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Il dono della grazia /1

Luis A. Gallo


CAPITOLO PRIMO

Il popolo d'Israele, destinatario di un grande dono di Dio

 

 

Ciò che i cristiani chiamano «la grazia», o «la gra­zia di Dio», è una realtà che non può essere capita nel suo significato pregnante se non all'interno di un preciso quadro di riferimento, quello dell'azione del Dio Vivente in favore dell'umanità.

La fede cristiana poggia interamente sulla con­vinzione che Dio, il Dio in cui crede, non è indiffe­rente nei confronti di ciò che succede agli esseri umani e all'intera realtà, ma che viceversa è un Dio dalle «viscere materne» (/s 49,15-16) o, come diceva quel grande evangelizzatore dell'America Latina che fu nel secolo XVI fra Bartolomé de las Casas, un Dio che «anche del più piccolo e insignificante conserva una memoria fresca e recente». È così che l'ha dato a conoscere Gesù di Nazaret, il Cristo salvatore, me­diante i suoi atteggiamenti, la sua vita e le sue paro­le. Egli portò a pienezza la rivelazione del volto di questo Dio, una rivelazione che aveva avuto prima di lui un lungo e travagliato cammino nell'umanità, e specialmente nel seno del popolo d'Israele. Seguen­do quindi ciò che Dio fece in favore di questo popo­lo, nel quale anticipò «in piccolo» ciò che avrebbe poi fatto «in grande» nello stesso Gesù e, attraverso di lui, in tutti i suoi fratelli e sorelle, possiamo capire meglio come egli sia «il Dio della grazia» e, di con­seguenza, anche che cosa sia «la grazia di Dio».

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1. Un avvenimento di grazia a fondamento di una storia

 

Chi legge le pagine dell'Antico Testamento vi scorge con relativa facilità che il popolo d'Israele, suo principale protagonista, conservò sempre viva la memoria di un fatto straordinario avvenuto all'ini­zio della sua storia: l'esodo dall'Egitto. E scorge an­che che quel popolo considerò così importante tale avvenimento da farlo oggetto di costante meditazio­ne attraverso i secoli e di solenne celebrazione nella sua liturgia. Lo considerò sempre come un grande dono, inatteso anche se intensamente desiderato, del suo Dio. Possiamo affermare che, nella sua coscien­za, l'esodo dall'Egitto è l'avvenimento di grazia per eccellenza operato dall'amore misericordioso di Dio in suo favore.

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Un nucleo storico

 

Ora, per cogliere la portata di tale avvenimento di grazia è necessario rivisitarlo mettendo in eviden­za le sue principali componenti. Si tratta di una rivi­sitazione non priva di difficoltà. Infatti, come fan­no rilevare gli studiosi della Bibbia, noi non possia­mo conoscere oggi con puntuale precisione cosa sia avvenuto storicamente in quell'occasione, attorno al­l'anno 1250-1240 a.C. Non possediamo testimonianze storiche extrabibliche attendibili a questo riguardo,

e quelle bibliche non costituiscono un testo di sto­ria, ma sono piuttosto una confessione di fede nel Dio salvatore. Perciò, dal punto di vista storico, non sono pochi i problemi che sollevano. Risulta cioè dif­ficile stabilire fino a che punto ciò che i racconti bi­blici dicono abbia un riscontro nella storia avvenu­ta. Malgrado ciò, gli stessi competenti in studi bibli­ci sostengono la possibilità di cogliere, sullo sfondo della confessione credente, qualcosa di veramente sto­rico, di realmente avvenuto. Ed è questo ciò che c'in­teressa raccogliere e fare oggetto della nostra atten­zione.

Cosa dice quindi la Bibbia dell'esodo? Rispon­diamo in poche parole dicendo che lo presenta come un avvenimento inaudito e straordinario nel quale, per un'iniziativa totalmente gratuita e compassione­vole del Dio Jahvè, venne radicalmente rovesciata la sorte storica di un gruppo umano. Nel suo insieme lo descrive quindi come un processo, costituito da tre componenti sostanziali: un punto di partenza ac­centuatamente negativo, un movimento verso una nuova situazione, e un punto di sbocco altamente po­sitivo in confronto con quello iniziale.

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La schiavitù in Egitto

 

Parlando della situazione dalla quale prende ini­zio tale processo, i testi si fermano a descrivere la tri­ste e disperata condizione in cui si erano venuti a tro­vare quegli ebrei discendenti di Abramo che erano scesi qualche secolo prima in Egitto, spinti dalla fa­me che la carestia aveva portato alla regione di Ca­naan in cui prima abitavano. Un insieme convergente di fattori contribuiva a creare tale condizione.

In primo luogo, il fatto di vivere in una terra che non apparteneva loro come propria. Erano infatti ve­nuti dalla loro terra, invitati da Giuseppe, che i suoi fratelli avevano venduto ai mercanti madianiti (Gn 37,28), e che era arrivato col tempo e attraverso di­verse peripezie ad essere una specie di viceré, il se­condo dopo il faraone. Arrivati in Egitto, si erano soffermati con i loro greggi, per generosa concessio­ne del faraone, nella zona fertile del Gossen (Gn 46,31-34; 47,1-5).

Un secondo fattore era la condizione d'oppres­sione e di sfruttamento in cui, stando sempre ai rac­conti biblici, si erano venuti a trovare ad opera di un faraone salito sul trono dell'Egitto quattro secoli dopo. Questi in pratica li aveva ridotti in schiavitù, obbligandoli a fabbricare mattoni per la costruzio­ne delle città-deposito dove s'immagazzinava il gra­no (Es 1,8-14; 5,15-19). La loro condizione di schia­vi sfruttati era aggravata dai maltrattamenti cui era­no spesso sottoposti.

Il terzo fattore era la prospettiva di venire com­pletamente soppressi a causa dell'eliminazione dei na­scituri maschi (le donne non contavano) decretata dal faraone, impaurito dal loro eccessivo moltiplicarsi che metteva a rischio la sicurezza del suo regno (Es 1,15-22). Quindi, oltre al già pesante e triste presen­te, s'affacciava per loro all'orizzonte un futuro cer­to d'estinzione e di morte.

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Mosè, un personaggio fondamentale

 

Iniziatore del movimento che avrebbe rovesciato una tale disperata situazione fu Mosè, l'uomo «salvato dalle acque» (Es 2,10). Egli, allevato inizialmente nella corte faraonica e accortosi ad un tratto della sua vera identità che l'accomunava al gruppo umi­liato e sofferente degli schiavi ebrei, dopo un'inten­sa esperienza religiosa in cui, nel deserto, entra in con­tatto vivo con il Dio Jahvè (Es 3,1-15), scatena una serie d'interventi mirati a provocare un cambiamen­to radicale della loro sorte, interventi nei quali rie­sce a poco a poco a coinvolgere anche l'intero grup­po. Così questi poté vincere la caparbia resistenza del potente faraone e riuscì ad aprirsi una strada verso il deserto.

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Una situazione meravigliosamente nuova

 

Il punto di sbocco di questo movimento fu, sem­pre stando alla narrazione biblica, la nuova situazione in cui questo gruppo di schiavi usciti dall'Egitto venne a trovarsi. Grazie all'intervento del Dio Jahvè, reso efficace mediante l'azione di Mosè e in definitiva an­che del gruppo stesso, questo iniziò a vivere in una nuova condizione incomparabilmente più positiva di quella in cui si trovava prima.

Concretamente, essa consistette anzitutto nel fatto d'essersi scrollati di dosso la schiavitù, l'oppressio­ne e lo sfruttamento faraonico (Es 14,30), ma poi an­che nell'aver potuto conquistare e avere come pro­pria una terra che, idealizzando le cose, i testi dico­no «stillante latte e miele» (Es, Gs), e nell'aver po­tuto costituirsi in popolo libero e autonomo, acqui­stando anche una possibilità di futuro per sé e per i posteri.

Come si è detto, questa è, ridotta ovviamente alle sue linee essenziali, la descrizione dell'esodo che propone la Bibbia. Come tale è il risultato di ripen­samenti posteriori, e addirittura di proiezioni nel pas­sato d'esperienze vissute in tempi successivi dal po­polo d'Israele. Ciò che tuttavia si può ricavare so­stanzialmente dall'intera descrizione è che il popolo della Bibbia visse costantemente, lungo i secoli della sua storia, fondato sulla certezza di ciò che era capi­tato «agli inizi», quando cominciò a esistere embrio­nalmente come popolo. Si potrebbe esprimere il con­tenuto sostanziale di tale certezza così: grazie all'in­tervento benevolo e gratuito del Dio Jahvè, il grup­po dei suoi antenati, schiavo in Egitto e destinato a scomparire, si trovò improvvisamente davanti a una reale possibilità nuova di vita, e per di più di una vi­ta piena di promesse per il futuro.

Si può così dire, quindi, che Israele nacque come popolo da un dono. La sua stessa esistenza fu frutto di una grazia del suo Dio, una grazia che consistette fondamentalmente nel passare dalla morte alla vita, dal sepolcro, che era per loro in quel momento l'E­gitto, alla vita di una nuova esistenza libera e frater­na nella terra da Lui promessa. Non solo, si può an­che dire che questo popolo continuò a vivere in for­za di quel dono lungo tutta la sua storia. A poco a poco andò infatti scoprendo con sempre maggior chiarezza, nella fede, le sue implicanze, e ne celebrò gioiosamente la fonte - l'amore gratuito e pieno di compassione del suo Dio - e i frutti che andò ulte­riormente producendo nella sua esistenza di popolo.

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2. L'alleanza tra Dio e il popolo

 

A quanto è stato detto si deve aggiungere ancora un altro dato che può aiutare, già fin dall'Antico Te­stamento, nella comprensione di ciò che è la grazia di Dio. Secondo i racconti biblici, quello che avven­ne nell'esodo acquistò stabilità e anche maggiore so­lidità nella coscienza del gruppo appena liberato dal­l'Egitto grazie all'alleanza o patto che, sempre per una sua libera e gratuita iniziativa, il Dio Jahvè si­gillò con esso.

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Dio fa al popolo il dono della sua alleanza

 

L'esperienza (frequente nel mondo antico) di al­leanze mediante le quali due re di disuguale potere si univano in una comunità nella quale il più poten­te assicurava pace e protezione all'altro più debole, e ne riceveva in cambio lealtà e altre prestazioni ma­teriali, servì come da falsariga al popolo della Bibbia per esprimere una sua singolare esperienza. Questi si sentiva strettamente vincolato al suo Dio perché era profondamente convinto del fatto che, dopo aver strappato quel gruppo di schiavi dall'Egitto, Jahvè avesse sigillato con essi, e per mezzo di essi con tutti i loro discendenti, un'alleanza d'amore e di amici­zia, creando così in essi la coscienza di essere «il po­polo di Jahvè», la «sua proprietà» per sempre, di ave­re con Lui rapporti del tutto particolari.

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L'alleanza è presente in tutta la Bibbia

 

La narrazione della stipulazione di questa alleanza si ritrova per disteso nel libro dell'Esodo (cc. 19-24), ma la presenza del tema si coglie un po' dappertutto nella Bibbia. Infatti, come fanno notare alcuni stu­diosi, benché il termine «alleanza» (in ebraico «be­rit») non si trovi nei primi capitoli del libro della Ge­nesi che raccontano la creazione dell'uomo (Gn 1) e la sua caduta (Gn 2-3), l'idea vi fa come da sfon­do. Creando l'uomo «a sua immagine e somiglian­za» (Gn 1,26-28), Dio crea un essere capace di vive­re come suo alleato nell'amore e nella libertà; e se poi quest'uomo perde la condizione iniziale di feli­cità che dipinge poeticamente il quadro paradisiaco dell'eden, è perché, tentato dal serpente (Gn 3,1-6), rifiuta la proposta di Dio di vivere come suo partner e gli volta le spalle.

Dell'alleanza si torna a parlare, e questa volta uti­lizzando espressamente anche il termine che la desi­gna, nel racconto del diluvio. Il testo narra che con l'umanità nuova, salvata per puro dono divino nel­l'arca dalle acque distruttrici, ossia con Noè e la sua famiglia, Dio stipula liberamente un patto cui asso­cia la sua benedizione, garanzia di vita e fecondità. È un'alleanza che si estende all'intera creazione (Gn 9,8-17).

Quando poi la Bibbia inizia a raccontare la sto­ria della salvezza che avrà il popolo d'Israele quale principale protagonista, narrando la vicenda del suo capostipite, Abramo, sostiene che anche con lui il Dio Jahvè stipulò un'alleanza (Gn cc. 15.17). Grazie ad essa egli diventò «amico di Dio» (Gdt 8,22; Dn 3,35; Is 41,8; 2 Cr 20,7), tanto che Jahvè viene spesso chia­mato, nei testi biblici, «il Dio di Abramo». A que­st'alleanza Dio associò anche una promessa di vita traboccante. Abramo, infatti, si trovava in quel mo‑

14mento in una condizione disperata, soprattutto per la mancanza di una discendenza (sua moglie era ste­rile e lui era ormai vecchio: Gn 11,30; 15,2; 16,1; 17,1). Egli aveva davanti a sé un futuro di morte e Dio, facendosi suo alleato, gli promise di farlo di­ventare «padre di una moltitudine di popoli» (Gn 17,4), e di essere una benedizione per «tutte le fami­glie della terra» (Gn 12,3).

 

Alleanza come grazia e peccato come dis-grazia


Nell'attività svolta posteriormente dai profeti nel seno del popolo d'Israele, l'alleanza svolge anche un ruolo di grande importanza. Da una parte, essi ri­chiamano costantemente il popolo alla fedeltà al dono ricevuto da Dio e denunciano la sua infedeltà ad es­so; dall'altra, guardando al futuro, annunciano una nuova e definitiva alleanza, mediante la quale Dio porterà a pienezza di realizzazione, nei tempi mes­sianici, ciò che quelle precedenti contenevano germinalmente.

È frequente, negli scritti profetici, l'uso del pa­ragone del matrimonio per esprimere le realtà di cui stiamo parlando: Dio si è voluto unire a Israele co­me uno sposo pieno d'amore alla sua sposa, e atten­de da esso che corrisponda al suo amore. Ogni sua infedeltà viene quindi paragonata con crudo realismo a un adulterio (Os 1-2). Violare l'alleanza significa andarsene dietro ad altri amanti, abbandonando l'a­more di Colui che, dopo averlo liberato dalla schia­vitù ed essersi fidanzato con lui nel deserto, l'ha vin­colato a sé con uno stretto vincolo d'amore.

È in questo contesto che si capisce anche il concetto di peccato più di una volta presente nella Bib­bia. Ogni violazione dell'alleanza significa un volta­re le spalle a Dio, un rifiutare il suo amore sostituen­dolo con quello verso altri dèi, siano essi idoli reali o altre realtà che ne fanno le veci (atteggiamenti, azio­ni, oggetti, persone...). Il peccato, che ha luogo ogni volta che s'infrange il segno dell'alleanza - e cioè la legge quale cammino indicato da Dio per avere la vita e scampare alla morte (Dt 30,15-20) - è una vera «dis-grazia» per il popolo. Si spiega così lo zelo con cui i profeti lo denunciano. Essi vogliono ricondur­re il popolo a quella fedeltà che può renderlo felice ristabilendo il rapporto d'amore con il suo Sposo, vogliono restituirlo al suo stato di grazia.

 

La proiezione della grazia nel tempo: una promessa di futuro

 

C'è un testo dell'Antico Testamento che merita speciale attenzione dal nostro punto di vista: è quel­lo di Ger 31,31-34. Davanti alle molteplici infedeltà del popolo all'alleanza, il profeta annuncia in nome dello stesso Dio la promessa di una nuova alleanza per il futuro: «Ecco verranno giorni - dice il Signore - nei quali con la casa di Israele e con la casa di Giu­da io concluderò un'alleanza nuova. Non come l'al­leanza che ho conclusa con i loro padri, quando li presi per mano per farli uscire dal paese d'Egitto, un'alleanza che essi hanno violato [...]. Questa sarà l'alleanza che io concluderò con la casa di Israele do­po quei giorni, dice il Signore: Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi il mio popolo». Si tratta, come si vede, di un'alleanza che coinvolgerà il popolo inte­ro nel più profondo della sua interiorità, e che strin­gerà ancora ulteriormente i vincoli tra lui e il suo Dio, fino ad essere l'uno dell'Altro e viceversa.

 

3. Le implicanze dell'esodo e dell'alleanza

 

Come si disse sopra, il popolo dell'Antico Testa­mento andò scoprendo con sempre maggior chiarezza ciò che implicava questo dono che Dio gli aveva fat­to. Sviluppò, anzitutto, la consapevolezza di essere un popolo eletto e, poi, quella della corrispondenza che doveva al dono fatto.

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Un «popolo eletto»

 

L'avvenimento dell'esodo e la coscienza dell'al­leanza contribuirono a far sì che il popolo d'Israele si sentisse oggetto dell'amore e della predilezione del suo Dio, un sentimento che l'accompagnerà sempre attraverso i secoli.

È vero che, col passare del tempo, Israele travisò questa coscienza di popolo eletto convertendola più di una volta in motivo d'orgoglio e in fonte di di­scriminazione nei confronti degli altri popoli. Arri­vò anche a disprezzarli chiamandoli «goyim», un ter­mine carico di senso negativo nella sua bocca, e rite­nendoli oggetto del non-amore se non anche della ma­ledizione di Dio. Ciò tuttavia non intaccò la coscienza della gratuità della sua elezione. Se si chiede infatti alla Bibbia il perché dell'elezione di questo popolo da parte di Dio, essa ci dice che non ci sono altri per­ché al di fuori dell'amore gratuito di Dio stesso. Si possono ritrovare testi biblici che riflettono con tra­sparenza questa coscienza. Tra essi spicca quello di Dt 7,7-8 nel quale si legge: «Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli - siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, ma perché vi ama [...]. Il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re di Egitto».

E quando, come abbiamo già rilevato, i profeti annunciano il rinnovamento dell'alleanza da parte di Dio dopo le ripetute infedeltà del popolo, oppure preannunciano l'alleanza nuova del futuro, ci ten­gono a rilevare che l'iniziativa è sempre di Dio, del Dio pieno d'amore e misericordia che non si stanca mai di volere bene al suo popolo, malgrado le infe­deltà e i tradimenti. L'esodo e l'alleanza sono, in­fatti, il dono gratuito di un Dio che la Bibbia spesso qualifica mediante la metafora della roccia, per in­dicare la solidità e la stabilità delle sue promesse di benedizione.

 

La corrispondenza al dono

 

Un secondo aspetto implicato nell'esperienza del dono di Dio è la consapevolezza di dover corrispon­dere ad esso. A questo riguardo è interessante nota­re che ognuna delle alleanze accennate dalla Bibbia va accompagnata da un segno che la caratterizza. L'alleanza con Noè ha come segno l'arcobaleno (Gn 9,12-13). Mediante esso Dio fa conoscere la sua vo­lontà di pace verso la nuova umanità sfuggita per ini­ziativa sua alla distruzione del diluvio. Come l'arco­baleno preludia la fine di una tempesta nella natura, così esso preannuncia la serenità e la pace dopo il ca­stigo del Dio che «si pente» d'aver creato l'uomo al­la vista della sua cattiveria (Gn 6,6).

L'alleanza con Abramo è invece accompagnata dalla circoncisione (Gn 17,9-14), che diventa segno nella carne di appartenenza al gruppo che Dio ha vo­luto attirare e vincolare a sé con lacci di particolare amore.

All'alleanza con il gruppo uscito dall'Egitto s'as­socia invece l'osservanza della legge, data da Dio stes­so a Mosè sulla montagna (Gn 24,12). Mediante detta osservanza il popolo esprime la sua risposta al Dio che per primo l'ha amato fino a sceglierlo tra tutti i popoli della terra come suo amico. È il modo in cui traduce concretamente il suo amore sponsale con lui. Violando la legge, invece, come si è già detto, diven­ta «adultero».

È interessante notare che tale legge non contiene solo le indicazioni sul modo di comportarsi verso Dio stesso, ma anche sul modo di comportarsi verso gli altri membri del popolo e perfino con gli stranieri. L'amore al Dio dell'esodo e dell'alleanza, la corri­spondenza al suo dono d'amore e di elezione impli­ca quindi un modo concreto di vivere con gli altri, un modo che deve riflettere quello di Dio stesso. «Poi­ché Egli vi ha liberato e vi ha dato la vita quando eravate schiavi e nella morte, così dovete fare tra di voi», dice spesso in maniera equivalente la Bibbia in­citando il popolo a vivere secondo la volontà del suo Dio. Andare contro questo modo di comportarsi è una violazione dell'alleanza e quindi è commettere un peccato. Non si danneggia solo il fratello, ma si offende anche Dio stesso.

 

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