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Il dono della grazia /5

Luis A. Gallo


CAPITOLO QUINTO

Le dimensioni sociali della grazia

 

L'essere umano non è mai un individuo isolato. Come si è già ricordato più volte, la sua Vita e la sua Morte, il suo «stare bene» e il suo «stare male», dipendono anche dai rapporti che egli ha con gli altri suoi simili. L'esperienza ci dice che spesso in questi rapporti è di casa la Morte in mille modi diversi, e produce i suoi effetti deleteri. Perciò la grazia di Dio, in quanto Vita vincitrice della Morte, non può esse­re concepita come qualcosa di puramente individua­le, ma viceversa come qualcosa che interessa anche i rapporti di ogni essere umano con gli altri, a tutti i livelli.

Ciò vale indubbiamente per i rapporti che si crea­no tra gli individui, ossia quelli nei quali un io e un tu si conoscono personalmente e hanno un nome e un volto familiare; ma vale anche per i rapporti a lun­go raggio, quelli cioè propriamente sociali, con tut­to ciò che essi implicano. In quest'ultimo caso non è il tu a portata di mano il termine del rapporto, ma il tu o il voi che è al di là, magari nella massa scono­sciuta e anonima, e che si raggiunge alle volte attraverso passaggi molto complessi: il sindacato, il par­tito politico, l'organizzazione cittadina, le istituzio­ni statali, gli organismi internazionali ...

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1. La grazia è comunione interpersonale

 

«Non è bene che l'uomo sia solo», dice la Bibbia in una delle sue prime pagine (Gn 2,18). Si tratta di un enunciato che, nel testo, prepara e introduce, con un certo tocco di maschilismo, la creazione della don­na come «aiuto simile a lui». Ma, al di là di ciò che l'affermazione significa in esso, esprime un dato di esperienza umana fondamentale: la solitudine, quella solitudine che tocca profondamente l'esistenza umana e la rende triste e insopportabile, è sinonimo di Morte.

L'io umano sente di essere fatto per la comunio­ne con un tu, sente intensamente la fame di questa comunione, e se questo suo bisogno non viene in qualche misura soddisfatto, si sente profondamente male e finisce per morire per asfissia. Tanto la filo­sofia fenomenologico-esistenziale di questi ultimi de­cenni quanto la psicologia del profondo si sono im­pegnate, ognuna a modo suo, nel tentativo di scan­dagliare questo dato, e ne hanno evidenziato le no­tevoli implicanze. D'altronde, l'esperienza stessa lo conferma ad ogni momento. Molte forme di squili­brio psichico, che sfociano poi anche in manifesta­zioni perfino aberranti, hanno la loro radice nell'in­soddisfazione di fondo di non aver potuto appagare quest'attesa radicale.

In questo contesto si può capire come il rappor­to di autentica comunione con un tu (o con più tu) costituisca una vittoria sulla Morte. Esso offre la possibilità di far spalancare la propria chiusura asfissian­te per uscire verso l'altro, aprendo così uno spazio al respiro vivificante.

Di questo rapporto di comunione l'amicizia, come fanno notare tanti autori sin dall'antichità, è la forma più alta. Parliamo, ovviamente, della vera amicizia, quella che si fonda sull'incontro profondo, sul­l'accoglienza reciproca e sulla mutua fiducia. Essa è una autentica grazia del Dio della Vita.

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Le amicizie di Gesù

 

I Vangeli attestano che Gesù stesso visse intensa­mente questo rapporto, a giudicare dalle amicizie che coltivò con uomini e donne. In alcuni casi lo si dice espressamente. Per esempio, parlando di Lazzaro, colui che poco prima della sua passione Gesù risu­scitò dalla morte. Quando egli, stando lontano da Betania, venne informato circa la sua malattia, dis­se ai suoi discepoli: «Lazzaro, il nostro amico, dor­me, ma io vado a svegliarlo» (Gv 11, 11). E lo stesso racconto ci fa sapere che, una volta arrivato a Beta­nia, quando si trovò davanti alla tomba dell'amico, si commosse profondamente fino a scoppiare in pian­to. Tanto che la gente commentava: «Vedi come lo amava!» (Gv 11, 35-37). Ma anche delle due sorelle di Lazzaro, Marta e Maria, si dice che erano sue ami­che (Gv 1 I , 5).

Che poi egli abbia mantenuto un rapporto di ami­cizia con il gruppo dei dodici che lo seguiva dapper­tutto, appare chiaro dall'insieme dei Vangeli. Quel­lo di Giovanni riporta questa sua commossa dichia­razione, appartenente al discorso di addio dell'ulti­ma cena: «Voi siete miei amici» (Gv 15,14). Ma ol­tre a questo dato generale, ce n'è un altro, molto si­gnificativo: all'interno di questa cerchia di amici, c'e­ra una gradualità che andava dai dodici a tre di loro, e finalmente a uno, che egli prediligeva. Infatti, spesso i testi permettono di capire che Giacomo, Gio­vanni e Simon Pietro avevano con lui rapporti an­cora più intimi degli altri, dal momento che furono chiamati a partecipare a circostanze molto partico­lari e decisive della sua vicenda come la trasfigura­zione (Mt 17,1-2 e par.), la risurrezione della figlia di Giairo (Mt 5,37), la preghiera nell'orto (Mt 26,37). E nel Vangelo di Giovanni si parla in particolare del «discepolo che egli amava» (13,22; 19,26; 21,7.20), quasi sicuramente lo stesso evangelista.

Gesù, quindi, cercò durante la sua esistenza ter­rena di vivere un rapporto di comunione e di amici­zia con gli altri e, da quel che possiamo capire, tro­vò in esso una fonte di vita, di forza e di coraggio. Fu per lui stesso come un dono che gli veniva fatto dal Padre attraverso coloro con i quali si rapporta­va. Risulta poi molto significativo che i Vangeli af­fermino qualcosa di simile a suo riguardo dopo la risurrezione. L'episodio del dialogo di Gesù risorto con Pietro, riportato dal Vangelo di Giovanni (Gv 21,15-20), è molto rappresentativo in questo senso. Si legge in esso che per tre volte Gesù chiede a Pietro di dichiarargli la sua amicizia, quasi come a vo­lergli far cancellare, con questa triplice dichiarazio­ne, il suo triplice tradimento nel momento del processo che lo portò alla croce (Gv 18,17.25-27).

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Un testo illuminante

 

Da parte sua, il libro degli Atti degli Apostoli, che racconta le principali vicende della prima comu­nità credente di Gerusalemme dopo la grande espe‑

rienza della Pasqua, si preoccupa anche di descrive­re la sua forma di vita, l'organizzazione che si è an­data dando e il suo funzionamento. Come fanno no­tare gli studiosi del testo, tale descrizione viene fatta in maniera alquanto idealizzata, tratteggiando piut­tosto la meta alla quale dovrebbe tendere ogni co­munità che vuole vivere credendo in Gesù risorto e vivo, e non tanto ciò che di fatto viveva quella pri­ma comunità gerosolimitana. L'interesse del suo au­tore era quello di far vedere che, con la risurrezione di Gesù dalla Morte, si era inaugurata la fine dei tem­pi, ossia era avvenuto il compimento della grande Promessa di Dio. Perciò, quella che egli descrive è in realtà la comunità umana matura degli ultimi tem­pi, una comunità che è stata raggiunta pienamente dal dono di Dio annunciato da Gesù. È questa la ra­gione per cui, in una serie di piccoli sommari che in­troduce nei primi capitoli, si spinge a idealizzare la vita di comunione fraterna di quella comunità. Ad ogni modo, appunto perché carichi di un senso ideale, questi sommari sono utili per tratteggiare le linee por­tanti di una comunità che cerca di vivere al suo in­terno in coerenza con il dono ricevuto, coltivando un determinato tipo di rapporti tra i suoi membri.

Il secondo sommario, alquanto più articolato de­gli altri, viene collocato negli Atti dopo la narrazio­ne della guarigione dello storpio del Tempio ad ope­ra di Pietro e Giovanni e le vicende che la seguiro­no: il discorso di Pietro, la comparizione davanti al tribunale, la preghiera della comunità. Dice così: «La moltitudine di coloro che erano venuti alla fede ave­va un cuore solo e un'anima sola, e nessuno diceva sua proprietà ciò che gli apparteneva, ma ogni cosa era loro comune [...]. Nessuno infatti tra loro era bi­sognoso...» (At 4,32.34-35).

Il testo è, insieme a quello di At 4,44-45 che ri­porta il terzo piccolo sommario, un'esplicitazione di uno dei quattro pilastri (ascolto della Parola, comunione fraterna, frazione del pane e preghiere) su cui poggia la comunità, quello della comunione frater­na. Essendo, quello a cui si dirige, un gruppo com­posto da giudei e greci, l'autore si premura di espri­mere in maniera adeguata alle due sensibilità cultu­rali ciò che tale comunione suppone: «Erano un cuore solo e un'anima sola», dice, e con questa formula allude all'intima unione esistente tra le persone che la costituivano. Il «cuore» era, infatti, per i giudei, ciò che era «l'anima» per i greci, ossia la dimensio­ne più profonda della persona, il suo mistero più intimo.

I commentatori fanno ancora questo rilievo: di­re che i membri della comunità erano «un cuor solo e un'anima sola» equivaleva a dire che tra essi si verificava l'ideale greco dell'amicizia. Logicamente a un livello molto più profondo perché radicato nella fede in Gesù. Aristotele, per esempio, affermava che «è proprio degli amici avere una sola anima». Que­sti sono così profondamente uniti tra di loro dall'in­terno di se stessi, che arrivano a fondersi in qualche modo in una sola interiorità. Sono come due corpi con una sola anima (san Gregorio di Nazianzo). L'au­tore degli Atti riprese questo ideale greco e lo tra­dusse, per i suoi destinatari di cultura giudaica, con l'espressione semita «un solo cuore», che è il suo equi­valente.

Si vede allora come, secondo questi testi, l'ideale di una convivenza umana sia quella di creare una situazione tale in cui «nessuno sia bisognoso» in nessun senso, neanche dal punto di vista della comunione interpersonale. E proprio perché cercano di essere amici, cioè uniti dal di dentro, accogliendosi e do­nandosi reciprocamente, i membri di questa comu­nità possono superare la Morte causata dalla non-comunicazione e dalla solitudine. L'amicizia è, co­sì, un modo di produrre la risurrezione dei morti, di far germogliare, nei rapporti interpersonali, la po­tenza vivificante della risurrezione di Gesù.

Ciò è confermato ancora da un altro dato, l'esi­stenza nella Chiesa del sacramento del matrimonio. Esso, secondo la comprensione che ne ha la fede, ce­lebra l'amore sponsale tra un uomo e una donna. In questo senso esso è un sacramento, ossia un segno e strumento della grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo. Rende cioè ecclesialmente visibile l'amore di amicizia in una delle sue forme più alte, e allo stesso tempo gli conferisce solidità e fecondità. Si tratta di autentico atto pasquale, perché mediante esso due persone, grazie al loro amore mutuo, si strappano vicendevolmente dalla Morte per incomunicazione e solitudine, e si comunicano la Vita.

 

2. La grazia ha anche dimensioni strettamente sociali

 

Se guardiamo ora alle riflessioni che si sono fat­te in passato sulla grazia, constatiamo che quelle che sono arrivate a superare una sua concezione mera­mente «verticale» di comunione con Dio e si sono aperte a un'altra concezione che vi include anche la comunione fraterna, per lo più hanno circoscritto tale comunione nell'ambito della sola dimensione inter-individuale. Hanno certamente affermato che una componente del dono di Dio è l'amore fraterno, os­sia la capacità di uscire dal proprio egoismo asfis­siante per aprirsi agli altri, ma non hanno preso in considerazione le implicanze propriamente sociali che ciò comporta. Le affermazioni così perentorie della Prima Lettera di Giovanni sull'indissolubile unità tra figliolanza divina e fraternità umana, tra essere in comunione con Dio ed essere in comunione con gli altri uomini e donne (1 Gv 3,11-23; 4,7-8) sono state spesso lette senza tenere conto delle dimensioni so­ciali che la stessa fraternità implica. O, quando tali dimensioni sono state tenute presenti, lo si è fatto da una prospettiva meramente assistenziale, senza guardare alle implicanze strutturali e istituzionali che la convivenza sociale umana comporta. Naturalmen­te, ciò dipende in buona parte dalla coscienza socia­le che si aveva in passato, una coscienza nella quale dette implicanze non erano ancora adeguatamente presenti.

Oggi, invece, la marcia della storia sta portando a una intensa e sempre più accelerata evoluzione della coscienza sociale. Già la costituzione Gaudium et Spes constata, aprendo la sua esposizione sulla comunità umana, che «il moltiplicarsi dei mutui rapporti tra gli uomini costituisce uno degli aspetti più importanti del mondo di oggi, al cui sviluppo molto conferisce il progresso tecnico contemporaneo» (n. 23a). E, un po' più avanti, torna a dire: «In questo nostro tem­po, per varie cause, si moltiplicano rapporti e inter­dipendenze, dalle quali nascono associazioni e isti­tuzioni diverse di diritto pubblico e privato. Questo fatto [...] viene chiamato socializzazione» (n. 25b). Iniziando poi il capitolo dedicato all'attività umana nel mondo, mette in rilievo la portata mondiale di questa socializzazione: «La famiglia umana a poco a poco è venuta a riconoscersi e a costituirsi come una comunità unitaria nel mondo intero» (n. 33).

Si può quindi parlare, come fanno non pochi oggi, di una vera situazione sociale «planetaria», alla quale corrisponde anche una coscienza sociale «planetaria». Il pianeta terra sta diventando, da questo punto di vista, come un grande villaggio, nel quale i rapporti tra le persone e i gruppi umani, anche se molto tenui e lontani, si rafforzano e si avvicinano. I mezzi di comunicazione sociale hanno un peso decisivo in que­sto processo. Milioni di persone, per esempio, pos­sono vivere uno stesso avvenimento simultaneamente grazie alla televisione.

Ora, quest'evoluzione richiede anche necessaria­mente un ripensamento del tema della grazia. Cosa vorrà dire oggi il dono vivificante di Dio, la Vita vin­citrice sulla Morte, in una umanità che è così forte­mente segnata dalla socializzazione? Se è l'amore fra­terno ciò che unicamente può far trionfare la Vita sulla Morte nella convivenza sociale, come sostiene ancora la costituzione Gaudium et Spes (n. 22), in che cosa tale amore troverà oggi la sua concretizza­zione?

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Andare alla radice del male sociale

 

Volendo dare risposta a queste domande dobbia­mo rilevare che il vero amore fraterno non può, se vuole essere concreto, rivolgersi oggi solo all'elimi­nazione di ciò che immediatamente fa «star male» gli esseri umani nei rapporti tra di loro, ma deve cer­care di andare alla radice del loro «star male», alle sue cause più profonde. Ancora più concretamente, deve cercare di arrivare alle sue radici strutturali, af­finché esse non continuino a produrre i loro frutti di Morte.

Certamente c'è una gerarchia di urgenze per chi ama la Vita concreta delle persone. Ci vogliono in certi casi interventi immediati, che sollevino subito coloro che soffrono sotto il peso di situazioni uma­namente schiaccianti. Non si può aspettare che ven­gano fatte scomparire le radici più profonde di tali situazioni per intervenire, perché ciò significhereb­be consegnare alla Morte coloro che ne sono le at­tuali vittime. Ma - e oggi se ne è sempre più consa­pevoli - dare risposta ai mali immediati senza cer­care di andare alle loro cause strutturali significa la­sciare intatta la fonte dalla quale sgorgheranno an­cora altri mali. Perciò, l'amore fraterno richiede oggi anche un impegno nell'ambito strutturale.

Ciò vale in tutti gli ambiti sociali. A cominciare da quello familiare, che è il più elementare, fino a quello internazionale. Quest'ultimo ha cominciato da qualche tempo ad attirare l'attenzione delle riflessioni ecclesiali, anche a livello di Magistero, soprattutto di quello pontificio. Diversi documenti della dottri­na o insegnamento sociale della Chiesa hanno rile­vato l'importanza che, in quest'ambito mondiale, hanno le strutture e i meccanismi economici, socia­li, politici e culturali. Essi, oltre a riconoscere gli ef­fetti positivi che tali strutture e meccanismi produ­cono, hanno anche denunciato gli effetti perversi che spesso generano. Si convertono in fonti di Morte per milioni di esseri umani.

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Una grazia e una dis-grazia planetaria

 

Nella sua enciclica Sollicitudo rei socialis, per esempio, papa Giovanni Paolo II, facendo l'analisi della situazione attuale del mondo, ha rilevato l'esi­stenza di una spaccatura che lo tiene diviso in due: da una parte, il mondo del Nord, fortemente mino­ritario, sempre più ricco e sviluppato, con tutte le con­seguenze positive e anche negative che ciò compor­ta; dall'altra, il mondo del Sud, ampiamente mag­gioritario, sempre più povero e sottosviluppato, con le conseguenze chiaramente negative che ne deriva­no (n. 16). Il papa aggiunge ancora un'affermazio­ne che, dal nostro punto di vista, risulta molto im­portante perché riguarda precisamente il rapporto esi­stente tra queste due parti del mondo: esse non sono solo giustapposte, come se stessero semplicemente una accanto all'altra, ma sono in rapporto di causa­lità conflittuale. La situazione di crescente povertà in cui si trova il Sud del mondo è dovuta principal­mente alla situazione di crescente ricchezza e opu­lenza in cui si trova il Nord. E ciò perché alla radice di questa situazione globale ci sono meccanismi so­ciali, economici e politici che la generano, e tali mec­canismi sono in potere di quest'ultimo, che li gesti­sce in suo favore.

Riferendosi a tali meccanismi che generano po­vertà, emarginazione e in definitiva morte, Giovan­ni Paolo II usò l'espressione «strutture di peccato» (n. 36). Parlare di «strutture di peccato» significa ri­conoscere la presenza in esse di quella forza malefi­ca che opera nel mondo e di cui parlava san Paolo nella sua Lettera ai Romani: il peccato. E il peccato è la negazione della grazia. Se ci sono strutture di pec­cato di portata planetaria, si può parlare, da questo punto di vista, di una società mondiale in stato di peccato, di una vera dis-grazia planetaria.

In che cosa consisterà il trionfo della Vita sulla Morte, da questo punto di vista, se non nella rimo­zione di questi meccanismi che sono la più estesa e palese manifestazione della Morte nel mondo attua­le? Il loro sradicamento avrà come effetto quel «cam­biare la faccia della terra», come dice un Salmo del­la Bibbia parlando dell'azione dello Spirito di Dio (Sal 103,30), che rinnoverà il mondo vivificandolo. Sarà una grande «grazia planetaria».

 

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