La voce della teologia

nel brusio

delle opinioni

Possiamo parlare di Dio soltanto se parliamo con Lui

Walter Kasper

 

In occasione del settantacinquesimo compleanno del cardinale Walter Kasper, già presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, l'editore Herder ha pubblicato il libro Gott denken und bezeugen - scritto da due suoi allievi, padre George Augustin e Klaus Kraemer - e una nuova edizione tedesca dell'opera del cardinale Der Gott Jesu Christi. Pubblichiamo una nostra traduzione della prefazione che Kasper ha aggiunto al libro. 

Oggi la teologia esige un posto nella casa delle scienze, nel mondo della cultura e nella vita della Chiesa. Venticinque anni fa, con Il Dio di Gesù Cristo tentai di apportare il mio contributo alla determinazione di questo posto. Il Dio di Gesù Cristo si mostrò favorevole, con una formulazione consapevolmente molto polemica, a una teologia teologica. Al fine di trovare il proprio posto fra le molteplici offerte di senso e di riuscire a far udire al propria voce nel brusio delle numerose opinioni, la teologia deve innanzitutto e soprattutto sapere che cosa è. Può affermare la propria importanza soltanto se tutela la sua insostituibile identità di teologia, ossia di discorso su Dio, e se teologia e Chiesa non si riducono a istituzioni etico-morali. È tempo di parlare di Dio.
Questa prefazione alla nuova edizione intende essere un'introduzione in grado di rendere possibile una rilettura de Il Dio di Gesù Cristo (1982) alla luce dei grandi cambiamenti nella formulazione delle questioni avvenuti negli ultimi venticinque anni. A causa di numerosi altri impegni, non mi è possibile neanche una revisione parziale dell'abbondante letteratura apparsa nel frattempo. Per me è comunque più importante affrontare i profondi rivolgimenti spirituali, culturali, religiosi e politici degli ultimi due secoli. Anche in questo posso dedicarmi soltanto ad alcuni problemi, affrontati nel frattempo dal dibattito. Per me è importante anche fare riferimento al significato esistenziale e pastorale della teologia in questa nuova situazione. Di Dio possiamo parlare soltanto se parliamo con Lui.
In una situazione come la nostra, in cui il discorso su Dio viene in più modi contestato e al contempo è di nuovo attuale, la teologia deve innanzitutto determinare la propria posizione. Di Dio si può parlare in molteplici modi e così è stato nel corso della storia delle religioni. Tuttavia nella storia nessun'altra parola è stata tanto abusata, tanto insozzata e trascinata nel fango, nessun'altra parola è stata così tanto contrastata. Nella devozione cristiana, Dio è stato spesso addomesticato e minimizzato. Nell'"amare Dio" non si doveva più riconoscere il Dio vivo, apparso a Mosè nel fuoco divampante. Per questo motivo, desidero spiegare il titolo del mio libro, di quale Dio tratta il Dio di Gesù Cristo. È il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Marco, 12, 26), il Dio, apparso a Mosè nel roveto ardente (Esodo, 3, 6 - 14), che risplende sul volto di Gesù Cristo definitivamente come Dio che ama l'uomo e al quale Gesù si rivolge come a "suo Padre". Dio nessuno l'ha mai visto, Lui, il Figlio unigenito, lo ha rivelato (cfr Giovanni, 1, 18). Chi vede Lui, vede il Padre (cfr Giovanni, 14, 9).
L'attenzione posta sul "Dio di Gesù Cristo" non indica nessun particolarismo cristiano. Gesù Cristo è "immagine del Dio invisibile", nel quale e per mezzo del quale tutto è stato creato (cfr Colossesi, 1, 15). Egli è la luce del mondo, (Cfr Giovanni, 1, 4 e seguenti; 8, 12). In Lui risplende nuovamente il mistero del mondo e dell'uomo, come fu stabilito "all'inizio della creazione" (Marco, 10, 6). Attraverso di Lui vengono rivelati all'uomo in modo definitivo la propria dignità e la sua suprema vocazione, mentre gli enigmi del dolore e della morte, che altrimenti lo opprimerebbero, divengono chiari (Gaudium et spes, numero 22). Gesù Cristo, l'immagine di Dio si rivela e ci dona la nostra somiglianza a Lui (Genesi, 1, 27). Nella sua luce possiamo riconoscere meglio le numerose tracce di Dio nel Creato. Il punto di partenza cristologico del "Dio di Gesù Cristo" ci rivela nuovamente Dio quale "creatore del cielo e della terra" e quale Padre di tutti gli uomini (cfr Matteo, 5, 45).
Con l'apriori storico, ossia cristologico, dell'accesso a Dio, il Dio di Gesù Cristo riceve quanto è stato esposto dettagliatamente in Gesù il Cristo. Al centro dell'avvento e dell'annuncio di Gesù c'erano Dio e il suo Regno. Gesù volle parlare e agire al posto di Dio. Dio fu il centro di tutta la sua esistenza. Si può comprendere Gesù solo nel suo rapporto interiore ed eccezionalmente unico con il Padre. Quale eterno Figlio di Dio ce lo ha rivelato come Padre suo, nostro e di tutti gli uomini (cfr Matteo, 5, 45). Il Dio di Gesù Cristo deriva dal Dio della rivelazione storica presso Abramo, Mosè e i profeti, che, secondo il credo cristiano, ha raggiunto il culmine storicamente insuperabile in Gesù Cristo.
In particolare, Il Dio di Gesù Cristo scaturisce dalla confessione con la quale ognuno nel Battesimo diviene discepolo di Gesù ed entra a far parte della comunità ecclesiale. "Io credo in Dio onnipotente", questa confessione, che rende unita la cristianità altrimenti divisa e frazionata, si basa sulla testimonianza comune del Vecchio e del Nuovo Testamento. Quale prima frase del Credo essa è al contempo anche il principio di tutta la confessione di fede e dell'essere cristiani. Il primo e più importante precetto di Gesù è dunque quello di amare l'unico vero Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze, il che implica amare al modo di Dio il proprio prossimo come se stessi (cfr Marco, 12, 29 e seguenti).
Ciò che la teologia autentica dovrebbe evidenziare è la passione per Dio e per il suo regno. Tommaso d'Aquino poté dire che la teologia tratta innanzitutto di Dio, delle realtà create nella misura in cui hanno un riferimento a Dio quale loro origine o scopo. Perciò le numerose "teologie genitive" (della natura, della società, della liberazione, della cultura, dell'arte e così via) hanno ragione e significato fintantoché trattano il loro oggetto alla luce di Dio. Come direbbe Tommaso d'Aquino: trattano l'oggetto formale della teologia. La teologia vuole rendere onore a Dio in tutto e prima di tutto.
Una tale passione teologica non è assolutamente estranea al mondo e alla vita. Tommaso d'Aquino ha spiegato, nel senso della tradizione dei Padri, il carattere esistenziale di questa istanza teologica. Ha dimostrato che la beatitudine, ossia la definitiva realizzazione dell'uomo, non consiste nella ricchezza, nel potere, nel prestigio o nel piacere, ma nella conoscenza di Dio.
Lo affermano anche le Sacre Scritture: "Questa è la vita eterna: che conoscano Te, l'unico vero Dio e colui che hai mandato" (Giovanni, 17, 3). Dio è la verità ultima e definitiva sull'uomo e sul mondo. Solo Dio è grande abbastanza da soddisfare il desiderio del cuore umano. Dio solo basta (Teresa d'Avila). In particolari situazioni la passione per Dio diviene per amore dell'onore di Dio critica alle ideologie e alle idolatrie. Essa è parimenti passione per l'uomo e per la sua libertà, che non significa cieco fanatismo. In tal modo può spiegare che ciò che sembra un atto di sottomissione è in realtà un atto inaudito di liberazione da tutte le istanze terrene di assolutezza e l'ingresso in un rapporto personale di amore con Dio, che chiamiamo Padre nostro e riconosciamo come Padre di tutti gli uomini. "Servire Dio significa regnare" (Deum servire regnare est).
La confessione dell'unico e vero Dio di Gesù Cristo non è dunque soltanto una visione del mondo teorica. Non si deve dire solo che Dio è, che Dio è uno e onnipotente. Nella fede in Dio non si tratta solo di credere in ciò che la rivelazione svela all'uomo (fides quae creditur), ma anche e soprattutto di un atto personale (fides qua creditur), con cui ci allontaniamo dalle numerose divinità e dai molti idoli e ci rivolgiamo all'unico vero Dio vivo per aggrapparci a lui indivisi, con tutto il cuore, con tutte le nostre forze e in tutte le situazioni della vita, per trovarlo in tutte le cose, non da ultimo nel prossimo nostro, e per amarlo sopra ogni cosa.
In questo mondo restiamo però dei pellegrini che cercano il volto di Dio (Salmi, 27, 8; 42, 3). In questo mondo riconosciamo Dio solo in lineamenti confusi. Nell'eternità lo vedremo faccia a faccia (Prima lettera ai Corinzi, 13, 12). Lo vedremo "come Egli è" (Prima lettera di Giovanni, 3, 2). Per questo la scienza teologica è sempre scienza del peregrinare e della speranza. Da una parte la teologia lotta contro la pusillanimità, il disfattismo e la rassegnazione, che hanno smarrito il coraggio delle cose grandi (magnanimitas) e hanno abbandonato anche la questione di Dio quale fondamento e fine; dall'altra, lotta contro la superbia, l'arroganza e l'eccessiva fiducia in sé di ideologie che proclamano un mondo e una vita senza Dio e ritengono di poter vivere e dominare etsi Deus non daretur. La consapevolezza di questa speranza, fra pusillanimità e superbia, è importante per la vita e per la sopravvivenza in una situazione come la nostra, nella quale le promesse terrene per il futuro si sono rivelate una delusione e un inganno, le energie utopiche si sono andate via via estinguendo e la speranza è divenuta merce rara. Infatti nessuno può vivere senza speranza, né un singolo individuo né un popolo. "Ciò che si spera, se visto, non è più speranza" (Romani, 8, 24 e seguenti). Per questo la Bibbia parla di un Dio misterioso (cfr Isaia, 45, 15), e non intende dire che Dio si rende in definitiva inaccessibile alle naturali possibilità di conoscenza dell'uomo e che noi da immagini e parabole sappiamo di lui più ciò che non è che ciò che è.
Dio è molto di più come ha voluto dimostrare il Dio di Gesù Cristo nella nuova formulazione della tradizionale teologia negativa, nella sua rivelazione del Dio nascosto, del Dio che è comunque più grande (deus semper maior) di tutte le idee e di tutti i concetti, che possiamo farci di Lui. Secondo la celebre formulazione di Anselmo di Canterbury, Dio non è soltanto qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore (Proslogion, 2), ma anche Colui che è maggiore di tutto ciò che si può pensare (ibidem, 15). Egli va al di là qualsiasi nostra possibilità di pensiero e immaginazione. A ogni somiglianza corrisponde una maggiore non somiglianza. Gregorio di Nissa parla di "tenebre luminose" in cui Mosè entra sul Sinai.
Teologia viatorum e teologia negativa mettono in guardia contro l'informazione teologica arrogante, l'uso sfacciato di Dio per i nostri scopi e affari e l'approfittarsi di Lui per i nostri interessi. La teologia è dunque sempre anche una critica alle ideologie, che esse si presentino di "sinistra" con l'intento di cambiare il mondo, o di "destra", come religioni civili conservatrici che sanzionano lo status quo e garantiscono l'ordine pubblico. Grazie a questo atteggiamento critico la teologia conserva la trascendenza del mondo e dell'uomo al di là di tutto il constatabile e al di là di tutti i sistemi politici e di altro genere. Essa difende la verità, che rende liberi (Giovanni, 8, 32).
Il carattere liberatorio del discorso su Dio vale anche per l'ecclesiologia, che, a partire dal Concilio Vaticano II, è al centro dell'attenzione teologica. Forse, nella teologia parliamo troppo della Chiesa e delle sue istituzioni e troppo poco di Dio. Henri de Lubac, che ha fatto avanzare l'ecclesiologia come nessun altro, ha sottolineato: crediamo la Chiesa, non nella Chiesa. La riconosciamo nel Credo come "Chiesa santa", la crediamo Corpo di Cristo e dimora dello Spirito Santo, ma la Chiesa visibile non è Dio. Essa è una realtà creaturale e provvisoria. Quando alla fine Dio sarà "tutto in tutti" (Prima lettera ai Corinzi, 15, 28), la Chiesa come istituzione non esisterà più. Con fermezza Lubac mette in guardia contro una idolatria della Chiesa. Per quanto la teologia sia insediata nello spazio vitale della fede comune della Chiesa, non è ambito esclusivo di quest'ultima.
Le confessioni di fede della Chiesa sono autentiche, ma non sono in se stesse l'oggetto e lo scopo della fede. Sono autentiche perché, superando se stesse, rinviano a Dio. Esse avviano all'incontro e al dialogo personale con Dio così come alla partecipazione alla vita trinitaria di Dio. Ogni autentica teologia sfocia così nella dossologia, ossia in un rendimento di lode a Dio orante e riconoscente. In tal modo essa spiega che l'uomo esiste e si supera, ossia rende lode e prega al di là di se stesso. In tal senso, possiamo imparare molte cose importanti dalla tradizione ecclesiale orientale e dal suo radicamento nella dossologia liturgica, per prevenire il pericolo della "fissazione" della teologia. Questa visione può anche sdrammatizzare un'antica controversia con la tradizione della Riforma. Se la teologia è in definitiva dossologia, che deve sfociare nella preghiera personale, allora significa che la mediazione della Chiesa, che il pensiero cattolico ritiene necessaria, è, in definitiva, una introduzione a quella immediatezza con Dio, alla quale tiene tanto il pensiero protestante. La mediazione della Chiesa e l'immediatezza di ogni cristiano nel suo rapporto con Dio non sono dunque concetti contrastanti come invece la controversia teologica spesso indica. Si tratta di una immediatezza mediata, nella quale stiamo al cospetto di Dio senza mediazioni, ma non da soli. La nostra fede personale in Dio è resa possibile, promossa e sostenuta dal "noi" della fede della Chiesa in tutti i luoghi e in tutti i tempi.
Infine, la dossologia ha una struttura escatologica. Fra questioni e restrizioni di ogni tipo, essa anticipa lo scopo, al quale l'uomo pieno di speranza anela, e partecipa già da ora alla scienza Dei et beatorum. Il credente sperimenta fin da ora "qualcosa" della felicità escatologica. Perciò, il messaggio di Dio è messaggio di gioia e l'attività teologica relativa a questo messaggio dona profonda libertà e gioia interiore. La teologia, che insegna a comprendere maggiormente la fede, non deve destare malumore, ma risvegliare gioia per la fede. Essa offre luce e quindi gioia di vivere contro la perdita di speranza, di senso e di letizia. Può mostrare che la gloria di Dio è l'uomo vivo (Ireneo, Adversus Haereres, IV, 20, 7).
Per amore di Dio e dell'uomo è dunque tempo di parlare di Dio e quindi di parlare del Dio di Gesù Cristo.

L'Osservatore Romano - 6 marzo 2008