Dio e il futuro

Claude Dagens *

dioefuturo

Andiamo verso una nuova evangelizzazione: a quale prezzo? A questa iniziale domanda risponderei in due maniere: – al prezzo del realismo, accettando di comprendere i cambiamenti enormi che segnano il nostro inondo; – al prezzo delle esigenze nuove e radicali che la pratica della nuova evangelizzazione richiede.

50 anni di cambiamenti

È relativamente facile metterli in evidenza, ma non è sempre facile accettarli.
– 1961: il mondo è una scena aperta all'avvenire, malgrado il permanere della guerra fredda e l'equilibrio nucleare fra il campo comunista e il campo occidentale. Ma le ideologie del progresso sono le più forti, in ambedue le parti. La storia è feconda di promesse, sia attraverso le rivoluzioni che si pretendono liberatrici, in particolare a Cuba, sia attraverso lo sviluppo economico governato dall'Occidente, che lo vuole estendere ai paesi del Terzo Mondo.
– 2011: il contrasto è impressionante. Il mondo vive oggi sotto l'insegna dell'imprevedibilità, dell'incertezza, dell'inquietudine. La crisi finanziaria ed economica è terribilmente rivelatrice di tale situazione: le leggi di mercato e le borse sembrano sfuggire a quanti hanno l'ambizione di padroneggiarle. E tali gravi disordini sono globali. Tanto più che l'Occidente non ha più la supremazia, che il pianeta è sì globalizzato economicamente ma si è anche frammentato, con numerosi poli di sviluppo, dal Brasile alla Cina, passando per l'India. Mondo incerto, duro e fragile assieme, privo di autorità riconosciute per assumerne il governo e una regolamentazione d'insieme.
E la Chiesa cattolica partecipa a tali incertezze con una convinzione difficile da trasmettere: le sperequazioni enormi fra i ricchi e i poveri non sono dovute soltanto alle trasformazioni economiche, ma ad un altro scarto assai più grave: lo scarto fra la ragione economica, che si nutre di cifre e di calcoli, e la ragione morale che è stata estromessa ma che fa appello a risorse reali dell'esistenza umana, come il rispetto delle persone, la solidarietà e la cura di vedere più lontano dei calcoli a breve termine. Diventare cristiani e vivere da cristiani in questo mondo incerto, non vuol dire imporre certezze è piuttosto iscrivere la forza debole della fede nel Cristo all'interno del tessuto della nostra società, assai prossima a molte altre in Occidente.

Esigenze radicali

Vi chiedo un piccolo sforzo, perché vorrei affrontare le questioni dal di dentro, dall'interno, da quanto il compito dell'evangelizzazione viene a svelare e a provocare in noi, soprattutto se non osiamo confessarlo. Parlerei dell'esperienza dell'evangelizzazione in ciò che ha di più paradossale, dei suoi aspetti contraddittori, insieme inquietanti e liberatori.

ESPERIENZA DI SOLITUDINE E DI SOLIDARIETÀ

È il primo paradosso. Come credenti, come discepoli e testimoni di Gesù risorto, dobbiamo vivere una solitudine vera. Talvolta anche nelle nostre famiglie, realtà piuttosto dura. Spesso con amici che amiamo e che ci amano. In mezzo a una folla di gente. Essere legati a Dio e sapere che Dio è realmente legato a noi, anche se gli altri lo ignorano.
È un'esperienza molto profonda, nel silenzio degli altri. Faccio spesso una simile esperienza non nella cattedrale di Angouleme, ma a Parigi, in metrò o sull'autobus. Le persone non si parlano. Si evitano. Si gettano appena uno sguardo. Ma i volti parlano, e parlano di fatica, di lotte, di coraggio, di amicizie, di amori, di disperazioni. La fede in Dio comincia dai nostri sguardi attenti. E il credente è in mezzo a tutti qualcuno per il quale Dio diventa Dio, presente, vicino, vivente e sconosciuto ai più.
Questo atto di fede invisibile viiene espresso nella solitudine. Ed ecco il paradosso: esso ci rende solidali, solidali con tutti. Ci apriamo a Dio a nome degli altri che sono là. Proprio da loro siamo chiamati ad aprirci più radicalmente al Dio vivente, non soltanto per noi stessi, ma per questi uomini e donne impastati della nostra medesima umanità. Siamo in mezzo a tutti in nome di Dio e anche responsabili di tutti davanti a Dio. Tale convinzione, che potrebbe sembrare astratta, ha in realtà una valenza considerevole: la Chiesa vivente, se vive della fede in Dio, non può essere una fortezza assediata nella quale si preparano delle operazioni di riconquista. Essa vive non della propria apertura al mondo ma dell'apertura appassionata di Dio alla nostra umanità così complessa. Si comprende allora che l'evangelizzazione comincia con la contemplazione, con la preghiera. Come diceva Madeleine Delbrél, noi non abbiamo il diritto di parlare di Dio agli altri se non impariamo anche a parlare a Dio a nome degli altri, a partire magari da quanti si sono rassegnati alla sua assenza o al suo silenzio.

ESPERIENZA VIOLENTA E FRATERNA

Non vorrei scandalizzare, ma devo essere realistico. Sì, l'evangelizzazione è esperienza intimamente violenta, ma per ragioni plausibili. Non solo perché ci mette di fronte alla durezza del mondo (e noi a volte ci sentiamo come agnelli in mezzo ai lupi), ina soprattutto perché ci interpella, ci obbliga a una lotta interiore, a una conversione. Ed è quella conversione, nel profondo di noi stessi, a essere onerosa e insieme violenta. Non possiamo dire ad altri ciò che noi crediamo, finché noi stessi non accettiamo di andare al nocciolo duro della fede. E questo è il mistero pasquale, è la partecipazione al combattimento di Gesù quando apre il cammino a Dio, spossessandosi di sé medesimo. Ed è per questo che l'evangelizzazione non può mai essere una strategia, poiché ci chiede di dimenticare noi stessi, di perderci, per lasciar trasparire - a volte è uno strazio - la parola che non viene da noi, ma da lui.
Ma il prezzo di tale testimonianza è la necessità di rinunciare all'affermazione di noi stessi, è accettare la spoliazione di ciò a cui teniamo: le nostre abitudini, i nostri riflessi condizionati, il nostro bisogno di sedurre e dominare. Il regno di Dio che dobbiamo annunciare passa attraverso questa specie di disarmo interiore, di sacrificio che c iè chiesto di praticare. Il regno di Dio soffre violenza, la violenza di un uomo che afferma in parole e in opere la sua fede, totale per quanto possibile, in Dio, la sua scelta per Dio, il suo abbandono a Dio. Perché Dio passa attraverso di noi se ci siamo spossessati di noi stessi.
Ma, pur essendo violenta verso noi stessi, l'evangelizzazione ci rende fraterni nei confronti degli altri che incontriamo. È anche una conversione pastorale necessaria a tutti, preti e laici. Perché, a volte, e forse spesso, noi trattiamo inconsapevolmente gli altri come clienti. Per parte nostra, noi saremmo dei fornitori di beni spirituali: il Vangelo di Cristo e i sacramenti della Chiesa. Con l'esigenza di adeguare l'offerta alla domanda. E a volte siamo severi con questi poveri questuanti che non capiscono niente. Quella che mettiamo in pratica è allora una logica di mercato. Dobbiamo cambiare: questi altri, che non hanno parole per esprimerci le loro domande, non sono clienti, ma figli di Dio, e anzi segni di Dio.
L'evangelizzazione comincia con una scambio di sguardi, grazie a questo stile attento di riconoscerci. Allora, tutto può cambiare e - come ha scritto Madeleine Delbrêl - «la carità diventa evangelizzazione e l'evangelizzazione non può essere che fraterna... Non ci presentiamo come giusti in mezzo a peccatori, come diplomati in mezzo a incolti. Noi ci facciamo avanti a parlare di un Padre comune, noto agli uni, ignorato dagli altri; come dei perdonati, non come degli innocenti; come chi ha avuto la fortuna di essere stato chiamato a credere, a ricevere la fede, ma a riceverla come un bene che non è riservato a noi, e viene seminato in noi per il mondo» (Nous autres, gens des rues, Paris 1966, p. 271).
C'è, nell'opera dell'evangelizzazione, questo apprendimento sorprendente della fraternità. Lasciamo che Dio ci raggiunga attraverso gli altri per aprire le nostre coscienze e i nostri cuori alla sua presenza, a lui. Siamo in presenza di un fenomeno che ci supera, come nel Vangelo, quando Gesù mostra la sua ammirazione per uomini e donne venuti da altrove - il centurione, la samaritana - che lo obbligano - loro, pagani - a donare tutto se stesso.

L'ESPERIENZA DEL MALE E DELLA RINASCITA IN DIO

Di nuovo chiedo venia per il realismo della fede e dell'evangelizzazione. II credente è qualcuno che ha battuto la faccia, che si scontra non solo col mistero di Dio, ma col mistero di Dio in rapporto all'enigma così reale, a volte sconvolgente, del male. È proprio là che forse si trova il tratto più radicale della novità cristiana di Dio. Dio è per noi Qualcuno che si volge verso gli uomini per allearsi con loro (e noi siamo vicini al popolo giudaico che è testimone della prima alleanza), ma questa alleanza si inscrive nel più profondo e nel più buio della nostra umanità. Ciascuno, per sua parte, fa esperienza di questo profondo e questo buio. Di questo paradosso terribile che connota, nel inondo moderno, la realtà del male: il male è, allo stesso tempo, sovraesposto e negato. Pubblicamente esplode, e basta una scintilla, un crimine, una violenza perché pervada tutto lo spazio mediatico. E, nello stesso tempo, il male si nasconde, si cela nella memoria, e spesso se ne sta là, ma coperto dal silenzio, come un veleno segreto. Lo sappiamo bene, lo vediamo vicino a noi, talvolta in noi stessi, e di fronte a certe situazioni di disperazione che spesso accompagniamo da vicino, per via del ministero di ascolto e di consolazione che esercitiamo.
Ma mi domando se sappiamo credere, proprio noi, a quanto vi è di radicalmente nuovo nel mistero di Cristo. La sua croce e la sua pasqua non sono il segno della sconfitta e della morte, ma, nella sconfitta e nella morte, sono il segno di un nuovo inizio. Perché l'ingranaggio del male viene scardinato da una forza che non è di questo mondo, ma agisce in questo mondo: «Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno», «Oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,34.43). Madeleine Delbrêl insiste con vigore instancabile su questa legge nuova della vita eterna: «Il cristiano ha imparato da Dio le leggi della vita eterna che germina, cresce e si espande dalla nascita alla morte. Ma, dal momento che egli è cristiano, è responsabile della germinazione, della crescita, della fecondità di questa vita eterna nell'umanità: deve proclamare queste leggi fondamentali della vita a tutte le creature, deve viverle lui stesso, viverle anche per quanti le rifiutano, attraverso l'offerta volontaria della propria vita a lui, dono della propria vita o dono della propria morte. Tutto ciò ha un peso incalcolabile sul destino eterno dell'intera umanità» (Nous autres, gens des rues, Paris 1966, p. 267).
Ecco la nostra missione, che è duplice: accompagnare avvenimenti di morte, eppure ribadire ciò che Dio fa vivere e rinascere, e suscitare nella Chiesa quanto fa di essa una sorgente di speranza: tutto ciò che germina in ciò che scompare, tutte queste persone, bambini, giovani, adulti per i quali l'aprirsi a Dio è l'inizio di una vita nuova. Tutta la pastorale dei sacramenti si colloca su questo terreno, quello degli inizi di una vita eterna. Ammiro quanto ha spiegato Joseph Ratzinger ai catechisti riuniti a Roma nel 2000: ha spiegato loro che il simbolo più efficace della nuova evangelizzazione è il grano di senape: «Per il regno di Dio, come per l'evangelizzazione, vale sempre la parabola del grano di senape (cf. Mc 4,31-32)0. E insiste: non sogniamo «di attirare subito le grandi masse che si sono allontanate dalla Chiesa... Nella sua teoria dell'evoluzione, Teilhard de Chardin spiega "che l'inizio di nuove speci è invisibile e irraggiungibile dalla ricerca scientifica... le origini sono nascoste... Le grandi realtà cominciano nell'umiltà» («La nouvelle évangelisation. Conference lors du jubilé des cathéchistes, décembre 2000», Documentation catholigue, Hors de serie, 2005, n. 1, pp. 88-89).
Ci siamo: Dio ha un futuro come Colui che non cessa di nascere in mezzo a noi, come lo annuncia l'evento di Betlemme. Ma questo riferimento al Natale non è sufficiente. C'è un'altra nascita: quella che attraversa la croce, e noi abbiamo richiamato questo segno il 16 ottobre, entrando nella nostra cattedrale, passando sotto le braccia della croce: dall'esterno verso l'interno, prima, poi disperdendoci a partire da questo segno della croce, a braccia aperte e cuore aperto...
Non è un'evidenza. È una promessa di avvenire. Noi viviamo di una tale promessa e ne siamo testimoni.

* Claude Dagens vescovo di Angoulême

(Settimana, 15 gennaio 2012, n. 2)