando di una guida che rinuncia costantemente al potere e sceglie l’amore.

Concretamente,  si tratta della disciplina di un’intensa riflessione teologica. Come la preghiera ci tiene in contatto con il Tu del Signore, così l’intensa riflessione teologica ci fa discernere criticamente dove siamo condotti. Per essere capaci di guidare (il termine boskein tradotto con “pasci” rimanda alla conduzione in luoghi nutrienti) è essenziale saper discernere in ogni istante il modo con cui Dio agisce nella storia umana, il modo con cui gli avvenimenti che accadono nel corso della nostra vita possono renderci più sensibili all’azione divina che ci guida alla croce e alla risurrezione. Forse a questa necessità di un’intensa riflessione teologica potrebbe alludere la stessa capacità del DA di “vedere” secondo la fede, al di là dei livelli più bassi in cui l’esperienza del “vedere” si attua (si potrà qui rimandare all’intreccio dei tre verbi “vedere” che ricorrono nel racconto giovanneo del cap. 20).

 

L’accompagnamento “spirituale” operato dal Discepolo amato

Il DA si propone come guida all’incontro con Gesù. Il suo “vedere” Gesù è ottenuto grazie all’“udire”. Così è detto chiaramente nella scena della crocifissione nella quale vengono espressamente ricordati tre adempimenti della Scrittura, che permettono di vedere e dare testimonianza (Gv 19). La “disciplina spirituale” adottata dal DA, autore implicito del quarto Vangelo, per indicare “la via” che porta a Gesù, anzi per riconoscere in lui “la vera via della vita”, sta ‘tutta’ nella capacità di intendere le Scritture: auditu solo tuto creditur. Questa pedagogia dell’ascolto è l’elemento più marcato nella presentazione tipologica dei quattro personaggi rappresentativi di altrettante situazioni di fede che devono evolvere in fede cristologica matura, quali sono presentate nell’intreccio narrativo dei capitoli 3 e 4 del Vangelo. Si tratta di Nicodemo il fariseo (3,1-21), tipo dei Giudei “ortodossi”  favorevoli a Gesù che credono sulla base dei soli segni; del Battista (3,22-36), tipo di tutti coloro che attendono all’opera di purificazione, favorevoli a Gesù sulla base delle somiglianze dell’operare; la samaritana (4,1-42), la cui testimonianza dà luogo alla fede del Samaritani del suo villaggio, figura degli eretici di un Giudaismo eterodosso; il funzionario regale (un erodiano o un pagano) alla cui fede si associa quella di tutta la sua casa (4,43-54).

Probabilmente queste tipologie sono rappresentative (una specie di personalità corporativa) delle diverse provenienze dei gruppi costitutivi la comunità ecclesiale giovannea. Certamente però sono tipologie della fede disposte in una sorte di crescendo, che evidenzia sempre più accentuatamente la fondazione della fede autentica sulla parola di Gesù, e che fa emergere la dialettica tra il singolo e il gruppo. Mi limito ad accennare all’evoluzione spirituale a cui è invitato Nicodemo. L’avventura di questo capo dei Giudei inizia con la notte della visita a Gesù, prosegue con la constatazione del suo disagio all’interno del gruppo di appartenenza (cfr. Gv 7,50-51) per poi concludersi alla croce e al sepolcro (19,38-42).

Nicodemo è figura travagliata e complessa, in sfumata ma sensibile evoluzione, che ultimamente non sembra affatto possibile considerare “ambigua”. Piuttosto è il paradigma del credente la cui fede esce progressivamente dalle ombre dell’ambiguità per diventare adulta e manifestarsi pubblicamente. Più che per gli altri personaggi del Vangelo spirituale, la fede è per Nicodemo un cammino, e il DA nel suo racconto evangelico sembra compiacersi di accompagnarlo fino al suo esito finale, dopo gli inizi apparentemente interrotti bruscamente. Si può pensare che il quarto evangelista si sia servito di Nicodemo (e di Giuseppe d’Arimatea) per comunicare con quei gruppi destinatari originari (cristiani afflitti dal problema della scomunica della sinagoga) attribuendogli una funzione analoga a quella del cieco nato. Il messaggio di Nicodemo ad ogni lettore è quindi quello per cui la fede nascosta ed anonima può davvero abbandonare lo stato di latenza e finalmente “fare la verità e venire alla luce” (3,21) lasciandosi attrarre dal Figlio dell’uomo esaltato sulla croce. Tra l’accoglienza e la non accoglienza del Verbo venuto tra i suoi, c’è la possibilità, reale e sempre aperta, di un passaggio dalla prima alla seconda.

Chi è dunque “esistenzialmente” il tipo Nicodemo nel momento iniziale (cap. 3)? Si tratta di un uomo che è ormai arrivato, cioè di un “adulto”, che ha già una certa carriera sulle spalle e quindi anche certe sue prerogative e certi doveri esterni da salvare: insomma egli sente un po’ il peso della sua reputazione, della sua importanza. Perciò ha paura di compromettersi; perciò ha paura di affrontare apertamente la Parola di Dio: si trova infatti “in situazione”, è sorvegliato, visto e guardato dagli altri. Ecco: il discorso è rivolto a chi, avendo già fatto una certa strada ecclesiastica, cioè essendo già arrivato ad una certa responsabilità esterna, ha paura di compromettersi. Si noti nel discorso di Nicodemo una grande insistenza sugli elementi intellettuali: Maestro (Rabbì), sappiamo che sei un  maestro venuto da Dio”, e Gesù con ironia, di rimando in 3,10: “Tu sei un maestro in Israele e non sai queste cose?”. Il fatto è che chi ha già fatto una certa strada è tentato ormai di ridurre il mistero a dottrina. Nicodemo è in questa situazione di chiusura per la novità misteriosa della Parola. La difficoltà per lui suona: Come può un uomo nascere quando è vecchio? Per chi è già arrivato ad un certo punto, la grande paura è questa: non si può incominciare da capo; di qui tante difficoltà e disagi, perché in realtà la Parola di Dio può chiedere di ricominciare daccapo, e questo spaventa. In sostanza, Nicodemo ha poca fiducia nella potenza di Dio. Egli è un uomo che ha esperienza ecclesiale e conosce quali cose si possono fare e quali non si possono fare. Si noti l’insistenza sul potere e non potere nella seconda parte di 3,4. Egli ha ormai stabilito i confini di quello che si può fare e quello che non si può fare: è un arrivato, che nel suo punto di arrivo è ormai chiuso alle ulteriori comprensioni del mistero di Dio. Egli deve esporsi, dice Gesù in 3,11, alla testimonianza di chi ha veduto (chi è che sta qui parlando? Gesù certamente, ma anche il DA?): Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio suo, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna” (v. 14-15).

Il proseguo dal racconto manifesterà la sua adesione all’evento del Crocifisso, facendosi anzi lui pure accompagnatore della giovane fede di Giuseppe d’Arimatea. Nicodemo giunge alla conclusione della sua personale parabola credente proprio entrando nell’evento pasquale e dunque raccogliendo la proposta educativa rappresentata dalla totalità narrativa del DA.

 

La “direzione spirituale” del Discepolo amato nella sua Chiesa

Come ultima considerazione propongo il punto di arrivo della disciplina spirituale a cui il quarto Vangelo (cioè il DA) sollecita i suoi lettori-credenti. Mi sembra che esso possa essere detto nei termini di Gv 15,15: “Non vi chiamo più servi, perché il servo non sa quello che fa il suo padrone; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi”. Il Verbo viene ricevuto fra noi nell’intimità misteriosa dell’amicizia. Il termine “amico” è raro nel Nuovo Testamento: lo si trova per indicare situazioni profane nella vita. Giovanni è l’unico evangelista che usa il termine philos, philein per indicare il rapporto con Cristo. Questo è anche il termine usato da Pietro nella triplice risposta all’interrogazione di Gesù in Gv 21. È questo il vocabolo che accomuna diversi personaggi del quarto Vangelo: Giovanni è “l’amico dello sposo”, Lazzaro è detto espressamente “l’amico di Gesù”.

La “direzione spirituale” messa in atto dal DA sembra voler tener conto anche delle rilevanze antropologiche della relazione con Gesù.  Ma qui preme evidenziare come il cammino di fede debba uscire dalle secche del servilismo per cui più nessuno sarebbe in grado di correre verso un continuo riconoscimento del Signore. Potremmo assumere la bellissima icona (cfr.  Gv 20) del “correvano insieme”  e dell’uno (il DA) che “corse più veloce” dell’altro (Pietro) come immagine conclusiva di un’ansia che muove coloro che desiderano camminare verso il pieno accertamento della presenza di Gesù, accertamento che resta la fatica sempre da rinnovare e la gioia sempre da rigustare per tutti coloro che riconoscono il Gesù il logos (la ragione ultima) dei loro giorni.

 

 

SETTIMA RELAZIONE

Nel servizio della direzione spirituale: essere direttivi o no?

di Lorenzo Ghizzoni, Vicedirettore del CNV

LORENZO GHIZZONI

 

Il problema che ci poniamo è quello di molte guide spirituali che si trovano oggi di fronte a giovani o meno giovani che chiedono un aiuto spirituale non solo per crescere nella fede, nella vita spirituale, nella testimonianza cristiana, ma anche per prendere decisioni concrete riguardo alla vocazione, alle scelte familiari, sociali, professionali, ecc. Ha il diritto oggi una guida spirituale di entrare direttamente nelle decisioni operative? È il suo ruolo? Ne ha il dovere se si trova di fronte a persone deboli o poco mature? Può influenzare il cammino vocazionale proponendo un carisma o un ministero piuttosto che un altro? E, inoltre, come ci si dovrebbe porre in generale di fronte alle persone per avere un ruolo educativo o formativo efficace, che faccia crescere e renda capaci le persone di decidere autonomamente e liberamente davanti a Dio e alla propria coscienza?

 

I termini: direttività non direttività

Da dove vengono? Cosa significano? Il termine non-direttività viene da uno psicologo statunitense C. Rogers (1902, morto recentemente) in quale denominò il suo metodo non directive therapy. Più tardi, anche per i fraintendimenti di alcuni suoi seguaci, preferì denominarla terapia centrata sulla persona (cliente). Le due definizioni riassumono i due aspetti del suo metodo. Come spiega B. Giordani, che ha elaborato una metodologia per la dire­zione spirituale che si rifà a questo autore1, il primo scopo che si propone è di non orientare la persona verso una meta proposta dal terapeuta, evitando che l’individuo pensi, senta o agisca secondo schemi di altri. Il secondo scopo è quello di mostrare in modo concreto la fiducia del terapeuta nelle risorse e nelle energie di ogni persona, che sono orientate costitutivamente verso l’autorealizzazione.

Ne derivano una serie di interventi, durante il colloquio terapeutico, che si possono definire non direttivi o informativi. Ci si limita ad aiutare la persona a prendere coscienza del proprio mondo percettivo; a riflettere sui vari aspetti della situazione esposta; a valutare da se stessa il significato (umano o morale) del proprio comportamento; a prendere decisioni assumendosi in proprio ogni responsabilità2. Fondamentali, più delle tecniche, sono gli atteggiamenti del terapeuta che deve essere capace di “calore, simpatia, rispetto, interesse”3.

Il termine direttività, per contrapposizione col primo, viene utilizzato per definire quei tipi di interventi, detti strutturanti, attraverso i quali il terapeuta mira a pro­porre alla persona le strutture psicologiche che egli ritiene valide o uniche: per esem­pio sistemi ideologici, orientamenti affettivi, rapporti sociali, una certa sensibilità re­ligiosa e morale, insomma un sistema di valori. È evidente che l’applicazione di questi metodi al colloquio spirituale comporta due tipi di relazione nettamente diversi tra guida spirituale e diretto.

Nel caso degli interventi direttivi il rapporto tende ad essere autoritario e paternali­stico, poco responsabilizzante. D’altro lato però, una direzione spirituale corretta può forse esimersi dalla trasmissione dei valori evangelici e dal confronto con essi? Noi vo­gliamo che i valori evangelici strutturino la personalità. Nasce subito il problema non tanto della formazione alla libertà e alla responsabilità - cosa sulla quale tutti in linea di principio sono d’accordo - , ma del fatto che una guida spirituale cristiana vuole for­mare ad una certa libertà (ben orientata) e per una certa responsabilità. E inoltre af­fiora il problema dell’obbedienza cristiana: nel passato la sia chiedeva nella direzione spirituale, ora le è precluso ogni spazio?

Nel caso degli interventi non-direttivi, che mirerebbero ad una maggior autonomia della coscienza e ad un impegno anche spirituale più personale, il rapporto tende ad essere paritario, liberante, promuovente o incoraggiante. Ma questo tipo di intervento suppone quella che è stata chiamata “ignoranza creativa”4: il padre spirituale deve ac­cettare di non conoscere il campo percettivo dell’interlocutore, di essere all’oscuro delle situazioni che l’altro espone, riconoscere che l’unico “esperto” è la persona stessa e la­sciarsi guidare da lei per imparare come funziona il suo mondo. C’é da farsi alunni dei propri diretti ascoltando in modo passivo e recettivo per fare il massimo spazio a loro. E in più Rogers stesso specifica che il metodo funziona solo se è assunto come visione dell’uomo: “...io penso che la non direttività non possa essere efficace se non quando faccia parte integrante della filosofia della persona che la applica. Non si tratta affatto di una tecnica che si possa semplicemente adottare e poi respingere”5. Infatti la ri­cerca sui preti diocesani di Montréal che applicavano soprattutto l’apparato metodo­logico rogeriano, ha dimostrato che i consulenti non-direttivi, se non coltivano le di­sposizioni di fondo, diventano molto direttivi! 6

Può un direttore spirituale accettare questa filosofia? È possibile utilizzare queste metodologie come puri strumenti diciamo così tattici, a servizio di una strategia molto diversa da quella del terapeuta rogeriano, perché la guida spirituale direttamente vuole solo la crescita dell’uomo in Cristo e non la autorealizzazione della persona? Usare i metodi non direttivi come puri mezzi per un fine totalmente diverso, anzi op­posto, sembra non possibile praticamente: non si corre il rischio di essere ingenui e di ottenere ciò che non si vorrebbe? Poi, utilizzare dei mezzi che sono concepiti in un con­testo pedagogico e antropologico libertario e immanentista, rispetta il corretto rap­porto tra la teologia spirituale, fondata sulla antropologia cristiana, e le scienze (umane) psicologiche? Questo è un problema che riguarda solo degli accidenti del Colloquio spirituale o la sua sostanza? D’altro lato, è indubbio che anche i metodi non-direttivi facilitano il rapporto e creano un clima positivo e incoraggiante, liberante per tante persone anche per la vita spirituale: come fare per “esaminare tutto e tenere ciò che è buono”?

 

Perché porsi questo problema?

Ad alcune di queste domande importanti le risposte saranno già state date nel resto del corso sul colloquio spirituale. Qui ci fermeremo piuttosto sullo specifico argomento della direttività e non-direttività. Perché porsi il problema della direttività nella direzione spirituale? Da dove nasce e perché nasce oggi, dato che la direzione spirituale ha una tradizione lunga quanto la storia della Chiesa (dal monachesimo in poi)? I motivi sono vari e ne elenco brevissimamente solo alcuni.

 

Culturalmente: un’epoca senza padri

Tra le cause della crisi della D.S. e del suo abbandono negli ultimi decenni, c’è innan­zitutto il rifiuto di ogni autorità e del principio stesso d’autorità, l’accresciuto senso di autosufficienza anche nel cammino spirituale in linea con quel movimento di emanci­pazione che ha interessato molte categorie fuori e dentro la Chiesa. Con gli anni ses­santa e settanta si sono messi seriamente in crisi non solo i modelli paternalistici, ma la figura stessa di padre, con la conseguente insofferenza verso ogni forma di dipen­denza e subordinazione. L’argomento è stato studiato già da anni7 . Con gli anni ot­tanta e novanta, in occidente si fa strada una tendenza sempre più libertaria e indivi­dualista, tende a scomparire una equilibrata dialettica tra oggettivo e soggettivo, per cui si crede ingenuamente nel mito della libertà assoluta e nella verità elaborata dal soggetto che prevale su ogni altra affermazione di valore. Non si sente più il bisogno di confronto e di formazione. La ricaduta sulla direzione spirituale è stata pesante.

 

Ecclesialmente: nuovi rapporti nella Chiesa

Anche nella Chiesa in particolare dopo il Concilio Vaticano II, c’è stato un grande rin­novamento dei rapporti tra le persone: una nuova valorizzazione dei laici fuori e den­tro la comunità cristiana, un concetto nuovo di autorità, vista come servizio e di obbe­dienza, umanizzante perché attiva e responsabile. I capitoli degli istituti di vita consa­crata hanno elaborato nuovi statuti, cambiato notevolmente il modo di rapportarsi nella vita comune tra i superiori e gli altri fratelli consacrati. I sacerdoti diocesani hanno iniziato a costruire comunità parrocchiali caratterizzate dalla partecipazione, dalla corresponsabilità, dall’attenzione ai carismi di tutti. I movimenti hanno messo in luce nuove figure carismatiche e nuovi punti di riferimento spirituali. Inevitabile che l’autorità della guida spirituale fosse rivista.

 

La direzione spirituale: crisi del modello obbedienziale

Dunque la figura del “direttore spirituale” viene messa in crisi negli ultimi decenni, per la quella carica di imperatività e di estrinsecismo, di obbedienza cieca e di volonta­rismo che evocava. La stessa definizione di “direttore” è stata sentita come troppo insi­stente sulla centralità della sua funzione, sull’accesso incondizionato alla vita intima del diretto, sulla elaborazione dall’esterno della spiritualità di un cristiano che appa­riva perdere così ogni responsabilità personale. Contro un modello direttivo si sono messe in campo riflessioni sulla legittima libertà, sulla necessaria autonomia del cri­stiano adulto, sulla responsabilità non delegabile delle scelte centrali e più significa­tive della vita spirituale. Inoltre il rinnovamento della teologia spirituale ha ridato considerazione all’azione dello Spirito Santo quale maestro interiore che con i suoi ca­rismi e la sua ispirazione, soprattutto nella preghiera, agisce nella coscienza di ogni credente. Insomma molti hanno abbandonato la direzione spirituale e comunque si è sentita da parte di tutti l’esigenza che la figura del direttore spirituale dovesse dimi­nuire per lasciar crescere sia la persona diretta sia lo Spirito: il vero direttore spiri­tuale!

Questo approccio molto critico, se è giustificato per degli abusi che certamente si sono verificati a causa di personaggi non abbastanza rispettosi della libertà e della co­scienza dei fedeli sia nella vita consacrata, sia nel rapporto con laici troppo pii o troppo deboli, non è un approccio privo di problemi. Nella tradizione monastica antica infatti, così come al Padre spirituale veniva chiesto moltissimo (doveva avere carità, saper vincere le proprie cattive inclinazioni, pregare per i suoi discepoli, avere il dono del discernimento, della purezza di cuore che abilita alla contemplazione, della profezia nell’annuncio della parola, e il tutto meglio se unito alla esperienza, alla scienza, alla conoscenza dotta delle Scritture8), ma anche al discepolo era chiesto molto. “Quando è possibile il monaco deve affidarsi ai padri ri­guardo al numero dei passi da fare e delle gocce di acqua da bere nella sua cella, se in queste cose non vuole cadere”9. L’obbiettivo della paternità spirituale era di portare dalla schiavitù alla libertà dei figli di Dio, ma ciò poteva avvenire solo a patto che il fi­glio spirituale manifestasse tutti i pensieri del suo cuore e i movimenti dello spirito. Giovanni Cassiano, grande maestro spirituale, esorta i discepoli a portare tutto allo scoperto davanti al padre spirituale affinché le suggestioni perdano il loro veleno10.  Inoltre il figlio spirituale deve rinnegare se stesso, la sua volontà, per sottomettersi alla volontà di Dio; per questo si deve sottomettere ad un padre spirituale. A lui si deve obbedienza piena, egli parla in nome di Dio grazie al dono del discernimento (che però non hanno tutti gli anziani) e mostra con la sua vita come agire. Si tralascia dun­que il proprio discernimento, ma a ragion veduta e non ciecamente, davanti ad un di­scernimento ritenuto maggiore del proprio, perché proveniente da un personaggio che unendo un grande cammino di purificazione ascetica a dei doni straordinari dello Spirito Santo è in grado di generare spiritualmente.  Anche se questa figura non corrisponde pienamente ad ogni guida spirituale dei nostri giorni, come diremo, però qui la direttività sembra notevole e nei contenuti e nei me­todi! Si possono mantenere oggi quelle caratteristiche, totalmente o in parte? Oppure si deve abbandonare questa tradizione che è stata importante, ma che oggi è impropo­nibile perché culturalmente ed ecclesiologicamente datata?

 

La spiritualità a confronto con le scienze umane: il colloquio e le tecni­che del dialogo psicoterapeutico

Nel nostro secolo la teologia spirituale, ma soprattutto la pratica della formazione alla vita spirituale si è trovata a confrontarsi non solo con le opere dei grandi autori e con i movimenti spirituali tradizionali e moderni, ma con il sorgere delle scienze umane. Con un approccio sperimentale spesso positivista e con una concezione dell’uomo molto determinista e immanentista, soprattutto la psicologia è stata subito respinta. Ben presto però ci si è accorti delle acquisizioni utili che essa elaborava per ogni cammino educativo, rinnovandolo e rendendolo più efficace; ma anche buona parte di quei me­todi e mezzi che l’ascesi aveva costruito nel corso dei secoli si sono potuti confrontare con una conoscenza più approfondita dell’uomo. Sono apparse subito chiare alcune analogie tra il colloquio psicoterapeutico, tra la relazione psicologo-cliente e il dialogo personale con il confessore o il padre spirituale. In ordine sparso e senza criteri abba­stanza ordinati molti cultori di spiritualità, teologi, formatori, padri spirituali si sono avvicinati in particolare al colloquio psicoterapeutico, sia quello elaborato dalla scuola psicoanalitica sia quelli elaborati da altre scuole, per ricavarne indicazioni, tecniche, atteggiamenti da utilizzare nella direzione spirituale. Con una certa ingenuità si è creduto di poter accettare tutto, anche ciò che era solo ipotesi o intuizione, anche ciò che proveniva da una analisi della vita psichica influenzata da una antropologia riduttiva. Si sono adottati soprattutto elementi provenienti dalla psicoanalisi e dalla psico­logia umanistica (ed esistenziale).

È in questo contesto che il metodo proposto da C. Rogers è sembrato proprio andare incontro alle richieste di una direzione spirituale meno direttiva e più in linea con i bi­sogni dei fedeli contemporanei. Negli anni quaranta si iniziò ad usare metodologie non direttive negli USA e nell’Europa del nord, solo vent’anni dopo in altre nazioni; in Italia la diffusione è più recente ancora.  Di fatto ora ci troviamo di fronte a tre tipi di atteggiamenti nei confronti di queste me­todologie: c’è l’accettazione acritica di quelli che hanno fatto la pura trasposizione delle indicazioni tecniche; c’è l’accettazione benevolmente critica (è il caso di Giordani) che vede molti pregi e alcuni problemi; e c’è il rifiuto di quelli che hanno preferito ri­farsi ad altre scuole psicologiche o di quelli che non vogliono contaminare la direzione spirituale con l’uso delle scienze umane, di solito perché non hanno avuto la possibilità o la pazienza di apprenderle e finiscono per applicare una metodologia del tutto sog­gettiva.

 

In tema di vocazioni: essere direttivi o non direttivi?

Infine, è decisamente importante porsi il problema del discernimento circa le metodo­logie direttive o non-direttive del colloquio spirituale quando si tratta di accompagna­mento verso scelte vocazionali. In questo contesto la direzione spirituale ha un ruolo importantissimo, fra l’altro reso necessario dalla sapienza educativa della Chiesa oltre che dalle sue norme. È soprattutto qui che dovrebbero emergere le ispirazioni dello Spirito che conduce un chiamato verso una risposta definitiva; è qui che si dovrebbero esaminare le motivazioni più profonde per fare discernimento negli inevitabili intrecci tra le motivazioni veramente germinative, quelle strumentali e quelle spurie. La con­tinua verifica della vita concreta per valutare se è coerente con le esigenze della voca­zione a cui ci si sente chiamati,  se non si vuole che le inconsistenze minino alla base le scelte, è ineludibile. Così come è necessario il confrontarsi con i valori, se si vuole una identità stabile e integrata, sostegno di ogni atto di autentica autotrascendenza verso Dio. Nel colloquio spirituale con finalità vocazionali, è necessario rispettare la libertà del chiamato (“se vuoi”), però allo stesso tempo la si deve far incontrare con i valori più radicali del Vangelo (“venite e vedrete”). È necessario educare nel senso di e-du­cere, di far emergere le indicazioni profonde del Maestro interiore, ma nello stesso tempo bisogna formare, modellare una personalità su un carisma della vita consacrata o su una spiritualità ministeriale, che hanno contenuti già prefissati, oggettivi. Si tratta allora di vedere se queste metodologie possono essere utili all’assunzione sia de­gli atteggiamenti, sia della logica di fondo di una vita vissuta come vocazione, cioè che si impegna in una libera trascendenza di sé per amore di Dio.

 

Gli atteggiamenti e i comportamenti direttivi

Di quali atteggiamenti e comportamenti stiamo parlando? Qui è necessario entrare nel concreto perché chi pratica il colloquio spirituale possa riconoscerli e valutarli critica­mente. Iniziamo dal metodo che definiamo complessivamentedirettivo (definito anche im­positivo, protettivo e quindi paternalistico da chi lo critica). L’atteggiamento che sembra prevalere è quello della sfiducia, anche se solo parziale o settoriale, nella persona diretta e un certo pessimismo sulle capacità della persona di capire, scegliere e fare il bene da se stessa; fatto che porta il direttore a svolgere il ruolo di esperto, di guida, di programmatore, di autorità anche esterna.

I comportamenti direttivi più tipici11:

• imporre e proibire, provocando soggezione e dipendenza passiva;

• esortare, con insistenza e con coinvolgimento affettivo, che può arrivare a trasfor­marsi in pressione morale, protezionismo “materno”;

• consigliare e persuadere, suggerendo soluzioni già fatte, risolvendo i problemi, insi­stendo sulle proprie motivazioni e non su quelle del diretto;

• spiegare e interpretare, nel senso negativo di mettersi a fare i quasi-psicologi per individuare le cause nascoste dei problemi attuali e fornendo giustificazioni o intellet­tualizzazioni psicologistiche o pseudomistiche; (la direttività qui starebbe nel fatto che spiegazioni e interpretazioni le farebbe tutte il direttore e le offrirebbe già pronte al soggetto senza una sua introspezione e adesione anche emotiva ed esistenziale);

• suggestionare: qui è evidente l’abuso del ruolo, ma in certi casi con persone fragili e dipendenti che magari idealizzano il loro direttore, non è difficile cadere anche nella manipolazione “a fin di bene”.

Possiamo anche specificare ulteriormente gli interventi che abbiamo definito struttu­ranti, che sono più o meno direttivi12:

• il direttore valuta quanto la persona espone confrontandolo con norme o principi operativi, facendo anche valutazioni morali;

• interviene per far concentrare l’attenzione su quegli aspetti che lui giudica e valuta più importanti;

• minimizza aspetti che il soggetto ritiene gravi o minacciosi, con considerazioni sue, per dare sicurezza o incoraggiamento ai timorosi;

• rivolge domande, per chiarimenti o approfondimenti, orientando così il colloquio;

• confronta quanto emerge con esperienze simili, per orientare la persona verso certe scelte;

• dà saggi consigli e offre soluzioni ai problemi presentati.

Le critiche che vengono fatte a questi atteggiamenti e comportamenti nel colloquio spirituale sono che la guida:

• rimane chiusa nel suo mondo e si ispira a sé stessa per giudicare e dirigere;

• non dimostra fiducia, non promuove sana autonomia;

• rischia di favorire passività e dipendenza;

• rischia più facilmente di proiettare sulla persona la sua mentalità o i suoi problemi;

• con le persone molto ansiose, insicure, con forte bisogno di dipendenza affettiva, può stabilire un legame molto coinvolgente, molto infantile, tendenzialmente intermina­bile.

A supporto si portano anche ricerche fatte in campo laico sulla scarsa efficacia dei me­todi direttivi13.  Per esempio, oltre agli aspetti già segnalati, sarebbe emerso che: gli eventuali progressi raggiunti vengono meno quando l’appoggio esterno scompare; scattano in diversi soggetti delle forti resistenze anche solo interiori a cedere sulla propria autonomia e indipendenza; nelle situazioni concrete anche quelli che sono remissivi e passivi assumono atteggia­menti diversi da quelli loro indicati.

 

Gli atteggiamenti e i comportamenti non direttivi

Innanzitutto chi adotta il metodo non direttivo, anche nel colloquio spirituale, do­vrebbe assumere tre disposizioni o atteggiamenti di fondo che permettono alla rela­zione di svilupparsi favorendo la conoscenza di sé della persona. È decisamente più importante, secondo questo indirizzo, il tipo di rapporto anche affettivo che si stabili­sce con la persona, rispetto alle tecniche.

- L’autenticità: frutto della conoscenza e dell’accettazione di sé in tutti gli aspetti, si manifesta nello stabilire un rapporto pieno e genuino con se stessi e con gli altri; si manifesta nella trasparenza e nella comunicazione alla persona dei sentimenti che essa provoca in chi guida, anche eventualmente di quelli negativi. Con questo atteggiamento si vuole provocare franchezza e fiducia, l’abbandono delle maschere e la liberazione dalle difese.

- La considerazione positiva ed affettuosa che Rogers chiama accettazione incondi­zionata, e altri autori rispetto. Questo atteggiamento di fiducia verso tutti nasce dalla concezione positiva e ottimistica della natura umana propria della psicologia umanistica, e fa leva sul bisogno universale di essere accolti ed ascoltati con amore. Lo stesso Rogers ha detto che riesce a dare una considerazione positiva incondizionata chi “sente di accettare con calore ogni aspetto dell’esperienza del cliente”; e che questa considerazione è un amore non possessivo che “ha il significato del termine teologico agape e non l’abituale significato romantico e possessivo che gli si dà” 14. La guida che assume questo atteggiamento deve abbandonare “nel colloquio i criteri oggettivi ai quali egli ispira la propria condotta, per immergersi nel mondo soggettivo dell’altro e percepire secondo l’ottica di costui gli eventuali aspetti negativi… riuscirà a compren­dere che anche un comportamento oggettivamente condannabile, può essere perfetta­mente coerente nel contesto in cui l’individuo lo vive” 15. Solo una educazione morali­stica e un malinteso senso di responsabilità, secondo questa linea, può portare ad at­teggiamenti direttivi ispirati dall’intenzione di portare un aiuto immediato in una si­tuazione che si ritiene moralmente pericolosa. La considerazione positiva ha una serie di obbiettivi, vuole ottenere: l’autoesplorazione (conoscenza di sé); il superamento dello stato ansioso; l’accettazione di sé (“se sono stimato, mi stimerò anche se ho aspetti negativi”); la conquista di una sana autonomia personale; il superamento dei momenti critici16. La guida spirituale le dovrebbe mostrare questa stima e amore per la persona, con at­testazioni chiare e ripetute per rafforzarla nella fiducia e nell’impegno.

- La comprensione empatica. È necessaria per avere una comprensione del signifi­cato personale e globale di ciò che la persona comunica verbalmente e non. Staccandosi da se stesso la guida spirituale deve immedesimarsi nel mondo percettivo dell’altro e partecipare alla sua esperienza. Per non cadere poi in una identificazione che lo coinvolgerebbe troppo, la guida deve richiamarsi spesso alla realtà e mantenere una distanza psicologica, come fanno gli psicoterapeuti. Entrare nel mondo soggettivo di un altro ed accogliere anche l’emotività che egli vive, è difficile e chiede di superare l’egocentrismo, la voglia di dominare, la tendenza a giudicare, la rigidità, sia l’indiffe­renza che l’amore troppo intenso.

Circa i comportamenti si può dire che le tre funzioni di una guida spirituale che segua questo indirizzo vengono descritte come:

facilitare: sostenere la persona affinché si chiarisca, riformulando i contenuti già espressi perché li approfondisca;

valutare: dando informazioni e lasciando che sia la persona in forza della sua ten­denza all’autorealizzazione e all’autoregolazione ad applicare le valutazioni al suo caso concreto;

orientare: indicando valori, ma non in modo strutturante, bensì empatico ed infor­mativo, per risvegliare la tendenza all’attualizzazione che porterà il soggetto a sco­prire in sé e a realizzare i suoi valori17.

 

I contesti pedagogici di questi metodi e le antropologie sotto­stanti: un approccio critico

Come osservazione generale si può dire che questi metodi di intervento, sono più o meno coscientemente radicati in una visione dell’uomo che influisce sugli orientamenti pedagogici. È abbastanza chiaro dagli accenni fatti e dalla esposizione semplificata delle due metodologie direttiva e non direttiva che le visioni sottostanti sono una più pessimista e una più ottimista riguardo alle capacità della persona di percepire, di di­scernere, di decidersi ad agire anche in campo spirituale.

Quella pessimista pensa che l’uomo sia spesso gui­dato dalle pas­sioni ne­gative, quindi fragile, debole; ha una certa sfiducia nella persona. Perciò la guida che segue questo indirizzo usa paternalismo e autoritarismo; deve prende tutte le decisioni lei; non ci pensa nemmeno a mettere il soggetto di fronte alle sue responsabilità, per paura che cada di fronte alla ten­tazione; in certo senso approfitta del bisogno di dipendenza.

Una variante ancora più riduttiva di questa visione è quella che ha dato origine all’in­dirizzo psico-pedagogico del comportamentismo, dove l’educatore pensa che il soggetto sia una tabula rasa, quindi basti istruirlo, fargli eseguire dei compiti, guidarlo con indicazioni, direttive. La guida si accontenta del comportamento esterno; fa leva sulla edu­ca­zione di gruppo; non distingue un atteggiamento tenuto per compia­cenza da un atteggiamento guidato da valori interiorizzati. Non si preoccupa della mancanza di auto­nomia, di ini­ziativa, basta una buona obbedienza.

D’altro lato la guida spirituale non-direttiva, che segue un indirizzo ottimista, pensa che l’uomo sia libero, ten­dente natu­ralmente al  bene, re­sponsabile, in crescita spon­tanea verso l’autorealizzazione. Non lo deve quindi limitare nelle sue scelte; lo facilita nel seguire i suoi sentimenti più autentici, perché essi tendono a corrispondere ai va­lori oggettivi; dà fiducia alla persona e gli lascia ogni libertà. Si aspetta che prima o poi si aprirà anche al radicali­smo evange­lico. Quindi non ha bisogno di confrontarlo per verifi­care se i criteri del suo agire sono oggettivi; non si preoccupa di distinguere un bene apparente e un bene reale nelle motivazioni che sorreggono gli atteggiamenti.

Entrambe le concezioni sono solo abbozzate e semplificate, ma come tutte le schema­tizzazioni esse servono per aiutarci a distinguere e leggere nella realtà. La critica di fondo che si può fare ad entrambe le modalità, direttiva e non direttiva, è che tendono a polarizzarsi e ad assolutizzare o la oggettività o la soggettività, come se l’uomo reale, anche nel suo cammino spirituale, non rimanesse sempre un “essere nel mondo”, incrocio misterioso tra coscienza pura e “cosa”, tra capacità di infinito e limiti. Se il cammino che si propone nel colloquio spirituale, come in ogni altro ambito edu­cativo, non tiene conto di questo mistero nella sua unità, rischia appunto la duplice tentazione o di “un certo autoritarismo che pronuncia oracoli rimanendo esteriore alla persona, ed approfitta del desiderio di dipendenza” o di un certo “liberalismo, che lasciando fare approfitta del desiderio di autonomia” finendo entrambi per soccom­bere l’uno alla tentazione del dominio, l’altro a quella dell’abbandono. “In entrambi i casi l’individuo, come persona, non è raggiunto dall’opera educativa, il mistero della persona non viene rispettato, ma viene tradito” 18.

Anzi si potrebbero fare delle critiche anche più puntuali soprattutto alla non diretti­vità di taglio rogeriano, come fa lo stesso Giordani che ne è stato un diffusore: si de­vono valutare negativamente la concezione immanentistica dei valori, il circolo chiuso entro il quale si muove l’autorealizzazione (senza autotrascendenza), la fragilità scien­tifica degli argomenti a sostegno della concezione ottimistica della natura umana. E anche a livello operativo ci sono alcuni punti deboli: l’uso della non direttività può es­sere poco stimolante e far ristagnare il dialogo; la dicotomia tra direttività e non-di­rettività non è corretta, gli interventi in realtà si situano su un continuum che va dal­l’una all’altra; nel proporre una meta non c’è un piano concreto di azione, non si pro­pongono modelli di comportamento e di valori da conquistare.

Per rispondere ad alcuni dei quesiti che ci si ponevano all’inizio, non si può ridurre l’accompagnamento spirituale ad una questione di tecniche o di comportamenti: è l’in­contro tra le due persone con tutta la loro complessità (cognitiva, affettiva, interperso­nale) il vero luogo educativo, e sempre tenendo conto che in questo caso si tratta di fa­vorire l’accoglienza e la presenza di una terza Persona, lo Spirito di Dio, che opera in modo efficace e potente nella misura in cui gli si fa liberamente spazio. Le tecniche de­vono essere a servizio di questo intervento.

Ma anche gli atteggiamenti di fondo (sia direttivi o non diretti) che possono essere utili in certi contesti psicoterapeutici, qui appaiono sempre riduttivi. Per esempio: si vuole promuovere il bene delle persone nella loro trascendenza verso Dio, non solo la loro tranquillità, fiducia, senso di autorealizzazione; si vuole accogliere con una bontà che sia “segno” e strumento di quella di Dio Padre, e che è più di una accoglienza positiva incondizionata; si vuole ascoltare con un interesse e un amore, che va al di là della neutralità o dell’empatia più disponibile; se si vuole orientare alla ricerca della verità, non si può accettare di essere “direttori non-direttivi” (A. Plé) o “senza risposte” so­prattutto se si fa discernimento o accompagnamento vocazionale19. Un esperto di que­sto campo, il padre I.J.Allen, conclude che “nel suo insieme questo metodo deve essere  considerato come affatto non ortodosso” perché non prevede responsabilità e confronto, non accetta fondamenti etici20.

È tutta la persona della guida spirituale che educa, con la sua filosofia di fondo, la quale si esprime in tutti gli aspetti cognitivi, emotivi e comportamentali degli atteg­giamenti che mette in atto. E gli atteggiamenti operano attraverso le tecniche, cosic­ché queste non sono facilmente separabili da quelli. Non è dunque indifferente usare tecniche di­rettive o non direttive: esse toccano la sostanza, sono mezzi orientati al fine per il quale sono stati approntati.

In concreto, nessuna delle due metodologie se usate in modo assoluto ed esclusivo fa­vorisce l’internalizzazione dei valori trascendenti, che è lo scopo di ogni tipo di collo­quio spirituale cristiano, a maggior ragione se ha finalità di accompagnamento voca­zionale. Infatti la direttività favorisce la compiacenza, il soggetto cambia gli atteggiamenti solo perché è spinto a farlo dai guadagni o per evitare problemi e solo quando sa di essere controllato. Ma anche la non-direttività lascia la persona in preda al suo soggettivismo; il buon rapporto che si stabilisce con l’educatore potrebbe, se la persona è già matura, favorire l’assunzione dei suoi valori per mezzo del processo dell’identificazione. Ma le persone già mature sono la netta minoranza, la possibilità è scarsa e comunque il processo del­l’identificazione è troppo ambivalente.

 

Un modello pedagogico realista al servizio della vocazione

Il titolo di questa riflessione si concentrava su delle metodologie, su delle tecniche, ma abbiamo visto che esse non si possono adottare senza tenere conto del contesto antro­pologico e pedagogico in cui sono nate, per non correre il rischio di attuare un progetto educativo contrario all’antropologia cristiana. Inoltre abbiamo visto che un colloquio spirituale che voglia essere efficace non può ridursi ad un puro fatto di tecniche, né di risposte o soluzioni immediate, ma ha bisogno di essere sorretto da degli atteggia­menti educativi. Questo rimanda alla persona della guida, che è il vero strumento della crescita spirituale e vocazionale dell’altro, di cui si serve lo Spirito come maestro esteriore. Solo l’incontro tra le due persone che si coinvolgono cuore mente e vo­lontà, permette la crescita. Entrambe le metodologie direttiva e non-diret­tiva, sono riduttive e insufficienti, se prese in sé.

Allora tutto quello che abbiamo visto non serve a nulla? Bisogna cercare altrove il con­tributo delle scienze umane al colloquio spirituale o anche da queste metodologie si possono trarre categorie e indicazioni compatibili con un progetto pedagogico che ri­spetti e favorisca le vocazioni cristiane? Procediamo per gradi.

a) Innanzitutto chiariamo il fine del colloquio spirituale. Come processo concreto credo sia corretto dire che esso cerca di aiutare la persona a notare l’azione di Dio che lo chiama nei “frammenti” della sua storia; e nello stesso tempo aiuta la persona a leg­gersi in profondità per verificare se il progetto di vita che sta seguendo è una risposta coerente col piano di Dio, se si sta veramente lasciando guidare dallo Spirito, al fine di convertirsi sempre di più L’obiettivo non è la semplice maturità umana, ma è favorire l’internalizzazione, cioè una assimilazione per­sonale e progressiva dei va­lori evangelici che modifichi effettivamente il modo di vi­vere, per arrivare ad amare Dio con tutto il cuore, la mente e le forze, nella libertà, se­condo la propria vocazione. Ma per raggiungere questo obiettivo la guida deve essere abbastanza qualificata e competente da saper tenere conto delle predisposizioni umane del singolo chiamato. Il suo grado di maturità umana infatti, cioè le attese più realistiche o meno realistiche, le aree deboli di vulnerabilità che lo legano al passato o le aree forti di consistenza, hanno un grande ruolo nell’influenzare la pienezza della risposta vocazionale; perché condizionano il suo grado di libertà nell’accogliere i valori autotrascendenti della voca­zione. Si potrebbe invocare lo Spirito per sanare le ferite e crescere, e si deve; ma normalmente lo Spirito fa miracoli solo con la nostra collaborazione: il cammino della maturità cristiana è lungo, chiede molta preghiera, tanta pazienza, lavoro su stessi.

b) La guida spirituale deve essere allora animata né da pessimismo, né da ottimi­smo pedagogico, ma da realismo cristiano, frutto di una antropolo­gia cri­stiana inte­grale. Essa tiene presente che il chiamato è libero, ma fragile, segnato dal peccato; ha potenzialità innate che pos­sono divenire forze per lo sviluppo umano e per la vocazione cristiana; ma si porta dentro anche tendenze emotive dissonanti rispetto al Vangelo, a volte non coscienti. È proprio del realismo cristiano tenere conto che una parte del vo­lere emotivo della persona è in contraddizione con i valori evangelici, un’altra parte della emotività può invece servire alla vocazione e a questo va formata. La guida spirituale animata da realismo cristiano, come agisce? Non è né libertaria e permissivista, né auto­ritaria e pater­nalista. Parte dalla vita concreta del chiamato e prende in considerazione le sue domande, le sue lotte e le sue ansie. Esse sono occa­sioni preziose per arrivare al mistero della persona. Il primo errore da evitare è la­sciare il soggetto fermo al livello dei problemi che pone (= non-direttività) senza favo­rire la discesa in profondità per scoprire la vera domanda sottostante che è quella che lo aprirebbe al Mistero di Dio. Una pedagogia solo “soggettiva” trascura di fatto la per­sona e la abbandona. Il secondo errore è che sia la guida stessa a dare gli orientamenti (= direttività), non permettendo al chiamato di fare discernimento sulle sue risposte e autocorreggersi nella libertà per essere più autentico nella scelta delle motivazioni vocazionali. Una pedagogia solo “oggettiva” corre il rischio di far sì che i valori rimangano estrin­seci, imposti e sopportati anziché interiorizzati. L’unica via è quella di far incontrare il soggetto, il chiamato e i valori, specificamente quelli vocazionali, attraverso una educazione lenta e progressiva all’uso della libertà, che non è mai spontaneismo, né determinismo21. Bisogna superare la tentazione della ricerca di soluzioni facili, di certezze che derivino da esperienze immediate, illumina­zioni che tolgano ogni dubbio, oppure da ragionamenti logici, matematici. Per arrivare a decidere la propria vocazione, o per scegliere tra due beni il maggiore, non si può fare a meno di consultare i desideri e i responsi spesso contraddittori del proprio cuore, analizzare gli stati emotivi e i rapporti interpersonali, per arrivare ad una ve­rità che non si presenterà mai come una certezza assoluta alla quale aderire senza ri­schi, e specificamente senza il rischio della fede. La guida spirituale realista sa che l’appropriazione del vero e del bene, anche riguardo alla scelta vocazionale, non av­viene immediatamente (= ottimismo), senza il travaglio della critica delle intenzioni e dei desideri del soggetto. Né i valori oggettivi di ogni vocazione cristiana sono una re­altà estrinseca indipendente dallo sguardo e dal desiderio del chiamato da assumere una volta per tutte. Essi vivono se sono accolti in una interiorità che continua a porsi domande e a lasciarsi chiamare, che continua a perdersi per ritrovarsi. “L’oggettività è frutto di una soggettività autentica” 22.

c) Un primo movimento del discernimento che la guida deve favorire è allora quello di vedere e interpretare le domande, le lotte e le inquietudini anche piccole del chia­mato come “il manifestarsi di una ricerca, di un desiderio, di un confronto con il Mistero” stesso di Dio23;  nel frammento si trova il Tutto. Un secondo movimento è quello di favorire la purificazione di queste realtà che contengono sempre anche motivazioni spurie o strumentali, per riformulare e trasformare le domande iniziali; l’in­contro con Dio permette come effetto secondario di riconoscere e affrontare an­che le inquietudini umane. Per esempio, un giovane che dice di voler impegnarsi per una causa, di voler raggiun­gere un livello più alto di meditazione e di ricerca spirituale, di voler combattere per giustizia e la fratellanza nel mondo, può essere aiutato a vedere se queste ansie e lotte non rivelino che più in profondità c’è un desiderio di consacrarsi a Dio. E un giovane che sta camminando per consacrarsi a Dio, deve essere aiutato a vedere se insieme con questo obbiettivo non ci sia anche quello di trovarsi una identità positiva dopo tanta ricerca a vuoto, di trovare una comunità accogliente e affettuosa, di avere una regola che gli dia sicurezza…, affinché arrivi a coltivare solo le motivazioni vocazionali genuine e germinative. L’efficacia del colloquio vocazionale dunque (approccio “genetico”, Imoda), dipende dal mettere in discussione le domande più immediate e esplicite, senza svalutarle, ri­lanciandole o riformulandole ad un livello diverso per far emergere le aspirazioni im­plicite e nascoste, come fece Gesù col giovane ricco (cfr. Mt 19,16-22) 24. Si tratterà, per fare un altro esempio, di andare oltre il livello cognitivo o intellet­tuale della formulazione del problema (“voglio conoscere meglio i problemi che mi fre­nano nella decisione vocazionale”), che potrebbe essere uno schermo, per arrivare al livello emotivo ed interpersonale della difficoltà che blocca la persona magari da tanto tempo (per esempio la paura della proprie passioni, o di liberare un po’ di capacità af­fettiva per desiderare davvero).

Si tratta in generale di:

• ascoltare le domande, le lotte e le ansie,

• aiutare a formulare i desideri (“dar loro un nome”) che si muovono dentro la persona,

• spesso recuperandoli perché nascosti.

• E poi confrontarli, perché spesso sono in contrasto tra loro,

• esponendoli alla coscienza e quindi alla libertà del soggetto

• che potrà decidere cosa fare.

• Dà un aiuto indispensabile anche la ricerca, nella storia personale, delle radici nel passato di queste domande o di queste inquietudini, che spesso sono il segreto della loro forza positiva o negativa, di sviluppo o di blocco.

d) Abbiamo sottolineato come nelle due metodologie direttiva e non direttiva ci sia una differenza non solo di azioni (“tecniche”), ma di atteggiamenti e soprattutto di re­lazione che si stabilisce tra guida e chiamato. L’incontro, ma soprattutto la relazione che si stabilisce tra i due (e con lo Spirito!) è decisiva per l’efficacia del cammino. E la relazione di fatto si trova davanti ai problemi posti dalla direttività e dalla non-direttività. Cosa fare?

Potremmo porre il problema così: bisogna essere accoglienti e benevolenti, far sentire amicizia, simpatia, vicinanza anche affettiva, per far sentire fiducia, oppure questo in­quina il rapporto, distrae dai valori, rende troppo soggettivo il percorso e lo espone alle ambiguità di ogni rapporto interpersonale intenso; quindi bisogna mantenere le di­stanze affinché la persona “perda e ritrovi” se stessa? La risposta è che innanzitutto una relazione, come una comunicazione, per essere educante non può avvenire solo a livello riflessivo; è inevitabile che sia coinvolto il livello affet­tivo e anche quello pratico operativo, di entrambi i soggetti. L’ideale sarebbe raggiungere un  equilibrio tra avvicinarsi e distanziarsi (come tra gratificazione e frustrazione, stimolazione e stabilità, ecc.), ma non in teoria. Vicinanza e lontananza, con tutte le variazioni intermedie, sono delle occasioni educative che devono trovare l’equilibrio più conveniente nelle circostanze uniche e specifiche di ogni individuo, e non solo, ma l’allontanarsi e l’avvicinarsi potranno essere utili di volta in volta a se­conda di cosa sta vivendo la persona, in relazione alle sue chiusure o aperture. Per uno la vicinanza è desiderabile per recuperare un vuoto del passato, per un altro può favo­rire una chiusura in sé. Una volta la vicinanza può essere rassicurazione, un’altra può essere sfida; così il distanziarsi in certi momenti può essere segno di stima, fiducia e amicizia. Solo la conoscenza approfondita del soggetto e della sua storia, letta con la competenza di chi conosce i processi di sviluppo, permette di decidere quale atteggia­mento è più adatto. Solo una guida che sa stabilire una relazione matura, sarà capace di rispetto, cioè di sufficiente vicinanza e di corretta distanza. Così si innesca il pro­cesso del discernimento.

Tra i fattori che sembrano utili per raggiungere questo equilibrio nel colloquio spiri­tuale, se ne possono elencare tre fondamentali. La conoscenza dei processi di sviluppo della persona umana; il rispetto; l’empatia. “Nel rispetto c’è la possibilità di farsi disponibili, lasciando essere l’altro e aprendo uno spazio di comunicazione, attendendo, provando ad avanzare pronti a ritirarsi, ma eventualmente anche provocando, confrontando, sfidando” 25. L’empatia, distinta dalla semplice identificazione (fusione) e da ogni tipo di relazione narcisistica, “permette di muoversi avanti e indietro, passando con una certa facilità dall’esperienza dell’altro come sé, e del sé come altro (J. Urist)” 26. La competenza circa i processi di sviluppo, e la maturità umana e relazionale richiesta per l’esercizio benefico del rispetto e dell’empatia, sono qualità che si costruiscono con studio, tempo, esperienza, supervisione e saranno fruttuose se inserite in un cammino spirituale che renda la guida sempre più aperta all’ispirazione dello Spirito Santo.

 

Conclusione

Concludiamo con una nota circa il tema dell’obbedienza all’interno del colloquio spirituale, chiamato in causa dalla riflessione sulla direttività. Già alcune indica­zioni sono state date, ma una distinzione ulteriore può anche chiarificare. Si potreb­bero individuare diversi livelli o tipi di rapporto spirituale che si stabiliscono tra la guida e il chiamato: l’intensità di essi influirà sul tipo di obbedienza, sempre ricor­dando però che va mantenuta la distinzione tra foro esterno ed interno e quindi tra superiori che hanno una potestà soprattutto giuridica esterna e guida spirituale che  non ha una potestà di questo tipo.

Il p. A. Louf, monaco, studioso della spiritualità monastica antica ed esperto anche di scienze umane, distingue tre tipi di accompagnamento spirituale a livelli di profondità (e di obbedienza) crescente:

- il dialogo di accompagnamento, la forma più frequente e praticata da diverse figure (un fratello maggiore nella fede, un altro membro della comunità, un educatore, un amico ecc.); esso avviene in clima di fraternità e di amicizia spirituale, perciò la per­sona tiene in grande conto l’aiuto che riceve, ma prende le sue decisioni con una certa autonomia;

- la pedagogia spirituale, più specifica e meno comune, dove il maestro spirituale ac­compagna per un periodo più o meno lungo, ma molto intenso della vita spirituale in vista di un obbiettivo concreto: una scelta vocazionale, un periodo di formazione, il no­viziato, una crisi o una svolta nella vita, una prova particolare. La guida qui può an­che non essere di libera scelta, deve essere competente per raggiungere l’obbiettivo specifico in un tempo a volte limitato. Qui riguardo all’oggetto specifico di questo accompagnamento il discepolo concede all’intervento del maestro spirituale la priorità su quello di ogni altro confidente o su quello della comunità;

- il padre spirituale: figura abbastanza rara, come è stata concepita nell’antichità e soprattutto in oriente, è dotato di un carisma particolare per cui egli partecipa alla pa­ternità di Dio in un modo originale e intenso. È un dono che si riceve, non si può pre­sumere di esserlo solo perché viene affidato il ruolo. Si stabilisce con lui un rapporto unico e irripetibile fonte di grazia, di generazione spirituale e di scelte decisive. A que­sto tipo di paternità, rara, si accede con una grandissima disponibilità e trasparenza di cuore e le si concede grande autorità su di sé, sempre nella libertà dell’amore,  fin­ché è necessario per il proprio cammino spirituale27.

 

 

Note

1) Cfr. B. GiordaniFattori psicologici e metodologia, in B. Giordani - A. MercataliLa direzione spirituale come incontro di aiuto, La Scuola, Brescia 1984, pp. 207ss. A questo autore ci rifacciamo per buona parte del discorso sulla non-direttività.

2) Cfr. B. Giordani, ivi, che cita gli studi di M. Pagès sulla non-direttività.

3) Cfr. R. TaddeiLa terapia non direttiva di Carl Rogers, in Aa.VvLa direzione spirituale oggi, Dehoniane, Napoli 1981, p.139-143.

4) Da Y. Saint-Arnaudcit. in Giordani-Mercatali, p. 207.

5) J. MousseauConversazione con C. Rogers in Psicologia Contemporanea  2 (1975) 7, p. 45.

6) Giordani-Mercatali, p.208.

7) Per es. A. MitscherlichVerso una società senza padre, Milano 1970.

8) S. ConsoliLa direzione spirituale nella storia, in Aa.Vv. La Direzione spirituale oggi, pp. 26-27.

9) Antonio il Grande, in Vita e detti dei Padri del deserto, Roma 1975, I, p. 94.

10) G. CassianoConferenze spirituali, 2°, X-XI, in CONSOLI, op. cit., p. 28.

11) Giordani-Mercatali, p. 167ss.

12) Ivi, p. 209-211.

13) Ivi, p.38.

14) C. RogersLa terapia centrata sul cliente, Martinelli, Firenze 1970, pp. 55 e 94.

15) Giordani-Mercatali, p. 174.

16) Ivi, p. 176.

17) Y. Saint-Arnaudcit. ivi p. 158s.

18) F. ImodaSviluppo umano, psicologia e mistero. Piemme, Casale Monf. 1993, p. 13.

19) Giordani-Mercatali, p. 217 e 161-164.

20) J. J. AllenLa via interiore, la direzione spirituale del cristianesimo orientale, Jaca Book, Milano 1996, p. 156 s.

21) F. Imodaop. cit., p. 355-57.

22) Ivi, p. 356.

23) Ivi, p. 345.

24) C. M. MartiniGli esercizi ignaziani alla luce del Vangelo di S. Matteo, ed. C.V.C., Roma 1981, pp. 43-54.

25) F. Imodaop. cit., p. 363.

26) Ivi.

27) A. LoufGenerati dallo Spirito, ed. Qiqajon, Bose 1994, pp. 54-59.

 

OTTAVA RELAZIONE

Il salto di qualità dell’animatore vocazionale: un formatore di vocazioni con un metodo collaudato di accompagnamento

di Simone Giusti, Parroco e Direttore del Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi della Diocesi di Pisa

SIMONE GIUSTI

 

Educare è un atto educativo fondamentale della comunità cristiana, ha come oggetto la proposta, esplicita e tematica, dell’evangelo del Signore, per sollecitare alla sua accoglienza, come unico e fondamentale evento di salvezza.

 

L’EDUCAZIONE È COSA DEL CUORE

L’educazione alla fede si realizza attraverso l’unico linguaggio, l’unica struttura comunicativa che può dire la fede, la testimonianza: testimonianza della fede vissuta, celebrata, confessata dalla comunità cristiana, dalla famiglia, da coloro che a nome della comunità, sono messi accanto a coloro che debbono essere educati alla vita di fede, i catechisti, gli educatori. Si educa alla fede attraverso la testimonianza di fede e pertanto l’azione educativa non è mai atto puramente esteriore dell’educatore ma espressione di tutta la sua personalità cristiana. Tutta la sua persona è coinvolta in questo servizio educativo ecclesiale a partire dal suo cuore perché l’educazione alla fede è principalmente cosa del cuore.

Se educare è “suscitare persone”, è permettere all’uomo di accedere alla sua umanità, è introduzione al reale, a tutto il reale come può essere artefice di questa grandissima opera colui che la vive schizzofrenicamente, avendo in sé una dissociazione fra ciò che crede e ciò che insegna, che compie, che testimonia? Ora “educare con il cuore” non significa un’educazione basata sul lassismo e sul permissivismo. Non si tratta di “lasciar fare” ma di “lasciar essere”; non significa cadere in un “puerocentrismo” narcisistico, non significa cadere in una contemplazione sciocca del giovane e neppure vuol dire vivere una relazione pseudoparitaria dove l’educatore vuole essere l’amicone dei ragazzi e si mette in tutto al loro livello pur di farli sentire a loro agio, perché l’educazione avviene quando c’è un vero incontro tra la memoria e la novità, tra l’adulto e il giovane. Ora educare con il cuore è essere convinti che in ogni giovane, anche nel più disgraziato, esiste “un punto accessibile al bene”, che l’educatore deve cercare di trovare.

Educare con il cuore è avere fiducia nel giovane, sempre. È collocare al centro, dal punto di vista metodologico, l’amorevolezza che non è solo sentimento umano né solo carità soprannaturale: essa esprime una realtà complessa sostanziata da atteggiamenti, sentimenti, relazioni e condotte caratteristici. È dolcezza e carità che si esprime anzitutto nel rispetto verso la persona del giovane, specialmente quando si tratta di proporre loro valori importanti come quelli etici e religiosi. Affermava a questo proposito Don Bosco: Non mai annoiare né obbligare i giovanetti alla frequenza dei santi sacramenti, ma porgere loro la comodità di approfittarne (Scritti 168).

L’amorevolezza dell’educatore si manifesta ancora in una sua disponibilità ad essere sempre presente in mezzo ai ragazzi, disposto a qualsiasi sacrificio pur di riuscire nel suo impegno. L’amorevolezza poi non si cela ma con semplicità si manifesta. Scriveva Don Bosco nella “Lettera da Roma del 10.5.1884”: È necessario che i giovani non solo siano amati, ma che essi conoscano di essere amati (...) che essendo amati in quelle cose che loro piacciono col partecipare alle loro inclinazioni infantili, imparino a vedere l’amore in quelle cose che naturalmente le piacciono poco; quali sono la disciplina, lo studio, la mortificazione di se stessi e queste cose imparino a far con amore (Scritti 294).

Perciò l’educatore deve essere solidale con il mondo degli interessi, problemi e attività giovanili, ma senza rinunciare al suo compito, di persona adulta e matura, capace di proporre obiettivi ragionevoli, di dialogare, di stimolare iniziative valide, di correggere con amorevole fermezza condotte riprovevoli. In questa prospettiva sono chiaramente privilegiate le relazioni personali. È principalmente attraverso di esse che il giovane percepisce l’educatore quale “un padre, un fratello, un amico” che gli vuole sinceramente e concretamente bene.

Raccomandava a questo proposito Don Bosco (Scritti 79): Studia di farti amare prima di farti temere. La carità, la pazienza ti accompagnino costantemente nel comandare, nel correggere, e fa in modo che ognuno, dai tuoi fatti e dalle tue parole, conosca che tu cerchi il bene delle anime. È pertanto “educare con il cuore” amare in modo gratuito, amare per primo, amare ciascuno, amare senza possedere, amare per far amare Dio. Se l’educazione è cosa del cuore e i tratti distintivi dell’educatore sono la sua amorevolezza, la fiducia, l’attenzione alla singola persona, si comprende subito che l’azione educativa non può essere massificante ma personale e quindi attenta ai singoli soggetti.

 

PRINCIPI E OPZIONI PEDAGOGICHE

È alla luce di questa ben radicata consapevolezza che la azione educativa dovrà essere ispirata ai seguenti principi pedagogici.

Principio di interiorizzazione

Il giovane deve essere aiutato ad assimilare e a fare propria una scala di valori quale suo permanente equipaggiamento personale interiore: il limitarsi ad una semplice informazione o ad una pura imposizione dall’esterno non costituisce educazione: il giovane infatti cresce dal di dentro.

Principio di personalizzazione

Il termine ultimo dell’educazione è dato dallo sviluppo armonico del soggetto in linea con la sua dignità di persona. L’opera educativa perciò, mette in luce questa dignità, la rispetta con impegno scrupoloso e tende a destarne e rafforzarne il senso. Viene pertanto esclusa qualsiasi forma di strumentalizzazione: la persona è fine, mai mezzo. Tale principio richiama pure la scelta dell’individualizzazione che intende rispettare e valorizzare la singolarità e l’irripetibilità della persona del giovane.

Principio di autonomia

L’educatore deve intervenire in modo tale da rendere ogni giorno meno necessaria la propria presenza, e così favorire sempre più nel giovane la graduale capacità di proseguire da solo il cammino dell’autorealizzazione. Il cammino educativo esclude atteggiamenti possessivi o di tutela eccessiva. E la prima e principale opzione pedagogica sarà :

Il protagonismo dei giovani

Esclude tutte le concezioni che in modo esplicito o implicito presentano il giovane puramente come oggetto, come recettore, essere passivo, capace solo di ricevere e non di dare. Coglie il giovane come soggetto attivo, dotato di creatività, capace di donarsi, portatore di novità, chiamato a parlare, agire e partecipare in prima persona alla propria realizzazione che diverrà quindi autorealizzazione. Domanda che venga in lui continuamente destata la coscienza personale mediante un permanente appello alla libertà, responsabilità e originalità, all’interno di esperienze vive fatte a sua misura.

Alla luce di quest’ultime affermazioni diviene ovvio allora affermare che è necessario mettere sempre al centro dell’azione educativa la persona del giovane e che non è sufficiente un’azione educativa solo comunitaria, solo in gruppo, solo attenta all’insieme. È necessario un intervento educativo personalizzato nel gruppo e fuori del gruppo. Occorre che ogni singolo giovane sia aiutato, sorretto, accompagnato personalmente perché ognuno ha la propria andatura e il Signore non vuole che sia lasciato indietro nessuno.

 

L’EDUCAZIONE È UN GIOCO DI SQUADRA

Non c’è educazione se ogni giovane non è protagonista del proprio processo di educazione alla fede. Afferma il Papa nella Christifideles laici (n. 63): Nell’opera formativa alcune convinzioni si rivelano particolarmente necessarie e feconde. La convinzione, anzitutto, che non si dà formazione vera ed efficace se ciascuno non si assume e non sviluppa da se stesso la responsabilità della formazione: questa, infatti, si configura essenzialmente come “auto-formazione”.

Questa esigenza imprescindibile dell’educazione e in specifico dell’opera formativa cristiana chiama in causa tutti i soggetti che nell’azione educativa si relazionano con i ragazzi. Dipenderà infatti dai vari educatori (genitori, comunità cristiana e per essa sacerdote, catechisti, ecc.), se il giovane rimarrà in un ruolo passivo o se diverrà con loro l’artefice della sua formazione intuendone le motivazioni e radicandola quindi nella sua persona. In altre parole potremo dire che il giovane diverrà protagonista vero della sua educazione se i vari educatori avranno saputo avviare con ciascun fanciullo una relazione specifica e significativa.

A quest’ultimo proposito il pedagogista C. Nanni sostiene: Rispetto alla socializzazione e l’inculturazione, che spesso avvengono e si attuano in forma quasi automatica e anonima, nel diretto rapporto con l’ambiente e nel vissuto dell’esperienza sociale, l’educazione si specifica per il fatto di risultare da una relazione interpersonale specifica. Essa si realizza all’interno di un rapporto tra persone, e i suoi risultati dipendono oltre che dai partners del rapporto, dai contenuti, dai modi e dalla qualità della relazione stessa e dei processi di comunicazione che in essa si instaurano o la tengono in vita.

Una relazione interpersonale specifica, ricca e metodologicamente corretta è quindi presupposto indispensabile perché il giovane divenga protagonista del suo cammino formativo. Non è da credere che il giovane subito, dall’inizio di questa relazione interpersonale specifica, passi immediatamente dalla passività all’attività: è questa una linea da perseguire, un obiettivo da raggiungere, con pazienza, determinazione, fiducia nel giovane.

La pedagogia contemporanea mette sempre più in risalto l’aspetto attivo dei soggetti in formazione sostenendo che attorno ad essi deve ruotare l’attività educativa in generale e quella didattica in particolare. Si parla a questo proposito di educazione su misura dell’educando (E. Colaparède) o di educazione centrata sull’educando (C. Rogers). Se questo è un obiettivo importante da raggiungere, vitale perché i giovani non vivano la educazione come indottrinamento bensì come generazione ad una vita di fede liberante e realizzante pienamente tutta la loro persona, come perseguirlo?

Avendo, in primo luogo, chiaro che l’educazione richiede: tempi lunghi, un processo educativo vero e proprio, pazienza. Questo perché l’educazione non si accontenta che il giovane acquisisca un comportamento o un’abilità conoscitiva o pratica momentanea. L’educazione, la vera educazione tende al conseguimento di disposizioni comportamentali collegate con l’intera personalità e l’esperienza globale.

Fra i tre elementi sopra ricordati (tempi lunghi, pazienza, processo educativo) come necessari per raggiungere l’obiettivo del protagonismo formativo del giovane è opportuno soffermarci ulteriormente sull’ultimo dei tre: il processo educativo.

 

Il processo educativo

“Parlare (...) di educazione come processo vuol dire mettere in luce la dimensione temporale ed il suo dispiegarsi in una successione di atti posti in un preciso contesto, nell’intersezione, con altri processi personali, interpersonali, collettivi, all’interno della globale dinamica storico-sociale” (...). Significa “mettere in luce che l’educazione è fatta di una lunga serie di attività tra loro collegate e interdipendenti, fino a poter essere considerate come un insieme che debba essere, per quanto possibile, unitario e consequenziale, dotato cioè di sequenze coerenti e sufficientemente omogenee”.

Parlare della necessità di un processo educativo per raggiungere l’obiettivo di un protagonismo educativo del giovane nel proprio cammino formativo è quindi affermare la necessità di un disegno educativo organico, di un progetto educativo vero e proprio. Siamo dunque arrivati ad un punto nodale dell’educazione: essa deve essere attuata, come affermato chiaramente dai Vescovi italiani , attraverso un progetto educativo personalizzato e attento ai soggetti. I vari educatori (genitori, comunità cristiana, sacerdote-religioso/a catechista...) debbono quindi coordinare e far interagire i loro interventi educativi alla luce di una progettualità globale che assegna loro, in ragione del loro ruolo naturale, del loro ministero nella Chiesa, dei carismi e della missione ricevuta da Dio, dei compiti specifici e difficilmente sostituibili da altri.

 

IL GRUPPO: PRIMO LUOGO DI AIUTO SPIRITUALE PERSONALE

Parlare del gruppo come di un luogo ove si sviluppa un aiuto spirituale personale può sembrare una contraddizione. Il gruppo è una realtà comunitaria ove si compie un cammino comunitario; come può pertanto realizzarvisi un aiuto spirituale personale il quale, come afferma la stessa terminologia, è diretto alla singola persona? È questa una domanda legittima alla quale ognuno può dare una risposta affermativa se considera che ogni aggregazione ecclesiale mira (o dovrebbe sempre mirare), alla formazione della singola persona e non ad una sola identità di gruppo.

L’obiettivo di un cammino di fede autentico è la formazione di una persona con una chiara, forte identità personale cristiana, identità radicata in una altrettanta limpida e retta coscienza personale, identità aperta e in relazione con il noi della comunità, con il noi di un gruppo al quale si può eventualmente appartenere. Mai però il cammino di gruppo deve essere in antitesi con la maturazione spirituale delle singole persone di cui è composto, anzi il cammino di un gruppo è tanto più vero, autentico e fruttuoso nella misura in cui ciascun suo membro cresce e cresce avvertendo di ricevere non poco da tutti gli altri membri del gruppo. Proprio quest’ultimo aspetto è particolarmente importante per il discorso che stiamo facendo. Il gruppo non è una classe tradizionale ove la comunicazione è ordinariamente unidirezionale (dall’insegnante agli alunni e viceversa), ma è un’aggregazione dove la comunicazione è multidirezionale (dall’educatore ai ragazzi, dai ragazzi agli altri ragazzi, dal singolo o da tutti i ragazzi all’educatore), ognuno riceve ed è aiutato personalmente e non solo dall’educatore ma anche da tutti gli altri suoi compagni.

Pertanto gruppo, cammino di gruppo e aiuto spirituale personale non sono in contraddizione, ma dicono invece che la vita di un gruppo ecclesiale non dovrebbe essere mai massificante ma sempre sommamente attenta alla singola persona. Quindi si può affermare che un primo vero e forte aiuto spirituale personale può essere ordinariamente offerto a tutti nel gruppo di appartenenza.

Ora affinché questo aiuto si sviluppi in una aggregazione di giovani, occorre promuovere e attuare uno specifico tipo di gruppo: piccolo, vitale, relazionale, attivante tutte le facoltà dei giovani. Il raggiungimento di queste finalità è favorito dalla presenza nel gruppo dell’educatore.

“L’educatore, è particolarmente attento ai bisogni e agli interessi che hanno condotto i ragazzi ad aderire al gruppo e si muove dentro un orizzonte educativo plenario. Ne consegue un ampio respiro della vita e dell’attività del gruppo costantemente aperto a tutto il giovane e a tutto l’orizzonte del suo vissuto. L’educazione armonica e integrale punta infatti allo sviluppo graduale di tutta la personalità del giovane, in cui le dimensioni morale e religiosa assumono un’importanza fondamentale: in questo processo educativo, costituirà pertanto un impegno primario la formazione della coscienza dei giovani. Ciò significa aiutarli a leggere criticamente la propria vita, a sapersi interrogare nei confronti delle situazioni e degli avvenimenti quotidiani, a compiere responsabilmente le proprie scelte in adesione al progetto del Signore”.

L’educatore dovrà sviluppare questa sua azione educativa non solo in riferimento alla globalità del gruppo ma rivolgendosi specificatamente a ciascun giovane offrendo a ciascuno di essi personalmente il suo fraterno e amichevole aiuto. La vita di gruppo, quando ben condotta e non assolutizzata, reca a tutti notevoli benefici che sono poi gli stessi che si ricercano attraverso la direzione spirituale individuale: una conoscenza di sé più precisa, un arricchimento di dottrina e di esperienza, uno slancio maggiore per l’impegno cristiano.

Occorre stare attenti a non rendere la vita di gruppo esaustiva di tutta la vita spirituale del giovane facendo, ad esempio, coincidere vita di preghiera del singolo con i momenti di preghiera del gruppo, né pretendendo che nel gruppo si possano aiutare i ragazzi ad affrontare e risolvere tutti i loro problemi. Comunque, pur con i suoi limiti, la vita di gruppo è spesso l’unico modo per aiutare dei ragazzi che iniziano un cammino spirituale più personale.

È questa, quindi, una possibilità che va sapientemente accolta e sviluppata dato che, nella vita cristiana, il Signore può servirsi di molti sentieri per incontrare ogni uomo, e sicuramente l’aiuto spirituale personale fra ragazzi, fra ragazzi ed educatore, è uno di questi.

 

L’EDUCATORE E IL SINGOLO GIOVANE

Ogni figura educativa nella Chiesa, da quella del catechista, a quella del genitore, è espressione della maternità e paternità Divina, la quale ama sempre ciascuno di un amore unico e personalizzato: Può una madre dimenticarsi del suo bambino? Ma anche se ciò avvenisse Io non ti dimenticherò mai (Is 49,15). Il Signore ama tutti e tutto ma al contempo è attento al singolo figlio come fosse l’unico.

L’educatore è chiamato a esprimere sempre contemporaneamente questa duplice tensione: attento al tutto, attento a tutti, vicino a ciascuno personalmente. Due tensioni che non sono chiamate ad eludersi vicendevolmente ma ad arricchirsi e completarsi sinergicamente. Questa duplice tensione l’educatore la vive ordinariamente nel gruppo ma non solo in esso. Sarebbe un grave errore se egli considerasse la sua azione educativa circoscritta dai momenti di riunione del gruppo e trascurasse di ricercare occasioni individuali di dialogo con ciascun giovane.

Potranno essere occasionali, fortuite oppure accuratamente preparate e condotte, meglio se ben preparate. Ovviamente requisito primo perché si possa sviluppare questo dialogo personale extra-gruppo è una vera, sincera e cordiale amicizia fra l’educatore e il giovane; senza di essa tutto assumerebbe i contorni di una “chiamata a rapporto” e ogni comunicazione si spegnerebbe in una formale espressione di contenuti incapaci di creare un’autentica relazione educativa personale.

Amicizia e dialogo sono un binomio essenziale e inscindibile per qualunque educatore voglia individualizzare e personalizzare il proprio intervento educativo, un binomio necessario al fine di riuscire a porre sempre la massima attenzione all’originalità e alla ricchezza di ogni individuo, indispensabile per rispettare e promuovere la crescita personale dei singoli ragazzi. Sull’amicizia molto si è scritto e si conosce, sul dialogo molto meno. Pertanto cerchiamo di delineare i contorni e le caratteristiche di questo secondo elemento del binomio senza dimenticare il primo.

 

Il dialogo, luogo privilegiato per l’aiuto spirituale personale

“La forma più antica e più diffusa della comunicazione che sta alla base dell’aiuto personale è il dialogo di persona e persona. Molti riducono questo rapporto alle sole parole scambiate; ma una considerazione più attenta discerne altri elementi più complessi e più difficili da analizzarsi: il rapporto personale infatti non si esaurisce nella comunicazione verbale”. Valida in ogni campo, questa osservazione si impone con maggior forza quando si tratta di un rapporto spirituale quale quello fra educatore e giovane. Il rapporto spirituale implica quello tra modello, maestro e discepolo: il giovane non ascolta soltanto le parole del suo educatore, ma vive un rapporto di presenza personale reciproca.

Da questa affermazione deriva che il dialogo spirituale fra educatore e giovane si costruisce là dove c’è una comunicazione della vita di fede dall’educatore al giovane, dove sussiste da parte dell’educatore una capacità di ascolto, dove c’è una presenza cristianamente significativa dell’educatore, c’è un rapporto affettivo, c’è il consiglio e la preghiera. Riflettiamo singolarmente su questi cinque punti.

 

La vita profonda

Il dialogo fra educatore e giovane lo si costruisce per personalizzare la educazione alla fede, non è quindi un dialogo superficiale su cose banali ma va ad investire la vita di fede del gruppo e del singolo giovane, al fine di una interiorizzazione del Vangelo e di una conoscenza intima e personale del Signore Gesù. Questo esige dall’educatore una vita di fede profonda, pena l’incapacità di sviluppare un dialogo spirituale con ciascun giovane e probabilmente anche con l’intero gruppo affidatogli. Vita di fede profonda che dovrà implicitamente trasparire nel dialogo interpersonale al fine di far comprendere al giovane qual è la sorgente che anima la sua esistenza, il suo servizio, la propria speranza.

Capacità di ascolto

Se una prima caratteristica del dialogo spirituale fra educatore e giovane è la vita profonda dell’educatore che dovrà trasparire nella comunicazione, una seconda è la capacità di saper ascoltare il giovane e quindi di accettarlo nella sua situazione concreta. A poco servirebbero un fiume di consigli e di attenzioni da parte dell’educatore se prima egli non si fosse posto in ascolto della vita del giovane, non si fosse informato dell’ambiente familiare e sociale ove vive, non sapesse nulla del suo andamento scolastico, degli interessi che ha. Sarebbe un dialogo ben povero quello che non partisse da questo generale ascolto della vita del giovane, perché esso sarebbe poi incapace di decifrare le parole dette dal giovane. Le sue parole sarebbero come tasselli di un mosaico frammentato e difficilmente decifrabili perché prive di una visione d’insieme. Quindi capacità di saper ascoltare l’altro come volontà di immergersi nella situazione soggettiva globale dell’altro.

La presenza

Prima ancora di parlare, l’educatore influisce sul giovane, con il suo modo di essere. Egli cioè, con la sua sola presenza, è già rivelatore del Cristo e diffonde il senso dei valori evangelici. Li diffonde vivendo anche i semplici valori umani quali la cordialità, la serenità con cui va incontro, accoglie e dialoga con ciascun giovane. Nel dialogo l’educatore non ha bisogno di grandi parole perché parla e molto la sua vita. È necessario allora che egli sia autentico. Grave sarebbe la dissonanza fra ciò che verbalmente afferma in gruppo e nel dialogo personale e ciò che quotidianamente vive ed è continuamente sotto gli occhi del giovane. Quando la persona è autentica anche se le sue parole sono povere, per grazia di Dio, egli è capace di influire molto sui valori e sui comportamenti dei ragazzi che avvicina.

Il rapporto affettivo

Dicevamo precedentemente che senza vera amicizia non si dà nessun tipo di dialogo, ritorniamo su questa idea basilare per dire che l’educatore è chiamato a sviluppare un rapporto affettivo radicato nella carità soprannaturale. Egli, dicevamo all’inizio, è segno dell’amore di Dio che tutti ama. Dio ama tutti e ciascuno singolarmente. L’educatore ama tutti i ragazzi affidatigli e tutti i ragazzi in maniera specifica e personale, non temendo di manifestare loro questa carità soprannaturale con i gesti propri dell’amicizia. Nel dialogo interpersonale pertanto l’educatore eviterà ciò che potrà far credere al giovane di essere l’unico con il quale egli si rapporta in quel modo, e più in generale escluderà tutti quegli atteggiamenti o parole che dicono esclusività, privilegio. Ma al contempo non temerà di manifestarsi solidale, vicino al giovane e pronto a sostenerlo nel superamento dei problemi piccoli e grandi che vive.

Dialogo e preghiera

Finalmente il dialogo. Sì, consapevoli che il dialogo necessita di un prima, l’ascolto; di un clima, l’amicizia; di uno sfondo illuminante, la vita autentica e la profondità della vita interiore dell’educatore; il dialogo può avvenire. Ma qual è l’obiettivo di un dialogo fra educatore e giovane? Il superamento di problemi psicologici o sociali del giovane? No, perché l’educatore non è né uno psicologo né un assistente sociale, egli è un educatore alla fede. Certo non si chiuderà a questi problemi se emergono, ma non peccherà di presunzione credendo di potersi sostituire ad altri. Lo specifico del dialogo personale fra educatore e giovane è la vita di fede nel gruppo del giovane e ancor più particolarmente l’imparare a comprendere, a conoscere e vivere la volontà di Dio.

Pertanto due saranno gli obiettivi da perseguire nel dialogo:

- il cammino di fede del giovane nel gruppo;

- l’introduzione del giovane alla vita interiore personale, luogo principale della manifestazione al singolo della volontà di Dio.

Per il raggiungimento di questi scopi egli si donerà senza riserve ai giovani affidati e continuamente pregherà il Signore perché gli doni coraggio e costanza nel ricercare continuamente il dialogo, pazienza nell’ascoltare, saggezza nel parlare, autenticità nel vivere.

 

EDUCATORE E GIOVANE IN DIALOGO

L’educazione è un fatto complesso, esige un processo educativo graduale e organico, un progetto educativo specifico, degli educatori competenti e motivati. È necessario un dialogo personale fra educatore e giovane radicato nell’ascolto, riscaldato dall’amicizia, illuminato della vita autentica e dalla profondità della vita interiore dell’educatore. In questo contesto, dicevamo, il dialogo può avvenire ma affinché esso sia pienamente stimolante il processo evolutivo e rispettoso della libertà altrui è chiamato ad ispirarsi ai seguenti criteri:

• l’interlocutore è l’unico “esperto” del proprio vissuto e pertanto deve occupare una posizione centrale e privilegiata nello svolgimento del dialogo;

• è necessario stimolare le risorse presenti nella persona, rinviando a lui gli interrogativi, perché cerchi la risposta più adeguata;

• si deve promuovere nell’individuo il senso di responsabilità nel prendere impegni e decisioni.

Tre sono poi le avvertenze da avere sempre ben presenti:

• evitare di dirigere il dialogo scegliendo di aiutare il giovane “a prendere coscienza del proprio mondo percettivo, a riflettere sui vari aspetti della situazione esposta, a valutare il significato umano e morale del suo comportamento, a prendere decisioni assumendosene la responsabilità” ;

• comprendere empaticamente il giovane, cioè riuscire a vedere e a percepire la realtà come la percepisce il giovane, cercare di porsi dalla sua parte, dentro il suo campo percettivo;

• promuovere una sana autonomia, ovvero stimolare nel giovane un processo che lo porti ad un graduale mutamento del suo modo di pensare, di sentire, di agire.

Affinché un dialogo riesca, inoltre, occorre essere avvertiti in merito agli ostacoli alla comprensione, ovviamente per evitarli. Alcuni li abbiamo già richiamati, sia pure indirettamente, quando si è affermato che al centro del dialogo è necessario mettere la persona del giovane e non la nostra. Infatti, un ostacolo al dialogo è il nostro egocentrismo. Esso si può manifestare anche in forme “nobili”, come quando eleviamo noi stessi e il nostro comportamento a metro dell’agire del giovane e pertanto andiamo a citare frequentemente, come esempi, nostre esperienze.

Un altro ostacolo nasce quando ci incominciamo a considerare esperti di dialogo con i giovani e pertanto, sia pure inconsapevolmente, diveniamo direttivi. È ben vero che l’esperienza porta sicurezza però essa non deve mai portare l’educatore a sapere a priori ove condurrà il dialogo con il giovane. La risposta, il consiglio nascono dall’ascolto, la scelta potrà essere orientata dall’educatore ma dovrà essere assunta autonomamente e personalmente dal giovane.

Inoltre ostacolo al dialogo è la tendenza a giudicare chi si ascolta, accompagnata spesso da una certa rigidità mentale che porta a non accogliere l’altro così come è e quindi impedisce la nascita stessa di un vero dialogo. Certamente all’educatore è richiesta la fedeltà piena alla Verità ma essa non significa vedere le persone secondo le categorie “bene/male”, né assumere atteggiamenti di condanna, di rifiuto delle idee e spesso della persona. La Verità non è una spada con cui ferire, sconfiggere l’altro ma è una croce sulla quale stendersi per amore dell’altro affinché l’altro, illuminato dalla carità, si converta e viva in eterno.

Definite le previe condizioni per un dialogo interpersonale e gli obiettivi del dialogo nell’articolo del mese scorso, descritti i criteri, le avvertenze e gli ostacoli per e ad un dialogo, in questo articolo, proviamo ora a indicare una semplice ed essenziale metodologia, utile soprattutto per la fase incipiente del dialogo tra educatore e giovane. Una piccola metodologia per avviare un dialogo. È ben difficile infatti che all’inizio di un dialogo interpersonale il giovane formuli subito delle sue problematiche e chieda consiglio all’educatore. Esse affioreranno a mano a mano che l’amicizia cresce, la fiducia del giovane nell’educatore si fa salda, la sicurezza di essere ascoltati e capiti diviene granitica, l’autenticità e la profondità di vita cristiana dell’educatore verificata più volte. Allora il dialogo non avrà bisogno di molte metodologie perché fluirà come le confidenze fra due vecchi e cari amici ma all’inizio alcune note metodologiche possono essere opportune. Esse possono essere sintetizzate in tre punti.

• Aiutare il giovane a leggere e valutare la vita del gruppo nel quale è inserito, affinché riesca a coglierne gli aspetti positivi per la sua vita, ne evidenzi le lacune, ne individui i momenti da vivere meglio, intuisca le modalità nuove con cui egli dovrebbe porsi nel gruppo.

• Sollecitare il giovane ad esercitare verso l’educatore una sorta di correzione fraterna in merito principalmente al servizio educativo che l’educatore assolve nel gruppo, e al rapporto educativo che esso ha con lui.

• Una volta accolta la correzione fraterna può essere esercitata. A questo punto l’educatore può a sua volta dire al giovane il suo pensiero in merito al ruolo che il giovane svolge nel gruppo e alle concrete modalità con cui lo vive.

 

IL SACERDOTE, UOMO SPIRITUALE

Dal colloquio amicale alla proposta di una direzione spirituale

Il ruolo e il servizio del sacerdote nel processo iniziatico, all’interno della progettualità educativa è importante e molteplice. Il suo ruolo, e conseguentemente il suo servizio nel processo educativo e in specifico nell’accompagnamento spirituale dei giovani, discendono direttamente dal suo essere. Egli, nella comunità, per storia personale, per vocazione e ministero, è l’uomo spirituale, l’uomo di Dio preposto alla custodia delle cose sante e del popolo santo di Dio del quale deve esserne il buon pastore. Un buon pastore che come un amministratore fedele e saggio cerca di adempiere e di far accogliere, a tutte le persone di casa, la volontà del Signore. Sa di non dover guidare la comunità affidatagli, le persone assegnate alle sue cure pastorali, in base a idee proprie, soggettive, individuali anche se nobilissime, ma alla luce della positiva volontà di Dio che gli si manifesta attraverso il magistero pastorale della Chiesa, (alla cui definizione egli è chiamato a contribuire con un apporto significativo), e i segni che l’Onnipotente pone nella comunità e nelle singole persone a lui affidate, segni da discernere, comprendere, seguire. È in questo orizzonte teologico-pastorale che si colloca il ruolo e il servizio del sacerdote verso i giovani. Egli, anche verso di loro, è chiamato a manifestarsi quale: amico, padre, guida.

Amico: è chiamato a manifestare ai giovani la presenza, l’affetto, la compagnia, la luce di Cristo Gesù. Ma per far questo occorre in primo luogo che materialmente incontri, stia fisicamente in mezzo a loro, parli con loro. Se in passato la presenza del sacerdote in mezzo ai giovani era una costante, oggi è sempre meno frequente, sempre più formale, sempre più mediata dalle figure dei catechisti, degli animatori ecc.

Padre: il sacerdote è chiamato a manifestare ai piccoli la misericordia del Padre Celeste che non fa mancare ad alcuno dei suoi figli i suoi doni: il Vangelo che salva, i sacramenti che donano la sua Grazia, la Chiesa che sostiene nel cammino. Affinché questa manifestazione avvenga e sia colta in tutta la sua rilevanza e significatività dal giovane, occorre che essa non si limiti ad essere solamente rituale. In altre parole, difficilmente il giovane può cogliere il sacerdote come l’uomo del Vangelo se, ad esempio, non ha mai un colloquio personale con il sacerdote incentrato sul Vangelo, se mai gli avviene di parlare personalmente di Gesù Cristo e del suo messaggio con il proprio parroco.

Ancora più complesso sarà per il giovane comprendere il ruolo sacramentale del sacerdote, in particolare il suo essere “Alter Christi” nell’Eucaristia e soprattutto nella Riconciliazione, se non c’è dialogo, vicinanza. Infatti, come può scoprire un giovane che nel prete, in colui che ricopre quel determinato ruolo istituzionale, non c’è semplicemente un burocrate (sia pure di Dio), ma una persona, uno che era un giovane come loro, un giovane il quale anni fa si è talmente lasciato afferrare da Cristo da giungere a poter dire, per la grazia sacramentale ricevuta nell’ordinazione, “non sono più io che vivo, ma Cristo che vive in me”? Non potrà comprenderlo se non ha mai occasione di avvicinarlo e di parlargli personalmente, confidenzialmente, come farebbe con suo padre.

Questa scoperta è solo frutto di una vicinanza che diviene confidenza. Mancando questa, il prete è un personaggio fisso da sempre in quel ruolo e il suo sacerdozio diviene, per il giovane, una realtà difficile da comprendere e sicuramente una vocazione che non lo riguarda. Difficoltà ulteriori e specifiche, mancando questa scoperta della “alterità e ulteriorità” del sacerdote, si manifesteranno per il sacramento della Riconciliazione. Per questo Sacramento, più che per altri, è quanto mai necessario che il colloquio sacramentale sia preparato e facilitato da una reciproca e non superficiale conoscenza fra sacerdote e penitente. In misura in cui il sacerdote è conosciuto, accolto, compreso, amato, dal fanciullo, il rapporto sacramentale sarà alquanto facilitato e risulterà semplice, sereno, schietto, profondo, un dono importante. Si pensi a quanti giovani abbandonano la pratica della Confessione proprio perché provenienti da esperienze non positive vissute nella fanciullezza.

Guida: se il carisma proprio del sacerdote è quello di essere il buon pastore della comunità affidatagli (e lo è comunitariamente e singolarmente), egli dovrà esserlo in specifico, per ciascun giovane. Certamente non vive da solo questo servizio verso i ragazzi: i genitori, gli educatori, i catechisti, a loro modo e misura, sono guide dei piccoli, ma il sacerdote, per carisma e ministero, ha un proprium che altri non hanno. È tipicamente suo il compito di impostare e guidare la pastorale giovanile, e in specifico di essere per loro, sia pure in maniera non esclusiva, consigliere spirituale, guida, direttore spirituale.

Dovrebbe essere, quello del sacerdote, un aiuto spirituale che nasce dall’amicizia, prende forma nei primi colloqui sacramentali di riconciliazione, si consolida attraverso un dialogo spirituale frequente fra sacerdote e giovane, ricercato o, meglio ancora, invogliato, sia pure con molta delicatezza e rispetto, dal sacerdote medesimo. Il sacerdote dovrà cercare di porsi, nei confronti del giovane, prima di tutto con un atteggiamento di ascolto, poi con empatia, e comprensione, manifestando sempre pazienza, benevolenza, carità. È importante che questi colloqui spirituali siano caratterizzati da continuità e periodicità.

L’obiettivo primario, di questi colloqui, è aiutare il giovane ad avere un profondo, intenso e continuo rapporto con Gesù Cristo. Pertanto il consiglio spirituale del sacerdote dovrebbe essere un aiuto o sostegno specifico dato al giovane per la sua educazione ad una vita di preghiera, ad una vita spirituale centrata in Cristo Gesù, ad un’educazione all’ascolto del Signore il quale gli si rivela in vari modi (nel segreto della coscienza, nella loquacità delle Sacre Scritture, nella preghiera, nella Liturgia, negli avvenimenti, nell’altro, nell’agire e nel parlare magisteriale della Chiesa...).

Questa educazione spirituale risulterà indispensabile al giovane per imparare, come il giovane Samuele (cfr. 1Sam 3,1-10), a riconoscere la voce del Signore, a fidarsi di Lui ed avere il coraggio necessario per iniziare a vivere, sin da piccolo, la volontà di Dio ogni giorno. Si può quindi affermare che contenuti principali di questi dialoghi spirituali dovrebbero essere l’introduzione alla vita interiore e l’educazione al discernimento spirituale.

 

IL DISCERNIMENTO

Il discernimento è una virtù biblica quanto mai necessaria ad ogni cristiano. Tanto più essenziale a colui che intende promuovere la crescita umana e cristiana dei giovani. Ogni educatore è chiamato ad accostarsi ad ogni giovane come ad un grande mistero di vita, sacro e inviolabile. Un mistero da sondare, da intuire, da discernere appunto, affinché il giovane sia aiutato a crescere in età, sapienza e grazia. È il giovane un mistero dell’amore di Dio, un mistero che solo il Signore può svelare. Pertanto l’educatore, se intende realmente mettersi al servizio della promozione integrale della persona del giovane, è chiamato ad essere uomo spirituale e sapiente, capace di discernere i segni di Dio.

È utile ricordare per inciso onde evitare inutili e dannosi equivoci nonché illusioni, che per essere uomini spirituali capaci di discernimento occorre vivere un’intensa, vera e autentica comunione con il Signore. Una comunione radicata nella purezza del cuore, nell’abbondanza dell’amore, nella luce della Grazia, e non appannata dalle miserie del peccato. Per avere occhi spirituali capaci di leggere i segni dello Spirito occorre essere uomini dello Spirito.

Fatta questa precisazione vediamo di cogliere i tratti salienti di questa virtù biblica: il discernimento.

 

Il discernimento spirituale

Il termine ha due significati distinti:

1. In un primo senso non significa altro che scrutazione dei pensieri del cuore umano. Inteso così, il discernimento è messo in rapporto con la fede di cui è, assieme alla profezia, una conferma miracolosa. È un dono singolare e grande di Dio, che possedeva, fra l’altro, quel grandissimo educatore che è stato Don Bosco.

2. In un secondo senso, quello di maggiore accezione comune, significa la ricerca della sorgente dei movimenti interiori del cuore umano, nonché di avvenimenti della vicenda umana, per stabilire se provengono da Dio oppure dagli uomini o peggio, se sono frutto di un inganno del maligno. È allora il discernimento un giudizio col quale l’uomo, di fronte a vari sentimenti o avvenimenti che lo invitano ad assumere determinati comportamenti e dei quali non ha chiara l’origine (sono buoni o cattivi?), ravvisa in essi (sentimenti o avvenimenti), con una buona dose di certezza (si parla a questo proposito di certezza almeno prudenziale), la presenza dello Spirito di Dio o del mondo. Ravvisa, cioè, se quella mozione interiore che avverte dentro di sé viene da Dio oppure no. Noi consideriamo il discernimento in questa seconda accezione.

Si può arrivare alla certezza di giudizio su sentimenti o eventi, ovvero al discernimento, attraverso due modalità.

1. La prima è, ancora una volta, un singolare dono di Dio ed è pertanto una modalità eccezionale. È il discernimento di San Paolo sulla via di Damasco, il quale, per singolare luce dello Spirito, comprende il significato spirituale della sua caduta e della sua visione. Consiste, cioè, in un istinto o luce particolare, che dona lo Spirito Santo per discernere, con giudizio retto in sé o negli altri, da quale principio procedono i moti interni dell’animo, se del buono o del cattivo.

2. Vi è una seconda modalità, più comune e alla quale ogni cristiano è chiamato a esercitarsi. È, per fare ancora una volta un esempio, il discernimento narrato da Sant’Agostino nelle sue “Confessioni”. È un discernimento frutto di un giudizio maturato alla luce della Parola di Dio, della parola della Chiesa (si pensi nel caso di Sant’Agostino l’importanza che ebbe per il suo discernimento la parola di Sant’Ambrogio), dell’insegnamento dei Padri della Chiesa, dei dottori della Chiesa (Santa Teresa d’Avila, Santa Caterina, San Tommaso, ecc.), dell’esperienza di tutti i santi e dipendente dal lume della propria saggezza e prudenza. È grazie a questo giudizio di discernimento che comunemente un giovane matura la decisione di abbracciare un determinato stato di vita (matrimonio, sacerdozio, vita religiosa, vita consacrata); è alla luce di questo giudizio di discernimento che si possono valutare sentimenti e situazioni personali o altrui. È il discernimento, penso lo si sia compreso dalle considerazioni precedenti, un’arte assai difficile e tuttavia necessaria ad un educatore.

Le ragioni di questa difficoltà stanno nel carattere sovente interiore e spirituale dei movimenti da scrutare, nella loro origine preternaturale e soprannaturale, nell’astuzia del maligno che cerca di insinuarsi velatamente trasformandosi in angelo della luce. Tutto questo porta a dire, allora, che il discernimento è sempre un giudizio che non ha mai i caratteri dell’infallibilità, e, pertanto, occorre andare cauti con le conseguenze personali, interpersonali, o collettive di giudizi di discernimento. Come ulteriore elemento per formulare un giudizio di discernimento, è utile riflettere, alla luce ovviamente della Sacra Scrittura, su come si presenta nell’uomo l’azione di Dio. Essa (l’azione di Dio) si manifesta nell’intelletto e si ripercuote nella volontà dell’uomo. Dall’intelletto l’azione di Dio, quando è veramente tale, è colta come: verità, gravità, luce, docilità intellettuale, discrezione, umiltà. Nella volontà l’azione divina è contrassegnata dai seguenti criteri: pace, umiltà sincera, ferma fiducia in Dio, timore di sé, docilità della volontà, rettitudine d’intenzione, pazienza nelle avversità corporali, morali e spirituali, mortificazione volontaria, semplicità, sincerità, libertà di spirito, desiderio di imitare Cristo, carità mansueta e disinteressata.

Certamente i segni con i quali si manifesta l’azione di Dio non mancano: occorre, però, e lo ripeto ancora, essere uomini spirituali per discernerli. Un educatore è chiamato a sperimentare prima di tutto su se stesso questo giudizio di discernimento prima di esercitarlo verso i giovani. In misura in cui, con l’aiuto di una saggia guida spirituale, è introdotto al discernimento spirituale sulla propria vita, potrà mettere al servizio dei giovani questa sua arte spirituale.