Nostalgie di Dio

nella coscienza

contemporanea

Giannino Piana


L'ipotesi della scomparsa della religione, avanzata dalla modernità nelle sue espressioni più radicali, risulta oggi largamente sconfitta. Il sentimento religioso, considerato come il residuato di una civiltà arcaica, preilluminista e preindustriale, sembra infatti resistere all'urto della ragione ideologica e strumentale. Anzi, si deve persino constatare un revival di forme religiose come reazione ad una interpretazione dell'uomo e del mondo di cui emergono con evidenza i limiti e le contraddizioni.
D'altra parte, proprio le manifestazioni assunte da questo revival mettono sotto processo l'ipotesi opposta, formulata dal cristianesimo tradizionale, quella cioè della persistenza della religione vera, conservata nella sua piena identità, nelle sue verità dogmatiche e nelle sue istanze etiche assolute. La religiosità che tende a prevalere nell'odierno contesto culturale è piuttosto un sentimento vago, dai contorni non ben delineati, che prescinde dalla dipendenza istituzionale o ne ridimensiona fortemente la portata.
Il postmoderno non è contrassegnato da una convinta adesione al fenomeno religioso, ma neppure dal suo rifiuto. Ciò che sembra connotarlo è una reviviscenza del «religioso» come dimensione esistenziale dalla quale non è possibile prescindere, senza che essa assuma per questo valenze ontologiche o diventi una risposta piena alla questione del senso. È dunque legittimo parlare del permanere nella coscienza contemporanea di una «nostalgia» di Dio, da non intendersi come assoluta postulazione della sua esistenza o come urgenza di definirne con precisione i lineamenti, ma come appello ad un principio trascendente di fronte all'accresciuta consapevolezza del limite umano e ai drammi spesso irresolubili dell'esistenza.
La comprensione dei significati e delle dimensioni di questa nostalgia del «divino» esige l'approfondimento del complesso quadro di fenomeni strutturali e culturali, che hanno provocato il cambiamento della società. La crisi delle grandi ideologie e la riscoperta della centralità del soggetto accentuano la differenziazione, favorendo forme di adattamento alla realtà connotate dalla tendenza alla privatizzazione e da identificazioni limitate, sia a livello personale che istituzionale. Anche le credenze religiose rischiano di soggettivizzarsi, attenuando la loro consistenza oggettiva, mentre l'appartenenza ecclesiale assume spesso il significato di un riferimento parziale e generico.
Questa situazione presenta tuttavia anche risvolti positivi, che non devono essere sottovalutati. La grande duttilità con cui si affrontano i mutamenti e la rivolta nei confronti dei processi di massificazione e di omologazione indotti dalla pressione sociale rivelano l'esigenza di un ricupero di identità soggettiva e di una più ampia apertura alla realtà. La stessa esperienza religiosa è spinta ad acquisire una più profonda personalizzazione e una maggiore attenzione ai segni del tempo.
L'ambivalenza dell'attuale congiuntura culturale è dunque la chiave di volta per interpretare correttamente la domanda religiosa dell'uomo. La categoria che forse è possibile utilizzare è quella dell'«indifferenza». Essa esprime, da un lato, la crisi della domanda religiosa o il suo stemperarsi fino a perdere ogni identità, ma denuncia, dall'altro, il bisogno dell'uomo di vivere in modo più differenziato il rapporto con il divino. Colta in tutto lo spettro allargato delle sue valenze antropologiche, l'indifferenza diviene pertanto il criterio privilegiato di analisi della mutazione della coscienza religiosa contemporanea.

Le diverse figure dell'indifferenza

Le analisi sociologiche sull'attuale situazione della religione sono concordi nel rilevare l'esistenza di uno status di grande fluidità. Accanto a processi di sempre più marcata secolarizzazione vengono infatti facendosi strada spinte consistenti in direzione opposta, contrassegnate cioè dalla riemergenza della domanda religiosa.
La stessa categoria della secolarizzazione, che veniva comunemente utilizzata negli anni settanta per descrivere l'evolversi dell'atteggiamento dell'uomo di fronte al fenomeno religioso, appare incapace di dare ragione degli aspetti polivalenti, talora persino contraddittori, della situazione attuale. La persistenza del «sacro» tradizionale e l'affiorare di nuove forme di religiosità sembrano denunciare il superamento della stagione secolarista e l'affermarsi di comportamenti segnati dal ricupero dell'istanza religiosa.
Ma di quale religiosità si tratta? A ben guardare ciò che caratterizza il contesto odierno è la ripresa di un sentimento religioso connotato da atteggiamenti sfumati e tolleranti, funzionale alla conquista di una stabilità esistenziale messa in pericolo dai processi di trasformazione della vita personale e collettiva. Un sentimento religioso che assolve il compito di securizzazione psicologica e di identificazione sociale, ma che non intacca in profondità le scelte quotidiane, le quali obbediscono ad altri criteri e ad altre logiche.
In questo quadro è allora possibile delineare alcune specifiche figure dell'indifferenza religiosa che, pur non avendo riscontro allo stato puro nei vissuti, costituiscono tuttavia altrettante modalità differenziate di rapportarsi al fenomeno religioso largamente diffuse.

La vanificazione della domanda religiosa

La prima di queste figure è quella dell'indifferenza intesa come rinuncia dell'uomo a porsi la stessa domanda religiosa. La secolarizzazione, nella sua forma più radicale, conduce alla totale vanificazione del fatto religioso. Ciò che caratterizza l'attuale situazione culturale è la crisi delle grandi domande di senso e di fondamento. La caduta delle ideologie e delle metafisiche è il segno più evidente di questa crisi. Essa coinvolge inevitabilmente anche il fenomeno religioso. Al rifiuto di Dio, che ha caratterizzato l'ateismo militante del secolo scorso e degli inizi del nostro secolo, si sostituisce così un atteggiamento di pregiudiziale chiusura nei confronti del problema religioso. Dio non è più combattuto, ma viene semplicemente ignorato, perché considerato inutile per la vita dell'uomo che ha imparato a cavarsela da solo nel mondo. La questione religiosa sembra divenuta irrilevante per le scelte quotidiane.
Il diffondersi della mentalità positivista, alimentata dal mito della scienza e della tecnologia, ha prodotto il passaggio da una lettura «misterica» della realtà ad una lettura «problematica», per la quale ciò che sfugge alla conoscenza razionale e all'esperienza empirica dell'uomo viene rifiutato come insignificante.
L'orientamento dominante è dunque a respingere ogni forma di apertura all'inedito e all'imprevedibile. La presunzione che l'uomo possa pervenire, attraverso la propria ragione, a dare senso compiuto all'interpretazione di se stesso e del mondo ingenera uno stato di sospetto verso qualsiasi interpretazione precostituita. La tentazione che affiora è quella di poter tutto spiegare, espungendo dal proprio orizzonte di coscienza ciò a cui non è possibile dare spiegazione.
D'altro canto, le logiche produttivistiche ed utilitaristiche, proprie della società consumista, mortificano valori come quelli della gratuità e dell'inutile, che costituiscono l'humus antropologico in cui si radica l'esperienza della fede.
Si deve riconoscere che a determinare tale svuotamento ha anche contribuito una presentazione unilaterale del fatto religioso da parte di una certa tradizione ecclesiale. L'aver troppo a lungo insistito sugli aspetti di funzionalità del fenomeno religioso - sia a livello psicologico che sociale - ha finito per generare una mentalità ed un costume che entrano in conflitto con l'esperienza odierna dell'uomo. La presa di coscienza del limite di tali funzioni - giustamente sostituite da un autonomo e responsabile impegno storico - rischia di mettere in crisi la stessa domanda religiosa, che, risultando del tutto gratuita ed improduttiva, viene da molti giudicata come irrilevante, e perciò trascurata.
Ma il livello più profondo della crisi che stiamo analizzando va rintracciato nell'affiorare di tendenze neonichiliste, caratterizzate da una percezione «debole» dell'esistenza e da una contrazione del tempo. Emerge infatti con sempre maggiore insistenza nell'attuale contesto culturale la convinzione che la questione del senso sia una falsa questione; che sia, in altri termini, più realistico accontentarsi di leggere la realtà nei suoi significati immediati, rifugiandosi nel presente e rinunciando ad ogni pretesa, considerata velleitaria, di progettare il futuro. L'indifferenza religiosa assume, in questo caso, i connotati di un radicale agnosticismo, cioè di una visione della vita che esclude in partenza qualsiasi riferimento di carattere religioso.

Il ritorno del «sacro» selvaggio

La seconda figura dell'indifferenza religiosa, con la quale dobbiamo fare i conti nel nostro tempo, è rappresentata dal diffondersi di forme di sincretismo accomodante, contrassegnate dalla mescolanza di elementi desunti da religioni diverse e persino dal mondo magico-superstizioso. Il ritorno del «sacro» è infatti oggi anche legato allo stato di insicurezza e di paura in cui l'uomo vive. Il boom della scienza e della tecnologia va di pari passo con la presa di coscienza del fallimento del modello di sviluppo costruito dall'Occidente. Appare sempre più evidente che il mondo «ominizzato», manipolato cioè dall'intervento dell'uomo, non è necessariamente un mondo più «umanizzato», più a misura delle reali possibilità di crescita umana. Gli effetti negativi prodotti dalla scoperta e dall'utilizzo di nuove fonti energetiche - si pensi all'energia nucleare - e le conseguenze devastanti di processi, che hanno gravemente alterato l'equilibrio uomo-natura, provocano l'emergere di un senso di sfiducia nelle stesse capacità razionali dell'uomo. La paura, che appartiene costitutivamente alla condizione umana, ha modificato i suoi caratteri: da paura «cosmica», indotta dall'esterno, derivante cioè da un mondo non conosciuto e non dominato, si è trasformata in paura interiore; l'uomo ha oggi sempre più paura di se stesso e del proprio dominio del mondo. Le scienze umane, in particolare quelle psicologiche, svelando i meccanismi profondi della coscienza, hanno largamente concorso ad accentuare questa paura. L'analisi scientifica ha infatti evidenziato l'intreccio complesso di forze oscure presenti nel cuore umano, dove albergano istinti di vita e di morte, energie liberanti ed energie distruttive.
Il «sacro» è così talora concepito come spazio entro cui rifugiarsi alla ricerca di una stabilità esistenziale, che non è più assicurata dalla ragione. Vi è, in altre parole, il pericolo di identificarlo con l'irrazionale e con l'esoterico; di pensarlo come sostitutivo di una ragione che si è rivelata precaria e alienante. Il ritorno ad esso è spesso proprio per questo contrassegnato più dalla fuga dal mondo che dalla valorizzazione positiva della condizione storica dell'uomo. La ricerca dell'al di là diviene allora una forma di rifugio di fronte alle tensioni della vita quotidiana piuttosto che una sollecitazione a risolverle mediante un concreto inserimento nella realtà.
A questa situazione va ricondotto il diffondersi di un sentimento religioso che si appropria, senza discernimento, di elementi di tradizioni diverse componendoli tra loro in modo del tutto eclettico. Non è infrequente riscontrare ai nostri giorni la presenza di una religiosità in cui i dati della tradizione cristiana risultano mescolati con elementi desunti da altre tradizioni religiose e persino da interpretazioni naturalistiche del mondo dietro le quali si nascondono concezioni dell'uomo e della vita profondamente diverse.
L'indifferenza non assume qui i tratti della negazione del fenomeno religioso o dell'affermazione della sua irrilevanza; si presenta invece sotto la forma di un'assoluta indistinzione. Il fatto religioso perde di identità specifica: esso viene fatto coincidere con l'adesione ad un «sacro» vago e generico, le cui manifestazioni rivestono aspetti di ambiguità e di doppiezza.

Verso un atteggiamento differenziato

Infine, l'ultima figura attraverso la quale è possibile rappresentare oggi l'indifferenza religiosa è costituita dall'emergere di modalità differenziate di vivere la fede e l'appartenenza ecclesiale. Più che di indifferenza si dovrebbe, in questo caso, parlare di in-differenza, nel senso dell'assunzione di un atteggiamento articolato e diversificato, che fa spazio alla diversità dei carismi individuali e di gruppo. E facile riconnettere tale atteggiamento alla condizione di complessità propria della nostra società, nella quale la frammentazione dei vissuti e il cumularsi delle appartenenze determinano fenomeni di forte selettività sul terreno della coscienza soggettiva.
Le modalità espressive nelle quali tale in-differenza si incarna sono diverse. Esistono anzitutto forme prevalentemente negative contrassegnate dalla tendenza ad un coinvolgimento debole e parziale nei confronti del fatto religioso. All'estendersi ín senso quantitativo del fenomeno religioso si accompagna lo stemperarsi della sua radicalità. Si assiste così allo sviluppo di forme di appartenenza sacrali, per le quali ciò che conta è soltanto l'adesione formale a momenti rituali, che adempiono ad una funzione di mera autogiustificazione. La stessa appartenenza alla religione ufficiale di Chiesa è talora connotata da questo modello utilitaristico e selettivo.
Dopo l'epoca della contestazione alle istituzioni, che ha coinvolto anche la Chiesa, è venuto determinandosi un atteggiamento più sfumato di tolleranza e persino di ricupero del loro valore positivo. Tale ritorno non si identifica tuttavia con un'accettazione totale delle loro proposte. Si tratta di un ritorno dettatoda motivi realistici - la necessità di fare concretamente i conti con i servizi da esse forniti - e caratterizzato da un'adesione limitata e parziale. La moltiplicazione delle appartenenze determina una ricerca dell'identità su strade diverse e con appartenenze a termine. Anche il rapporto con le istituzioni religiose è spesso vissuto in questa prospettiva con l'assunzione di posizioni differenziate e non sempre coerenti. La Chiesa è dunque percepita come istituzione utile, anche se questo non comporta necessariamente una piena accettazione di quanto essa propone.
Ma, accanto a questi rischi negativi, esistono aspetti positivi dell'in-differenza che meritano attenzione. La ricerca attuale di differenziazione nasce anche come forma di reazione nei confronti di una società e di una cultura caratterizzate dalla tendenza alla massificazione e alla omologazione degli individui. La spinta al ricupero dell'identità personale e di gruppo, tanto a livello sociale che ecclesiale, è un dato con il quale è doveroso misurarsi, perché rappresenta un tentativo fecondo di respingere pesanti forme di alienazione e di conformismo presenti nella società attuale.
L'in-differenza si presenta pertanto, a questo livello, con caratteri di profonda ambivalenza. Essa può infatti condurre alla perdita dell'identità religiosa o ad una forte limitazione dell'appartenenza ecclesiale, ma può anche costituire lo stimolo per una ridefinizione più autentica del senso dell'esperienza religiosa ed ecclesiale.

Prospettive per la nuova evangelizzazione

Il superamento delle diverse forme di indifferenza religiosa, presenti nell'attuale congiuntura storico-sociale, esige la messa in atto di una nuova evangelizzazione. Segnaliamo qui sinteticamente alcuni orientamenti che l'azione pastorale della Chiesa deve fare propri, se intende rispondere positivamente alle sfide della coscienza contemporanea riproponendo efficacemente la verità del messaggio cristiano.

La questione delle precondizioni alla fede

La situazione di accentuata secolarizzazione del mondo in cui viviamo impone, in primo luogo, l'esigenza di una ricostruzione delle basi fondamentali della stessa esperienza religiosa. La cultura positivista e la mentalità consumista dominanti hanno di fatto concorso ad alimentare una interpretazione dell'uomo ed una visione della vita incentrate su parametri che escludono, di per sé, l'apertura alla trascendenza. La messa in questione o la radicale emarginazione di valori come quelli della gratuità e del dono, del senso del mistero e dell'attesa, la sottovalutazione di dimensioni essenziali dell'esperienza umana - come quelle della festa e della contemplazione -, nonché l'assenza di apertura al diverso e all'imprevedibile, in ragione di una sempre più marcata pianificazione della vita, oltre ad impoverire gravemente il vissuto umano, finiscono per chiudere l'uomo in un orizzonte di lettura puramente immanente della realtà.
L'indifferenza, che nella sua forma più radicale coincide con la messa fra parentesi della domanda religiosa, comporta, per essere correttamente affrontata, il ripristino di alcune infrastrutture antropologiche ed etiche, che costituiscono le precondizioni alla fede. L'esperienza religiosa presuppone l'esistenza di supporti umani che la rendano possibile: solo laddove la vita dell'uomo si apre alla pienezza dei suoi significati diventa trasparente la necessità di porsi la domanda di senso e di dare ad essa una risposta soddisfacente. A questo livello diviene indispensabile fare spazio ad una vasta azione di preevangelizzazione, tesa a ricostituire le premesse culturali che sono alla radice della stessa domanda religiosa.
L'azione pastorale deve imboccare con coraggio questa strada, non commettendo l'errore di dare per scontato ciò che non è affatto scontato. L'assolvimento di questo compito, che non va concepito come disgiunto dall'evangelizzazione vera e propria, esige una presenza effettiva della Chiesa dentro la realtà storica volta a risignificare, soprattutto attraverso la propria testimonianza, valori dimenticati. La spinta all'acquisizione di tali valori da parte della coscienza contemporanea è infatti legata alla capacità di renderne evidente l'importanza e la possibilità di incarnazione nell'attuale momento storico.

Quale identità cristiana?

Ma questo non basta. Di fronte all'affermarsi di una religiosità sincretistica e al ritorno di un «sacro» selvaggio ed ambiguo diventa fondamentale la risignificazione dell'identità cristiana. L'indeterminatezza del sentimento religioso e lo sviluppo di tendenze irrazionali favoriscono la nascita di una sorta di indifferentismo nei confronti di proposte religiose ben delineate. Pur non rinunciando a fare appello al cristianesimo, l'uomo occidentale tende a stemperarne i contenuti, accogliendo acriticamente suggestioni e stimoli provenienti da altre religioni o da altre concezioni - talora radicalmente alternative - della vita.
Per reagire a questa situazione è anzitutto necessario ripristinare il ruolo della ragione, restituendole la sua piena dignità. Il rifiuto di forme di razionalità ideologica o strumentale non può significare rinuncia all'uso della ragione, che costituisce un elemento essenziale della ricerca umana. Si tratta di abbandonare una razionalità chiusa e totalizzante per fare spazio ad una razionalità aperta e proiettata verso l'infinito e il mistero: una razionalità simbolica che sappia assumere e rapportare creativamente tra loro le differenze, evocando costantemente il nuovo e l'inedito.
In questo contesto va collocata la stessa questione del ricupero dell'identità cristiana. La tentazione che può infatti affiorare, anche nel mondo ecclesiale, è quella di opporsi all'attuale stemperamento di ogni identità, frutto dello stato di complessità, mediante la ricostruzione di un cristianesimo sociologico e persino ideologico. È la tentazione di tornare al vecchio «regime di cristianità», che, oltre a risultare storicamente improponibile nell'attuale contesto di secolarizzazione, è soprattutto equivoco dal punto di vista evangelico. L'assimilazione del cristianesimo ad un'ideologia sociale produce infatti, da un lato, la nascita di posizioni integraliste, non rispettose dell'autonomia delle scelte storiche, e conduce, dall'altro, se esasperata, alla vanificazione dell'originalità del messaggio cristiano.
Il ricupero dell'identità deve invece realizzarsi puttosto nella prospettiva dí una risignificazione della fede, riscoperta in tutta la sua autenticità e radicalità nel segno del paradosso cristiano. Non si tratta certo di indulgere verso posizioni accomodanti o di mettere in atto processi di svendita o di annacquamento, giocando al ribasso, ma di tornare all'essenza del vangelo, ad un evangelismo puro, sine glossa, capace, proprio in virtù del suo radicalismo, di contrastare le logiche dominanti, trasformandosi in «segno di contraddizione» nei confronti della realtà mondana.
Questo non significa negare la necessità della mediazione culturale e talora persino il dovere di una presenza diretta e specifica dentro la realtà sociale. Si vuole soltanto ricordare che tali processi, per quanto necessari, non devono avere il sopravvento su ciò che è più importante e, in ultima analisi, decisivo: l'annuncio della novità cristiana nella sua dimensione originaria. Un annuncio che ha carattere dirompente e profetico, in quanto proclama una speranza che va oltre ogni segno umano: quella speranza che nasce ai piedi della croce come sconfessione della potenza mondana e come espressione del dono assoluto. È come dire che la identità cristiana trova la sua più profonda verità nella concreta testimonianza della vita; nella germinazione, all'interno della comunità cristiana, di stili di vita e di modelli comportamentali, che sappiano incarnare nella esperienza quotidiana le grandi istanze evangeliche.
Il divario, tuttora esistente, tra l'annuncio e il vissuto quotidiano può essere colmato solo dalla mediazione etica, cioè dalla produzione di un ethos situato, capace di far superare l'estraneità culturale tra esistenza nel mondo e dimensioni specifiche del cristianesimo. La comunità cristiana è, da questo punto di vista, chiamata a diventare momento fecondo di interiorizzazione di tali atteggiamenti; spazio reale all'interno del quale vengono riattualizzati gli orientamenti di vita che scaturiscono dal discorso della montagna, così da renderne trasparente la praticabilità e l'efficacia per la esistenza dell'uomo contemporaneo.tà diventi luogo di libera espressione dei carismi personali. Ciò comporta la capacità di fare spazio al rispetto del pluralismo dei modi di vivere la fede e l'appartenenza ecclesiale. Comporta soprattutto l'attenzione a distinguere ciò che è essenziale per la fede da ciò che è invece legato alle forme storiche in cui si incarna. Il rispetto di scelte ideologiche e sociali diverse tra i credenti, in quanto non incompatibili con la fede, presuppone inoltre la creazione di spazi di dialogo e di confronto, che favoriscano l'articolarsi dí una dialettica positiva e mutuamente arricchente.
Le prospettive pastorali segnalate impongono, in definitiva, una profonda riforma dell'immagine della Chiesa, cioè una risignificazione del suo modo di essere nel segno della povertà. L'evangelizzazione deve oggi più che mai privilegiare i poveri come soggetti del messaggio evangelico. Il che costringe l'azione pastorale ad abbandonare ogni mira di potere e a scegliere gli strumenti poveri e perdenti agli occhi del mondo come strada per annunciare, in modo credibile, la lieta notizia del regno del Signore.

Verso una pastorale più articolata

La condizione perché si possa correttamente procedere in questa direzione è lo sviluppo di una pastorale articolata che tenga conto del pluralismo dei carismi e dei ministeri esistenti all'interno del popolo di Dio. Di grande importanza è, al riguardo, la rivalutazione del ruolo del laicato nella comunità cristiana. Le sollecitazioni del concilio a promuovere una Chiesa in cui tutti si sentano parte attiva e responsabile sono oggi spesso disattese. Riaffiora la tentazione del clericalismo e il ridimensionamento della partecipazione. Tutto ciò proprio nel momento in cui ragioni di ordine teologico ed esigenze storiche imporrebbero invece l'attuazione di processi articolati e differenziati di presenza della Chiesa nella realtà. È perciò doveroso reagire a questo stato di cose, creando le condizioni perché la comuni-